BY: Irene Barbruni

La ferita dell’aborto spontaneo
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L’aborto spontaneo colpisce dal 15 al 30% delle gravidanze, quindi statisticamente ha una frequenza elevata. Per questa ragione si può osservare una certa tendenza alla banalizzazione dell’evento, testimoniata da frasi ricorrenti come “capita a molte donne” oppure “è risaputo che può capitare”; affermazioni che possono far intendere che non è un lutto vero e proprio. Molte donne riferiscono di non sentirsi legittimate nel proprio dolore; quindi frequentemente non vi è la giusta attenzione verso le possibili conseguenze psicologiche.

Il vissuto di sofferenza relativa all’interruzione della gravidanza arriva solitamente poche settimane successive alla scoperta del concepimento. Sicuramente lo stato psicologico della donna è notevolmente influenzato da fattori sia caratteriali che legati alla storia personale. Ad esempio, un aborto spontaneo che avviene in una donna che è alla prima gravidanza, magari cercata da tempo, può avere un impatto notevole sullo stato psicologico. Riconoscere l’espressione del dolore come legittimo in seguito ad un evento significa anche trovare il modo per superarlo. La donna che vive questo tipo di perdita, deve sentirsi in diritto di esprimere il proprio dolore e di cercare supporto e aiuto. In ambito psicologico l’aborto spontaneo è considerato un trauma poiché esso è un evento che non deve essere sottovalutato. Infatti diversi studi mostrano l’insorgenza di sintomi quali ansia e depressione nei mesi successivi all’evento. Fondamentale è, quindi, riconoscere ed avere la possibilità di condividere il dolore dandosi il tempo per superarlo. Se la donna non trova sufficiente supporto per affrontare questo difficile momento della vita è bene che si rivolga ad uno psicoterapeuta.

Non sono neanche da sottovalutare le conseguenze psicologiche legate all’interruzione volontaria di gravidanza. Infatti mentre le donne che hanno un aborto spontaneo tendenzialmente vivono un dolore psicologico inizialmente superiore, con il passare del tempo hanno un miglioramento dei sintomi psicologici insorti. Invece, le donne che hanno un’interruzione di gravidanza volontaria possono sviluppare sintomi anche a distanza di più tempo. Questo perché il vissuto che accompagna questa esperienza è molto diverso. Alcuni studi ci dicono che 8 settimane dopo l’ i.v.g. il 44% presentava disturbi psicologici, il 36% disturbi del sonno, il 31% si era pentito e l’11% si era fatto prescrivere psicofarmaci dal proprio medico di famiglia.  Altre ricerche hanno messo in evidenza che circa il 30% ha ancora dubbi riguardo la decisione di abortire al momento dell’i.v.g.: questi sono  dati che devono far riflettere.

Il momento della scoperta di una gravidanza è un evento delicato nella vita di una donna. Soprattutto quando la gravidanza è all’interno di una situazione problematica ella si trova in una condizione psicologica vulnerabile, dove le influenze interne ed esterne giocano un ruolo fondamentale nella decisione finale. E’ alta la probabilità che una donna prenda una decisione che non trova corrispondenza con una scelta davvero consapevole. Questo può portare quindi a sentimenti di rimpianto che possono presentarsi in periodi successivi. Quindi è importante la giusta consapevolezza relativa alla sofferenza psicologica per supportare la donna che si trova a viverla.

L’evento dell’aborto tocca dimensioni molto personali e profonde della donna. Attraverso quell’evento, una parte di sé viene meno e come tale ciò comporta una sofferenza sul piano psicologico ed esistenziale. Dalla donna si genera la vita e quando questa  possibilità di essere viene interrotta, il vissuto che ciò promuove attiva sentimenti profondi. Sono questi che vanno accolti, curati e quindi risolti di quell’evento, al fine di restituire alla donna la sua serenità nel rapporto con se stessa.  

BY: Irene Barbruni

La violenza psicologica
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A differenza della violenza fisica, che si rende visibile dai gesti violenti e lascia segni sul corpo, la violenza psicologica è meno evidente in senso concreto poiché colpisce il mondo interiore del soggetto. Spesso, se sentiamo parlare di maltrattamento ci vengono in mente le aggressioni fisiche, ma la violenza psicologica è un vero e proprio abuso che può assumere forme diverse. Si può parlare di questo genere di violenza quando siamo in presenza di comportamenti, atteggiamenti che generano un determinato clima psicologico e che si ripetono nel tempo, ma che possono essere più o meno intensi e più o meno nascosti.

Per descriverla dobbiamo considerare sia ciò che possiamo osservare nel soggetto che mette in atto gli abusi emotivi, sia la vittima con i suoi stati d’animo.

Nel primo caso abbiamo una personalità che tende a sviluppare atteggiamenti di dominio e di controllo sugli altri, specialmente verso quelle personalità più inclini a farsi dominare.  La volontà di potenza del dominante si può esprimere attraverso atti, modi e parole che tendono ad umiliare l’altro, svalutandolo e criticandolo. Generalmente non sono critiche costruttive, vale a dire critiche che mirano al miglioramento dell’altro, ma sono finalizzate ad instillare insicurezza per rendere quella personalità sempre più debole e adatta ad essere comandata e dominata. Il potere fine a se stesso è la vera finalità di queste personalità, che vivono un notevole piacere a sentire l’altro succube ed intimidito. Non dimentichiamo che il piacere per il potere è uno dei sentimenti più forti dell’essere umano; è proprio la lotta contro questo demone a caratterizzare le personalità che anelano ad esprimere atteggiamenti di pace e di concordia.

In queste situazioni possiamo osservare delle critiche che inizialmente riguardano dei commenti negativi saltuari, fino ad arrivare a veri e propri insulti anche in contesti sociali. Le azioni praticate dal dominante si sviluppano fino a invadere ed inquinare le scelte personali del dominato (dal vestire alle scelte di lavoro ad esempio), ad avere un controllo sulla vita quotidiana (come gli spostamenti e i contatti sociali). Spesso chi sta mettendo in atto comportamenti dominanti tende ad attribuire alla vittima la causa dei propri atteggiamenti aggressivi. Inoltre vi è la tendenza ad isolare l’altro attraverso un progressivo discredito delle persone familiari e delle amicizie: la vittima rimane quindi isolata e vive sentimenti di colpa e vergogna.

Chi subisce violenza psicologica vive una profonda ferita sul senso di sè, in quanto si sente costantemente come se ci fosse qualcosa di sbagliato in se stesso. Il vissuto di vergogna e di smarrimento esistenziale comporta la difficoltà a chiedere aiuto aggravato dall’isolamento dai familiari e conoscenti. Questo tipo di violenza va a colpire l’idea che la persona ha di se stessa deformandola: questa deformazione causa un’ulteriore sofferenza in chi la subisce. Essa non è solo fatta di parole, ma di atteggiamenti, di clima psicologico in cui la vittima si sente imprigionata poiché pensa che sia vero ciò che gli viene gettato addosso, fino a credere di essere la causa della sua sofferenza.

Ci sono personalità che hanno una sorta di capacità al plagio; ossia possiedono delle loro caratteristiche che in relazione a determinati soggetti riescono a creare uno stato di soggezione che limita o a volte addirittura esclude la libertà di determinazione dell’altro. Nei rapporti di amore malato, ad esempio, osserviamo un soggetto che ha potere e dominio sull’altro. Troviamo questo tema in diverse opere come, ad esempio, il dramma di H. Ibsen “Casa di bambola” dove la protagonista femminile si convince di essere poca cosa in confronto al marito, anche se è lei che lo aiuta in silenzio. Quest’ultimo invece non sopporta l’idea di essere stato aiutato proprio da lei, una donna che in fondo lui non apprezza. Anche nel romanzo “Ritratto di signora”  di Henry James, troviamo il tema del potere: un’ombra che può essere parte di molte trame amorose. Questo perché l’offerta di sé, che fa parte dell’amore, spesso è scambiata per resa e quindi vittoria di uno su l’altro.

Dobbiamo anche considerare la violenza psicologica presente nei mass media e nella società. Certe immagini o anche espressioni linguistiche sono violenza psicologica perché violano l’idea intima che uno ha di se stesso. E a questo riguardo è bene riflettere sul mondo dell’infanzia che purtroppo non è, a mio giudizio, tutelato di fronte al significato celato dietro alcune immagini, pubblicitarie e non, che ad uno sguardo attento non possono non risultare atti violenti di fronte ad una personalità in crescita.

BY: Renato Barbruni

I DUE MODI DEL SILENZIO
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  • Il silenzio come “rinuncia” alla presenza
  • Il silenzio come “attesa” di una presenza

C’è un silenzio che è rinuncia alla presenza, che è mortificazione, o meglio automortificazione. Questo silenzio è presente nelle situazioni di sofferenza esistenziale. La persona che vive il dolore derivante dalla propria esistenza, che è vissuta come vuota, inutile, priva di scopo e senso, si condannano al mutismo, al silenzio in quanto rinuncia a produrre la propria parola sul mondo e nel mondo. E’ ammutolito in quanto la parola, il dire di sé a sé o ad altri, non ha più alcuno scopo, essendo egli svuotato di intenzioni relazionali. Il motivo per cui pronunciamo parole sta nella relazione, scaturisce dall’istituzione di una relazione. La parola è il terzo che unisce i due. Ma prima della parola, c’è l’intenzione di coprire la distanza tra i due che sono lì convenuti; prima ancora dell’intenzione di coprire  tale distanza, è necessario che essa sia percepita e sia causa di struggimento e di nostalgia per la ricomposizione della unità umana primordiale.  Ciascuno di noi porta dentro di sé la ferita primitiva della scissione dell’essere. E’ quella ferita che ci racconta di una antecedente unitarietà relazionale tra il soggetto presente a se stesso e il soggetto allontanato da sé. Per fare un esempio semplice, che illustri questo stato dell’anima, basti pensare alla unità primordiale tra il bambino nel ventre della madre e la madre stessa. Ogni essere umano sorge alla propria esistenza entro l’orizzonte di un rapporto, egli è parte di quel rapporto. Possiamo anche pensare, in termini più assoluti, che il soggetto è parte di una relazione cosmica: da essa egli sorge alla propria singolarità, che conquisterà nel momento in cui  vedrà scindersi la relazione primordiale e primitiva. L’esperienza interiore della scissione, che conduce alla singolarità, permane negli strati più profondi dell’anima a memoria dell’unità antecedente. Da questa ferita permanente, memoria di un’epoca e di un evento che ha costituito il soggetto nella sua unità di singolarità, scaturisce tutto l’intenzionarsi racchiuso nella parola, in tutte le svariate forme attraverso le quali si esprime. La parola è il suono emesso dalla bocca dell’uomo, ma essa abbraccia anche tutti i segni che egli sa produrre e che possiedono la qualità di promuovere la comunicazione. Per comunicazione non si intende tanto il trasferimento di un dato di conoscenza da un punto all’altro, ma proprio il rendere comune quel dato di conoscenza, far sì che i due, riconoscendosi in esso, ritrovino l’atmosfera della loro relazione. “..Fai che loro siano in me come io sono in te, da essere una cosa sola…[1]”, si legge nel Vangelo di Giovanni a significare la ricomposizione salvifica dalla scissione causata dal peccato originale, il quale si configura come la separazione-scissione per antitesi tra l’uomo e Dio Padre, tra il singolo e l’universale. Il singolo costituitosi  come tale immediatamente si pone in antitesi con l’universale da cui è sorto. L’atto costitutivo del singolo è un atto di superbia, intesa come atto di antitesi. In questo senso l’intellettuale, il singolo che si crede intelligente, si pone sempre in antitesi all’esistenza di Dio.   Come quell’uomo che non vuole innamorarsi per non perdere la propria individualità[2], anche se continua a cercare una donna, in quanto la mancanza di un affetto gli pesa. Quindi egli cerca l’esperienza della comunione quasi sempre confusa con la ricerca del piacere sessuale. In verità si può vivere un’esperienza di unione senza perdere la propria individualità. L’arte rinascimentale mette in scena l’armonia e la comunione, mentre l’arte del novecento raffigura, nelle sue opere, la scissione (vedi Picasso e le opere dell’astrattismo). Queste immagini sono penetrate nella coscienza di ciascuno inquinando la capacità di intuire la comunione. L’archetipo che emerge dalla teologia cristiana della Trinità raffigura la comunione nella distinzione, concetto che la logica aristotelica e la logica novecentesca non sanno capire. La capacità di saper cogliere l’elemento trascendente tra i due che si avvicinano,  è estremamente importante, perché costituisce l’elemento decisivo per l’acquisizione dell’esperienza della comunione tra un soggetto e l’altro.

 Quell’esperienza diviene il terzo che unisce, o meglio, ri-unisce i due,  ricomponendoli nella antecedente unità primordiale. Quando l’esigenza di questa unità primordiale non è più percepita o, a causa della sofferenze non tollerata, viene rimossa e annichilita, il soggetto si sottrae al sentimento di comunione e la parola diviene oggetto inutile. Da qui il mutismo e il silenzio conseguente.  

Bloch trasfigurazione

C’è un silenzio che è “attesa” di una presenza, di presenza a se stessi, quando le parole narrano della vera essenza e di ciò che  necessita alla vita interiore.

Lì si levò un albero. Oh puro sovrastare!

Orfeo canta! Grandezza dell’albero in ascolto!

E tutto tacque. Ma proprio in quel tacere

Avvenne un nuovo inizio, cenno e mutamento.

Animali si silenzio irruppero dal chiaro

Bosco liberato, da tane e nascondigli

E si capì ch’essi non per astuzia

O per terrore in sé eran così sommessi,

ma per l’ascolto. Ruglio, grido, bramito

parve piccolo nel loro cuore. E dove quasi

non v’era che una capanna al suo ricetto,

un anfratto delle più scure brame ordito,

con un adito dagli stipiti sconnessi, –

tu creasti per loro un tempio nell’udito.

         La stupenda poesia di Rilke descrive il miracolo della nascita di un nuovo soggetto d’ascolto, come un universo che si dispiega in forma radiante. Ma il nuovo soggetto dell’ascolto è tutt’uno con il nuovo soggetto narrante. Ed è un ascoltare che si fa percezione delle profonde trame dell’essere (“…un anfratto delle più scure brame ordito,…”) che,  mute, silenti e lontanissime dall’orecchio dell’Io, debordano in echi che scavalcano la barriera dei concetti-costrutti della mente, per vivificare (“…tu creasti per loro un tempio nell’udito.”) la sostanza essenziale dell’anima. Un ascolto quindi che dilata la dimensione percepita ed intuita dell’essere. Questo evento risveglia un particolare stato d’animo in cui si riflette una disposizione dell’anima, che generalmente rimane chiusa e soffocata  dal limite delle percezioni sensoriali. L’ascolto del mondo, in quel caso, è limitato agli eventi fisici colti sul piano della pura materia; ma, quando varchiamo l’asse della sensorialità e ci inoltriamo verso la dimensione dei significati, l’ascolto si fa più sottile, ma al tempo stesso, meno credibile perché preso dai dubbi circa il vero significato da attribuire all’evento. Nella poesia di Rilke è descritto l’ingresso improvviso della dimensione dello spirito nell’ascolto dell’essere, che, colto nella sua natura essenziale di puro spirito, restituisce la primaria esperienza della certezza.

         C’è quindi un silenzio dello spirito, quanto la fonte stessa dell’esistere declina verso  dimensioni che appaiono vuote, come il nulla. “Dio mio perché mi hai abbandonato?[3]”. E’ qui raffigurato l’assolutamente solo, l’assolutamente staccato dal flusso del senso. Gesù non muore in pace, non affronta la morte e il dolore che la precede, con serenità ma, se pur con forza, coraggio e accettazione, affronta l’evento con angoscia. Perché?  Proprio Gesù così ripieno di Spirito Santo, così vicino a Dio da essere a lui consustanziale, da esserne il figlio prediletto e la forza incarnata; Gesù che ha compiuto i miracoli, come può affrontare la morte e la sua sofferenza con angoscia? Dovrà vivere da uomo, e da uomo affrontare il grande tema dell’esistenza umana: il sentimento della  solitudine che è il retaggio della scissione tra l’uomo e Dio. Già nell’orto degli ulivi Gesù incomincia a rimuove da sé Dio. Già percorre il cammino verso la piena incarnazione per vivere da uomo, e affrontare il dolore da uomo, non da Dio. E’ la solitudine che marca il confine stabilito e tracciato tra l’umano e il divino. Ma è una solitudine apparente, percepito dal gioco errato della percezione e della logica del pensiero. Nell’atto “Nelle Tua braccia rimetto il mio spirito”, Gesù ritrova nell’intuizione  dell’amore da cui si sente avvolto, la Presenza di Dio Padre. Ecco che il silenzio dalla parole e dai concetti, fino a quel momento usati,  permette il riemergere della Presenza che si è tenuta lontana. Ed è nell’amore che il soggetto amante ritrova il senso della Presenza del Soggetto amato, in ciò si attua la comunione tra i due. “Nessuno ha mai visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi.”[4] L’amore convoca Dio, la Presenza del Senso riconduce all’unità primordiale superando così l’esperienza della scissione.  


[1] Giovanni 17,21

[2] L’uomo egocentrico, tipico della società individualistica contemporanea, perde la capacità di cogliere la trascendenza, di vedere cioè  ciò che lo unisce all’altra persona, Egli è dominato dal piacere e dalla visione dionisiaca attraverso la quale la  sessualità è  percepita come atto di dominio e uso dell’altro, non certo di comunione.

[3] Marco 15,34; Salmi 22 (21), 2

[4] Prima lettera di Giovanni 4,12

BY: Irene Barbruni

Ansia da prestazione
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In generale l’ansia è un’attivazione che comporta sia segnali emotivi che fisici rispetto ad uno stimolo esterno che richiede un certo impegno e concentrazione. Banalmente l’ansia che precede un esame spinge lo studente ad attivarsi per studiare e prepararsi al meglio. Quindi di per sé essa è fondamentale nella nostra vita. A volte però l’eccessiva attivazione comporta una problematicità e diventa un ostacolo per il soggetto. Uno di questi casi è l’ansia da prestazione, ossia quella preoccupazione eccessiva verso una situazione che si è in procinto di affrontare. Il soggetto vive un forte senso di inadeguatezza pensando a ciò che dovrà fare e, quasi sempre, tale atteggiamento lo porta verso un blocco e una valutazione negativa di sè stesso. L’ansia da prestazione è associata a varie manifestazioni somatiche, come palpitazioni e forte sudorazione, e spesso a vere e proprie problematiche come insonnia o problemi gastrointestinali.

Il soggetto vive una forte paura della valutazione negativa degli altri e un eccesso di auto-svalutazione. Essa può avere ripercussioni in differenti situazioni: lavorative e scolastiche oppure relazionali e sessuali.

L’individuo si sente incapace di affrontare le esperienze che lo attendono ed è quindi importante recuperare il senso della paura e del timore: il vero eroe non è colui che non prova paura, ma chi la affronta, che la sa gestire. Quindi la percezione di non sentirsi adeguati è comunque testimonianza di individui che sentono forte l’importanza di essere all’altezza della vita che ognuno è destinato a vivere. Una coscienza che permette di attribuire importanza a quella determinata situazione, quindi si configura come un elemento di maturità. Da qui il soggetto deve partire per riacquistare consapevolezza di sè stesso e della sua forza soggettiva.

Un altro elemento da tenere presente è il fatto che viviamo in una società che, attraverso gli spot pubblicitari e l’insieme dei messaggi che giungono anche da altre fonti, indicano e al fine impongono, un determinato tipo di personalità: deciso, impavido, che non ha incertezza e sopratutto che deve essere un vincente. Tutto questo aumenta la percezione del distacco, della lontananza dell’immagine soggettiva da quell’immagine imposta, che va a costituirsi proprio come un alter ego mai raggiungibile. Se riflettiamo per esempio sulla fruizione molto diffusa dei film pornografici, che impongono una sessualità e quindi una prestazione forte, ci si può spiegare del perché tanti giovani maschi cominciano a far uso del viagra, in quanto non si sentono all’altezza di ciò che la partner si aspetta da lui.

Chiaramente il modo e il luogo in cui si manifesta l’ansia da prestazione ci può raccontare meglio del significato particolare e personale che può avere. Comunque riflettere sul modello di riferimento attraverso cui emerge il senso di inadeguatezza può aiutare ad imparare a gestire l’ansia da prestazione.

BY: Irene Barbruni

L’autostima
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L’autostima è il valore o giudizio che un individuo attribuisce a sè stesso, quindi dipende dalla valutazione positiva che ognuno si può dare.

WiebkeBleidorn dell’Università della California ha realizzato la prima ricerca che studia l’influenza del genere e dell’età sull’autostima in differenti tipi di culture. Dai dati raccolti emerge che gli uomini tendono ad avere più autostima rispetto alle donne e, senza distinzione di sesso, aumenta con l’età.

Alcuni studi hanno messo in evidenza come nell’epoca contemporanea, soprattutto negli adolescenti, è molto presente la preoccupazione dell’apparire sui social media al meglio e molto spesso viene utilizzato il photoshop.  Vi sono statistiche che riguardano l’Italia che riportano di come nella maggior parte dei casi le donne italiane dichiarino di avere una media o bassa autostima, facendo posizionare l’Italia penultima nella classifica dei paesi coinvolti nella ricerca (ricerca “Beauty Confidence e Autostima” promossa da Dove e realizzata in collaborazione con Edelman Intelligence).

L’autostima è legata alla dignità soggettiva che un individuo ricava esclusivamente dal rapporto con sè stesso. Essa è un concetto ambiguo perché difficile da osservare, in quanto a volte può essere arduo capire se è veramente autostima o in realtà sia “eterostima”; ossia un valore ricavato dal consenso degli altri, quindi, ad un aderire al modello proposto dalla società a cui si appartiene.

L’autostima invece è legata esclusivamente all’esigenza di capire il valore personale. Nell’epoca contemporanea è data molta importanza al successo, ossia al consenso degli altri; ciò è reso ancora più amplificato dall’utilizzo di internet. Viviamo in un tipo di società che spinge alla ricerca dell’applauso e al sensazionalismo che quindi spinge, come abbiamo detto, l’individuo verso l’adesione al modello prevalente. Ogni individuo, però, possiede il suo valore proprio nell’ unicità che non può trovare espressione in un solo modello. Fondamentale è fin dall’infanzia rendere l’individuo meno dipendente dall’idea che il valore di sé si deve trarre dai “successi” che ci rendono protagonisti agli occhi degli altri. Coltivare la stima di sé alimentandola attraverso la cura dell’immagine che forniamo agli altri, non significa curare la propria autostima. A ciò spesso si aggiunge un ulteriore fatto che riguarda un’immagine finta legata ad un tipo di modello che limita l’individuo e nel quale non può alla lunga sentirsi rappresentato. Coltivando invece la vera autostima, in cui è il dialogo con il proprio sentire che deve essere affinato, si raggiunge un certo grado di serenità con se stessi. Una foto che ci ritrae in un momento gioioso o malinconico acquista significato quando la si riguarda associata ad una esperienza che abbiamo vissuto e non rimane vincolata alla sola immagine estetica. Un’immagine estetica che spesso è esclusivamente legata al modello, sia maschile che femminile, che la società propone e spesso, impone. Non a caso dalle ricerche statistiche si evidenzia che l’autostima cresce con l’età, ossia con la maturazione della personalità. Una maturazione che comporta la capacità di giudizio sempre meno vincolata dalle lusinghe sociali. Nel giudizio che la persona matura esprime di sé viene compreso non solo il suo aspetto e il suo immediato modo di comportarsi, ma anche la sua storia e le vicende che ha dovuto affrontare e superare. Da tutto ciò egli ricava la stima di sé, che non vuol dire “piena autostima”, ma stima relativa al possibile livello di realizzazione raggiunto.

Solo chi è in pace con sé stesso è in pace con il mondo, recita un antico proverbio.

BY: Irene Barbruni

Come affrontare il problema Covid-19 da punto di vista psicologico
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La situazione attuale di emergenza ci fa vivere uno stato emotivo caratterizzato da crescente paura. La paura, come tutte le emozioni primarie, ha una funzione fondamentale per l’essere umano in quanto ci pone nello stato d’animo di allerta, in cui viene acuita la capacità di prevenire i pericoli. Essa deve, comunque venir commisurata alla minaccia per svolgere adeguatamente la sua funzione. Oggi la percezione della pericolosità di una situazione è stimolata, alle volte guidata, dai messaggi che arrivano dai mass media e non è agevole per noi trovare la giusta misura per leggere la realtà che stiamo vivendo. Quindi è facile che ognuno di noi possa o sottovalutare il pericolo che corre o viverlo in modo eccessivamente ansioso. Per trovare il giusto equilibrio è bene evitare ricerche compulsive di informazione ma utilizzare esclusivamente fonti sicure; in questo caso: Ministero della Salute (http://www.salute.gov.it/nuovocoronavirus) e Istituto Superiore di Sanità (http://www.epicentro.iss.it/coronavirus ).  Con le giuste informazioni e la giusta modalità emotiva possiamo attivare anche i comportamenti corretti per affrontare la situazione.

Oggi ci viene chiesto di cambiare le abitudini per qualche tempo riportandoci all’interno delle nostre case. Una situazione che ci appare anche difficile per il fatto di essere abituati ad una notevole libertà di movimento. In più il senso dell’obbligo ci può far sentire come in gabbia; possiamo vivere una certa ansia claustrofobica. La riflessione sulla giusta ragione all’origine da tali sacrifici ci aiuta da un alto a sopportare il limite imposto, e dall’altro a prendere piena coscienza che il comportamento individuale ricade su tutti sia in positivo che in negtivo. Il confine del nostrospazio soggettivo è labile, e l’effetto delle nostre scelte agiscono sugli altri. Inoltre per spirito di emulazione ci sentimento meglio se quello che dobbimao fare lo fanno in molti. Quindi questa emergenza può essere ben vissuta come riflessione sul nostro modo di vivere, consapevole di far parte di una grande famiglia e che non esiste un bene solo personale, ma il vero bene è quello che tocca tutti. Sollevandoci su un piano etico affronteremo meglio e con più coraggio le situazioni difficili che abbiamo di fronte. Un tempo che per alcuni è anche accompagnato da preoccupazioni economiche, non dimentichiamolo: questa emergenza tocca significativamente la sfera economica, ma il tutto va valutato come un’emergenza temporanea.  

Diverso è senz’altro il vissuto degli operatori sanitari che si trovano a fronteggiare non solo l’ansia legata alla situazione, ma gli viene richiesto un impegno enorme per il bisogno di assistenza che cresce. Soprattutto in questi casi l’essere umano non può che trarre forza trovando un senso profondo di sé. Ed è questo senso profondo di sé che nutre la nostra azione, ma soprattutto, è da esse che possiamo trarre una conoscenza più umana di noi steassi: siamo gli uni legati agli altri.

BY: Irene Barbruni

Menopausa: i significati di una fase importante nella vita di una donna
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Il termine menopausa deriva dal greco ed è composto da mese e cessazione proprio perché corrisponde alla fine del periodo fertile nella vita di una donna. Non è una malattia, ma a volte questo cambiamento determina alcuni disturbi, poiché la scomparsa del ciclo porta anche alla mancanza di alcuni fattori protettivi. Ai cambiamenti ormonali e fisici si aggiungono gli elementi psicologici legati a questo periodo della vita. Nelle civiltà antiche la donna che entrava in menopausa acquisiva un potere particolare legato alla purezza ritrovata. La donna aveva, a quel punto della vita, portato a termine le fasi/trasformazioni legate al femminile (pubertà, adolescenza, maternità) e di conseguenza, la donna poteva accedere alle più alte cariche civili. Le donne diventavano una guida e avevano il ruolo di mantenere costante il legame tra comunità e mondo spirituale con vere e proprie funzioni sacerdotali. Ciò ritrova riscontro se si legge simbolicamente ciò che accade nel periodo della menopausa in cui l’energia si sposta dal basso all’alto e quindi alla coscienza; le vampate di calore ben testimoniano questo passaggio. Un momento certamente diverso ma di grande valore. Purtroppo oggi nella nostra cultura prevale spesso il timore e il vissuto di un evento negativo poiché legato all’invecchiamento. Oggi in cui viene esaltata la giovinezza e la buona salute, ma ancora più profondamente viene sposata una visione materialista a scapito di quella spiritualista.

Ogni donna dovrebbe cercare di scavalcare i vissuti negativi che derivano da una distorsione culturale, per dare il giusto posto e valore ad una fase della vita che non toglie ma aggiunge e completa la personalità. Infatti se il benessere, cioè il sentirsi bene, deriva prevalentemente dall’ immagine di sé offerta agli altri, una donna che si sente invecchiata, trae da ciò una diminuzione di valore soggettivo. Più siamo condizionati dalle icone della società consumistico/edonistica, più avvertiamo una sottovalutazione di noi stessi, quando vediamo i segni del tempo che passa. Mentre una donna che entra nella menopausa dovrebbe valutare la propria maturità raggiunta e quella ancora da raggiungere. Guardare al proprio processo spirituale più che all’aspetto immediatamente visibile. Nell’immaginario collettivo femminile la menopausa, intesa come fine della capacità riproduttiva, è vissuta come una limitazione del ruolo femminile. Anche se nella società contemporanea la donna non è più essenzialmente identificata con la capacità riproduttiva, è comunque identificata con la bellezza fisica così come si evidenzia nell’età giovanile. La fase della menopausa è quindi caricata di significati psicologici e legati all’identità tale da suscitare il senso di una mutazione che sancisce la fine di un’epoca: quella giovanile.  Il problema quindi va fatto rientrare proprio nell’identificare la gioventù come la vera età dell’oro. Il senso e la bellezza della propria vita non si esaurisce nella sola giovinezza, ma si prolunga nelle varie stagioni che la compongono. Perché è proprio l’accumulo di esperienze, prima vissute, poi delucidate e comprese nel loro significato, a costituire la vera effige di ogni essere umano. Non tanto quindi l’aspetto esteriore, ma la complessità della natura interiore dovrebbe essere posta al centro della nostra attenzione. Una capacità che ci porterà a migliorare il rapporto con noi stessi e con il nostro prossimo, garantendoci il vero benessere, in quanto capaci di stare bene con noi stessi. La menopausa quindi va affrontata con serenità, accettando il passaggio di stagione nella propria vita, ma confidando che in quella nuova stagione troveremo i frutti che ci servono per il nostro divenire.

Quindi oggi è importante che ogni donna riacquisti consapevolezza del proprio ruolo legato al mondo spirituale: ogni fase della vita deve essere vissuta tenendo conto del valore che apporta, poiché ogni stagione di quella vita ci conduce alla realizzazione  della pienezza della nostra Persona.

BY: Renato Barbruni

Il dolore quale interlocutore dell’anima
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    La colpa connessa con il male, sia come malattia che come sciagura, impone la sua presenza da tempo immemore. Nell’interpretazione buddista la sofferenza è figlia terribile del karma, della colpa individuale. Risolvendo la situazione karmica, che il soggetto vive e subisce, troverà la verità del proprio irrisolto, e in quell’istante  troverà la pace. Nel cristianesimo la sofferenza del singolo individuo può non essere legata ai propri errori, ma alle colpe dell’umanità. Nella leggenda del Grande inquisitore, nel romanzo di Dostoevskij, I fratelli Karamazov, è descritta la catastrofe esistenziale dell’ateismo tragico. E’ Ivan, uno dei fratelli Karamozof, a parlare:“ Non è che non accetti Dio, (…) la mia è una rivolta. (…) Immagina di essere tu a edificare il destino  degli umani con lo scopo di rendere felici gli uomini, di concedere loro, alla fine, pace e serenità, e che per farlo sia necessario e inevitabile fare soffrire anche una sola creatura, quella bambina, per esempio. (…) ebbene acconsentiresti ad essere l’artefice a queste condizioni?” “No, non acconsentirei” disse Alëŝa. 

      Ivan si ribella all’idea che la salvezza passi attraverso la sofferenza dell’innocente. La sofferenza sarebbe giustifica se colpisce il colpevole, ma come la si può accettare quando è patita dall’innocente? Ma proprio affidare all’innocente la salvezza dell’umanità è al centro della sensibilità cristiana. Perché se la si patisce, la sofferenza, è tanto più di valore quanto più chi la patisce è innocente. Quindi non è una pena, né un risarcimento, ma la partecipazione al male oscure di cui è impastata l’esistenza. Infatti il male crea un’onda che colpisce ovunque, ed è quel bambino che, sofferente, patisce/subisce le conseguenze del mio agire malefico. E ciò in quanto c’è una profonda ed inalienabile interazione tra gli essere umani. L’ateismo tragico trova il suo fondamento in una visione cosmogonica in cui il male è fatto espiare agli uomini, come punizione calato dall’alto.  Cosicché costituisce una terribile ingiustizia quando colpisce l’innocente. “Perché proprio mio figlio deve patire questa sofferenza, questa menomazione, così piccolo e così innocente?” si domanda angosciata e ferita al cuore la madre del bambino malato. Tanto più tremenda è la malattia tanto più appare ingiusta. Ma il problema non è la malattia come castigo o conseguenza di una vita sbagliata, il problema è la presenza del dolore e di ciò che ne vogliamo fare. Fuggirlo finché è possibile? Ma esso è così intimo alla vita che prima o poi ce lo troviamo dinanzi, spavaldo, potente,  deciso a non  venire a patti. La situazione terribile del dolore non è attenuata dall’idea che è un castigo degli dei. L’unica via è quella di considerare il dolore come parte integrante della vita, di considerarlo come l’interlocutore più acuto ed intelligente per la nostra anima. Il dolore Sà quali paure albergano dentro di me, il dolore Sà quali debolezze, quali miserie si muovono e tengono prigioniera la mia anima. Non è un’esperienza muta, ma un’esperienza che edifica, che trasforma. Questo processo potente di mutazione e di trasfigurazione non solo agisce su chi patisce direttamente il dolore, ma anche su coloro che  amano e quindi patiscono con colui che si trova nel dolore. Il tema pittorico denominato “il compianto sul Cristo morto”,  non mette in scena solo la sofferenza del cordoglio, ma una partecipazione intima scoperta attraverso  la potenza del dolore, ma mutata dalla potenza più profonda e trasmormativa dell’amore. Questa convergenza di uno sull’altro, è potente, tanto da ridurre al minimo le barriere delle monadi in cui ciascuno si è chiuso. Il dolore li convoca a prendersi cura l’uno dell’altro, a sviluppare quel linguaggio attraverso cui si esprime l’atto della comunione nella sofferenza, tale da creare tra i due, e con i due, una cosa sola.  “Come tu Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola.”[1]       Ed è qui che il dolore riceve la sua sconfitta: da agente distruttore che scinde la struttura dell’essere, a esperienza sintetica che la glorifica. Questa convergenza, allora,  racchiude in sé il movente e la gestualità della comunione d’amore, dell’azione che promuove la Sintesi dell’essere. Perché nell’ora della passione, il mondo converge su se stesso in un tale atto di raccoglimento da modificare la struttura intima della materia e liberarla dal male oscuro che la annichiliva.   


[1] Giovanni 17,21

BY: Irene Barbruni

Promuovere la maturazione della nostra personalità per trovare benessere interiore
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L’essere umano è molto complesso ed è difficile descriverlo esaustivamente. In psicologia le varie correnti di pensiero hanno tentato di definirlo attraverso il concetto di personalità. Possiamo distinguere tre grandi correnti di pensiero: il behaviorismo, la psicoanalisi e la psicologia umanistica. Proprio dai concetti presi da quest’ultima corrente prendo spunto per riflettere su come possiamo lavorare per promuovere al meglio le nostre possibilità di evoluzione. Quest’ultima corrente ci può aiutare in quanto sposa un approccio olistico dell’uomo e ha un carattere volutamente ecclettico che, a mio giudizio, può meglio cogliere la complessità dell’uomo.

Possiamo distinguere due punti importanti di osservazione di sé, che alla fin fine sono due facce della stessa medaglia: uno è il rapporto con sé stessi e l’altro è il rapporto con gli altri.

Cercare di scoprire il nostro modo di vivere i rapporti può essere un modo per capire a che punto siamo della nostra evoluzione. Possiamo distinguere due tipi di modi di relazionarsi: ciò che ci lega all’altro è il bisogno dell’altro oppure ciò che ci lega all’altro è scollegato da ciò che l’altro ci dà. Per esempio il bambino è preso inizialmente dai bisogni immediati, successivamente cambia il rapporto con gli altri che si basa, o dovrebbe basarsi, sempre meno sul bisogno dell’altro. Quindi, ciò a cui si deve tendere è un rapporto con l’altro non basato sulla soddisfazione delle nostre carenze, ma sulla innata vocazione ad incontrare su un piano più elevato l’altra persona.

Chiaramente se un individuo nel rapporto con se stesso promuove i suoi ideali e il senso di completezza di sé avrà una modalità di entrare in contatto con gli altri diversa da chi è maggiormente legato ai  piaceri immediati. Il modo di rapportarsi a se stessi diviene il modello del modo di rapportarsi all’altro. Se una persona priviligia gli aspetti emozionali che sorgono verso il piacere ed il godimento della vita, interpreterà il rapporto con gli altri nello stesso modo. Allora sarà un rapportarsi strumentale non certo un modo attraverso cui esprimere l’esigenza della propria evoluzione personale e relazione.

Tanti rapporti rimango immaturi in quanto rimangono immature le persone che li vivono. E questo immaturità permane in quanto non ci si adopera per sviluppare le parti più alte della personalità che riguardano la sfera etica. Un bambino evolve se riesce a contenere la sua esigenza del giocare quando la madre ha necessità di un suo contributo per una certa mansione. E qui si svolge la maturazione etica che poi è la maturazione verso la capacità relazionale e sociale. Alrimenti l’individuo rimane chiuso nella sua sfera di esigenze emotive e sviluppa una modalità che possimo ben chiamare autismo esistenziale; ossia chiusura alle esigenze dell’altro, incapacità di cogliere le esigenzenze dell’altro.

La persona matura, non percependo l’altro da un punto di vista interessato, assume più facilmente un atteggiamento di non-valutazione e di non giudizio o condanna dell’altro. Anche la relazione d’amore più matura si evidenzia nel momento in cui il rapporto con l’altro diventa un fine e non un mezzo.

BY: Renato Barbruni

L’ignavia e la mancanza di riflessione all’origine dell’assenso al male
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“La disperazione è un narcotico, culla l’anima nell’indifferenza.” Dal film Monsieur Verdoux di Charlie Chaplin.

Partiamo da questa riflessione per introdurre  i due personaggi protagonisti delle storie narrate in due film: L’enfant e Fronte del porto.

L’enfant, Belgio 2005, regia di Jean-Pierre e Luc Dardenne.

Bruno è un giovane che vive di espedienti ai margini di uno dei tanti agglomerati urbani di una città europea (del Belgio in questo caso). Appartiene a quella classe sociale che negli anni sessanta e settanta veniva definita dalla sociologia “sottoproletariato urbano”. Se i proletari, pur poveri e quindi limitati nelle loro risorse economiche godevano di un status sociale, lavoro  e famiglia  stabili, il sottoproletariato non aveva alcun elemento di stabilità: lavoro precario e famiglia disgregata  sono gli elementi sociali che disturbano ed impediscono il coagularsi di una identità sociale, che troverebbe comunque nella società conforto e valore di sé. Questo processo disgregativo, a cui è soggetto Bruno, il protagonista della storia narrata nel film, lo conduce a sentirsi perennemente in lotta contro la società e a sviluppare atteggiamenti antisociali. Mancando la coscienza sociale della propria condizione, la spinta di avversione sociale non si compone di elementi politici che si tradurebbero in azioni con intenti etici,  ma quella dinamica avversativa scivola inesorabilmento e irriflessivamente verso atti delinquenziali. Bruno, vive quindi di piccoli furti, in una apparente libertà di essere che invece, si vedrà, lo narcotizza fino a farlo divenire  totalmente inconscio di sé. Non sa neppure distinguere i suoi reali sentimenti. Ha imparato a rubare e a vendere ciò che ruba, immedesimandosi acriticamente  in una cultura dove tutto è merce e tutto si può vendere, comprare e rubare. Non c’è un’etica in tutto questo, non c’è una visione politica di tutto questo.  Come del resto non c’è etica nella società dei consumi: l’unica etica che permane è la ricerca del piacere che si trae dal possesso o dall’uso delle cose. Inoltre va sottolineato che non è tanto il possesso delle cose, quanto il loro uso a renderle ancora più alienabili, mutevoli, informali. Da ciò un ulteriore abbassamento dell’etica. Se la cosa posseduta veniva rispettata per il sacrificio che aveva  comportato raggiungerla, nell’uso non c’è neppure quel rispetto, così la cosa non ha più un valore in sé, ed è questo che la rende intercambiabile con altre. Ed è proprio questo a rendere possibile il loro continuo consumo ed uso: ciò rende più mobile l’economia. L’individuo è condannato a usare sempre cose nuove.  In accordo con il sistema economico, che si basa sul consumo e non sviluppa un’etica, se non quella del libero mercato, Bruno porta alla estrema conseguenza questo assunto. Come vende ciò che ruba per soldi, così venderà il proprio figlio per denaro. Sonia, la sua ragazza e madre del bambino, alla notizia della vendita del loro bambino, dapprima è sbigottita, poi sviene  cadendo tra le braccia del giovane. Bruno vede davanti a sé la drammacità della sua azione  e ciò provoca un primo risveglio della sua coscienza etica, anche se  ad un livello inconsapevole: egli sente il dolore, attraverso il peso del corpo di Sonia tra le sue braccia, ma  è un dolore di altri, non è ancora il suo dolore. Attraverso l’amore per la ragazza, un  sentimento fino a quel momento non sperimentato come tale, ma interpretato come piacere o piacevolezza della di lei presenza, Bruno sente la spinta a voler rimediare a ciò che ha fatto, anche se non ha ancora ben compreso la portata terribile della sua azione. Non è ancora consapevole del male del suo agire, un agire totalmente staccato da sé, come se egli fosse un automa, che si muove guidato dagli stimoli esterni. Ma vedendo il dolore di Sonia, e cercando di curarlo, si mette nell’agire  riparatorio. Lei avrà il coraggio di denunciarlo e lui il coraggio di pagare il danno che ha provocato. La forza della verità che è in Sonia si sposa con l’umiltà di accettare la condanna che  Bruno mostra.  In questo processo espiativo sta tutta la possibilità evolutiva del personaggio, che ritroverà se stesso nell’amore per Sonia. Un amore che ha saputo aver fede nella ricerca della verità e nella necessità di mutare se stessi. Non c’è amore senza trasformazione, come non c’è vera trasformazione se non per amore.

Fronte del porto, Usa 1954, regia Elia Kazan

Terry, in Fronte del porto, è un proletario che ha raggiunto una qualche identità sociale, ferita tuttavia dalla pseudo consapevolezza di aver tradito se stesso quando si fece  corrompere in un incontro di pugilato. Da quel momento “non sa perché non ha più fiducia in se stesso”, dirà in seguito. Questo colpo all’identità spirituale lo fa afflosciare nell’indifferenza, fino a renderlo complice, suo malgrado, di un omicidio. La vita gli sbatte in faccia il risultato della sua ignavia. La responsabilità verso il mondo, la responsabilità delle nostre azioni, quando è tradita, si presenta come il muro che spesso incontriamo nel nostro percorso, quando ancora cerchiamo di demandare ad altri il motivo delle nostre incongruenze. Nel corso della sua vicenda Terry incontra Edie Doyle, sorella dell’uomo che fu ucciso con il contributo della sua ignara complicità. L’amore verso la  giovane donna provocherà in lui un desiderio di giustizia che lo porterà al pieno risveglio della coscienza civica addormentata in lui. Da qui una nuova forza prende vigore, una forza che lo spinge alla ricerca dell’identità perduta.

       Sono due storia dove la bella addormentata non è una giovane principessa, ma l’anima dei personaggi. D’altra parte proprio la favola de La bella addormentata,  narra la rinascita dell’anima del giovane principe il quale  va alla  ricerca della principessa addormentata cioè della propria anima, la coscienza profonda di se stesso. Ma il giovane deve saper sconfiggere il drago, la presenza del male in lui, quel male che tiene prigioniera l’anima. Sconfiggere il drago non è un atto di forza muscolare, ma un agire su noi stessi, per affinare la nostra sensibilità e renderci gentili e forti spiritualmente.

      Bruno e Terry sono due giovani che si trovano imbrigliati nella ragnatela del male senza quasi rendersi conto della gravità del loro agire, mossi da una deriva passiva a cui danno assenso acriticamente. Rinunciano alla loro possibilità di critica, di scelta e quindi di essere. Ed è questa la situazione esistenziale e spirituale della disperazione per amputazione della possibilità di essere, che deriva dalla impossibilità di riconoscerne la necessità. Non posso essere se prima non ne riconosco la necessità.  Fa dire Chaplinal suo personaggio nel film  Monsieur Verdoux:“La disperazione è un narcotico, culla l’anima nell’indifferenza.” E l’indifferenza è proprio il sentimento che polverizza la necessità di essere come necessità. L’essere non è più evocato, e quindi l’agire rimane preda della legge della causa e dell’effetto, privo di intenzioni spirituali. Privo della progettualità propria dello spirito, la progettualità del divenire se stessi. In questo stato,  dell’annullamento della progettualità dello spirito,  il soggetto è vulnerabile rispetto alla legge dell’esterno da sé, preda quindi del dominio delle cause esterne. Il soggetto non è più soggetto, agente di se stesso, ma è mosso dalle lusinghe e dalle pretese della legge esterna, della cultura dominante e della sua finalità.

Le parole illuminanti di Charlie Chaplin, circa la psicodinamica del male, le ritroviamo espresse filosoficamente daHanna Arendt nel libro La banalità del male. Essa così, in sintesi, spiega il dilagare del male nella Germania nazista, là dove, l’autrice riflette, persone del tutto comuni si trovarono a dare assenso, in modo acritico, a politiche e strategie sociali aberranti, come la persecuzione e poi lo steminio degli ebrei. Per la Arendt la rinuncia al dialogo interiore  è alla radice dell’atto di assenso passivo al male. Nelle pagine del suo lavoro non sono tanto analizzati il peso e l’origine del male come categorie antropologiche e metafisiche, ma il male che viene trasmesso quale modalità d’azione e quale modo di pensare che contagia in profondità chi non esercita un minimo di riflessione con se stesso.  In questo senso, essa ribadisce, il male può non essere radicato, ed è proprio l’assenza di radici nell’individuo, o meglio la dimenticanza delle proprie radici, della propria cultura di riferimento, che consente al male di mettere nuove radici. La mancanza dell’attitudine alla riflessione, la mancanza dell’esercizio della riflessione sulle proprie autentiche radici culturali, provocano lo smarrimento della coscienza storica di se stessi.  La  memoria storica è uno dei cardini decisivi per elaborare gli accadimenti e riconoscerli nella giusta luce, ma la rinuncia all’esercizio riflessivo sulla memoria, al ritornare con i propri pensieri a ciò che si è vissuto e a ciò che si è fatto, che condurrebbe allo svelamento del significato storico delle nostre azioni, riduce gli accadimenti ad atti vuoti, proprio perché non collegati al significato che la storia  ha loro attribuito. Non esercitare quindi un  dialogo con se stessi, non permette di svuiluppare il Logos interiore,  che garantirebbe una visione più sapiente dei fatti accaduti e di quelli che stanno accadendo. Questa mancanza di attitudine a pensare, a far proprio l’accadere delle cose, per vagliarle sotto la lente della propria personale riflessione, determina le condizioni per quell’assenso passivo e acritico che perpetua l’azione maligna. Quasta ignavia, questa pigrizia spirituale ha fatto sì, dice la Arendt, che persone spesso normali, si siano trasformate in agenti del male. Il male divenuto  consuetudine, come è accaduto nella  Germania nazista, condusse un popolo acquiescente e complice a commettere i più terribile delitti  contro l’umanità. Allo stesso modo Bruno e Terry, e tanti altri che rinunciano all’introspezione, cadono nell’inferno della malvagità. Ecco che proprio l’attitudine alla riflessione, la quale dovrebbe essere il primo scopo del sistema educativo,  trova purtroppo oggi molti ostacoli: basti pensare all’uso massiccio dei video giochi che  non insegnano a riflettere e quindi a pensare, ma richiedono la risposta immediata  e soprattutto irriflessiva. Ed è questo uno dei temi cruciali della civiltà contemporanea, dove sono messe a dura prova le libertà individuali, proprio per il dilagare di comportamenti collettivi accettati passivamente per mancanza di capacità riflessive.

Per far comprendere la portata della situazione culturale odierna riferisco ciò che disse a suo tempo un grande psicologo amaricano, E.G. Boring, uno dei fautori del metodo introspettivo: “La psicologia ha perso prima l’anima, poi la mente e poi la coscienza, ma ha ancora il comportamento”. La psicologia cognitivo-comportamentale è proprio frutto di una cultura che ha svuotato di interiorità l’essere umano. Da qui la mancanza di introspezione dei modelli pedagogici diffusi ad ogni livello. Tutto è rimandato al comportamento come risposta allo stimolo esterno. L’apparato cognitivo viene visto come frutto di questa dinamica, proprio perché non è riconosciuta nell’uomo una natura interiore, una progettualità interiore; non è ammesa la presenza dell’anima.   

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