BY: Renato Barbruni

I DUE MODI DEL SILENZIO
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  • Il silenzio come “rinuncia” alla presenza
  • Il silenzio come “attesa” di una presenza

C’è un silenzio che è rinuncia alla presenza, che è mortificazione, o meglio automortificazione. Questo silenzio è presente nelle situazioni di sofferenza esistenziale. La persona che vive il dolore derivante dalla propria esistenza, che è vissuta come vuota, inutile, priva di scopo e senso, si condannano al mutismo, al silenzio in quanto rinuncia a produrre la propria parola sul mondo e nel mondo. E’ ammutolito in quanto la parola, il dire di sé a sé o ad altri, non ha più alcuno scopo, essendo egli svuotato di intenzioni relazionali. Il motivo per cui pronunciamo parole sta nella relazione, scaturisce dall’istituzione di una relazione. La parola è il terzo che unisce i due. Ma prima della parola, c’è l’intenzione di coprire la distanza tra i due che sono lì convenuti; prima ancora dell’intenzione di coprire  tale distanza, è necessario che essa sia percepita e sia causa di struggimento e di nostalgia per la ricomposizione della unità umana primordiale.  Ciascuno di noi porta dentro di sé la ferita primitiva della scissione dell’essere. E’ quella ferita che ci racconta di una antecedente unitarietà relazionale tra il soggetto presente a se stesso e il soggetto allontanato da sé. Per fare un esempio semplice, che illustri questo stato dell’anima, basti pensare alla unità primordiale tra il bambino nel ventre della madre e la madre stessa. Ogni essere umano sorge alla propria esistenza entro l’orizzonte di un rapporto, egli è parte di quel rapporto. Possiamo anche pensare, in termini più assoluti, che il soggetto è parte di una relazione cosmica: da essa egli sorge alla propria singolarità, che conquisterà nel momento in cui  vedrà scindersi la relazione primordiale e primitiva. L’esperienza interiore della scissione, che conduce alla singolarità, permane negli strati più profondi dell’anima a memoria dell’unità antecedente. Da questa ferita permanente, memoria di un’epoca e di un evento che ha costituito il soggetto nella sua unità di singolarità, scaturisce tutto l’intenzionarsi racchiuso nella parola, in tutte le svariate forme attraverso le quali si esprime. La parola è il suono emesso dalla bocca dell’uomo, ma essa abbraccia anche tutti i segni che egli sa produrre e che possiedono la qualità di promuovere la comunicazione. Per comunicazione non si intende tanto il trasferimento di un dato di conoscenza da un punto all’altro, ma proprio il rendere comune quel dato di conoscenza, far sì che i due, riconoscendosi in esso, ritrovino l’atmosfera della loro relazione. “..Fai che loro siano in me come io sono in te, da essere una cosa sola…[1]”, si legge nel Vangelo di Giovanni a significare la ricomposizione salvifica dalla scissione causata dal peccato originale, il quale si configura come la separazione-scissione per antitesi tra l’uomo e Dio Padre, tra il singolo e l’universale. Il singolo costituitosi  come tale immediatamente si pone in antitesi con l’universale da cui è sorto. L’atto costitutivo del singolo è un atto di superbia, intesa come atto di antitesi. In questo senso l’intellettuale, il singolo che si crede intelligente, si pone sempre in antitesi all’esistenza di Dio.   Come quell’uomo che non vuole innamorarsi per non perdere la propria individualità[2], anche se continua a cercare una donna, in quanto la mancanza di un affetto gli pesa. Quindi egli cerca l’esperienza della comunione quasi sempre confusa con la ricerca del piacere sessuale. In verità si può vivere un’esperienza di unione senza perdere la propria individualità. L’arte rinascimentale mette in scena l’armonia e la comunione, mentre l’arte del novecento raffigura, nelle sue opere, la scissione (vedi Picasso e le opere dell’astrattismo). Queste immagini sono penetrate nella coscienza di ciascuno inquinando la capacità di intuire la comunione. L’archetipo che emerge dalla teologia cristiana della Trinità raffigura la comunione nella distinzione, concetto che la logica aristotelica e la logica novecentesca non sanno capire. La capacità di saper cogliere l’elemento trascendente tra i due che si avvicinano,  è estremamente importante, perché costituisce l’elemento decisivo per l’acquisizione dell’esperienza della comunione tra un soggetto e l’altro.

 Quell’esperienza diviene il terzo che unisce, o meglio, ri-unisce i due,  ricomponendoli nella antecedente unità primordiale. Quando l’esigenza di questa unità primordiale non è più percepita o, a causa della sofferenze non tollerata, viene rimossa e annichilita, il soggetto si sottrae al sentimento di comunione e la parola diviene oggetto inutile. Da qui il mutismo e il silenzio conseguente.  

Bloch trasfigurazione

C’è un silenzio che è “attesa” di una presenza, di presenza a se stessi, quando le parole narrano della vera essenza e di ciò che  necessita alla vita interiore.

Lì si levò un albero. Oh puro sovrastare!

Orfeo canta! Grandezza dell’albero in ascolto!

E tutto tacque. Ma proprio in quel tacere

Avvenne un nuovo inizio, cenno e mutamento.

Animali si silenzio irruppero dal chiaro

Bosco liberato, da tane e nascondigli

E si capì ch’essi non per astuzia

O per terrore in sé eran così sommessi,

ma per l’ascolto. Ruglio, grido, bramito

parve piccolo nel loro cuore. E dove quasi

non v’era che una capanna al suo ricetto,

un anfratto delle più scure brame ordito,

con un adito dagli stipiti sconnessi, –

tu creasti per loro un tempio nell’udito.

         La stupenda poesia di Rilke descrive il miracolo della nascita di un nuovo soggetto d’ascolto, come un universo che si dispiega in forma radiante. Ma il nuovo soggetto dell’ascolto è tutt’uno con il nuovo soggetto narrante. Ed è un ascoltare che si fa percezione delle profonde trame dell’essere (“…un anfratto delle più scure brame ordito,…”) che,  mute, silenti e lontanissime dall’orecchio dell’Io, debordano in echi che scavalcano la barriera dei concetti-costrutti della mente, per vivificare (“…tu creasti per loro un tempio nell’udito.”) la sostanza essenziale dell’anima. Un ascolto quindi che dilata la dimensione percepita ed intuita dell’essere. Questo evento risveglia un particolare stato d’animo in cui si riflette una disposizione dell’anima, che generalmente rimane chiusa e soffocata  dal limite delle percezioni sensoriali. L’ascolto del mondo, in quel caso, è limitato agli eventi fisici colti sul piano della pura materia; ma, quando varchiamo l’asse della sensorialità e ci inoltriamo verso la dimensione dei significati, l’ascolto si fa più sottile, ma al tempo stesso, meno credibile perché preso dai dubbi circa il vero significato da attribuire all’evento. Nella poesia di Rilke è descritto l’ingresso improvviso della dimensione dello spirito nell’ascolto dell’essere, che, colto nella sua natura essenziale di puro spirito, restituisce la primaria esperienza della certezza.

         C’è quindi un silenzio dello spirito, quanto la fonte stessa dell’esistere declina verso  dimensioni che appaiono vuote, come il nulla. “Dio mio perché mi hai abbandonato?[3]”. E’ qui raffigurato l’assolutamente solo, l’assolutamente staccato dal flusso del senso. Gesù non muore in pace, non affronta la morte e il dolore che la precede, con serenità ma, se pur con forza, coraggio e accettazione, affronta l’evento con angoscia. Perché?  Proprio Gesù così ripieno di Spirito Santo, così vicino a Dio da essere a lui consustanziale, da esserne il figlio prediletto e la forza incarnata; Gesù che ha compiuto i miracoli, come può affrontare la morte e la sua sofferenza con angoscia? Dovrà vivere da uomo, e da uomo affrontare il grande tema dell’esistenza umana: il sentimento della  solitudine che è il retaggio della scissione tra l’uomo e Dio. Già nell’orto degli ulivi Gesù incomincia a rimuove da sé Dio. Già percorre il cammino verso la piena incarnazione per vivere da uomo, e affrontare il dolore da uomo, non da Dio. E’ la solitudine che marca il confine stabilito e tracciato tra l’umano e il divino. Ma è una solitudine apparente, percepito dal gioco errato della percezione e della logica del pensiero. Nell’atto “Nelle Tua braccia rimetto il mio spirito”, Gesù ritrova nell’intuizione  dell’amore da cui si sente avvolto, la Presenza di Dio Padre. Ecco che il silenzio dalla parole e dai concetti, fino a quel momento usati,  permette il riemergere della Presenza che si è tenuta lontana. Ed è nell’amore che il soggetto amante ritrova il senso della Presenza del Soggetto amato, in ciò si attua la comunione tra i due. “Nessuno ha mai visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi.”[4] L’amore convoca Dio, la Presenza del Senso riconduce all’unità primordiale superando così l’esperienza della scissione.  


[1] Giovanni 17,21

[2] L’uomo egocentrico, tipico della società individualistica contemporanea, perde la capacità di cogliere la trascendenza, di vedere cioè  ciò che lo unisce all’altra persona, Egli è dominato dal piacere e dalla visione dionisiaca attraverso la quale la  sessualità è  percepita come atto di dominio e uso dell’altro, non certo di comunione.

[3] Marco 15,34; Salmi 22 (21), 2

[4] Prima lettera di Giovanni 4,12

BY: Irene Barbruni

Ansia da prestazione
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In generale l’ansia è un’attivazione che comporta sia segnali emotivi che fisici rispetto ad uno stimolo esterno che richiede un certo impegno e concentrazione. Banalmente l’ansia che precede un esame spinge lo studente ad attivarsi per studiare e prepararsi al meglio. Quindi di per sé essa è fondamentale nella nostra vita. A volte però l’eccessiva attivazione comporta una problematicità e diventa un ostacolo per il soggetto. Uno di questi casi è l’ansia da prestazione, ossia quella preoccupazione eccessiva verso una situazione che si è in procinto di affrontare. Il soggetto vive un forte senso di inadeguatezza pensando a ciò che dovrà fare e, quasi sempre, tale atteggiamento lo porta verso un blocco e una valutazione negativa di sè stesso. L’ansia da prestazione è associata a varie manifestazioni somatiche, come palpitazioni e forte sudorazione, e spesso a vere e proprie problematiche come insonnia o problemi gastrointestinali.

Il soggetto vive una forte paura della valutazione negativa degli altri e un eccesso di auto-svalutazione. Essa può avere ripercussioni in differenti situazioni: lavorative e scolastiche oppure relazionali e sessuali.

L’individuo si sente incapace di affrontare le esperienze che lo attendono ed è quindi importante recuperare il senso della paura e del timore: il vero eroe non è colui che non prova paura, ma chi la affronta, che la sa gestire. Quindi la percezione di non sentirsi adeguati è comunque testimonianza di individui che sentono forte l’importanza di essere all’altezza della vita che ognuno è destinato a vivere. Una coscienza che permette di attribuire importanza a quella determinata situazione, quindi si configura come un elemento di maturità. Da qui il soggetto deve partire per riacquistare consapevolezza di sè stesso e della sua forza soggettiva.

Un altro elemento da tenere presente è il fatto che viviamo in una società che, attraverso gli spot pubblicitari e l’insieme dei messaggi che giungono anche da altre fonti, indicano e al fine impongono, un determinato tipo di personalità: deciso, impavido, che non ha incertezza e sopratutto che deve essere un vincente. Tutto questo aumenta la percezione del distacco, della lontananza dell’immagine soggettiva da quell’immagine imposta, che va a costituirsi proprio come un alter ego mai raggiungibile. Se riflettiamo per esempio sulla fruizione molto diffusa dei film pornografici, che impongono una sessualità e quindi una prestazione forte, ci si può spiegare del perché tanti giovani maschi cominciano a far uso del viagra, in quanto non si sentono all’altezza di ciò che la partner si aspetta da lui.

Chiaramente il modo e il luogo in cui si manifesta l’ansia da prestazione ci può raccontare meglio del significato particolare e personale che può avere. Comunque riflettere sul modello di riferimento attraverso cui emerge il senso di inadeguatezza può aiutare ad imparare a gestire l’ansia da prestazione.

BY: Irene Barbruni

L’autostima
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L’autostima è il valore o giudizio che un individuo attribuisce a sè stesso, quindi dipende dalla valutazione positiva che ognuno si può dare.

WiebkeBleidorn dell’Università della California ha realizzato la prima ricerca che studia l’influenza del genere e dell’età sull’autostima in differenti tipi di culture. Dai dati raccolti emerge che gli uomini tendono ad avere più autostima rispetto alle donne e, senza distinzione di sesso, aumenta con l’età.

Alcuni studi hanno messo in evidenza come nell’epoca contemporanea, soprattutto negli adolescenti, è molto presente la preoccupazione dell’apparire sui social media al meglio e molto spesso viene utilizzato il photoshop.  Vi sono statistiche che riguardano l’Italia che riportano di come nella maggior parte dei casi le donne italiane dichiarino di avere una media o bassa autostima, facendo posizionare l’Italia penultima nella classifica dei paesi coinvolti nella ricerca (ricerca “Beauty Confidence e Autostima” promossa da Dove e realizzata in collaborazione con Edelman Intelligence).

L’autostima è legata alla dignità soggettiva che un individuo ricava esclusivamente dal rapporto con sè stesso. Essa è un concetto ambiguo perché difficile da osservare, in quanto a volte può essere arduo capire se è veramente autostima o in realtà sia “eterostima”; ossia un valore ricavato dal consenso degli altri, quindi, ad un aderire al modello proposto dalla società a cui si appartiene.

L’autostima invece è legata esclusivamente all’esigenza di capire il valore personale. Nell’epoca contemporanea è data molta importanza al successo, ossia al consenso degli altri; ciò è reso ancora più amplificato dall’utilizzo di internet. Viviamo in un tipo di società che spinge alla ricerca dell’applauso e al sensazionalismo che quindi spinge, come abbiamo detto, l’individuo verso l’adesione al modello prevalente. Ogni individuo, però, possiede il suo valore proprio nell’ unicità che non può trovare espressione in un solo modello. Fondamentale è fin dall’infanzia rendere l’individuo meno dipendente dall’idea che il valore di sé si deve trarre dai “successi” che ci rendono protagonisti agli occhi degli altri. Coltivare la stima di sé alimentandola attraverso la cura dell’immagine che forniamo agli altri, non significa curare la propria autostima. A ciò spesso si aggiunge un ulteriore fatto che riguarda un’immagine finta legata ad un tipo di modello che limita l’individuo e nel quale non può alla lunga sentirsi rappresentato. Coltivando invece la vera autostima, in cui è il dialogo con il proprio sentire che deve essere affinato, si raggiunge un certo grado di serenità con se stessi. Una foto che ci ritrae in un momento gioioso o malinconico acquista significato quando la si riguarda associata ad una esperienza che abbiamo vissuto e non rimane vincolata alla sola immagine estetica. Un’immagine estetica che spesso è esclusivamente legata al modello, sia maschile che femminile, che la società propone e spesso, impone. Non a caso dalle ricerche statistiche si evidenzia che l’autostima cresce con l’età, ossia con la maturazione della personalità. Una maturazione che comporta la capacità di giudizio sempre meno vincolata dalle lusinghe sociali. Nel giudizio che la persona matura esprime di sé viene compreso non solo il suo aspetto e il suo immediato modo di comportarsi, ma anche la sua storia e le vicende che ha dovuto affrontare e superare. Da tutto ciò egli ricava la stima di sé, che non vuol dire “piena autostima”, ma stima relativa al possibile livello di realizzazione raggiunto.

Solo chi è in pace con sé stesso è in pace con il mondo, recita un antico proverbio.

BY: Irene Barbruni

Come affrontare il problema Covid-19 da punto di vista psicologico
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La situazione attuale di emergenza ci fa vivere uno stato emotivo caratterizzato da crescente paura. La paura, come tutte le emozioni primarie, ha una funzione fondamentale per l’essere umano in quanto ci pone nello stato d’animo di allerta, in cui viene acuita la capacità di prevenire i pericoli. Essa deve, comunque venir commisurata alla minaccia per svolgere adeguatamente la sua funzione. Oggi la percezione della pericolosità di una situazione è stimolata, alle volte guidata, dai messaggi che arrivano dai mass media e non è agevole per noi trovare la giusta misura per leggere la realtà che stiamo vivendo. Quindi è facile che ognuno di noi possa o sottovalutare il pericolo che corre o viverlo in modo eccessivamente ansioso. Per trovare il giusto equilibrio è bene evitare ricerche compulsive di informazione ma utilizzare esclusivamente fonti sicure; in questo caso: Ministero della Salute (http://www.salute.gov.it/nuovocoronavirus) e Istituto Superiore di Sanità (http://www.epicentro.iss.it/coronavirus ).  Con le giuste informazioni e la giusta modalità emotiva possiamo attivare anche i comportamenti corretti per affrontare la situazione.

Oggi ci viene chiesto di cambiare le abitudini per qualche tempo riportandoci all’interno delle nostre case. Una situazione che ci appare anche difficile per il fatto di essere abituati ad una notevole libertà di movimento. In più il senso dell’obbligo ci può far sentire come in gabbia; possiamo vivere una certa ansia claustrofobica. La riflessione sulla giusta ragione all’origine da tali sacrifici ci aiuta da un alto a sopportare il limite imposto, e dall’altro a prendere piena coscienza che il comportamento individuale ricade su tutti sia in positivo che in negtivo. Il confine del nostrospazio soggettivo è labile, e l’effetto delle nostre scelte agiscono sugli altri. Inoltre per spirito di emulazione ci sentimento meglio se quello che dobbimao fare lo fanno in molti. Quindi questa emergenza può essere ben vissuta come riflessione sul nostro modo di vivere, consapevole di far parte di una grande famiglia e che non esiste un bene solo personale, ma il vero bene è quello che tocca tutti. Sollevandoci su un piano etico affronteremo meglio e con più coraggio le situazioni difficili che abbiamo di fronte. Un tempo che per alcuni è anche accompagnato da preoccupazioni economiche, non dimentichiamolo: questa emergenza tocca significativamente la sfera economica, ma il tutto va valutato come un’emergenza temporanea.  

Diverso è senz’altro il vissuto degli operatori sanitari che si trovano a fronteggiare non solo l’ansia legata alla situazione, ma gli viene richiesto un impegno enorme per il bisogno di assistenza che cresce. Soprattutto in questi casi l’essere umano non può che trarre forza trovando un senso profondo di sé. Ed è questo senso profondo di sé che nutre la nostra azione, ma soprattutto, è da esse che possiamo trarre una conoscenza più umana di noi steassi: siamo gli uni legati agli altri.

BY: Irene Barbruni

Menopausa: i significati di una fase importante nella vita di una donna
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Il termine menopausa deriva dal greco ed è composto da mese e cessazione proprio perché corrisponde alla fine del periodo fertile nella vita di una donna. Non è una malattia, ma a volte questo cambiamento determina alcuni disturbi, poiché la scomparsa del ciclo porta anche alla mancanza di alcuni fattori protettivi. Ai cambiamenti ormonali e fisici si aggiungono gli elementi psicologici legati a questo periodo della vita. Nelle civiltà antiche la donna che entrava in menopausa acquisiva un potere particolare legato alla purezza ritrovata. La donna aveva, a quel punto della vita, portato a termine le fasi/trasformazioni legate al femminile (pubertà, adolescenza, maternità) e di conseguenza, la donna poteva accedere alle più alte cariche civili. Le donne diventavano una guida e avevano il ruolo di mantenere costante il legame tra comunità e mondo spirituale con vere e proprie funzioni sacerdotali. Ciò ritrova riscontro se si legge simbolicamente ciò che accade nel periodo della menopausa in cui l’energia si sposta dal basso all’alto e quindi alla coscienza; le vampate di calore ben testimoniano questo passaggio. Un momento certamente diverso ma di grande valore. Purtroppo oggi nella nostra cultura prevale spesso il timore e il vissuto di un evento negativo poiché legato all’invecchiamento. Oggi in cui viene esaltata la giovinezza e la buona salute, ma ancora più profondamente viene sposata una visione materialista a scapito di quella spiritualista.

Ogni donna dovrebbe cercare di scavalcare i vissuti negativi che derivano da una distorsione culturale, per dare il giusto posto e valore ad una fase della vita che non toglie ma aggiunge e completa la personalità. Infatti se il benessere, cioè il sentirsi bene, deriva prevalentemente dall’ immagine di sé offerta agli altri, una donna che si sente invecchiata, trae da ciò una diminuzione di valore soggettivo. Più siamo condizionati dalle icone della società consumistico/edonistica, più avvertiamo una sottovalutazione di noi stessi, quando vediamo i segni del tempo che passa. Mentre una donna che entra nella menopausa dovrebbe valutare la propria maturità raggiunta e quella ancora da raggiungere. Guardare al proprio processo spirituale più che all’aspetto immediatamente visibile. Nell’immaginario collettivo femminile la menopausa, intesa come fine della capacità riproduttiva, è vissuta come una limitazione del ruolo femminile. Anche se nella società contemporanea la donna non è più essenzialmente identificata con la capacità riproduttiva, è comunque identificata con la bellezza fisica così come si evidenzia nell’età giovanile. La fase della menopausa è quindi caricata di significati psicologici e legati all’identità tale da suscitare il senso di una mutazione che sancisce la fine di un’epoca: quella giovanile.  Il problema quindi va fatto rientrare proprio nell’identificare la gioventù come la vera età dell’oro. Il senso e la bellezza della propria vita non si esaurisce nella sola giovinezza, ma si prolunga nelle varie stagioni che la compongono. Perché è proprio l’accumulo di esperienze, prima vissute, poi delucidate e comprese nel loro significato, a costituire la vera effige di ogni essere umano. Non tanto quindi l’aspetto esteriore, ma la complessità della natura interiore dovrebbe essere posta al centro della nostra attenzione. Una capacità che ci porterà a migliorare il rapporto con noi stessi e con il nostro prossimo, garantendoci il vero benessere, in quanto capaci di stare bene con noi stessi. La menopausa quindi va affrontata con serenità, accettando il passaggio di stagione nella propria vita, ma confidando che in quella nuova stagione troveremo i frutti che ci servono per il nostro divenire.

Quindi oggi è importante che ogni donna riacquisti consapevolezza del proprio ruolo legato al mondo spirituale: ogni fase della vita deve essere vissuta tenendo conto del valore che apporta, poiché ogni stagione di quella vita ci conduce alla realizzazione  della pienezza della nostra Persona.

BY: Renato Barbruni

Il dolore quale interlocutore dell’anima
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    La colpa connessa con il male, sia come malattia che come sciagura, impone la sua presenza da tempo immemore. Nell’interpretazione buddista la sofferenza è figlia terribile del karma, della colpa individuale. Risolvendo la situazione karmica, che il soggetto vive e subisce, troverà la verità del proprio irrisolto, e in quell’istante  troverà la pace. Nel cristianesimo la sofferenza del singolo individuo può non essere legata ai propri errori, ma alle colpe dell’umanità. Nella leggenda del Grande inquisitore, nel romanzo di Dostoevskij, I fratelli Karamazov, è descritta la catastrofe esistenziale dell’ateismo tragico. E’ Ivan, uno dei fratelli Karamozof, a parlare:“ Non è che non accetti Dio, (…) la mia è una rivolta. (…) Immagina di essere tu a edificare il destino  degli umani con lo scopo di rendere felici gli uomini, di concedere loro, alla fine, pace e serenità, e che per farlo sia necessario e inevitabile fare soffrire anche una sola creatura, quella bambina, per esempio. (…) ebbene acconsentiresti ad essere l’artefice a queste condizioni?” “No, non acconsentirei” disse Alëŝa. 

      Ivan si ribella all’idea che la salvezza passi attraverso la sofferenza dell’innocente. La sofferenza sarebbe giustifica se colpisce il colpevole, ma come la si può accettare quando è patita dall’innocente? Ma proprio affidare all’innocente la salvezza dell’umanità è al centro della sensibilità cristiana. Perché se la si patisce, la sofferenza, è tanto più di valore quanto più chi la patisce è innocente. Quindi non è una pena, né un risarcimento, ma la partecipazione al male oscure di cui è impastata l’esistenza. Infatti il male crea un’onda che colpisce ovunque, ed è quel bambino che, sofferente, patisce/subisce le conseguenze del mio agire malefico. E ciò in quanto c’è una profonda ed inalienabile interazione tra gli essere umani. L’ateismo tragico trova il suo fondamento in una visione cosmogonica in cui il male è fatto espiare agli uomini, come punizione calato dall’alto.  Cosicché costituisce una terribile ingiustizia quando colpisce l’innocente. “Perché proprio mio figlio deve patire questa sofferenza, questa menomazione, così piccolo e così innocente?” si domanda angosciata e ferita al cuore la madre del bambino malato. Tanto più tremenda è la malattia tanto più appare ingiusta. Ma il problema non è la malattia come castigo o conseguenza di una vita sbagliata, il problema è la presenza del dolore e di ciò che ne vogliamo fare. Fuggirlo finché è possibile? Ma esso è così intimo alla vita che prima o poi ce lo troviamo dinanzi, spavaldo, potente,  deciso a non  venire a patti. La situazione terribile del dolore non è attenuata dall’idea che è un castigo degli dei. L’unica via è quella di considerare il dolore come parte integrante della vita, di considerarlo come l’interlocutore più acuto ed intelligente per la nostra anima. Il dolore Sà quali paure albergano dentro di me, il dolore Sà quali debolezze, quali miserie si muovono e tengono prigioniera la mia anima. Non è un’esperienza muta, ma un’esperienza che edifica, che trasforma. Questo processo potente di mutazione e di trasfigurazione non solo agisce su chi patisce direttamente il dolore, ma anche su coloro che  amano e quindi patiscono con colui che si trova nel dolore. Il tema pittorico denominato “il compianto sul Cristo morto”,  non mette in scena solo la sofferenza del cordoglio, ma una partecipazione intima scoperta attraverso  la potenza del dolore, ma mutata dalla potenza più profonda e trasmormativa dell’amore. Questa convergenza di uno sull’altro, è potente, tanto da ridurre al minimo le barriere delle monadi in cui ciascuno si è chiuso. Il dolore li convoca a prendersi cura l’uno dell’altro, a sviluppare quel linguaggio attraverso cui si esprime l’atto della comunione nella sofferenza, tale da creare tra i due, e con i due, una cosa sola.  “Come tu Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola.”[1]       Ed è qui che il dolore riceve la sua sconfitta: da agente distruttore che scinde la struttura dell’essere, a esperienza sintetica che la glorifica. Questa convergenza, allora,  racchiude in sé il movente e la gestualità della comunione d’amore, dell’azione che promuove la Sintesi dell’essere. Perché nell’ora della passione, il mondo converge su se stesso in un tale atto di raccoglimento da modificare la struttura intima della materia e liberarla dal male oscuro che la annichiliva.   


[1] Giovanni 17,21

BY: Irene Barbruni

Promuovere la maturazione della nostra personalità per trovare benessere interiore
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L’essere umano è molto complesso ed è difficile descriverlo esaustivamente. In psicologia le varie correnti di pensiero hanno tentato di definirlo attraverso il concetto di personalità. Possiamo distinguere tre grandi correnti di pensiero: il behaviorismo, la psicoanalisi e la psicologia umanistica. Proprio dai concetti presi da quest’ultima corrente prendo spunto per riflettere su come possiamo lavorare per promuovere al meglio le nostre possibilità di evoluzione. Quest’ultima corrente ci può aiutare in quanto sposa un approccio olistico dell’uomo e ha un carattere volutamente ecclettico che, a mio giudizio, può meglio cogliere la complessità dell’uomo.

Possiamo distinguere due punti importanti di osservazione di sé, che alla fin fine sono due facce della stessa medaglia: uno è il rapporto con sé stessi e l’altro è il rapporto con gli altri.

Cercare di scoprire il nostro modo di vivere i rapporti può essere un modo per capire a che punto siamo della nostra evoluzione. Possiamo distinguere due tipi di modi di relazionarsi: ciò che ci lega all’altro è il bisogno dell’altro oppure ciò che ci lega all’altro è scollegato da ciò che l’altro ci dà. Per esempio il bambino è preso inizialmente dai bisogni immediati, successivamente cambia il rapporto con gli altri che si basa, o dovrebbe basarsi, sempre meno sul bisogno dell’altro. Quindi, ciò a cui si deve tendere è un rapporto con l’altro non basato sulla soddisfazione delle nostre carenze, ma sulla innata vocazione ad incontrare su un piano più elevato l’altra persona.

Chiaramente se un individuo nel rapporto con se stesso promuove i suoi ideali e il senso di completezza di sé avrà una modalità di entrare in contatto con gli altri diversa da chi è maggiormente legato ai  piaceri immediati. Il modo di rapportarsi a se stessi diviene il modello del modo di rapportarsi all’altro. Se una persona priviligia gli aspetti emozionali che sorgono verso il piacere ed il godimento della vita, interpreterà il rapporto con gli altri nello stesso modo. Allora sarà un rapportarsi strumentale non certo un modo attraverso cui esprimere l’esigenza della propria evoluzione personale e relazione.

Tanti rapporti rimango immaturi in quanto rimangono immature le persone che li vivono. E questo immaturità permane in quanto non ci si adopera per sviluppare le parti più alte della personalità che riguardano la sfera etica. Un bambino evolve se riesce a contenere la sua esigenza del giocare quando la madre ha necessità di un suo contributo per una certa mansione. E qui si svolge la maturazione etica che poi è la maturazione verso la capacità relazionale e sociale. Alrimenti l’individuo rimane chiuso nella sua sfera di esigenze emotive e sviluppa una modalità che possimo ben chiamare autismo esistenziale; ossia chiusura alle esigenze dell’altro, incapacità di cogliere le esigenzenze dell’altro.

La persona matura, non percependo l’altro da un punto di vista interessato, assume più facilmente un atteggiamento di non-valutazione e di non giudizio o condanna dell’altro. Anche la relazione d’amore più matura si evidenzia nel momento in cui il rapporto con l’altro diventa un fine e non un mezzo.

BY: Renato Barbruni

L’ignavia e la mancanza di riflessione all’origine dell’assenso al male
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“La disperazione è un narcotico, culla l’anima nell’indifferenza.” Dal film Monsieur Verdoux di Charlie Chaplin.

Partiamo da questa riflessione per introdurre  i due personaggi protagonisti delle storie narrate in due film: L’enfant e Fronte del porto.

L’enfant, Belgio 2005, regia di Jean-Pierre e Luc Dardenne.

Bruno è un giovane che vive di espedienti ai margini di uno dei tanti agglomerati urbani di una città europea (del Belgio in questo caso). Appartiene a quella classe sociale che negli anni sessanta e settanta veniva definita dalla sociologia “sottoproletariato urbano”. Se i proletari, pur poveri e quindi limitati nelle loro risorse economiche godevano di un status sociale, lavoro  e famiglia  stabili, il sottoproletariato non aveva alcun elemento di stabilità: lavoro precario e famiglia disgregata  sono gli elementi sociali che disturbano ed impediscono il coagularsi di una identità sociale, che troverebbe comunque nella società conforto e valore di sé. Questo processo disgregativo, a cui è soggetto Bruno, il protagonista della storia narrata nel film, lo conduce a sentirsi perennemente in lotta contro la società e a sviluppare atteggiamenti antisociali. Mancando la coscienza sociale della propria condizione, la spinta di avversione sociale non si compone di elementi politici che si tradurebbero in azioni con intenti etici,  ma quella dinamica avversativa scivola inesorabilmento e irriflessivamente verso atti delinquenziali. Bruno, vive quindi di piccoli furti, in una apparente libertà di essere che invece, si vedrà, lo narcotizza fino a farlo divenire  totalmente inconscio di sé. Non sa neppure distinguere i suoi reali sentimenti. Ha imparato a rubare e a vendere ciò che ruba, immedesimandosi acriticamente  in una cultura dove tutto è merce e tutto si può vendere, comprare e rubare. Non c’è un’etica in tutto questo, non c’è una visione politica di tutto questo.  Come del resto non c’è etica nella società dei consumi: l’unica etica che permane è la ricerca del piacere che si trae dal possesso o dall’uso delle cose. Inoltre va sottolineato che non è tanto il possesso delle cose, quanto il loro uso a renderle ancora più alienabili, mutevoli, informali. Da ciò un ulteriore abbassamento dell’etica. Se la cosa posseduta veniva rispettata per il sacrificio che aveva  comportato raggiungerla, nell’uso non c’è neppure quel rispetto, così la cosa non ha più un valore in sé, ed è questo che la rende intercambiabile con altre. Ed è proprio questo a rendere possibile il loro continuo consumo ed uso: ciò rende più mobile l’economia. L’individuo è condannato a usare sempre cose nuove.  In accordo con il sistema economico, che si basa sul consumo e non sviluppa un’etica, se non quella del libero mercato, Bruno porta alla estrema conseguenza questo assunto. Come vende ciò che ruba per soldi, così venderà il proprio figlio per denaro. Sonia, la sua ragazza e madre del bambino, alla notizia della vendita del loro bambino, dapprima è sbigottita, poi sviene  cadendo tra le braccia del giovane. Bruno vede davanti a sé la drammacità della sua azione  e ciò provoca un primo risveglio della sua coscienza etica, anche se  ad un livello inconsapevole: egli sente il dolore, attraverso il peso del corpo di Sonia tra le sue braccia, ma  è un dolore di altri, non è ancora il suo dolore. Attraverso l’amore per la ragazza, un  sentimento fino a quel momento non sperimentato come tale, ma interpretato come piacere o piacevolezza della di lei presenza, Bruno sente la spinta a voler rimediare a ciò che ha fatto, anche se non ha ancora ben compreso la portata terribile della sua azione. Non è ancora consapevole del male del suo agire, un agire totalmente staccato da sé, come se egli fosse un automa, che si muove guidato dagli stimoli esterni. Ma vedendo il dolore di Sonia, e cercando di curarlo, si mette nell’agire  riparatorio. Lei avrà il coraggio di denunciarlo e lui il coraggio di pagare il danno che ha provocato. La forza della verità che è in Sonia si sposa con l’umiltà di accettare la condanna che  Bruno mostra.  In questo processo espiativo sta tutta la possibilità evolutiva del personaggio, che ritroverà se stesso nell’amore per Sonia. Un amore che ha saputo aver fede nella ricerca della verità e nella necessità di mutare se stessi. Non c’è amore senza trasformazione, come non c’è vera trasformazione se non per amore.

Fronte del porto, Usa 1954, regia Elia Kazan

Terry, in Fronte del porto, è un proletario che ha raggiunto una qualche identità sociale, ferita tuttavia dalla pseudo consapevolezza di aver tradito se stesso quando si fece  corrompere in un incontro di pugilato. Da quel momento “non sa perché non ha più fiducia in se stesso”, dirà in seguito. Questo colpo all’identità spirituale lo fa afflosciare nell’indifferenza, fino a renderlo complice, suo malgrado, di un omicidio. La vita gli sbatte in faccia il risultato della sua ignavia. La responsabilità verso il mondo, la responsabilità delle nostre azioni, quando è tradita, si presenta come il muro che spesso incontriamo nel nostro percorso, quando ancora cerchiamo di demandare ad altri il motivo delle nostre incongruenze. Nel corso della sua vicenda Terry incontra Edie Doyle, sorella dell’uomo che fu ucciso con il contributo della sua ignara complicità. L’amore verso la  giovane donna provocherà in lui un desiderio di giustizia che lo porterà al pieno risveglio della coscienza civica addormentata in lui. Da qui una nuova forza prende vigore, una forza che lo spinge alla ricerca dell’identità perduta.

       Sono due storia dove la bella addormentata non è una giovane principessa, ma l’anima dei personaggi. D’altra parte proprio la favola de La bella addormentata,  narra la rinascita dell’anima del giovane principe il quale  va alla  ricerca della principessa addormentata cioè della propria anima, la coscienza profonda di se stesso. Ma il giovane deve saper sconfiggere il drago, la presenza del male in lui, quel male che tiene prigioniera l’anima. Sconfiggere il drago non è un atto di forza muscolare, ma un agire su noi stessi, per affinare la nostra sensibilità e renderci gentili e forti spiritualmente.

      Bruno e Terry sono due giovani che si trovano imbrigliati nella ragnatela del male senza quasi rendersi conto della gravità del loro agire, mossi da una deriva passiva a cui danno assenso acriticamente. Rinunciano alla loro possibilità di critica, di scelta e quindi di essere. Ed è questa la situazione esistenziale e spirituale della disperazione per amputazione della possibilità di essere, che deriva dalla impossibilità di riconoscerne la necessità. Non posso essere se prima non ne riconosco la necessità.  Fa dire Chaplinal suo personaggio nel film  Monsieur Verdoux:“La disperazione è un narcotico, culla l’anima nell’indifferenza.” E l’indifferenza è proprio il sentimento che polverizza la necessità di essere come necessità. L’essere non è più evocato, e quindi l’agire rimane preda della legge della causa e dell’effetto, privo di intenzioni spirituali. Privo della progettualità propria dello spirito, la progettualità del divenire se stessi. In questo stato,  dell’annullamento della progettualità dello spirito,  il soggetto è vulnerabile rispetto alla legge dell’esterno da sé, preda quindi del dominio delle cause esterne. Il soggetto non è più soggetto, agente di se stesso, ma è mosso dalle lusinghe e dalle pretese della legge esterna, della cultura dominante e della sua finalità.

Le parole illuminanti di Charlie Chaplin, circa la psicodinamica del male, le ritroviamo espresse filosoficamente daHanna Arendt nel libro La banalità del male. Essa così, in sintesi, spiega il dilagare del male nella Germania nazista, là dove, l’autrice riflette, persone del tutto comuni si trovarono a dare assenso, in modo acritico, a politiche e strategie sociali aberranti, come la persecuzione e poi lo steminio degli ebrei. Per la Arendt la rinuncia al dialogo interiore  è alla radice dell’atto di assenso passivo al male. Nelle pagine del suo lavoro non sono tanto analizzati il peso e l’origine del male come categorie antropologiche e metafisiche, ma il male che viene trasmesso quale modalità d’azione e quale modo di pensare che contagia in profondità chi non esercita un minimo di riflessione con se stesso.  In questo senso, essa ribadisce, il male può non essere radicato, ed è proprio l’assenza di radici nell’individuo, o meglio la dimenticanza delle proprie radici, della propria cultura di riferimento, che consente al male di mettere nuove radici. La mancanza dell’attitudine alla riflessione, la mancanza dell’esercizio della riflessione sulle proprie autentiche radici culturali, provocano lo smarrimento della coscienza storica di se stessi.  La  memoria storica è uno dei cardini decisivi per elaborare gli accadimenti e riconoscerli nella giusta luce, ma la rinuncia all’esercizio riflessivo sulla memoria, al ritornare con i propri pensieri a ciò che si è vissuto e a ciò che si è fatto, che condurrebbe allo svelamento del significato storico delle nostre azioni, riduce gli accadimenti ad atti vuoti, proprio perché non collegati al significato che la storia  ha loro attribuito. Non esercitare quindi un  dialogo con se stessi, non permette di svuiluppare il Logos interiore,  che garantirebbe una visione più sapiente dei fatti accaduti e di quelli che stanno accadendo. Questa mancanza di attitudine a pensare, a far proprio l’accadere delle cose, per vagliarle sotto la lente della propria personale riflessione, determina le condizioni per quell’assenso passivo e acritico che perpetua l’azione maligna. Quasta ignavia, questa pigrizia spirituale ha fatto sì, dice la Arendt, che persone spesso normali, si siano trasformate in agenti del male. Il male divenuto  consuetudine, come è accaduto nella  Germania nazista, condusse un popolo acquiescente e complice a commettere i più terribile delitti  contro l’umanità. Allo stesso modo Bruno e Terry, e tanti altri che rinunciano all’introspezione, cadono nell’inferno della malvagità. Ecco che proprio l’attitudine alla riflessione, la quale dovrebbe essere il primo scopo del sistema educativo,  trova purtroppo oggi molti ostacoli: basti pensare all’uso massiccio dei video giochi che  non insegnano a riflettere e quindi a pensare, ma richiedono la risposta immediata  e soprattutto irriflessiva. Ed è questo uno dei temi cruciali della civiltà contemporanea, dove sono messe a dura prova le libertà individuali, proprio per il dilagare di comportamenti collettivi accettati passivamente per mancanza di capacità riflessive.

Per far comprendere la portata della situazione culturale odierna riferisco ciò che disse a suo tempo un grande psicologo amaricano, E.G. Boring, uno dei fautori del metodo introspettivo: “La psicologia ha perso prima l’anima, poi la mente e poi la coscienza, ma ha ancora il comportamento”. La psicologia cognitivo-comportamentale è proprio frutto di una cultura che ha svuotato di interiorità l’essere umano. Da qui la mancanza di introspezione dei modelli pedagogici diffusi ad ogni livello. Tutto è rimandato al comportamento come risposta allo stimolo esterno. L’apparato cognitivo viene visto come frutto di questa dinamica, proprio perché non è riconosciuta nell’uomo una natura interiore, una progettualità interiore; non è ammesa la presenza dell’anima.   

BY: Renato Barbruni

La crisi esistenziale
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Crisi esistenziale, Crisi di identità.

Sono due termini che si possono sovrapporre in quanto la crisi esistenziale interviene di solito proprio durante una profonda crisi di identità della Persona. La nostra vita infatti si esprime attraverso varie identità. Tra le quali cito le identità affettive: siamo figli, padri, madri, fratelli, amici; le identità sociali ovvero i vari ruoli che interpretiamo nella società: il medico, l’idraulico, il falegname, l’impiegato postale, ecc. Ad ogni ruolo corrisponde una microidentità. L’insieme delle micro identità compone la Persona in cui riponiamo la nostra identità esistenziale. La crisi in una di queste identità, se grave, se colpisce il senso profondo del nostro essere Persona, provoca la crisi esistenziale. In questo caso viene ad incrinarsi il senso stesso della nostra presenza nel mondo.

L’analisi esistenziale o Daseinsanalyse,

raffigura un percorso di conoscenza di se stessi alla ricerca delle micro lesioni nelle varie forme dell’esistere di una Persona (le strutture trascendentali dell’esistenza). Spesso sintomi come stata d’ansia, attacco di panico, disturbi fobici o atteggiamenti compulsivi nascondono o derivano da queste microlesioni durante una fase di mutazione della struttura della Persona. La crisi, ad esempio in un rapporto affettivo può portare ad una crisi esistenziale in quanto quella crisi mette in discussione il modo di essere che il soggetto ricavava dall’esperienza di quel rapporto. Altresì può accadere che una crisi esistenziale possa mettere in discussione il rapporto affettivo.

L’identità e gli archetipi.

La psiche dice Jung è formata da archetipi, cioè da strutture ancestrali che ci portiamo dentro fin dalla nascita. Gli archetipi sono come degli stampini entra i quali si organizza l’energia psichica. Questa unità informatica a sua volta organizza i nostri vissuti, i nostri pensieri e infine i nostri comportamenti. Quando siamo identificati in una forma archetipica tendiamo a pensare e sentire il mondo attraverso di essa. Vi sono varie forma archetipiche che la mitologia e le religioni hanno messo in evidenza. Per esempio l’archetipo del Padre, o della madre, l’archetipo del Salvatore, del monarca; o ancora l’archetipo del viandante, del guerriero. Nel corso della nostra vita possiamo viaggiare attraverso varie forme archetipiche: questo spiega perché in certi tratti della nostra vita siamo attratti e tendiamo a comportarci in certi modo che poi, ad un certo punto abbandoniamo. Pensiamo ad esempio all’anelito al viaggio che può derivare dalla seduzione esercitata in noi dall’archetipo del viandante o dell’esploratore. Pensiamo ancora a forte senso di responsabilità di certe persone: esse non possono fare a meno di occuparsi di qualcuno. In questo caso la Persona potrebbe essere identificata con l’archetipo del Salvatore, o del monarca, o del Padre. Tutti questi archetipi hanno le caratteristiche psicologiche appena menzionate.

Il dolore

Una riflessione sulla natura del dramma di Amleto

Il dolore è molte cose nella vita delle persone. Spesso è la porta che ci apre nuove esperienze di noi stessi. Il dolore come fiamma che scoglie e rifonda l’identità spirituale. Però è anche altro, è come una malattia che ci entra dentro, come un tumore che ci può devastare dall’interno. Il dolore produce anche questo: lacerazione, distruzione e morte. Sofferenze inimmaginabili possono distruggere una persona colpendo a morte la sua identità sociale e perfino, e più tragicamente, la sua identità spirituale.
Partiamo dal fatto che il dolore può procurare quella malattia mortale che è la perdita dell’innocenza. Cioè la perdita del senso di fede nell’esistenza.
Per tale riflessione prendo le spunto da un brano del monologo di Amleto dal film Hamlet di K. Branagh.
Perché Amleto? Come già in Giulietta e Romeo quello che il protagonista perde è il senso di innocenza della realtà. Egli è un giovane e come tutti i giovani credono nella vita, portano intatto dentro di loro un senso di purezza. Ma quando arriva la tragedia nella vita e giunge il dolore seguito dalla sofferenza, la purezza viene macchiata: insorge una ferita che può andar via o può invece permanere. Nel Principe Amleto la macchia rimane e spinge verso la vendetta. Amleto si sente colpito propria là in fondo dove hanno origine tutti i suoi pensieri e i suoi sogni. E sente che i suoi sogni sono irrimediabilmente distorti da quel dolore che avverte come ingiustizia, ecco: quando il dolore è percepito come ingiustizia ha inizio il dramma dei drammi. Il compito arduo di ogni anima colpita dalla sofferenza è proprio questo: dare una giustificazione al dolore, che significa poi dare un senso al dolore. Amleto non ci riesce. In questo brano del film lo cogliamo nel monologo “Essere o non essere”. Perché proprio il senso della perdita della propria innocenza e della innocenza del mondo porta il personaggio a domandarsi se sia così necessario il continuare a vivere: Essere o non essere. Nella rappresentazione cinematografica del monologo il regista ha aggiunto qualcosa, una sua invenzione che a mio modo di vedere esprime meglio il colore emotivo del personaggio. Se in altri allestimenti Amleto recita il monologo di fronte alla morte: in una tomba per esempio, qui il regista pone il giovane principe in una grande sala degli specchi, e gli fa recitare il monologo davanti ad uno specchio, cioè davanti a se stesso. C’è un altro aspetto scenico importante. Quando Amleto si finge pazzo, lo zio, per capirne le vere intenzione, lo fa spiare anche dalla sua amata Ofelia. Qui lo zio lo spia mentre lui sta facendo la sua riflessione sul senso della vita. Lo zio viene posto dietro un vetro da cui vede senza essere visto. Ma Amleto sa che dietro a quello specchio in cui si riflette c’è lo zio traditore e assassino del padre. E quindi quel “Essere e non essere” è detto al cospetto di se stesso e al cospetto dello zio: poi vedremo il valore simbolico di questi frammenti di sceneggiatura.

Alcune riflessioni sul simbolismo di queste immagini.

Amleto è posto di fronte allo specchio, vale a dire che è posto di fronte a se stesso nel chiedersi il senso della sua vita, spinto proprio da quel senso di corruzione da cui si sente pervadere; ma dietro a quello specchio c’è l’altro, quello zio che ne ha ucciso il padre e che rappresenta l’origine di ogni suo senso di corruzione. Dietro allo specchio, nell’inconscio, ci sono le immagini di quel altro rispetto all’Io di cui l’Io non sa, cioè la sua ombra. Qui lo specchio sta a rappresentare la membrana che divede ciò che c’è nella coscienza e ciò che è invece nell’inconscio. E come in Alice nel paese della meraviglie o Alice dietro lo specchio, le cosa, in quell’altra parte, sono diverse, trasformate, opposte a quelle che riconosciamo nella coscienza. E’ con quel opposto che Amleto deva fare i conti, smascherare il senso dell’arcano fatto di passione, amore, vendetta, giustizia, delusione, senso di corruzione, perdita dell’innocenza. Ma egli non riesce ad uscire dal labirinto composto di sentimenti contrapposti e variegati. Ad un certo punto nella scena vediamo espresso sinteticamente la natura del paradosso in cui si trova immerso Amleto, da una parte dice ad Ofelia: “…ti ho amata…” o poi dice “…non ti ho mai amata…” Il giovane Principe sente dentro di sé che non riesce ad affrancarsi da quel senso di corruzione che lo pervade e sta dilagando dentro la sua anima. Questo è il dramma di Amleto: la perdita dell’innocenza sotto la spinta forte e terribile del dolore, quando il dolore è vissuto come qualcosa di ingiusto. Infatti il dramma inizia con questo senso di profonda ingiustizia.

Effetti del sentimento della colpa.

Lo schema sopra riportato vuole rappresentare intuitivamente una certa dinamica di trasformazione a cui è soggetto l’Amore in conseguenza della pressione del Sentimento della colpa.

Da una parte il Sentimento della Colpa agisce come elemento di scissione tra la vita, o prassi della vita, e il Senso della vita. Dato che l’Amore può essere vissuto nella sua pienezza solo all’interno del vissuto del Senso (prassi di vita e Senso della vita o sono sintetiche) la scissione separa la prassi della vita dal suo senso, cioè dal suo valore spirituale. Quindi un primo effetto della presenza del sentimento della colpa nell’amore, fa sì che l’amore venga inibito. Il soggetto può quindi vivere o un senso di appiattimento dell’amore cioè sente il suo sentimento d’amore abbassarsi: l’amore è gettato tra le cose vacue o non importanti per l’esistenza. Dall’altra parte il soggetto vivrà un sentimento di estraniazione da se stesso e della realtà che lo circonda.
L’appiattirsi dell’amore come conseguenza della scissione tra prassi esistenziale e senso dell’esistere, spinge verso forme d’amore che pur mantenendo in sé la presenza dell’amore lo collocano in un senso che è al di fuori dell’amore stesso. Il senso è una legge, un dovere che si impone al soggetto. In altre parole il soggetto tenta di trovare quel senso che ha visto sfuggirgli dalla prassi esistenziale che sentiva fluire spontaneamente da sé. E il senso lo trova nel dovere o nella pietà verso il prossimo. Adempiendo al dovere di amare pietisticamente, lenisce quel senso della colpa che lo spacca in due.

Una seconda strada vede conseguire alla scissione (prassi della vita – senso della vita) la deformazione dell’amore. L’amore subisce una sorta di deformazione genetica. Da quella forma di spinta verso la verità dell’essere, l’amore viene trasformato in una esperienza del godimento di sé, o per dominio sull’altro o per ricerca di piacere effimero. Da ciò abbiamo due forme: da un lato l’aridità dei sentimenti, dall’altro l’edonismo.

L’ecologia del dolore.

tratto dal libro “Logos e Pathos” di Renato Barbruni, Ed. Nuovi Autori

La sofferenza imprime in ciascuna persona la sua impronta in modo oggettivo e assoluto, mentre, d’altra parte, è suscettibile di un suo adattamento alla particolarità del soggetto che la patisce. Il ché vuol dire che la sofferenza, accanto ad una dimensione oggettiva, racchiude una particolare dimensione che entra in relazione con il soggetto. Lo psicologo lo sa fin troppo bene che il suo lavoro verte prevalentemente su questo secondo aspetto, poiché il fatto che la sofferenza abbia una dimensione percepita soggettivamente, deriva dalla particolarità della personalità che la patisce, e dalla situazione esistenziale e storica in atto. La struttura della personalità, con la sua organizzazione di idee, ricordi, sentimenti e stati d’animo, può possedere caratteristiche tali da permettere alla persona di sopportare gradi di sofferenza molto alti, e altrimenti, smagliature tali da non permettere al soggetto la tolleranza anche di livelli minimi di sofferenza. Questo fatto è sotto gli occhi di tutti, e tutti i giorni. Dall’atleta che non si arrende facilmente rispetto al suo concorrente che non regge lo sforzo della fatica più a lungo e che, proprio a causa di ciò, subisce la sconfitta; quel bambino che non sopporto la frustrazione e la delusione di non aver ricevuto quel regalo, e con toni drammatici mette in scena un tale pianto da far disperare i genitori, a tal punto che corrono a comprarglielo per farlo tacere. Ancora una esempio lo troviamo nello studente che non sa sostenere la fatica dello studio, tanto più quando, guardando davanti a sé, vede un orizzonte incerto per il suo futuro. Lo scenario lo spaventa e lo deprime fino alla rinuncia allo studio, o semplicemente, fino a renderlo apatico e refrattario alla vita universitaria. Quello che riscontriamo, come demotivazione allo studio, altro non è che l’incapacità di reggere l’incertezza sul futuro e la fatica di apprendere. In tanti momenti della vita, la capacità di tenere, di saper sopportare la sofferenza, ha deciso le sorti di una persona, addirittura della sua vita e della sua morte.

Questa dimensione soggettiva, entro cui il dolore è percepito, è costituita dallo sviluppo e dalla dinamica della personalità, e da fattori culturali e ideali. Il lavoro psicologico tocca proprio questo aspetto: analizzare i fattori personali e culturali che non permettono al soggetto di vivere quel dolore autenticamente per quello che è. Se a quel certo episodio riusciamo a togliere gli elementi di deficienza personale e di deformazione culturale, che costituiscono gli aculei che amplificano la percezione del dolore, il soggetto potrà entrare in un rapporto dialettico con la propria sofferenza e scorgere gli elementi euristici necessari alla propria evoluzione sul piano spirituale.

La sopportazione della sofferenza non è oggi una caratteristica considerata nobile. Nella nostra cultura il dolore e la sofferenza sono ospiti scomodi e vanno subito eliminati dallo scenario dell’esistenza. Quindi non si tratta mai di sopportare il dolore ma di eliminarlo subito, presto, senza nessun momento riflessivo sul perché il dolore sia penetrato nel flusso dell’esistenza. Nel suo toccante libro, Uno psicologo nei lager, Victor Krankl, narra la sua personale esperienza in quella orribile situazione. E proprio la sua osservazione di ciò che ha vissuto lui stesso, e gli altri internati, lo hanno convinto della decisiva qualità, tipicamente umano, di saper sopportare il dolore. Soltanto da quella sopportazione emerge il senso di quella sofferenza.

Antologia

Frammento da: Beati i poveri di spirito, breve riflessione sull’esperienza di una crisi esistenziale

“Beati i poveri di spirito”

Il nobile temendo e tremando
mette ordine nella sua vita ed esplora se stesso.
Esagramma 51: l’eccitante – I Ching

L’ESPERIENZA ESTREMA

Nel corso della propria vita ciascuno di noi, prima o poi, vive delle esperienza estreme. Vive situazioni che sono poste alla limite ultimo di un certo percorso. E’ come se giungessimo al punto più lontano che quella strada permette.
Il cammino si è fatto più arduo, e più faticoso è il procedere; ed a quel punto sembra che tutto ciò che abbiamo, tutto ciò che ci è servito fino ad allora non serve più; anzi, è divenuto inadeguato e inutile. Alle volte ci sembra proprio di imbarazzo, quasi di ostacolo, di impedimento. Ma tutto questo noi lo avvertiamo come una nostra inadeguatezza, ed un senso di estrema impotenza ci pervade. Nulla di quel che sappiamo e che costituisce il nostro bagaglio conoscitivo sembra essere all’altezza della situazione. La realtà incombe su di noi immensa e potente come mai ci è apparsa, rivelandosi inaccessibile a qualunque interpretazione e riflessione; refrattaria ad ogni tentativo di ordinarla dentro una qualche forma di pensiero. Ci sfugge via tra le dita della mano come l’acqua che sgorga da una fonte improvvisamente impetuosa: tanto più l’acqua scende, tanto meno ne rimane nella mano protesa.
Se mai abbiamo avuto bisogno di un punto fermo, di un sostegno, della capacità di riflettere obbiettivamente, in tali circostanze ne avvertiamo maggiormente l’esigenza estrema e vitale.
La nostra stessa identità sembra vacillare, e poi crollare sotto i colpi duri e implacabili di una realtà che si è fatta impietosamente avversa e contraria. E’ come se ci trovassimo improvvisamente di fronte ad un muro che ostacola ed impedisce il cammino senza però renderci conto che quel muro costituisce la fine di quel commino. Anzi quel muro lo percepiamo come nostra incapacità a procedere. Ecco che inizia perverso il dubitare di noi stessi. Il dubbio è così radicale che coinvolge la nostra identità nelle sue radici più profonde; tutto ciò in cui crediamo e in cui ci identifichiamo frana, si disintegra miseramente lasciandoci sospesi in un vuoto disperatamente assoluto.
“Io penso, quindi sono” dice Cartesio, ma il problema dell’uomo non è tanto legato al dubbio se egli ci sia o non ci sia, ma al fatto se egli costituisca o meno un valore. Il problema squisitamente e peculiarmente umano non è ontologico, ma etico. Non sull’essere si sviluppa tutta la tematica e la drammaticità dell’esperienza umana, ma sul valore. E ciò che viene colpito in una situazione estrema dell’esistenza è proprio il valore soggettivo.
“Ma chi sono io per te Signore, che mi hai cercato in ogni luogo?” (Sant’Agostino).
Chi sono ?”, in questo caso equivale a: “che cosa valgo per te, quale valore attribuisci, Signore, alla mia vita, a me come soggetto singolo?”
Senza la tematica del valore non ci sarebbe neppure una storia umana.
La crisi esistenziale è una crisi d’identità ma soprattutto è una crisi di valore. Il valore di se stessi viene meno e il soggetto si sente squalificato, sente l’annichilirsi del valore soggettivo fino a quel punto riflesso in una determinata identità. Già, poiché l’errore è proprio quello di legare il valore soggettivo all’identità soggettiva. Nel corso della vita ciò che può mutare è l’identità soggettiva ma è bene che non muti il valore soggettivo. Ma affinché ciò avvenga è necessario che il valore sia radicato in qualcosa di più stabile dell’identità soggettiva. Le identità sono gli abiti che noi indossiamo di volta in volta nel corso della vita. Sono le pietra sulle quali saltiamo per attraversare un torrente, non sono quindi il luogo dove dobbiamo sostare. Altro deve essere il punto d’appoggio della nostra esistenza. Ecco che nei momenti estremi cerchiamo una radice più fondamentale, più essenziale.

L’ANIMA MASCHILE

C’è un nucleo impenetrabile nell’anima maschile. Un nucleo inaccessibile che agisce come esperienza di distacco. L’uomo, più della donna, mostra difficoltà nel percepire la comunione. Per l’uomo la comunione è colta sul piano del pensiero, è “vista” dopo l’elaborazione cosciente, non è quasi mai un’esperienza vissuta. Per questo l’uomo vive i rapporti nella discontinuità; il tessuto connettivo della “sua relazionalità” è frammentato poiché nel suo intimo non giunge mai ad aprire il “nocciolo duro” della sua anima individuale: egli è sempre altro dalla relazione che vive. Questo aspetto della psicologia maschile non è stato abbastanza osservato e studiato. Credo che il primo ad averne fatto menzione sia stato Kierkegaard. Probabilmente era proprio a questo aspetto della natura maschile che si riferiva quando accennava “ad una sorta di maledizione che aveva a che fare con il padre”. Per questo motivo, dopo una tormentata decisione, il giovane Soren lascia la fidanzata Regina Olsen per percorrere la via della conoscenza in solitudine. E’ questo che porta l’uomo a vivere da solo. Egli fa sempre esperienza del mondo da solo in se stesso, non è capace di esperire all’interno della relazione, poiché egli non è capace di aprirsi all’incontro con l’altro. Per questo motivo per l’uomo l’amore non è così importante e decisivo quanto lo è invece per la donna. Quando l’uomo piange per aver perso la donna amata, soffre perché con essa ha perso il calore dell’affetto, l’esperienza della dolcezza e l’abitudine di una presenza; per la donna, con l’uomo che ama, se ne va il senso stesso della sua vita proprio perché nella relazione essa vede – non sempre consapevolmente – il senso stesso dell’esistere. Non già e soltanto della propria vita, ma della vita in se stessa: è la vita che piange nel vissuto della donna dolente. Giacché le separazioni sono vissute più drammaticamente e ostinatamente dalle donne, nel senso che la consolazione con un nuovo compagno è più difficile. La donna è sempre alla ricerca della relazione che qualifichi la sua vita. Questo aspetto è stato erroneamente letto su un solo piano: quello sociale e storico dicendo che la donna si affranca sposando l’uomo. Si pensa, in tale contesto interpretativo, che alla donna interessa, nella relazione, veder riconosciuto il suo ruolo sociale. Ma questa interpretazione è chiaramente una proiezione maschile, il quale non ha mai capito il senso e il mistero dell’amore. La donna invece si fa sposa per cercare nel rapporto il senso della vita. La donna ha rinunciato da millenni a cercare un senso della vita da sola, per affidarsi totalmente al rapporto. Tutto questo però la donna non riusciva a vederlo schiacciata come era dalla coscienza maschile del mondo che in essa, nella donna, vedeva una rinuncia alla ricerca autonoma del senso. E l’uomo non riusciva a vedere che quella rinuncia alla ricerca individuale – da parte della donna -, quale offerta di sé per affidarsi alla ricerca insieme al suo amore, non era l’incapacità, da parte della donna, di addivenire al senso in modo autonomo.

ELEMENTI DI CRISI NELLA REALTÀ SOGGETTIVA

Esiste uno stretto legame tra la sofferenza esistenziale e i mutamenti della struttura storico-sociale. Il mutamento della struttura storico-sociale si manifesta più palesemente nella trasformazione costante dei ruoli sociali, nei rapporti tra gli individui e negli aggregati sociali.
Il mutarsi dei ruoli influisce sul mutarsi dei rapporti e viceversa. Nel senso che il tipo di rapporto che si instaura tra due persone definisce anche il ruolo che esse assumono tra di loro e nel gruppo di appartenenza. Il ruolo è la dimensione socioculturale di un rapporto che ne costituisce invece la dimensione personale.
Nel manifestarsi concreto del rapporto e del ruolo assistiamo, nel corso della storia delle società, all’accentuarsi del primo sul secondo.
Se nel processo di trasformazione il ruolo e il rapporto sono sincronici, nel suo manifestarsi il ruolo tende a determinare il rapporto.
Il rapporto tra un padre e un figlio spesso è determinato dal ruolo di padre e dal ruolo di figlio attribuito loro dalla cultura di appartenenza. Ed il ruolo obbedisce ad esigenza simboliche. Il simbolismo per esempio della figura maschile porta con sé elementi di dominio e di governo cosicché nel manifestarsi del ruolo di padre questi tenderà a interpretare il suo ruolo inserendo nel rapporto tali elementi. Così il padre non potrà essere troppo affettuoso con il figlio poiché deve governare e dominare, solo così egli si sente un buon padre. Il valore di essere padre in una data società si definisce attraverso determinate coordinate; l’uscita da queste coordinate porterebbe il soggetto a sperimentare un sentimento di tradimento del proprio ruolo o compito a lui assegnato. Ecco che egli deve modulare i suoi autentici modi di vivere il rapporto.
Nelle società moderne assistiamo a qualcosa di storicamente innovativo: il ruolo storico-sociale sembra avere una struttura meno forte, si mostra più flessibile lasciando spazio alla soggettività che può quindi manifestarsi con più facilità.
Spesso le sofferenze esistenziali nascono proprio dal venir meno di un determinato ruolo sotto la spinta di esigenze soggettive che non possono più essere taciute. Questa spinta soggettiva modifica i rapporti e quindi il ruolo; ed il modificarsi del ruolo altera la struttura sociale.
Si può ben dire che stiamo assistendo ad una rivoluzione silenziosa operata dalla soggettività.
Non sono tanto le esigenze collettive alla base del modificarsi della società (come nella rivoluzione francese per esempio), ma l’esigenza della singolarità del soggetto: dall’anelito dell’individuo a divenire soggetto.

La spinta ad esser se stessi è il vero motore di questo processo rivoluzionario.

Ma la spinta ad esser se stessi cozza contro la determinazione dei ruoli sociali, e poiché questi sono rafforzati dalla struttura socioculturale, assistiamo ad un fenomeno che possiamo chiamare di svuotamento del valore della società.

I soggetti vivono esigenze che la società non è in grado di soddisfare dato che è ancora strutturata per altre e superate esigenze.

Il senso di estraniazione dell’uomo d’oggi deriva dallo scollamento ormai cronico tra le esigenze della propria singolarità e le richieste dalla società.

CARAVAGGIO E RUBENS: DUE MODI DI RAPPRESENTARE IL DOLORE
Tratto da “Logos e pathos” di Renato Barbruni pag. 44-45 Ed. Nuovi Autori

Il quadro si presenta cupo. L’occhio cade sulla figura del Cristo morto. Il corpo è il soggetto del quadro, un corpo pesante: Zaccaria ricurvo, piegato, che ci guarda con espressione indefinita, è sotto lo sforzo del peso del corpo morto, quasi come se portasse “una cosa”, non una persona morta. Giovanni è nell’oscurità, mentre, delle tre figure femminili, nessuna ha un contatto fisico con quel corpo, quasi abbandonato. Il tutto è sostenuto da una lastra di pietra grossa e pesante. La pesantezza dell’esistenza, la sua oscurità muta introduce al tema nichilista del nulla, del non senso. E’ un quadro iconoclasta che sul tema sacro della morte del figlio di Dio, ferma il pensiero, lo cattura nella irreparabilità della morte senza speranza e senza scopo, senza resurrezione. E in questa rappresentazione tragica troviamo i segni del modo di affrontare la sofferenza e l’avversità, della coscienza materialista e scientista. Quadro privo di afflato mistico e totalmente verista in sento materico. Il corpo del Cristo è un corpo morto, non ha più nulla di divino, nulla che richiami ad un trascendente. Si può dire che da Caravaggio inizia, in modo più esplicito, l’atteggiamento iconoclasta che si diffonderà prepotentemente nell’arte novecentesca, la quale diverrà esclusivamente atto provocatorio . Finirà per abbracciare un’unica provocazione: Dio non c’è, il che equivale a dire che non vi è Senso. Il vero manifesto dell’arte novecentesca è che la vita non ha un senso, o meglio, la vita non ha un fine. Essa ha un principio, ma non un fine. Ciò condanna la vita e il cosmo in un limbo in cui tutto è lì in un perenne stato senza mutamenti. E’ strana la cosa, in quanto proprio sull’idea di evoluzionismo si è giocata la partita tra chi vede un senso nel creato, e chi non ne vede alcuno. L’arte novecentesca, nel suo manierismo iconoclasta, produce un aumento di entropia, non essendo mai sintetica poiché aborre qualunque forma di trascendentalismo. Fino a sfociare in quel nichilismo diffuso che alimenta la disperazione della coscienza contemporanea. Per tale manierismo la provocazione, invece della morte di Dio, dovrebbe consistere nella sua verità e inevitabilità per la nostra vita.

L’immagine qui è tutta diversa. Il corpo è luminoso, glorioso. Il capo, abbandonato morbidamente all’indietro, pone al nostro sguardo la speranza che trapela da quel viso pieno di espressione e dolore. E’ un dolore che continua nella morte, che travalica la morte e pertanto la supera, la cancella. Al centro di questo quadro vi è il dolore che nasce dall’amore che vediamo riflesso sul volto di Maria e di Giovanni, colti nel gesto della pietà. L’accoglimento di quel corpo luminoso svela al loro cuore un progetto d’amore fino ad allora sconosciuto. Nel tipinto possiamo riconoscere tre eventi narrativi. Il titolo è “la sepoltura, ma all’interno si riconoscono “la Pietà”: Maria che sorregge tra le braccia il corpo morte del Cristo; “Il compianto sul Cristo morto”: sul lato sinistro è ritratto Giovanni, che sorregge delicatamente il Cristo, con la mano fasciata posta vicino alla ferita quasi ad indicarla, situata in primo piano . Giovanni ha il volto compreso nel dolore, non piange, ha lo sguardo chino, muto e contemplativo sul dolore. E’ lui che riflette sul senso della morte e della sofferenza, sul senso di “quella” morte. Toccherà proprio a Giovanni tradurre quell’evento dal piano archetipico della storia della salvezza, al piano cosciente dell’intelletto umano. E’ l’apostolo che testimonia e ridefinisce la figura del Cristo. Egli guarda dall’alto, come del resto ci dice il simbolo attraverso cui è rappresentato nella iconografia evangelica: l’aquila.
Maria è colta nella drammatica e struggente essenzialità dell’atto di offrire il suo dolore di madre alla misericordia di Dio. Il dolore è posto al centro della storia dell’uomo, da quel centro ove tutto si muove e si trasforma che è il Cristo. La ferita lacerante nel costato, in mostra evidente ancora sanguinante, è il centro del mistero del dolore, un dolore che colpisce il figlio di Dio e a cui non può né vuole sottrarsi. Neppure Dio può fare a meno del dolore: non è più un castigo, ma il modo per trasformare il peccato, la materia. Il dolore quindi possiede una sua potenzialità trasformativa, che converte la sostanza stessa dell’essere. Questa è la metanoia da cui discende la possibilità della salvezza, o più semplicemente e mondanamente, la possibilità di saper includere anche il dolore dentro il flusso della vita, in modo che le pene dell’esistenza non abbiano più l’aculeo mortale del non senso.

VIOLENZA E MASS MEDIA

Lo sconforto ed il dolore ci coglie all’improvviso dopo l’ennesima strage di innocenti perpetuata non da un terrorista (il 14 dicembre 2012 la strage nella scuola elementare di Sandy Hook, a Newtown, in Connecticut ), ma da un ragazzo come tanti con qualche problema psicologico, come tanti suoi coetanei. Le problematiche psicologiche non spiegano tanta violenza e una deriva così crudele. Da psicologo mi stupisco sempre quando sento certi commenti sui mass media che tirano fuori la ormai ritrita causale delle emozioni che il soggetto non riesce a gestire. Certo, è come dire che un alcolista non sa più reggere l’alcool. Si dimentica troppo spesso di mettere sotto accusa i mass media. Purtroppo constatiamo che i giornali sono puntuali nel descrivere azioni delittuose e danno libero accesso a tanti personaggi violenti. I film sono violenti, i telefilm idem, per non parlare dei videogiochi. La nostra mente, diceva Hillman è immaginale, ciò vuole dire che si nutre di immagini. Pensiamo al giovane che è costantemente esposto ad immagini violente le quali penetrano nella sua mente e vi si fissano. Quando ad un ragazzo, con una personalità già debole, succede qualcosa di grave che gli provoca dolore, ciò lo fa implodere in se stesso (perché questo provoca il dolore) e quale immagine incontra dentro il suo cuore? Non certo quella del Cristo sulla croce, che lo aiuterebbe a sopportare quel dolore e a viverlo con nobiltà d’animo; trova invece il vendicatore, il guerriero spietato protagonista di tanti film e videogiochi a cui è stato esposto. La cultura laicista ha fatto presto ha bandire dalle aule scolastiche il crocifisso, e lentamente lo ha estirpato dalle coscienze. Stranamente però non è riuscita a fare altrettanto con le immagini dei violenti, e dato che la mente senza immagini non può articolarsi, al posto del Cristo si è sostituita l’icona del vendicatore che popola la letterature e i film di cassetta. Sotto la maschera della libertà espressiva di autori e di giornalisti, che sono liberi e devono restarlo, molti di essi si sono assuefatti alle immagini del male dandovi libero accesso nei mass media.

Poi stiamo lì a discutere su come mai i giovani non riescono a contenere le emozioni. Penso tuttavia anche all’uomo che uccide la moglie perché lo ha lasciato: non sopporta il dolore che lo devasta, anche lui non ha l’immagine di Cristo a fondamento della sua visione del mondo, ma il vendicatore. La coscienza si è ri-paganizzata e le “virtù” pagane sono tornata vive e prepotenti. Abbiamo giocato per troppi anni a fare gli apprendisti stregoni attraverso una pedagogia solo permissiva, che stimolava l’espressione delle emozioni. Non ce lo ricordiamo che la cultura psicologistica pensava che la causa delle nevrosi consisteva nella incapacità ad esprimere le proprie emozioni? Intellettuali con memoria corta, cattivi maestri che ancora oggi scrivono fiumi di parole vuote sui loro giornali. Tutti se la prendono con le armi, ed è giusto, ma nessuno mette in discussione il sistema dei media che ospita sempre, e quasi esclusivamente, il male. Fiumi di immagini investono la coscienza e vi si stabilizzano, e a tempo debito pilotano verso l’azione nichilista le personalità più deboli.
“Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che chiudete il regno dei cieli davanti agli uomini; perché così voi non vi entrate, e non lasciate entrare neppure quelli che vogliono entrarci.”
Matteo 23,13
“Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole”
Lettere di San Paolo 2Timoteo 4,3-4

BY: Irene Barbruni

L’identità corporea
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L’identità è un indispensabile punto di riferimento per la vita di ogni persona perché fornisce il senso del proprio essere, che è distinto dagli altri e stabile nel tempo. Anche se un individuo cambia nel corso della vita, il sentimento di identità, che accompagna ogni momento del passato, gli permette di vedersi diverso ma nello stesso tempo uguale; ciò assicura non solo la coerenza della conoscenza cosciente ma anche quella delle azioni.
Ognuno impegna le proprie risorse per conquistare e conservare il proprio sentimento di sé, perché un’identità fragile e incerta provoca un’esperienza soggettiva di smarrimento, che comporta una sofferenza profonda. Infatti, il compito principale di ogni individuo è la conquista della propria identità, soprattutto in particolari momenti della vita in cui si richiede una ridefinizione del concetto di sé. In modo particolare durante la pubertà, in cui si manifestano importanti cambiamenti a livello corporeo e personale, la costruzione di una nuova identità diventa fondamentale per l’adolescente che, sperimentando nuovi modi di porsi, attraversa una vera e propria crisi di identità. Ed è proprio questa crisi di identità che lo rende vulnerabile e suscettibile alla influenza del gruppo di appartenenza. Proprio perché la mancanza di un’ identità soggettiva chiara, porta a cercare un’ identità forte nel gruppo. Così l’identità di gruppo diviene l’Io stabile che manca al soggetto.
L’identità personale riguarda la riflessione su di sé, mentre l’identità sociale è costruita in relazione all’altro e al gruppo di riferimento. Queste due dimensioni sono fortemente intrecciate ed è difficile distinguere tra gli aspetti individuali e collettivi poiché non si può parlare di identità di un soggetto prescindendo dal suo sistema di relazioni e dalle sue radici sociali. Ecco perché l’identità soggettiva e la sua maturazione sono importanti, proprio perché solo se il soggetto avrà maturato una propria cosciente individualità distinta dal gruppo, saprà cogliere le istanze sociali e collettive come elementi dialettici e non come elementi che lo dominano. In questo caso avremmo una pesonalità dipendente dal gruppo e quindi inautentica. Gli attacchi di panico spesso avvengono proprio per un deficit di identità soggettiva, o quanto questa è percepita minacciata.
L’identità soggettiva passa anche attraverso il modo attraverso cui percepiamo il nostro corpo. Prova ne è la cirisi di identità della persona che subisce alterazioni in alcune parti del proprio corpo. Tanto più in una cultura come quella attuale dove l’immagine di sé diviene l’identità seggettiva. Quello che gli altri vedono di noi diviene l’identità: il corpo è il vivibile dell’invibile soggettività.
Ogni individuo incontra il proprio corpo in una serie di aspetti, che si manifestano nei vari momenti della vita, in cui esso si presenta secondo angolazioni differenti. Per esempio, può essere un organismo malato da curare, oppure forza-lavoro da impiegare o ancora un mezzo di comunicazione, nella quale rientra l’utilizzo del corpo come testimone di se stessi. Il corpo non può essere incontrato nella sua interezza così come non si può analizzare direttamente il modo in cui ogni soggetto vive la propria corporeità. Anche all’interno delle scienze esso è conosciuto solo in quegli aspetti che si riescono ad oggettivare.
L’immagine del proprio corpo, che è percepita dal soggetto, non è mai fedele alla realtà perché nessuno può esplorare ciò che si nasconde dietro di lui o vedere in ogni momento l’espressione del proprio volto.
Il modo di vestirsi è un indicatore significativo di come un individuo vive e sente il proprio corpo: se lo accetta oppure lo rifiuta, o ancora se è fonte di vergogna oppure di orgoglio per se stessi. L’abbigliamento rivela un mondo di significati che un corpo nudo non potrebbe esprimere. Così come il truccarsi, il pettinarsi fino ad arrivare alla spinta verso lo stravolgimento di parti del proprio corpo quando una persona decide di ricorrere alla chirurgia estetica. L’86% circa degli interventi chirurgici sono richiesti dalle donne, ma negli ultimi anni sono sempre più uomini a richiedere diverse tipologie di ritocchi sul corpo. Addiruttura una legge del 2012 in Italia ha dovuto vietare l’intervento di chirurgia estetica al seno per le minorenni. Ciò denota una deriva tra la giusta cura della propria immagine e la irriflessiva rincorsa verso un modello e/o un’eterna giovinezza distante dalla natura delle cose e quindi da noi stessi.
Rispetto ai fattori spiegati all’inizio bisogna considerarne due in particolare: abbiamo bisogno di riconoscerci anche se cambiamo e l’immagine che abbiamo di noi non è mai fadele alla realtà. Ciò significa che orientare tutta l’aspettativa su un cambiamento del corpo per ricercare la propria autostima, per esempio, è illusoria. In quanto è proprio attraverso l’immagine interiore che abbiamo di noi stessi che valutiamo/giudichiamo l’esterno. Inoltre quando andiamo a togliere, aggiungere o modificare addirittura il nostro viso rischiamo di rovinare ciò che ci lega alla nostra storia. Il desiderio della chirurgia plastica, soprattutto se molto invasiva va sempre indagato e spesso ciò che deve essere affrontato è dentro di noi e non fuori.
Quindi l’identità soggettiva, che è una struttura complessa, e che deriva dalla sintesi tra realtà vivibile (il corpo) e realtà invisibile (l’anima, il centro della personalità), è la vera opera d’arte che ciascuno deve saper realizzare. Una realizzazione che si sviluppa attraverso l’idealità di e ciò a cui aspira, è ciò che costituisce il vero e personale senso di sé.

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