BY: Irene Barbruni

Sport prima parte
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In generale gli sport si suddividono in due grandi categorie: quelli individuali e quelli di squadra. Tale suddivisione però non è così netta in tutti gli aspetti in quanto anche gli sport individuali possono richiedere relazione tra il singolo atleta e la squadra che lo sostiene. Possiamo dire che ciò che realmente distingue gli sport individuali da quelli di gruppo è l’aspetto agonistico, ossia la responsabilità del punteggio che può essere individuale o condivisa da una squadra. Ma questo aspetto non interessa molto la nostra riflessione, finalizzata a discutere dello sport, non sul piano agonistico, ma sulle potenzialità pedagogiche e psicologiche. A tale scopo considereremo di squadra tutti quegli sport che prevedono un attivo coinvolgimento ed interazioni dirette dei membri del gruppo, mentre definiamo individuali quegli sport in cui la prestazione è esclusivamente individuale e non prevedere relazione significativa con gli altri. Qui di seguito descriveremo gli aspetti relativi agli sport collettivi, mentre la prossima volta analizzeremo meglio gli sport individuali.

Gli sport collettivi necessitano della collaborazione tra i membri del gruppo a tal punto che proprio tale collaborazione diviene determinante; vale a dire che è fondamentale per una buona performance, al di là delle capacità dei singoli soggetti. Queste attività sportive dunque stimolano lo sviluppo delle potenzialità relazionali dei singoli e aiutano la capacità di guardare l’insieme dell’evento, che in questo caso è sportivo, ma in seguito, tale competenza, può trasferirsi sulle situazioni diverse della vita. Per fare un esempio, un giocatore di calcio deve avere in mente il gioco della squadra entro il quale collocare il proprio particolare compito; quindi non può giocare da solo senza pensare ad interagire in modo organico con i compagni. Così come in tante situazioni lavorative che necessitano della capacità di cogliere l’insieme del progetto per potere fornire, in modo appropriato, il proprio contributo. Saper stare in modo significativo dentro un’organizzazione stimola determinate capacità a livello psico-pedagogico: ecco che l’esperienza di uno sport collettivo può andare al di là dell’agonismo. Perché quello che interessa in questo nostro articolo è mettere in evidenza la valutazione degli sport sotto il profilo psico-pedagogico. Quello che possiamo suggerire al genitore è di non fermarsi all’aspetto puramente agonistico, ma di considerare che l’attività sportiva per il giovane deve essere una palestra di vita, cioè aiutarlo a crescere nel carattere e nelle competenze relazionali, che domani lo faciliteranno nei vari ruoli che vivrà nella sua vita. Il genitore stia attento a non farsi prendere dall’icona sbagliata del campione, cioè di volere per il proprio figlio un carriera di successi sportivi. Se questo sarà porrà altri problemi che andranno gestiti, ma non è di questo che qui parliamo. Qui non interessa il “campione”, ma il giovane e la sua crescita equilibrata dove l’evento sport è occasione per un sano divertimento e un modo per maturare il proprio carattere.

BY: Irene Barbruni

Sessualità e adolescenza
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Quando parlarne?

Molti sono i dati statistici e studi sociologici che rivelano, nella società contemporanea, un ingresso sempre più precoce degli adolescenti e direi pre-adolescenti nella sessualità. Un’indagine dell’Osservatorio Nazionale sulla salute dell’infanzia e dell’adolescenza, condotta nel 2013 su 1.400 giovani di sette scuole diverse, ha svelato che il 19% degli adolescenti ha rapporti sessuali prima dei 14 anni, una cifra quasi raddoppiata rispetto alle stime dell’anno precedente. Da notare che il 73% dei ragazzi non conosce le principali malattie a trasmissione sessuale e il 33% pensa che l’incidenza di queste malattie sia trascurabile. Questo dato mostra quanto sia vissuta con superficialità l’esperienza sessuale.

Uno studio reso pubblico nel 2001 dallo Alan Guttmacher Institute e curato dalla Dott.ssa Lydia O’Donnell, rivela che esiste una maggiore probabilità, per chi ha iniziato esperienze sessuali in giovanissima età, di avere nella propria vita molti partner sessuali e di tendere a forzare, uno o una partner, ad avere rapporti sessuali contro la sua volontà; inoltre, di avere rapporti frequenti e assumere alcool e stupefacenti prima o durante l’atto sessuale. Quindi, alla luce di questi dati è importante tenere presente che oggi è necessario anticipare alcune informazioni/riflessioni ai nostri figli tenendo conto anche dei messaggi che arrivano attraverso il mondo dei mass media. A questo riguardo c’è stato uno studio della Dott.ssa Rebecca Collins della RAND Corporation di Santa Monica (California) pubblicato nel settembre 2004 sulla rivista “Pediatrics”, nel quale si dimostrato come la televisione possa influenzare i giovanissimi ad avere rapporti sessuali in età precoce. Assistiamo ad una modificazione dell’emotività relativa alla sessualità, nel senso che i mass media stanno inducendo desideri sessuali in età sempre più precoce. Il risultato finale attesta che il 90% degli adolescenti, che guardano programmi televisivi ad alto contenuto sessuale, ha una probabilità doppia di iniziare precocemente l’attività sessuale rispetto a coloro che guardano la televisione in modo meno assiduo. Un dato tanto più significativo se si pensa che i programmi cosiddetti “a rischio” rispetto all’indagine, non erano solamente quelli che mostravano atti sessuali, ma anche quelli in cui il sesso veniva solo evocato verbalmente. Ciò mostra quanto sia fondamentale che l’adolescente, e ovviamente anche il pre-adolescente, non siano lasciati soli di fronte ai mezzi di comunicazione. Il genitore deve mediare le informazioni e proteggere il giovane dai troppi stimoli e immagini che spesso veicolano una sessualità distorta. Teniamo presente il fatto che oggi le immagini e i contenuti sessuali sono facilmente reperibili attraverso internet.

Come parlarne?

Forniamo qui alcune riflessioni che possono aiutare il genitore ad orientarsi per contestualizzare alcune informazioni da trasmettere ai propri figli.
In generale, la sessualità può essere vissuta ed interpretata in due modi diversi e contrapposti: da una parte come ricerca di piacere e dall’altra come componente del più ampio e complesso evento della relazione affettiva alla ricerca di intimità tra un uomo e una donna. E’ chiaro come nell’immagine proposta dai mass media è il primo modo ad essere rappresentato e sottolineato, che così va a costituire l’insieme dell’immaginario collettivo che guida i comportamenti. Il pericolo insito nel vivere la sessualità solo come ricerca del piacere, consiste nel fatto che è proprio la ricerca del piacere a dominare la situazione e, quindi, una donna vale l’altra così come un uomo vale l’altro, poiché “basta che mi dia piacere”. In questa situazione relazionale, l’intercambiabilità del referente, spinge verso relazioni impersonali e al fine inautentiche, superficiali. Lo sviluppo dell’intimità nell’intreccio dell’affettività, invece, spinge alla ricerca di quell’uno che più è intimo al soggetto.

Nella società odierna la sessualità viene spesso estrapolata dal grande tema umano dell’amore. Per “amore” si intende quell’affinità reciproca che ricerchiamo in un “compagno d’anima”: quell’affinità elettiva e quella intima cognizione per cui sentiamo che l’altro comprende il nostro intendimento e l’anelito ad esprimere noi stessi. Infatti, si può affermare che l’essere umano non ha bisogni sessuali, ma bisogni psicologici. Ecco perché un soggetto non può sentirsi appagato vivendo solo la sessualità come soddisfacimento di un piacere fisico. Infatti, un individuo, nel rapporto con l’altro, ricerca il soddisfacimento del bisogno di appartenenza, del bisogno di esprimersi e di essere se stesso. Quindi fornire elementi per affinare la capacità di valutare lo stato dei nostri bisogni diviene fondamentale.

La sessualità estrapolata dall’aspetto relazionale annoia subito, perché l’emozione corporea provoca un piacere immediato, ma di breve durata. Spesso nei film vediamo che due persone che si incontrano, prima hanno un rapporto sessuale e poi si conoscono e si parlano. Questa inversione è anch’essa una distorsione. Nelle favole e nei sogni il bacio sulle labbra è il simbolo del trasferimento dello spirito da un soggetto all’altro, ossia dell’intimità psicologica che viene prima di quella fisica. Ma il bacio avviene dopo un lungo cammino attraverso varie situazioni problematiche: simbolo, questo, della difficoltà dell’incontro. Parlare di sé all’altro non è facile perché bisogna scontrarsi con la difficoltà di entrare in contatto con il mondo interiore dell’altro, ma prima ancora con il nostro mondo interiore. Tanto più un giovane non sa entrare in rapporto con se stesso e tanto più è privo delle necessarie capacità per vivere a affrontare la sfera della sessualità. Nella favola della bella addormentata il principe deve superare un bosco fitto di piante e un drago prima di riuscire a baciare la sua amata. Questa immagine simboleggia proprio l’incontro d’amore, come percorso all’interno del quale si svolge e si realizza la nostra evoluzione, sia sul piano personale che sul piano relazionale. Ed è un’evoluzione che passa attraverso il ridimensionamento della pura istintualità. Contestualizzare la sessualità all’interno delle dinamiche e degli aneliti relazionali è la bussola che ci guida verso una visione più matura, più evoluta e quindi più umana, dell’evento sessualità. In quanto, ribadiamo, il vero pericolo consiste nello svincolare la sessualità dalle esigenza relazionali.

BY: Irene Barbruni

Riflessioni sul mondo dei videogiochi
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Negli ultimi anni si è osservato un incremento dell’utilizzo del videogioco sia per quanto riguarda il numero di individui che li utilizza abitualmente, sia per quanto riguarda il numero di ore passate a giocare davanti al video. Il fenomeno tende ad essere uniforme sia per quanto riguarda il sesso (i maschi sono leggermente più numerosi) sia per quanto riguarda la situazione economica e culturale delle famiglie. Attualmente bambini e adolescenti “scelgono” di trascorrere molto del proprio tempo libero davanti ai videogiochi togliendo tempo ad altre attività come lo sport e i giochi “classici”.

Dal punto di vista della salute psicologica dobbiamo riflettere su due fattori principali. Innanzitutto va considerato l’aspetto della solitudine: spesso il videogioco è un passatempo in cui l’individuo è in solitudine o gioca virtualmente con altri individui. In un momento della vita (infanzia ed adolescenza) in cui la personalità necessita di esperienze sociali per crescere, il contatto reale con gli altri deve necessariamente essere preponderante per permettere un armonico sviluppo delle capacità relazionali dell’individuo. La tendenza a preferire l’immersione nel mondo virtuale che offre il pc può sfociare nella chiusa totale, come nel caso dei così detti “hikikomori” o “eremiti sociali”: il fenomeno degli adolescenti che si chiudono in casa davanti ad un computer rifiutando la scuola e i contatti sociali in generale. Quindi, per sintetizzare, il pericolo consiste nell’abbassamento delle capacità e delle motivazioni relazionali.

Il secondo aspetto riguarda il fatto che l’utilizzo dei videogiochi porta il soggetto a sperimentare l’immediatezza del fattore emotivo; quindi sviluppa un ampliamento dell’emotività che porta necessariamente alla diminuzione delle capacità affettive. Se nei confronti degli oggetti utilizzati per giocare il bambino conservava una sua dominanza, e su essi sviluppava una serie di fantasie, il videogioco possiede una tale potenza persuasiva ed invasiva, da ammutolire il bambino. Il bambino non agisce sul videogioco, ma è il videogioco che agisce su di lui. Nelle immagini fornite dal videogioco, il bambino non può aggiungere nulla, non può che esserne dominato. Quindi è il gioco che domina il bambino, il quale ne diviene dipendente.

Troppo tempo trascorso davanti al videogioco porta allo sganciamento dalla relazione significativa. Infatti ciò che il bambino sperimenta è la ricerca delle emozioni, tra le quali la tensione e la paura con la conseguente scarica di adrenalina Quindi la paura è scissa da un vero oggetto, in quanto vissuta come il tramite emotivo che suscita il godimento adrenalinico; è separata quindi dal contenuto ideico (significato) a cui l’emozione dovrebbe rimandare. Un accenno particolare va agli effetti negativi dei giochi con scenari particolarmente cruenti ed aggressivi. Uno studio dell’Università di Indianapolis ha dimostrato, attraverso l’utilizzo della risonanza magnetica funzionale, che bastano 10 ore di videogiochi violenti nell’arco di una settimana, per ridurre l’attività delle aree cerebrali che tengono sotto controllo i comportamenti aggressivi. Un altro studio delle Università di Amsterdam e di New York pubblicato su Science ha scoperto che i video violenti portano ad una riconfigurazione della tipologia neuronale: ossia aumentano i neuroni più adatti ad affrontare situazioni di attacco o fuga (come nella vita reale può accadere ad esempio in guerra).

Un altro studio condotto su quattordicenni da ricercatori belgi, canadesi, francesi, inglesi, irlandesi e tedeschi pubblicato su Translational Psychiatry, ha dimostrato che nel cervello dei giocatori assidui il cosiddetto striato appare più spesso a sinistra e si attiva maggiormente in caso di perdita, un fenomeno che si osserva anche in chi fa uso di cocaina, anfetamine o alcol. Ciò sarebbe legato ad alterazioni della dopamina, il neurotrasmettitore del piacere, tant’è che i ricercatori ipotizzano una sorta di assuefazione da videogiochi per saturazione dei meccanismi di gratificazione e di compenso.
Per concludere si può affermare che il videogioco non è un evento innocuo, per cui è necessario un uso cauto tenendo conto proprio della potenzialità seduttiva che lo caratterizza.

BY: Irene Barbruni

L’adolescenza
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Per parafrasare Pirandello possiamo dire che l’adolescente è un personaggio in cerca d’autore, nel senso che non riesce a trovare il senso della propria esperienza, della propria stagione esistenziale. L’adolescenza è una stagione di attesa della maturità, quindi un preludio, ma viene vissuta come la stagione per eccellenza, come se la vita chiamasse in quel periodo ad esprimere il meglio di sé; da qui nasce quel senso di tragedia di fronte alle frustrazioni. L’adolescente non sa chi è, spesso in questa ricerca modifica e cambia gli atteggiamenti e le scelte percependo se stesso confuso e instabile: citiamo ancora Pirandello del Uno, nessuno e centomila. Dobbiamo tenere ben presente questo aspetto di quell’esperienza, e sottolineo esperienza esistenziale, in quanto proprio in quegli anni si possono sviluppare le tendenze che nella maturità arriveranno a compimento. Purtroppo nella società contemporanea il tempo dell’attesa, di godere dopo del frutto del proprio impegno, è oscurato dall’esigenza del vivere il qui e ora, l’attimo fuggente, che tronca la temporalità del divenire. Quindi, tutta l’esperienza è consumata nel qui e ora. Questo implodere nel tempo presente causa l’interruzione dello slancio vitale verso il futuro, da qui un profondo vissuto di inautenticità che può condurre all’uso di sostanze. Perché l’esperienza dell’inautenticità è dolorosa ed alienante.

L’equivoco dello scontro generazionale: natura di una relazione tradita

Questa visione della tematica relazionale come scontro tra generazioni è un concetto mutuato dagli anni cinquanta e sessanta, dove vigeva una realtà diversa da quella attuale. In quel contesto socio-culturale il giovane viveva sotto la predominanza di un’autorità che si imponeva su di lui: da qui le lotte politiche e di rivendicazione sociale. Oggi l’autorità non ha più quegli aspetti: il giovane gode di molta più libertà, spesso tuttavia non sa come usarla. Nell’attuale situazione socio-culturale, il principio di autorità è meno opprimente, alle volte assente; quindi il disagio generazionale non si manifesta come conflitto (cioè come contrasto e lotta tra idee diverse), quanto piuttosto come scontro sterile per mancanza di progettualità, sia da parte del giovane che da parte del genitore. Il giovane spesso giunge ad una falsa autonomia, nel senso che interpreta la sua libertà di movimento come autonomia. Ma la vera autonomia si raggiunge con l’indipendenza economica a cui difficilmente il giovane giunge, e spesso neanche cerca. Questo è frutto di una società prevalentemente declinata sull’edonismo: la società dei consumi non può che essere edonista, perché il consumismo spinge ad un uso veloce dei prodotti che si acquistano e ciò ne rende superficiale l’utilizzo. Quindi è più una corsa al superfluo che al necessario. (Chi volesse approfondire la questione veda gli studi di Z.Bauman). Questo sistema economico sviluppa un codice di valori confuso. Dato che l’adolescenza è un’esperienza, come sopra si diceva, attraverso la quale l’individuo cerca una propria identità stabile, in un tale constato “liquido”, il giovane stenta a definire se stesso, a conoscersi a fondo. Da ciò molte delle ansie e delle angosce di quella stagione della vita. Tuttavia l’adolescenza è una situazione esistenziale potente e ricca di possibilità. Se il giovane saprà indirizzare convenientemente la potente energia che lo traversa, saprà evolvere verso una maturità piena. Altrimenti rimarrà invischiato in varie forme di dipendenza. Infatti la giovinezza più che di conoscenze è desiderosa di esperienze e questo rende vulnerabili.

Considerando le riflessioni riportate, tenendo conto ovviamente delle differenze individuali, è importante saper leggere i comportamenti degli adolescenti alla luce dell’epoca esistenziale e delle problematiche individuali al fine di comprenderne il pieno significato. Il dialogo che il genitore o l’educatore instaura, dovrebbe tendere ad un ampliamento dell’orizzonte esistenziale del giovane e ad una tipologia di relazione basata sulla reciprocità. Se il figlio, infatti, è identificato nel ruolo di sola richiesta, è spinto al continuo uso e dominio dell’altro. Diversamente se viene sollecitata la sua capacità solidale sarà chiamato ad una maggiore realizzazione di sé attraverso un ruolo sociale più adulto. Anche il genitore non deve percepire la propria relazione con il figlio nell’immediatezza, ma in una prospettiva di più ampio respiro nel tempo.

In alcuni casi può essere d’aiuto una consulenza specialistica per far fronte a problematiche che necessitano di un supporto psicologico rivolto ai genitori o direttamente al giovane. Tanti giovani non riescono ad esprimere il loro vissuto interiore, ecco che l’incontro con lo psicologo può aiutare a ritrovare il contatto con le parti più significative di sé.

BY: Irene Barbruni

Il disturbo da deficit di attenzione
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Il Disturbo da deficit di attenzione e iperattività, conosciuto anche come ADHD l’acronimo inglese del Attention Deficit Hyperactivity Disorder, rientra nei disturbi dello sviluppo neuropsichico del bambino e dell’adolescente. I sintomi principali sono la mancanza di capacità a mantenere l’attenzione in modo prolungato e l’iperattività. Nello specifico il sintomo dell’inattenzione si manifesta in diversi aspetti quali: difficoltà nell’ascolto dell’altro accompagnata da un’eccessiva distrazione, incapacità di portare a termine dei compiti (soprattutto quelli che richiedono una certa concentrazione), essere portati a dimenticare spesso anche ciò che si fa abitualmente, perdere frequentemente oggetti personali ed essere particolarmente distratti da stimoli esterni e non rilevanti rispetto ad un compito che si sta svolgendo. Invece il sintomo dell’iperattività riguarda tutti gli aspetti comportamentali quali: irrequietezza, incapacità a stare seduti e fermi, difficoltà ad aspettare il proprio turno sia durante un momento ludico che durante una conversazione.

I sintomi devono comparire entro i dodici anni di età, devono persistere per almeno 6 mesi e devono riguardare più ambiti della vita del bambino (quindi non essere circoscritti per esempio solo all’ambito scolastico). Dai dati statistici sappiamo che è un tipo di patologia che si riscontra più frequentemente nei maschi e negli ultimi anni si è osservato un aumento dei casi diagnosticati.

Una valutazione diagnostica completa dovrebbe comprendere, oltre alla somministrazione di test specifici, un approfondimento cognitivo ed emotivo. Infatti, è importante valutare se dietro a comportamenti che possono far pensare all’ADHD ci sia per esempio un disturbo d’ansia oppure un disturbo specifico dell’apprendimento anche se le due patologie possono essere anche associate e spesso lo sono.

Quindi la diagnosi richiede competenze specifiche e il trattamento deve comprendere interventi differenti (psicologo, psichiatra infantile, pediatra) soprattutto se, come spesso accade, all’ADHD si associano difficoltà cognitive e difficoltà sul piano psicologico. Proprio dal punto di vista psicologico si osserva nel bambino con ADHD un quadro caratterizzato da una bassa autostima, difficoltà a relazionarsi e presenza di atteggiamenti provocatori che suscitano il rifiuto degli altri e quindi il conseguente isolamento del soggetto.

BY: Irene Barbruni

L’importanza delle favole nel mondo infantile
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L’importanza delle favole nel mondo infantile

Il racconto della favola è sempre associato al mondo infantile. Perché si raccontano le favole? Qual è la loro funzione?

Sul tema della favola bisogna considerare da una parte il simbolismo, che si collega con gli aspetti evolutivi della personalità, dall’altra la struttura narrativa che disegna l’orizzonte entro il quale si muove lo sviluppo evolutivo. In generale, un buon racconto fiabesco dovrebbe contenere un equilibrato rapporto tra gli elementi simbolici associati a sentimenti ed emozioni negative (come per esempio la paura) e quelli legati a sentimenti positivi. Dobbiamo tenere conto di un fatto importante: quando leggiamo un racconto o vediamo un film si sviluppa un processo identificativo, cioè ci identifichiamo con il personaggio di quella storia. L’evolversi del protagonista nella vicenda ci guida verso l’evolversi di quelle emozioni che attraverso quel personaggio sperimentiamo dentro di noi. Quando questo processo conduce ad un superamento di certe paure ed inquietudini, parliamo di processo catartico: la finalità della favola è proprio questa. Infatti essa non nasce come puro intrattenimento, ma ha lo scopo di promuovere la vita interiore del soggetto che la percepisce. La favola ha un fondo di insegnamento morale/etico e aiuta a riordinare le inquietudini e le emozioni che disturbano l’animo del bambino. E’ chiaro allora che racconti nei quali si sviluppano emozioni negative, che nella vicenda non vengono risolte, possono condurre il soggetto a fissarsi su di esse. Le favole solitamente sono a lieto fine, proprio per imprimere nell’animo del bambino una visione di speranza nei confronti delle problematiche della vita. Quindi la favola appartiene all’insieme degli eventi educativi e formativi.

Nella cultura contemporanea il racconto solitamente raggiunge il bambino sotto la forma del cartone animato o del film, meno frequentemente sotto la forma della narrazione vocale. La parola “favola” deriva da affabulare, dar voce, “parlare”; quindi nasce proprio come una narrazione vocale. Raccontare le favole al bambino è un’esperienza di profonda relazione tra genitore e figlio in quanto, in quella situazione relazionale, non c’è solo il racconto in sé stesso, ma anche la presenza interessata del genitore che racconta con la sua voce: ed in fondo il più bel suono che possiamo ascoltare è la voce umana perché ci rassicura e ci tranquillizza. Non dimentichiamo che il bambino, quando si trovava nell’utero della madre, sentiva le vibrazioni di quella voce.

La favola, vista attraverso un film o un cartone animato, va valutata nell’insieme armonico espresso nel suo contenuto (come dicevamo prima, per l’equilibrio tra elementi emotivi positivi e negativi), ma anche per l’atmosfera che quel racconto riproduce e che guida il bambino a vivere certi stati d’animo. Va sottolineato che la nostra mente, come dice Hillman, è immaginale cioè funziona per immagini. Il racconto filmico ha un potere particolare e quindi è bene che il bambino non sia lasciato solo di fronte alle immagini che percepisce o, peggio, che sia esposto ad immagini cariche di inquietudini.

Detto questo, passiamo a sviluppare una riflessione su una favola in particolare. Prima parlavamo dell’equilibrio tra elementi positivi e negativi e l’epilogo a cui questo equilibrio porta. Per esempio in uno schema classico troviamo l’incontro con il drago, che rappresenta l’insieme delle paure dell’ignoto e dell’essere divorati. Il personaggio maschile uccide il drago, che simbolicamente rappresenta il saper trasformare l’elemento distruttivo in sé stesso. Quando invece la fanciulla bacia il drago e questo bacio lo trasforma, da una parte viene rappresentato il potere dell’amore e dall’altra suggerisce l’importanza di saper incontrare ciò che dentro di noi ci fa paura.

Pensiamo alla favola di Cenerentola, una tra le più belle favole mai scritte, capace di insegnare ancora molto oggi, perché in fondo rappresenta la storia di chi non si sente degno della regalità della vita, ma che ad un certo punto ritrova in sé stesso la magia di una fede in sé dimenticata. In fondo le sorellastre che la denigrano rappresentano quei pensieri auto denigratori (” io non sono capace” , “io non valgo”….) che sono proprio “sorellastri”, ossia non sono “fratelli, amici”. Però è vero anche che Cenerentola nel racconto si identifica con quella visione di sé, come spesso facciamo anche noi. Questo aspetto non va confuso con l’autocritica, che in sé non dovrebbe mai essere distruttiva in quanto ha lo scopo di promuovere un miglioramento.

Cenerentola riesce a trovare l’abito giusto, cioè il giusto rapporto con sé stessa: il vero significato di bellezza è proprio l’armonia del rapporto con sé stessi. A quel punto può incontrare il principe, ossia il principio di una vita nuova. Il principe azzurro (colore che ricordiamolo è simbolo del cielo) simboleggia il principio trascendente, cioè ciò che trascende tutte le parzialità, tutte le finitezze che incontriamo nella vita, e in cui spesso ci identifichiamo. Quindi Cenerentola non è una donna che viene emancipata dall’uomo, in quanto è lei che si è nobilitata e che di conseguenza viene riconosciuta dal principe. Le favole vanno interpretate non in modo concretistico ma in chiave simbolica.

L’accedere al linguaggio simbolico introduce il bambino ad una visione che trascende la percezione immediata che ne limita le capacità riflessive. Ecco che la favola diviene la palestra per lo sviluppo di un pensiero sempre più evoluto.

BY: Irene Barbruni

Disturbi alimentari nell’adolescenza
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1.cosa sono i disturbi alimentari nell’adolescenza ?

In generale i disturbi alimentari riguardano il persistere di comportamenti legati ad un’assunzione di cibo errata che si ripercuote negativamente, ed in modo significativo, sulla salute fisica e sulla vita quotidiana e sociale dell’adolescente.

  1. quali sono i disturbi noti e come si manifestano? Direi che i più noti sono l’anoressia nervosa e la bulimia nervosa. La prima è caratterizzata da una restrizione nell’assunzione di cibo, un basso peso corporeo, una esagerata paura di ingrassare e una percezione del proprio peso non aderente alla realtà. La bulimia invece è caratterizzata dall’assunzione di alte quantità di cibo in poco tempo accompagnate dalla sensazione, durante gli episodi, di non avere il controllo sul proprio comportamento. Inoltre, sono presenti condotte finalizzate a smaltire le calorie ingerite in eccesso come utilizzo di lassativi o attività fisica.
  2. da che età possono iniziare le problematiche? In genere questo tipo di problematiche insorge tra i 10 e i 30 anni ma si è osservato un picco tra i 14 e i 18 anni.
  3. come possono accorgersene i genitori? Osservando le abitudini alimentari dei figli sicuramente ma anche il tono dell’umore perché questo tipo di disturbi è associato a tono dell’umore depresso, ansia, bassa autostima. Inoltre soprattutto nell’anoressia nervosa si osserva spesso una tendenza al perfezionismo eccessivo in ambiti come per esempio lo sport o la scuola anche se in alcuni casi si può osservare un peggioramento della performance scolastica. Spesso i genitori si accorgono di un disagio nel momento in cui osservano un isolamento sociale e una trascuratezza nelle amicizie associato ad un’attenzione eccessiva verso il peso corporeo e la forma fisica.
  4. qual’e’ l’approccio corretto che dovrebbero avere? Sicuramente il dialogo con il proprio figlio o figlia rimane uno strumento insostituibile; i genitori devono sempre cercare di essere presenti e pazienti anche quando la risposta può sembrare di chiusura. Inoltre, chiedere aiuto allo specialista qual’ora si abbia un dubbio.
  5. quali sono le complicanze dei disturbi alimentari? Sul piano fisico abbiamo tutte le conseguenze che riguardano la non assunzione corretta dei nutrienti necessari e il frequente ricorso a metodi di compenso eliminativi (come l’uso eccessivo di diuretici e lassativi, vomito autoindotto e ricorso ad attività fisica compulsiva). Vanno evidenziate soprattutto le ripercussione sul piano relazionale e sociale; infatti chi soffre di disturbi alimentari spesso vive una profonda solitudine e un forte disagio nel contatto con gli altri. Questo perché le problematiche relative al comportamento alimentare sono strettamente legate all’immagine di sé e alla propria individualità.
  6. possono portare alla morte del paziente? In alcuni casi estremi si ma bisogna considerare che spesso il quadro clinico è aggravato da altre patologie o psicopatologie.
  7. la morte può essere secondaria ad un gesto anticorservativo, o in base alle sue esperienze è solitamente legato alla patologia stessa? Purtroppo il rischio di un gesto anticonservativo esiste. Però bisogna anche considerare che un disturbo che insorge nell’adolescente e, quindi in un soggetto in crescita, se affrontato in modo tempestivo è superabile. Le statistiche ci dicono che i casi che si cronicizzano variano dal 10 al 20 % e di questi solo i più gravi portano a conseguenze estreme sulla salute. Nella mia esperienza clinica ho potuto osservare che chi arriva nello studio dell’analista per affrontare tali tematiche ha già fatto un grande passo verso il superamento della propria patologia. Certo il percorso di cura può essere difficile.
  8. la cura, prospettive a breve e a lungo termine La cura deve comprendere sia l’aspetto fisico che psicologico quindi è importante il lavoro d’equipe di più professionalità per poter affrontare una problematica che si manifesta sulla salute fisica, ma trova le proprie radice nei vissuti profondi del paziente. Il lavoro psicoterapico ha un peso importante e deve mirare ad affrontare quel disagio profondo che il sintomo nasconde. Infatti, il disturbo alimentare non è dovuto tanto ad un desiderio di apparire più magri o belli, come spesso erroneamente si pensa, ma nasce dal desiderio profondo ed impetuoso di dominio sulla propria natura. Non a caso colpisce frequentemente le donne della società occidentale contemporanea, dove la naturalità dell’essere femminile è vista come un limite alla propria libertà. Come ho detto prima la prognosi è nella maggior parte dei casi buona, in quanto ci troviamo in una fase della vita in cui il cambiamento trova un terreno fertile. Molto peso ha la cura tempestiva in quanto sappiamo che più il sintomo si cronicizza (cioè persiste nel tempo) e più è difficile da affrontare e superare. Nella maggior parte dei casi vi è una remissione completa della malattia.
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