Irene Barbruni

Tre vite allo specchio

Tre vite allo specchio (If These Walls Could Talk)
di N. Savoca e Cher (USA 1996)


USA 1996 REGIA: Nancy Savoca, Cher ATTORI: Demi Moore, Sissy Spacek, Cher

Tre vite allo specchio è un film che tratta la tematica dell’aborto attraverso tre personaggi femminili che affrontano una gravidanza non voluta in contesti sociali e politici diversi.

La prima storia, ambientata negli Anni Cinquanta (quando negli USA l’aborto era illegale), descrive il dramma di un’infermiera vedova (D. Moore) che scopre di essere incinta e abortisce in modo clandestino. La seconda è ambientata negli Anni Settanta e la protagonista è una madre di quattro figli (S. Spacek) che si ritrova gravida senza volerlo, proprio nel momento in cui cerca di terminare gli studi e rimettersi a lavorare. La terza è ambientata negli Anni Novanta dove in una clinica, presidiata da dimostranti antiaboristi, una dottoressa (Cher) assiste una studentessa (A. Heche) alle prese con una gravidanza inaspettata.

Per non discostarmi dall’argomento specifico di questo capitolo, che è quello di descrivere la donna degli Anni Settanta, scelgo di soffermarmi sul secondo episodio.

Il personaggio interpretato dalla Spacek è una donna che ha dovuto lasciare gli studi a causa della prima gravidanza e del conseguente matrimonio. Dopo aver dedicato anni della sua vita al ruolo di madre questa donna sta cercando di riprendere la passione per lo studio, di laurearsi e di iniziare ad insegnare. La gravidanza inaspettata diventa un grosso limite per tutti i suoi progetti. Il contesto sociale, politico e culturale permette a questa donna di poter decidere autonomamente come gestire questa situazione.

La protagonista, in questo momento di riflessione, ha accanto il marito, l’amica e la figlia più grande che a loro modo danno il proprio consiglio e la propria opinione sulla questione. Il marito non considera la possibilità di interrompere la gravidanza; rimane scioccato e turbato dalla situazione ma è una preoccupazione legata all’economia familiare che può essere risolta. La moglie, invece, prende in considerazione la possibilità di non avere il bambino perché per lei ciò comporta un sacrificio molto più grande rispetto a quello del marito, infatti dovrebbe rinunciare nuovamente a realizzare i propri progetti. L’amica è la prima persona con cui la protagonista si confida, anche lei ha vissuto una situazione simile e ha scelto l’aborto; racconta la sua esperienza dicendo di non aver vissuto male quella scelta e di non aver mai avuto rimpianti, però le dice anche che non tutte le donne sono uguali e che quindi la decisione deve essere presa in base al suo vissuto interiore. La figlia ricorda alla madre che è un suo diritto abortire e vede nella nascita di quel bambino un ostacolo sia per le sue aspirazioni che per quelle della madre. Gli altri figli non sono a conoscenza delle inquietudini della madre ma sembra abbiano avuto un grosso peso nella sua decisione. Infatti sembra che sai proprio guardando i propri figli che la donna riesce a prendere la coraggiosa decisione di proseguire la gravidanza.

In questo personaggio ritroviamo le tematiche esplorate da Pattis (Aborto: perdita e rinnovamento: un paradosso nella ricerca dell’identità femminile, 1995) la quale spiega come solitamente nelle donne contemporanee l’aborto è scelto non per il mancato desiderio di maternità, ma per motivi esterni che sono ritenuti più importanti in quel momento della loro vita. Nello specifico questa donna sente più forte il ruolo materno.

Anche in questo film, come in Kramer contro Kramer (Kramer vs. Kramer) di R. Bentos (USA 1979), è presente il conflitto tra il bisogno di evadere dal ruolo di moglie e di madre e la consapevolezza che, però, non è possibile fuggire dall’essere madre.

 
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