Irene Barbruni

Rebecca la prima moglie

Rebecca la prima moglie (Rebecca)
di A. Hitchcock (USA, 1940)


USA 1940. Regia: A. Hitchcock. Interpreti principali: L. Olivier, J. Fontane.
Tratto dal romanzo di Daphne du Marier.

Rebecca la prima moglie è un film americano del 1940, tratto dal romanzo di Daphne du Marier, ambientato negli Anni Quaranta. La protagonista è una giovane dama di compagnia che, in un viaggio nell’elegante Monte Carlo con una petulante e benestante signora, incontra un ricco vedovo inglese; innamorata di lui lo sposa e lo segue in Inghilterra nella sua sontuosa tenuta. La giovane si trova presto a dover affrontare il fantasma del ricordo di Rebecca, la prima signora de Winter, deceduta circa un anno prima. La casa impregnata della sua presenza, il mistero che avvolge la scomparsa della prima moglie, l’ossessione patologica per Rebecca da parte di una domestica e il silenzio inquietante del marito, la portano sull’orlo della follia. Il panfilo ritrovato in mare riporterà a galla il mistero dietro la morte della prima signora de Winter.

I principali temi trattati in questo film sono due: una ragazza di umili origini che sposandosi si trova investita di un ruolo nuovo, totalmente estraneo al suo modo d’essere, e il confronto con l’immagine della prima moglie come donna perfetta, elegante e amata dal marito. Per quanto riguarda il primo tema si può osservare come questo personaggio rappresenti un chiaro esempio di un tipo di donna che si appoggia totalmente alla guida di un uomo; un marito ricco che diventa il solo punto di riferimento e con il quale la protagonista matura un debito insanabile.

La protagonista è una ragazza indifesa e timida che si trova a dover affrontare una situazione carica di inquietudine esistenziale che, in ultima istanza, rappresenta le sue recondite paure e le sue profonde insicurezze. All’inizio sembra totalmente guidata dagli eventi che la travolgono e il paragone con la prima moglie la rendono ancora più insicura e fragile. Quando scopre la verità, ossia che Rebecca non era altro che una donna senza scrupoli, crudele e odiata dal marito, ella ritrova finalmente la pace. Rimane, comunque, sempre una donna mite che resta fedelmente accanto al marito. Questo personaggio è inserito in un contesto sociale, tipico dell’alta borghesia inglese, in cui il marito detiene il potere economico e di decisione. La tipologia di coppia che traspare dai dialoghi e dalle vicende è asimmetrica, infatti alla figura del marito intraprendente si contrappone quella della moglie devota e quieta.

Dal punto di vista lavorativo e di realizzazione personale si nota come l’attitudine per il disegno è svalutata dalla protagonista e non è visto come mezzo di realizzazione. Esaminando l’aspetto della corporeità, per quanto riguarda l’identità di questo personaggio, si trova una tipologia di donna molto simile al personaggio descritto in “Casa di bambola” di Ibsen dove è rappresentato un femminile fragile e incapace di vivere senza l’appoggio di qualcuno. Il personaggio di Joan Fontaine trasmette attraverso il linguaggio non verbale fragilità e sembra che si percepisca non come donna ma come una bambina ancora informe. Il marito entra in relazione con lei confermando questa visione, infatti si atteggia fin dall’inizio in modo paterno e protettivo. Nella seconda parte del film però il personaggio riprende sicurezza, anche se resta costante il temperamento pacato e legato al ruolo di moglie devota.

L’agire inconcludente e “balbettante” è caratterizzato da una continua ricerca di conferme da parte dell’autorevolezza maschile. La capacità di autorealizzazione è scarsa ed insufficiente. Il maschile in se stessa, quindi la capacità di realizzazione, potrebbe essere raffigurato dal padre della protagonista che nel racconto è descritto dalla stessa come un artista vissuto e morto in povertà ma pieno di qualità morali.

Ritroviamo nel personaggio della Fontaine una donna quasi infantile che ama un uomo e cerca di salvare il suo amato per liberarlo dalla disperazione che vive. Un tipo di donna che, come la protagonista di Lontano dal paradiso (Far from heaven) di T. Haynes (USA 2002), rappresenta un femminile che si sacrifica per amore del proprio uomo; inoltre, sono personaggi che non possono avere pulsioni sessuali, ma unicamente dei sentimenti nobili o desideri materiali.

L’immagine del padre della protagonista, un pittore non apprezzato, e il carattere remissivo della ragazza sembrano riflettere il pensiero di Jung (Gli archetipi e l’inconscio collettivo, 1980) secondo il quale per la figlia la figura del padre è fondamentale per la costruzione dell’animus (personificazione maschile dell’inconscio femminile). Inoltre confrontando la figura del padre con la personalità della figlia si può ipotizzare che, secondo quanto dice Cacciaguerra (La figura e la funzione paterna, 1977), la figura paterna ha influenzato lo sviluppo psicologico e sociale della ragazza, una tipologia di uomo più riflessivo che attivo, che quindi ha bloccato lo sviluppo dell’autorealizzazione della figlia. Nel modo in cui sia padre che figlia vivono la propria aspirazione di artisti sembra riflettere il meccanismo con il quale la scoperta di un talento comporta anche vissuti di paura riguardo ai pericoli a alle responsabilità che ciò comporta (Maslow, Motivazione e personalità, 1973).

 
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