BY: Irene Barbruni

La forza della speranza
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E’ trascorso un anno circa dall’inizio di un’emergenza sanitaria che non ci aspettavamo. Senz’altro le ricadute psicologiche di questo periodo storico hanno notevoli differenze individuali, poichè la pandemia non ha certo colpito tutti allo stesso modo. C’è chi ha perso delle persone care, c’è chi vive in modo più o meno importante i problemi economici conseguenti, chi si è ammalato. Senza voler entrare nelle molteplici conseguenze che tale situazione può avere avuto in casi specifici, cercherò di descrivere ciò che accade a livello psicologico.

Importante è capire il tipo di atteggiamento che abbiamo di fronte a situazioni difficili e dolorose della nostra vita. Di fronte al dolore possiamo rimanere intrappolati, oppure trovare la capacità trasformativa che in esso esiste. Riuscire a conservare il sentimento della speranza diviene fondamentale. Un sentimento, quello della speranza, tra i più importati dell’essere umano.  Sperare vuol dire attendere fiduciosamente un futuro migliore, ossia, nonostante il dolore, la paura e la sofferenza, non perdere quell’intuizione che anche in ciò che non comprendiamo esiste un senso che lo rende sopportabile.

La speranza permette di intravedere un futuro prossimo in cui il dolore è destinato ad affievolirsi. Nella speranza ritroviamo il dialogo con la situazione contingente cercando quella capacità trascendente che abbiamo in noi e che ci permette di non identificarci nel dolore e nella sconfitta. La speranza è alla fin fine un’intuizione del Bene; nella filosofia di Kant troviamo l’idea che nel genere umano vi è una naturale ed innata predisposizione alla realizzazione delle intuizioni prime del Bene.

La speranza è un’esperienza psicologica essenziale e ne possiamo trovare una descrizione esauriente in tante immagini poetiche come quella di Emily Dickinson: “La speranza è qualcosa con le ali, che dimora nell’anima e canta una melodia senza parole, e non si ferma mai”. E’dunque un sentimento più che un concetto mentale. Possiamo definirla come uno stato d’animo che avvolge la personalità da un pathos che la tiene sollevata dal dolore e la protegge dall’annichilimento. Quindi è uno stato d’animo che va protetto, poiché il suo inquinamento è letale. A livello psicologico ed esistenziale è proprio la negazione della speranza a determinare l’angoscia.

E’ giusto differenziare tra desiderio e speranza in quanto il primo è legato alla volontà, la seconda è  una condizione di attesa che non vuole imporre nulla alla realtà. Essa sa attendere quel Bene che verrà nel modo in cui si presenterà. C’è anche differenza tra  fede e speranza. La prima è la certezza di cose di cui si ha speranza, mentre la seconda è l’attesa viva e fiduciosa in un bene futuro di cui comunque non si ha certezza.

Quindi è fondamentale che si comprenda l’occasione di crescita interiore che una situazione storica difficile e dolorosa porta in sé. L’atteggiamento e le risorse che possiamo mettere in atto possono cambiare radicalmente a seconda del nostro stato d’animo: se è di speranza o di chiusura nella difficoltà. Una frase di Victor Frankl può ben riassumere ciò che è stato detto: “Se non  è in tuo potere cambiare una situazione che ti reca dolore, potrai sempre trovare l’attitudine attraverso la quale affrontare tale sofferenza.”

Coltiviamo quindi l’attitudine alla speranza, aiutiamoci a custodire questo sentimento primordiale ed essenziale che anima la nostra vita.  Quando una gemma nasce lo fa senza rumore, prima non c’è, poi, all’improvviso è lì, nonostante il freddo, che essa, annuncia, sta per passare.

BY: Irene Barbruni

La pazienza: virtù fondamentale per la crescita dell’individuo
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Oggi la pazienza è una virtù spesso dimenticata, lo stile di vita contemporaneo è caratterizzato dalla presenza di esperienze che si susseguono velocemente, tendiamo ad annoiarci facilmente e tutto ciò deriva da una certa incapacità di attendere.

Quindi in una società in cui un ritmo di vita frenetico è prevalente, la pazienza è spesso erroneamente associata alla passività. Invece essa è un non -fare che lascia spazio alla riflessione, la quale è alla base di un comportamento successivo più efficace. Uno studio inglese ha calcolato il limite massimo di attesa: si perde la pazienza dopo soli 8 minuti e 22 secondi. Al computer la sopportazione si abbassa ulteriormente e l’attesa di un minuto porta già una cattiva influenza sull’umore che si altera velocemente.

Un altro esperimento, condotto per la prima volta nel 1972 da Walter Mischel dell’Università di Stanford, ha dimostrato quanto la capacità di attesa nei bambini sia la base per una personalità più capace di gestire lo stress e raggiungere una maggior sicurezza nella propria vita. Nell’esperimento alcuni bambini di 4 anni sono stati lasciati soli in una stanza con un marshmallow. Era stato loro chiesto di non mangiarlo e il premio della capacità di resistere, sarebbero stati altri marshmallow. Alcuni bambini, seppur con difficoltà, furono in grado di resistere alla tentazione, altri invece non riuscirono a trattenersi. Alcuni anni dopo l’autore ha rivisto gli stessi bambini. Chi era riuscito a resistere alla tentazione-marshmallow era anche capace di gestire lo stress ottenendo buoni risultati a livello scolastico mentre, gli “impazienti” erano divenuti adulti più insicuri, meno capaci di concentrarsi e di controllare i propri impulsi. Il fatto di resistere alla tentazione era associato alla capacità di contenere il desiderio che spinge a cedere verso una gratificazione immediata, al fine di raggiungere qualcosa di più appagante. Questo aspetto è fondamentale nella realizzazione della propria vita; ecco perché la pazienza è fondamentale per la crescita dell’individuo.

La pazienza non è una caratteristica dei bambini, ma deve essere appresa. Pensiamo al neonato che se ha fame piange fino a che la mamma non si prende cura di lui. Buona parte dell’educazione deve portare il bambino ad acquisire la capacità di vivere un’attesa riflessiva, animata dal sentimento fiducioso della speranza in un esito positivo. Quindi la pazienza è un sentimento ed uno stato d’animo molto complesso entro il quale albergano e si evolvono capacità psicologiche determinante.  La persona capace di attendere con serenità mostra padronanza di sé, il superamento dalla dipendenza da cose o sostanze. Infatti ciò che genera la dipendenza da cose o sostanze è proprio l’impazienza, la necessità violenta che non trova disciplina in quella personalità. L’esercizio della pazienza è quindi un importante supporto; spesso citata con la temperanza come una virtù fondamentale per l’evoluzione della persona. Nella filosofia orientale è una virtù ritenuta tra la più significative. Per esempio Confucio così si esprime: “Il nobile acquieta la sua persona prima di mettersi in moto. (…)  Egli si raccoglie nella mente prima di mettersi a parlare”. Ed è proprio l’esercizio della pazienza che ci permette di riflettere e di trovare il giusto distacco dalle emozioni che ci potrebbero dominare. 

BY: Irene Barbruni

I nostri sogni al tempo della pandemia. I sogni onirici: strumento di contatto con se stessi e risorsa da riscoprire in questi mesi di sofferenza
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In queste settimane, ormai mesi, in cui ci troviamo a vivere una quotidianità diversa dove il tempo trascorre principalmente, e in alcuni casi solamente, tra le mura domestiche,  raccontare i propri sogni onirici ai nostri familiari può essere occasione per risvegliare un modo attraverso cui  comunicare con la nostra interiorità. Senza bisogno di alcuna interpretazione possiamo scoprire, per esempio, se sogniamo alcune situazioni in modo simile o diverso. Anche chiedere di raccontare i sogni ai bambini può essere un modo per dialogare con loro e creare un momento quotidiano di ascolto. In caso di incubi notturni, soprattutto per quanto riguarda i bambini, è importante cercare di dare loro rassicurazione e cogliere l’occasione per riflettere insieme su paure o ansie profonde. Attraverso il dialogo e il racconto dei propri sogni e delle proprie esperienze, i timori tendono a placarsi. L’ascolto privo di giudizio affrettato, ma partecipato interiormente, è un insostituibile fonte di benessere;  ciò proprio perché ci aiuta ad ascoltare la nostra interiorità. Ma,  se le ansie del bambino ci appaiono troppo invasive, è bene chiedere aiuto ad un professionista in modo da elaborare, col metodo giusto, l’insieme dei suoi vissuti interiori.

Quindi, anche attraverso il ricordo e il racconto di un sogno, possiamo coltivare una preziosa risorsa per contattare il nostro mondo interiore che oggi, più che in altri momenti, è fondamentale per salvaguardare il nostro benessere psichico.

Dagli studi della neurologia sappiamo che la finalità del sonno è proprio sognare. Infatti in quella  fase del sonno avvengono processi neurologici importanti per l’encefalo. Ma avviene anche una ridefinizione dell’insieme dei contenuti della psiche; le conoscenze pregresse e profonde interagiscono con le esperienze attuali. Il sogno è il risultato, per immagini e sensazioni, di un tale profondo dialogo interiore. Quindi, il sogno ha un’importanza fondamentale per l’uomo. L’interpretazione dei sogni risale ad epoche molte antiche ed appartiene a più culture fino ad arrivare a tempi più recenti, come il famoso libro sull’interpretazione dei sogni di Sigmund Freud.

Non in tutti i percorsi psicoterapeutici i sogni sono utilizzati come momento riflessivo e di conoscenza di sé. Autori come Jung e la Von Franz hanno ampiamente spiegato come i sogni dei pazienti spesso forniscano una corsia preferenziale verso la parte della personalità più nascosta.

Nel sogno si risveglia una parte più saggia che, se contattata, può aiutare lo sviluppo di una visione più completa della personalità. Il materiale onirico spesso aiuta nel percorso verso il superamento di alcuni sintomi o meglio “malesseri esistenziali”. Marie Louse Von Franz spiega, in modo approfondito, quanto sia complesso interpretare i sogni, in quanto spesso ci rivelano ciò che non vogliamo o sappiamo vedere, ma che rimangono un prezioso mezzo per indagare il proprio universo interiore.

Interessante notare come i sogni, che fanno parte della prima parte della vita, riguardino più facilmente l’adattamento alla vita esteriore e materiale, mentre quelli che riguardano la seconda parte della vita riguardano il mondo interiore e il senso profondo dell’esistenza.

Certo i simboli e le immagini che emergono dal sogno non possono trovare il loro unico scopo in un’interpretazione razionale, poiché ciò snaturerebbe la loro funzione; ossia il contatto con il centro di noi stessi. In quanto ogni essere umano non è definibile solo da ciò che la ragione può comprendere. Il grande filosofo francese Pascal, diceva: “Il cuore ha ragioni che la ragione non comprende”. Il cuore sta a significare non tanto o soltanto il luogo delle emozioni, ma proprio il centro dell’esperienza della personalità. Una entità, la personalità, composta da molte dimensioni. È per questo che Jung amava rappresentarla come un fiore che, composto da tanti petali,  trova nella sua armonia il centro vitale. Ecco che in una psicoterapia, che prevede l’utilizzo del sogno, esso diventa il racconto di una storia parallela al racconto della storia diurna. Una storia che esprime un’esigenza che non sempre è avvertita coscientemente, come la ricerca appunto dell’armonia della propria totalità. Spesso le immagini e i simboli di un sogno riescono a trovare quella sintesi che le parole non possono raggiungere e che è indispensabile per sperimentare il senso di se stessi.  È proprio questo linguaggio simbolico e poetico del sogno ad aprirci ad un uso più artircolato della coscienza, la quale non deve essere considerata come l’unica via che ci conduce alla verità di noi stessi; perché tante cose che albergano dentro in noi, la coscienza non sa vederle nè interpretarle. Il sogno ci porta là dove la ragione non riesce ad andare, in un luogo oltre la ragionevolezza e  l’intelligenza della ragione, eppure un luogo ricco di senso e di significati.

BY: Irene Barbruni

Descrizione dei tipi psicologici: in quale vi riconoscete?
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Sia in noi stessi che nelle persone che abbiamo vicino, riconosciamo diversi tipi di carattere, ossia diversi modi di affrontare il mondo e le relazioni. Ognuno di noi possiede una propria natura, un proprio modo di essere e non esistono delle modalità migliori di altre, poiché ognuna ha dei punti di forza e dei punti deboli. Ciò che conta per il nostro benessere è non tradire mai la nostra natura, ma, se mai, cercare di superare alcune debolezze rimanendo però sempre se stessi.

Nel suo libro, Il concetto dell’angoscia, Kierkegaard sottolinea le necessità del singolo soggetto a divenire ciò che in potenza egli è, pena cadere preda del sentimento dell’angoscia, e della disperazione. Vissuti che sorgono proprio all’interno delle crisi di identità: cioè un soggetto che non sa o non può essere se stesso. Il non poter esser se stesso dipende da situazioni ambientali e relazionali, mentre il non saper essere se stessi dipende dall’incapacità di capire ciò che si è. E qui subentra un altro problema: spesso le persone desiderano essere o somigliare a qualcuno che idealizzano, ma ciò le porta lontane da se stesse. Il tema della perdita della propria natura, viene evidenziato da  un particolare indice del test di Rorschach definito tipo di risonanza intimo primario e secondario. Ciò che determina il possibile malessere in un tipo di personalità non è tanto il fatto che sia un tipo estroverso o introverso (anche se la presenza in modo equilibrato di entrambe le modalità sicuramente risultano un vantaggio), ma se l’attuale modalità adottata dal soggetto è in sintonia con il suo tratto originario. Alcune persone nascono con la tendenza all’introversione, ma per ragioni storiche, ambientali e relazionali della loro vita, hanno dovuto cambiare modo d’essere, divenendo estroversi. Ma sarà un’estroversione un po’ caricaturale, perché non autentica. Può avvenire anche il contrario: l’estroverso che deve divenire introverso, egli si sentirà amputato sperimentando un  profondo disagio.

Questo mutamento della tipologia introverso/estroverso è molto evidente nei processi evolutivi dell’infanzia. Oggi si tende a privilegiare la modalità estrovertita: viviamo in una società che tende più a sviluppare l’estroversione che non l’introversione. In questo periodo di forzata clausura si osserva che sono proprio le persone estrovertite, o con poca attitudine all’introversione, quelle che trovano maggiore difficoltà a sopportare l’inattività. Essendo il loro mondo posto fuori di sé,  avvertono un forte sentimento di esclusione. Mentre la persona che ha una maggiore attitudine all’introversione ritrova dentro sè un mondo con cui interagire.

Ad ogni modo, si diceva che si privilegia l’estroversione per cui i percorsi formativi tendono a sviluppare tale tendenza, non rispettando le effettive autentiche qualità/necessità del soggetto.  Questi processi di mutamento del proprio tipo psicologico portano a difficoltà notevoli nel rapporto con se stessi, con l’altro e con la realizzazione nella propria vita: è meglio quella gallina che sa fare la gallina piuttosto che la gallina che vuole essere un’aquila: quest’ultima si ridurrà a non essere né una gallina né un’aquila.

Quindi si diceva del problema esistenziale del soggetto che non può essere se stesso o non sa essere se stesso. Non può per ragioni ambientali, mentre non sa essere se stesso perché ignora ciò che gli è necessario. Spesso è proprio questo il tema di molti percorsi di psicoterapia: la scoperta della proprie soggettive  necessità.   

Quindi è importante cercare di conoscere la nostra natura per non tradirla o, peggio, cercare di assumere un tipo di atteggiamento che ci porta all’opposto di ciò che siamo. Cerchiamo quindi di descrivere alcune tipologie di personalità descritte dal noto psicoanalista C.G.Jung. Come abbiamo detto si può distingue tra tipo estroverso e tipo introverso (concetti ripresi appunto nel test di Rorschach). Questa dinamica duale e profonda interagisce con le quattro funzioni psicologiche fondamentali che sono: pensiero, sentimento, sensazione ed intuizione. 

Come abbiamo detto ognuno di noi possiede una propria natura, un proprio modo di essere e non esistono delle modalità migliori di altre, poiché ognuna ha dei punti di forza e dei punti deboli. Ciò che conta per il nostro benessere è non tradire mai la nostra natura, ma, se mai, cercare di superare alcune debolezze rimanendo però sempre se stessi.

Abbiamo descritto la dinamica degli aspetti introversivi ed estroversivi della personalità (concetti descritti dal noto psicoanalista C.G.Jung). Questa dinamica duale e profonda interagisce con le quattro funzioni psicologiche fondamentali che sono: pensiero, sentimento, sensazione ed intuizione.  Queste funzioni sono organizzate in opposizione. Il pensiero trova il suo opposto nel sentimento, come la sensazione trova il suo opposto nell’intuizione e viceversa.

Ogni persona tende a sviluppare in modo prioritario una delle quattro funzioni. Così nel corso del tempo quella funzione diviene prevalente declinando la personalità verso le caratteristiche di quella funzione. Il modo di sentire, pensare ed agire viene colorato da quella funzione prevalente,  lasciando sulla sfondo, diremmo a livello inconscio, la funzione opposta.  La funzione opposta per il fatto di rimanere a livello inconscio, non riesce ad evolvere in modo equilibrato, per cui rimane immatura rispetto alla funzione prioritaria. 

Se noi pensiamo, ad esempio, a quelle professioni che richiedono abilità per lo più legate alla razionalità, potremmo notare la forte presenza nella persona della tipologia pensiero piuttosto che la tipologia sentimento. Un certo tipo di professione richiede lo sforzo di essere sempre logici, razionali e distaccati per poter essere maggiormente efficienti. Non che il soggetto non abbia sentimenti, ma quella dimensione gli è di difficile gestione, così sarà portato a cercare di razionalizzare tutto, anche il campo dei suoi affetti. Naturalmente questa è una definizione caricaturale cioè estrema, nel caso quel particolare soggetto non si sia  preso cura anche delle altre sue funzioni: del sentimento, della sensazione e dell’intuizione. Perché nel corso della vita comunque siamo sollecitati ad usare tutte le quattro funzioni. Quando quella particolare persona si innamora,  ma pretende di gestire quel sentimento e quella relazione come gestirebbe il suo lavoro, si condanna ad allontanarsi dal mondo del sentimento per rifugiarsi nel solo mondo del pensiero. Il sentimento non viene annichilito, ma rimane a livello inconscio in modo tale da non essere riconosciuto nella sua essenza. Questo è quel fenomeno che molti soggetti vivono quando non riescono a capire i sentimenti che provano, proprio perché la loro coscienza è lontana dal modo del sentire profondo. Il problema non sarà l’incapacità di amare, ma la difficoltà ad esprimerlo.

 Come abbiamo detto, ognuno, in base alla professione che esercita, è spinto più verso una dimensione, lasciando sullo sfondo le altre.  Ecco che l’introspezione e quindi l’osservazione di sé divengono fondamentali per un equilibrio più maturo della propria personalità. Insomma l’antico monito citato da Socrate, scritto sul tempio di Apollo a Delfi che recita: “Conosci te stesso” è fondamentale per la personalità che cerca l’armonia. Un po’ di introversione fa bene all’estroverso, come un pò di estroversione fa bene all’introverso, per ricordare ciò che abbiamo detto nel precedente articolo. Là dove siamo sollecitati al pensiero dovremmo tuttavia chiederci a quale sentimento questo è associato, e viceversa. Quale è la trama narrativa del sentimento che viviamo e in quale complessità esso si articola.

Così per ciò che riguarda le intuizioni è bene chiederci se si tratta proprio di intuizione o invece è una sensazione.  Per fare un esempio della differenza tra le due possibilità di metterci in contatto con la realtà nella quale siamo immersi, prendo spunto da due correnti pittoriche. L’impressionismo deriva senza dubbio dalla sensazione: basti pensare ai quadri di Monet. Il bellissimo dipinto titolato Le ninfee, è proprio una chiara raffigurazione di come l’autore si sia fatto prendere dalla pura sensazione del giardino che voleva ritrarre. Per quanto riguarda invece l’intuizione basti pensare ai quadri del romanticismo, per esempio a Caspar David Friedrich e al suo dipinto titolato, Viandante su un mare di nebbia. Se nell’impressionismo prevale la sensazione di quel paesaggio, nel romanticismo si svela l’intuizione intima tra autore e paesaggio; qui è rappresentata proprio l’unione mistica che è colta sul piano dell’intuizione. Spesso non siamo in grado di distinguere tra le due possibilità della nostra realtà interiore. Tuttavia l’esercizio dell’analisi introspettiva e l’osservazione dei nostri sogni, ci aiutano a guardare dentro di noi, e ciò ci insegna ad orientarci nel mondo sconfinato della vita profonda della nostra  Anima. 

BY: Irene Barbruni

La timidezza è un valore o un non-valore?
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La timidezza è un tratto caratteriale che riguarda l’eccessiva paura del giudizio dell’altro, senzazioni di inadeguatezza che si tramutano in difficoltà nell’interazione sociale. Più profondamente, è un sentimento di pudore, cioè il timore di essere visti nell’intimo di se stessi. Questo tipo di sentimento non deve essere confuso con la bassa autostima o con l’evitamento delle situazioni sociali (o fobia sociale) o l’introversione. Anche se in alcuni casi queste tre situazioni possono essere co-presenti. Molte persone di potere e di successo hanno un tratto di personalità timido e ciò testimonia che non è sempre presente una bassa autostima. Inoltre, il fatto di aver timore del giudizio dell’altro non vuol dire necessariamente essere introverso, ossia essere chiuso nel proprio mondo interiore. Infatti chi è timido si trova spesso da solo perché evita le situazioni sociali che lo mettono a disagio, ma vorrebbe in realtà condividere maggiormente con gli altri la propria vita. Invece, chi è introverso predilige attività che può fare da solo. A volte però non è così facile comprendere quanto la scelta di stare da soli sia dovuta ad un reale bisogno di stare con se stessi, oppure da una paura del giudizio dell’altro.

Spesso la timidezza si osserva nel periodo infantile e adolescenziale dove ci si aspetta una maggiore propensione al contatto con l’altro. Bisogna considerare che nemmeno un’eccessiva estroversione verso il mondo esterno e relazionale è ottimale per lo sviluppo della personalità. Questo perché per uno sviluppo armonico delle nostre possibilità di evoluzione, dobbiamo nutrirci sia di contatto con il mondo esterno che con il mondo interiore. Certo la persona timida è eccessivamente preoccupata di ciò che accade dentro se stesso, ma nello stesso tempo coltiva una sensibilità verso il proprio mondo emotivo e relazionale. Ecco che nel momento in cui la persona con carattere timido si accorge che la sua sensibilità lo rende un amico, un compagno che gli altri cercano proprio perché è in grado di cogliere con maggior profondità l’altro, acquisirà quella giusta sicurezza per non evitare il contatto con l’altro. Molti bambini timidi che riescono ad affrontare il timore, accettando la loro natura, diventano adulti con particolare sensibilità.

Quindi, per rispondere alla domanda iniziale “la timidezza è un valore o un non valore?”. Sicuramente si parte da un’accettazione di un lato che non può e non deve essere giudicato come negativo e successivamente affrontare il disagio che diventerà meno prepotente e lascerà maggior spazio di scelta e una maggior espressione di se stessi. Quindi il sentimento di timidezza o di pudore, indica un tipo di personalità particolarmente riflessivo dove la ricerca del proprio valore soggettivo è posto al centro.

BY: Renato Barbruni

Mito, leggenda e catarsi
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Il termine catarsi, che significa purificazione, ha un duplice significato: da un lato in senso psicoanalitico è la liberazione da affetti e conflitti attraverso la rievocazione dei traumi cui sono riconducibili; in senso più ampio il termine viene usato da Aristotele che indica nella tragedia, in quanto rappresentazione di drammi e conflitti, il tramite attraverso il quale lo spettatore rievoca in se stesso determinati conflitti di cui rielabora l’esperienza. In tal senso l’arte in genere svolge un ruolo catartico.

Catarsi: termine greco che significa “purificazione”. Si riconoscono vari tipi di catarsi:

· la catarsi medica
 · la catarsi magica
 · la catarsi etico religiosa
 · la catarsi filosofica
 · la catarsi estetica
 · la catarsi terapeutica

Perseo uccide il drago del mare – Burne-Jones

Nella psicoterapia la “catarsi” si riferisce a quel momento in cui un paziente riesce a liberarsi da un grumo di sofferenza attraverso la comprensione del suo significato. In ogni forma di psicoterapia è fondamentale il racconto della propria storia o dei propri sintomi. Nell’analisi junghiana il racconto della propria vita è finalizzato al ritrovamento di quel filo invisibile che lega tra di loro accadimenti e fatti e che costituisce il Logos, il senso del divenire della propria esistenza. I sintomi rappresentano in quest’ottica quel grumo di sofferenza che denuncia l’intoppo del divenire fluido della vita. Non solo. Attraverso il racconto dei sogni, o attraverso l’immaginazione attiva, il paziente accede al piano della realtà profonda ove hanno origine i suoi disturbi, cioè là dove essi trovano senso e quindi significato. Ecco perché nell’analisi junghiana si da molto importanza alla conoscenza dei miti e delle leggende, (da parte dell’analista) in quanto rappresentano la narrazione a livello simbolico dei momenti cruciali dell’evolversi della vita. I viaggi di Ulisse, per esempio, possono dare vari spunti per leggere su un piano più elevato alcuni accadimenti della nostra vita. Quanti infatti non hanno sperimentato, ad un certo punto della loro vita, il bisogno di viaggiare lontano dalla propria casa per cercare qualcosa di indefinito. Trovare in un racconto mitico frammenti della nostra storia personale contribuisce a decifrare con maggior chiarezza quel particolare accadimento, liberandoci così della sofferenza. Questo è uno dei modi della catarsi. Le favole descrivono in chiave simbolico alcuni grumi esistenziali, e attraverso quel linguaggio di immagini e simboli, conducono l’anima a uscire da quel labirinto di contraddizioni.

Qui di seguito riporto una favola cinese, e successivamente mostrerò il suo valore simbolico per rintracciare la trame esistenziale che essa rappresenta.

LA RAGAZZA DAGLI OCCHI VERDI

In un tempo viveva una giovane fanciulla di nome Ju-pan. La ragazza viveva da sola. Il padre abitava in un paese lontano. Un giorno giunse un messaggio alla giovane Ju-pan in cui si diceva che il padre era morente e che avrebbe voluto rivederla. Per giungere al paese del padre bisognava attraversare un territorio molto vasto e desolato chiamato il Paese del Solo triste. Era tutto deserto non vi era nessuna forma di vita. Chiunque si trovasse a passare di là era preso da un tale senso di angoscia e sgomento da morirne. Così colore che doveva attraversare quel deserto si riunivano in piccoli gruppo per sostenersi a vicenda.
Ju-pan chiese ad amici e parenti di accompagnarla nell’attraversamento di quel deserto ma tutti si rifiutarono dicendo che dato che il padre era morente non sarebbe mai giunta in tempo. Ma era tale il desiderio di Ju-pan di andare dal padre che decise di partire da sola. Salì sul suo vecchio cavallo e all’alba di un mattino come tanti iniziò il suo viaggio.
Si inoltrò in quella terra desolata, e lentamente cominciò ad avvertire quel senso di angoscia di cui gli avevano parlato. Il cavallo era vecchio e si stancava facilmente cosi Ju-pan decise di fermarsi a riposare. All’improvviso, in lontananza, la ragazza scorse una figura che si dirigeva verso di lei. Subito ebbe paura, poi pensò che comunque era un incontro e ciò poteva alleviare la sua angoscia. L’uomo era un monaco che salutata la ragazza le disse:
“Sono venuto a portarti un messaggio. Tuo padre è morto.”
La ragazza cadde in ginocchio e pianse amaramente. La tristezza e il dolore l’avvolsero tutta, e un senso di morte le balenò nella mente. Avrebbe voluto morire all’istante e raggiungere il padre nell’alto dei cieli.
Ma il monaco proseguì il suo discorso:
“Tuo padre mi manda a dirti che tu dovrai stare qui, in questa terra poiché dai tuoi occhi verdi meravigliosi uscirà la vita. Ogni cosa che guarderai si trasformerà in vita. Tu renderai questo deserto un giardino meraviglioso.”
Il monaco se ne andò.
Ju-pan smise di piangere e si accorse che ciò che il monaco le aveva detto era vero. In ogni punto che guardava nasceva una vita nuova. Piante, alberi, fiori, animali popolarono quella terra che smise di essere desolato: la vita era risorta.


Interpretazione esistenziale dei simboli

Il paese del sole triste, luogo dove la vicenda si svolge, ci suggerisce aridità e soprattutto staticità. Tutto è fermo in quel paese: …non crescono alberi, né fiori, non fluiscono acque… E’ assente la vita in tutte le sue manifestazioni, ma più radicalmente è assente il movimento. La terribile e spettrale desolazione del luogo contagia l’anima del viandante che, se si inoltra solitario, cade vittima di incubi mortali.
La fanciulla della fiaba dovrà per amore traversare questa regione, dovrà così vincere la propria staticità, il senso del definito per aprirsi al senso dell’infinito. Sarà dunque un viaggio verso il superamento della propria visione del mondo.
La realtà in quanto tale, oggettivata, altro dall’osservatore, è un epifenomeno e un’illusione: sempre si tratta di proiezioni ciò che i nostri occhi vedono. La regione rimarrà deserta fintanto che la fanciulla non avrà trasformato se stessa. Fino a che non avrà trasformato l’idea della mortalità nell’idea della vitalità.
Il padre la chiama ad attraversare la regione del sole triste, cioè a riflettere sulla sua visione del mondo; ed ella attraversando quella regione prende coscienza della staticità di questa, prende coscienza cioè della mancanza in essa della vita. E’ quindi la vita interiore della fanciulla, non ancora fecondata dallo Spirito delle mille possibilità creative, ciò che rappresenta il deserto.
Il vecchio cavallo, come simbolo della libido, dell’eros, l’accompagna nel viaggio. E’ un eros legato all’istintualità quello che il cavallo rappresenta, una forma ancora primitiva di eros: la forma primordiale dell’amore. Ed infatti il cavallo è stanco e deve fermarsi. Nel senso che una forma così primitiva dell’amore non può sostenere un così arduo compito. L’amore primitivo di cui qui si parla è l’amore come puro slancio verso una meta, verso la vita. Ma quando qualcosa di forte si frappone tra il soggetto e la sua meta, tale amore può scemare, inaridirsi e al fine morire. E’ il caso di quell’amore ancora fermo e identificato nella pura passionalità. La passionalità è una forma d’amore ancora troppo vicina alla realtà biosferica sostenuto cioè dall’energia che scaturisce dalle esigenze biologiche. E’ una forma d’amore cieca, carente sotto il profilo dell’intenzione verso il Bene. Il cammino, quindi verso il sommo Bene, dovrà essere proseguito in altro modo, con altro mezzo, con altra modalità d’amore.
Dunque fin qui una forza istintiva, cieca, ha guidato il cammino: il richiamo del padre come vincolo imperituro, coercitivo.
Il tema dell’attraversamento del deserto lo ritroviamo in molti racconti mistici: esso rappresenta la prova ardua della trasformazione dell’anima. Una prova che si affronta nella totale solitudine, poiché nessuno può compiere quel camminino se non il soggetto stesso: nessuno può sostituirci nella nostra personale evoluzione spirituale. In questo caso la solitudine è necessaria e funzionale a tale scopo. La solitudine è il momento ed il luogo dove incontriamo il centro di noi stessi, dove il Verbo infinito si manifesta all’anima del singolo Soggetto. “Dio mio perché mi hai abbandonato…” E’ l’enunciazione drammatica che accompagno la totale solitudine, il deserto nella sua rappresentazione più estrema, essendo Dio simbolo e metafore del senso delle cose e dell’esistere stesso..
La fanciulla sembra quasi non potersi opporre o sottrarre, ma neanche vuole del resto poiché la ricongiunzione col padre è il grande anelito della sua esistenza; inoltre è l’energia del cavallo, l’eros, la passione cieca e potente che fin lì la conduce.
E’ a questo punto che la fanciulla ha un incontro decisivo: un monaco, un saggio le si fà incontro, simbolo questo del Sé, della consapevolezza della possibilità di intenzionarsi al di là della pura passione, al di là della propria dimensione istintuale. Il Soggetto infatti c’è nell’istante in cui trapassa il dominio della meccanicità istintuale, per aprirsi alla propria dimensione etica dell’intenzionarsi.
Il saggio è simbolo di un più alto livello di coscienza, che prospetta alla protagonista della vicenda la fine di un’epoca: la fine dell’epoca del figlio. Il padre infatti è morto e così muore anche il figlio. E’ morto il punto di riferimento esterno, quel principio ordinatore a cui tutto è riferito e demandato ma che si trovava esclusivamente fuori dell’anima rendendo così sterile l’anima stessa, la vita interiore della fanciulla.
La fanciulla ora pensa alla propria morte, poiché senza il padre che vita le si prospetta? Ma la visione più ampia la richiama ad una più alta responsabilità. Dovrà ella farsi carico di portare la vita là dove non vi è vita.
E la fanciulla accetta il proprio compito. Sacrifica il desiderio immediato dell’unione col padre per adempiere al compito a lei assegnato creando così in se stessa la nuova visione del mondo.
Ju-pan riconosce in se stessa un progetto, il progetto della sua esistenza, dando così libero assenso al processo d’individuazione. Il coronamento della sua vita, la missione storica della sua esistenza, è portare la vita là dove non vi è vita. E Ju-pan rinunciando ad appagare il suo bisogno di unirsi al padre, salta su un altro piano di coscienza e così esprime un’altra forma dell’Amore sì da “vedere la vita nel deserto arido”. Ciò che è visto è reale, così la vita è creata dagli occhi, dalla visione di lei poiché è attraverso il suo stesso amore che lei vede il mondo.

Dal Libro: “I CHICCCHI DEL MELOGRANO:
genitori e figli alla ricerca di una nuova sintesi” di Renato Barbruni.

Il libro si compone di una favola, e da un saggio dal titolo: “La vita interiore e il bambino”. Qui di seguito riporto un capito della favola e la successiva scheda di aiuto al genitore per la riflessione insieme al bambino.
Reiner Carge

IL FIUME

La sera, piano piano, aveva reso tutto in penombra. Il cielo era blu e le stelle lo adornavano di tanti puntini dorati. La Luna bianca, splendida come sempre, si rifletteva sulle ondulate acque del ruscello. E mentre l’unico rumore era quello dello scorrere dell’acqua, Stella, seduta su una morbida foglia, aspettava con sempre più impazienza l’arrivo del padre e di Semolino.
Erano ormai molte ore che attendeva, e col trascorrere del tempo il suo cuoricino batteva sempre più forte e i suoi pensieri divenivano sempre più tristi e pesanti.
“Perché tardate tanto? Vi hanno forse catturati? Ed io qui sola che cosa posso fare? Devo forse venirvi a cercare? Ma dove? Mi sento così piccola e sento così forte la mancanza di mio padre e di Semolino; non averli qui mi fa sentire come se fossi perduta. E mia madre… chissà dove sarà mia madre! Da quel giorno che le guardie l’hanno catturata e l’hanno sottratta ai miei occhi non ho più saputo nulla di lei… Sento il mio cuore strappato, perso alla ricerca della sua presenza… E’ così bella questa serata, così calma, così dolce mentre io mi sento così triste…”
Il cielo rapì i suoi occhi in un ricordo lontano: lei piccina tra le braccia della madre in una sera dolce come tante: “Mamma come sono felice e sicura qui con te…” E il sorriso della madre che le accarezzava il cuore.
Un fruscio la distrasse dai suoi pensieri. Subito ebbe paura.
“Che cosa sarà mai?” tremò dentro di sé.
“Stella, Stella presto dobbiamo scappare.” Era la voce di Semolino che dal folto dell’erba apparve insieme a Geremia. Stella, finalmente felice, poté riabbracciare il suo amato padre.
“Presto, presto dobbiamo scappare stanno per sopraggiungere le guardie. Quel grido “Ciao amici” ha messo in all’erta le guardie reali che così hanno scoperto la nostra fuga.”
“Ma come possiamo fuggire?” Domandò impaurita Stella.
“Ci caleremo nel fiume: l’acqua ci porterà via.”
Le guardie erano ormai sopraggiunte. Semolino, Stella e Geremia si calarono nell’acqua e si lasciarono portare via dalle onde. L’acqua, cullandoli, li portava sempre più lontano dal pericolo, ed essi vi si abbandonarono come in un bel sogno. I loro cuori, ora più tranquilli, battevano più debolmente e lentamente. E mentre il silenzio della sera si faceva più dolce, essi si addormentarono nell’acqua che li portava al sicuro.

Le acque li cullarono per ore ed ore, e la notte, come una calda coperta, li avvolgeva nella penombra: il loro cuore era sicuro di battere per l’eternità.

Il fiume si inoltrava, volteggiando, tra il verde di un meraviglioso giardino. Qualche bagliore scintillava sulle deboli onde: erano le luci dei lampioni su cui si intrecciavano piccole rose gialle. I vialetti passavano tra aiuole di bellissimi fiori sempre diversi e di diverso colore; ogni tanto una galleria d’alberi interrompeva lo sguardo al cielo stellato. Su in alto la bianca Luna sembrava essere lì apposta per dipingere di latte le foglie del gelso.
Semolino, Stella e Geremia dormivano affidandosi ai sogni d’amore.

IL FIUME: Scheda d’aiuto alla riflessione

Anche in questo capitolo il tema è la paura. In modo più specifico è l’angoscia. Se nel capitolo precedente la paura è quel sentimento che sperimentiamo di fronte ad una minaccia possibile e certa, in questo capitolo la paura si riferisce ad un sentire più complesso meno individuabile, cioè meno riconducibile a qualcosa di certo.
Nel capitolo precedente Semolino aveva paura nella situazione reale e contingente. In questo capitolo Stella vede svilupparsi la paura da molto lontano. In lei affiorano ricordi dolorosi del passato, ma anche ricordo belli. Tutto questo in lei muove dimensioni complesse della sua personalità: questa è l’angoscia. Un sentimento che non è relativo ad un oggetto specifico. L’angoscia si diffonde a macchia d’olio in tutte le direzioni della personalità. E’ il senso della vita che ne viene colpito. Quindi in questo capitolo è l’angoscia il tema principale. Sarà bene che a questo punto spieghi la struttura del capitolo per capirne il senso.
Stella è sola e in attesa. Da questa solitudine si sviluppa un sentimento che la conduce a meditare su momenti importanti della sua vita. Avverte un senso di precarietà, come se la sua anima fluttuasse tra il timore del presente e le malinconie del passato, di un passato ancora carico di domande senza risposta che gettano ombre scure sul futuro: la paura sfocia in una angoscia esistenziale. Erroneamente si pensa che il bambino non sperimenti inquietudini esistenziali, che non si ponga interrogativi di grande respiro.
Nel capitolo Stella troverà la pace abbandonandosi alle acque del fiume che la portano verso un luogo più sicuro. Ciò è simbolo e metafora del fatto che non sempre l’angoscia può essere superata trovando una risposta certa alle inquietudine; alle volte è proprio l’essere capaci di affidarsi al fluire della vita, senza pretendere risposte immediate che ci fa superare momenti di profonda smarrimento. Le immagini che il racconto descrive sono tese a stimolare nel bambino un atteggiamento fiducioso. Una fiducia che non passo solamente attraversa l’azione o la riflessione razionale, ma anche attraverso il sapersi affidare alla speranza nella propria esistenza.

L’obbiettivo: riconoscimento delle proprie inquietudini; provocare un atteggiamento fiducioso.
L’atteggiamento richiesto nel bambino: la contemplazione sui vissuti che le immagini suscitano in lui.
L’oggetto della riflessione: le inquietudine che traversano la coscienza del bambino.
L’atteggiamento del genitore: sarebbe opportuno che il genitore confidasse al bambino alcune delle proprie inquietudini affinché il bambino senta la comunanza con l’adulto. In questo caso però a differenza delle paure, è molto importante che il genitore comunichi quelle inquietudine che lui ha superato, in modo da mostrare il buon esiste di quella esperienza. Il genitore farà notare al bambino che per superare le inquietudini occorre un certo tempo. E’ importante che il genitore arricchisca il dialogo portando la riflessione sulla dimensione del tempo. Dato che il bambino non ha ancora consapevolezza della propria storia, non ha coscienza del divenire temporale come valore, nel senso che non sa attendere il dispiegarsi degli eventi: non sa che gli eventi devono dispiegarsi nel tempo. In altre parole non capisce il valore che è insito nell’attesa. Ecco perché nel capitolo l’attesa è occasione di inquietudine.
Il bambino deve arrivare a comprendere che certi stati dell’anima hanno bisogno di un loro tempo per dispiegarsi ed evolversi. Ciò lo aiuterà a qualificare i vissuti soggettivi come tappe della sua evoluzione evitando di identificarsi completamente in essi.

Dopo la lettura un momento di silenzio, poi le
le domande: vale lo schema già formulato adattandolo al nuovo tema.

Ora chiudi gli occhi e prova a guardare dentro di te…cosa vedi?

Quale sentimento vivi dentro di te in questo momento?

C’è stato un punto durante la lettura che ti ha suscito una particolare emozione?

C’è stato un momento in cui hai sperimentato un vissuto negativo?

C’è stato un momento in cui hai sperimentato un vissuto positivo?

A quale dei personaggi ti senti più vicino, ti somiglia di più, o ne condividi il vissuto? (questo modo di porre la domanda spinge il bambino a cercare le tracce del proprio sentimento – o vissuto – nell’espressione altrui. Lo aiuta a essere meno centrato su se steso e a cogliere la realtà fuori di sé. In altre parole lo aiuta a superare la fase dell’egocentrismo nella maturazione verso l’empatia).

Perché? In che modo ne condividi il vissuto?

BY: Renato Barbruni

L’uso della fiaba in campo educativo
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Cercherò di mettere in evidenza la possibilità evocativa che il racconto fantastico possiede, sottolineandone l’importanza al fine dell’evoluzione della personalità.
Per meglio comprendere il punto di vista dal quale sviluppo la mia riflessione conviene che prenda le mosse dall’osservazione di un frammento del rapporto tra un osservatore e la cosa osservata. Per esempio il rapporto che intercorre tra l’osservatore e un dipinto; tra un osservatore e un tramonto a cui assiste; tra uno spettatore e il film proiettato; come tra un lettore e il libro che sta leggendo; o ancora tra un ascoltatore e il racconto che gli viene raccontato.
Ogni oggetto, sia esso un’immagine, un racconto o un altro evento posto di fronte ad un soggetto, provoca un’insieme di reazioni all’interno della realtà psicologica del soggetto. L’oggetto che penetra la realtà psicologica produce determinate conseguenze. Fondamentale, per la nostra riflessione, è considerare il fatto che tale oggetto interagisce con la complessità della realtà psicologica che lo ha accolto. Dobbiamo rammentare che la realtà psicologica è costituita da ricordi, vissuti, aneliti, desideri, sogni, pensieri, sentimenti, ecc. E va altresì rammentato che ogni dimensione della realtà psicologica ha una sua profondità e una sua distanza dalla coscienza. Di un determinato sentimento si ha una parte molto vicina alla coscienza, di cui quindi siamo a conoscenza, e altre parti più o meno distanti dalla coscienza, situate in zone sempre più profonde dell’inconscio. Le parti profonde di un sentimento hanno poche occasioni di essere rappresentate nella coscienza nel corso della nostra abituale esperienza quotidiana. Esse vengono più facilmente ri-suscitate in particolari momenti della nostra vita. Per esempio di fronte a situazioni esistenziali che possiedono una carica emotiva forte. Immaginiamo la notizia della morte di un conoscente che può risvegliare in noi un sentimento di cui prima non sospettavamo. Quella parte di sentimento era nascosta, inaccessibile alla coscienza, ma in seguito alla notizia della morte, con la forza evocativo che possiede l’evento “morte”, ecco che quella parte di sentimento rimasta celata ora si fa improvvisamente e impetuosamente presente alla nostra esperienza cosciente. A questo punto quel tal sentimento viene rappresentato nella coscienza e va ad ampliare quel sapere di noi che costituisce il fenomeno della consapevolezza.
Un certo oggetto può possedere una notevole capacità di penetrazione della realtà psichica profondo, e quindi può suscitare esperienza soggettive che variano di intensità a seconda della profondità raggiunta . Di un tale oggetto diremo che possiede una forte capacità evocativa.
Al contrario vi sono oggetti che non riescono a penetrare la realtà profondo della psiche, rimanendone in superficie. Di un tale oggetto diremo che possiedo poca forza evocativa.
Il grado della forza evocativa di un oggetto dipende molto dal soggetto percepiente, nel senso che un medesimo oggetto può avere molta forza evocativa se interagisce con un certo individuo, e non possederne affatto nell’interazione con un altro individuo.
E’ però interessante notare che vi sono comunque determinati oggetti che per loro natura possiedono una forza evocativa superiore, rispetto ad altri. Qual è questa natura diversa che li rende particolarmente evocativi? E’ il grado di compiutezza dell’oggetto. Più un oggetto è compiuto, definito, finito in se stesso, meno capacità evocativa possiede. In altri termini più l’oggetto è esaustivo, meno è evocativo.
Una lezione di chimica, per la sua intrinseca necessità di essere esauriente, quindi esaustiva, possiede meno forza evocativa della lettura di una poesia. In genere il linguaggio scientifico tende all’esaustività, mentre il linguaggio artistico tende alla evocazione. L’uno ha come finalità la definizione dell’oggetto, l’altro ha come finalità l’esperienza dell’oggetto. Possiamo dire che l’uno è un modo di conoscere dal di fuori, l’altra è un modo di conoscere dal di dentro. Attraverso il linguaggio metaforico-simbolico-esoterico della fiaba, il lettore -in quanto soggetto che patisce un’esperienza – è guidato all’esperienza dell’oggetto, dato che l’oggetto ri-trova espressione di sé nella realtà interiore del soggetto-lettore. Ed è questa possibilità che fa si che la fiaba sia una delle espressioni letterarie più adatte a interagire con la realtà profonda del bambino.

Chiavi di lettura simbolica di alcune favole

POLLICINODall’esperienza di genitori inadeguati si apre la voragine verso l’ombra del genitore: l’orco divoratore è Saturno, Crono, Urano che mangia i figli. L’emancipazione avviene con il ritrovamento della capacità di decidere e di agire a cui il bambino approda e liberandosi della dipendenza dai genitori. Quindi la Personizzazione dell’esperienza e dell’azione

BIANCANEVE
L’ombra della madre, il lato oscuro del femminile, con l’invidia della purezza e della bellezza, la non accettazione del trascorrere del tempo. Il dubbio sulla natura della propria identità; la scoperta del tesoro interiore.Il sonno interminabile e l’attesa del tempo dell’amore

CAPPUCCETTO ROSSO
L’ombra del proprio IO che fagocita il senso e la trama della vita: la pulsionalità agita nell’immediatezza.

MI E IL DRAGO GIALLO
Favola cinese L’ombra della vita; il lato oscura della legge della vita; la paura della paura che porta il bambino a chiudersi al nuovo mondo che si prospetta dinnanzi a lui, la paura della solitudine e della incapacità supposta di non essere in grado di farcela da solo, cioè in prima persona.

I mostri, le paure e i vissuti di estraneazione

I mostri e gli incubi delle notti insonne dei bambini appartengono allo scenario dell’immaginario interiore. Sono creature che provengono dalla oscura realtà interiore dell’anima. Per cercare di capire il movente e il significato di tali presenze è bene ricordare quale sia la situazione esistenziale in cui si trova calato il bambino. Parliamo del bambino fino ai 5 o 6 anni e fin su verso i 9 o 10 anni. Mano a mano che il tempo passa, che il soggetto sviluppa la sua appartenenza sociale e sviluppa la sua personalità, tali fantasmi – nel vissuto interiore così come appare nei sogni o nelle fantasie – tendono a diminuire. Questo per varie ragioni. Prima però dobbiamo comprendere il perché di tali presenze e il loro significato, allora ci sarà più comprensibile il motivo per cui con il tempo esse sfumino nell’immaginario interiore della coscienza del bambino. Si badi che viene qui usato il termine “sfumare” il che vuol dire che tali presenze non si cancellano, né scompaiono, ma, appunto, “sfumano”, nel senso che rimangono presenti ma con un grado di accentuazione minore.
Il bambino si evolve. Questo processo si sviluppa sulla spaccatura delle forme raggiunto; ciò provoca un vissuto di instabilità interiore, da cui emerge l’idea della mostruosità di se stessi ( in quanto la forma è percepita così mutevole da non riconoscere in essa le regole della forma bella che è stabile). Tutto ciò genera lo spavento nel sentirsi muovere dentro una forza che sprigionandosi muta tutta la realtà, sia quella percepita che quella agita.
Quindi la presenza di immagini terrificanti rimanda alla sperimentazione soggettiva di un movimento che dall’interno spinge verso la modificazione della struttura interiore della personalità. Naturalmente i singoli personaggi che costellano l’immaginario terrifico del bambino sono portatori di un particolare valore simbolico che va valutato di caso in caso.

BY: Irene Barbruni

La depressione
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Secondo l’Oms (Organizzazione Mondiale delle Sanità), entro il 2030 la depressione sarà la malattia cronica più diffusa nel mondo. In Italia colpisce oggi 4,5 milioni di persone: nella maggior parte sono donne (in rapporto 2 a 1 rispetto agli uomini). Un’indagine condotta da Onda (Osservatorio nazionale sulla salute della donna) su un campione di 1.004 soggetti (tra cui 503 donne e 501 uomini) ha constatato che per il 27% degli intervistati la depressione si colloca al secondo posto, dopo i tumori, per impatto negativo percepito sulla vita di chi ne soffre. Inoltre, rappresenta una delle principali cause di invalidità temporanea e permanente. Tutti questi aspetti comportano necessariamente un costo molto elevato, non solo in termini di risorse umane ma anche economiche.

Ma vediamo nello specifico, innanzitutto, che cosa si intende per Disturbo Depressivo Maggiore. Esso rientra nel gruppo dei disturbi dell’umore e riguarda tutti quei casi in cui si è in presenza di un umore depresso o irritabile con perdita di piacere, per almeno due settimane, verso le attività che in precedenza era di interesse. La depressione, o melanconia, è quindi caratterizzata da una profonda tristezza che raggiunge un’intensità tale da superare un certo limite, soprattutto in quei casi in cui non vi è una circostanza che giustifichi tale stato, come per esempio il lutto di una persona cara. In generale, si distinguono due tipi di depressione: endogena (che nasce “dal di dentro” senza avere una causa esterna) e reattiva (quando lo stato è causato da un evento esterno e dove viene osservata una reazione eccessiva e prolungata).

I sintomi riguardano: cambiamento nell’appetito e di conseguenza del peso corporeo (aumento o perdita), disordini del sonno (aumento o insonnia, piuttosto che inversione giorno/notte), agitazione o rallentamento psicomotorio, perdita di energia, sentimenti di indegnità, difficoltà di concentrazione, pensieri di morte ricorrenti ed ideazione suicidaria. A seconda della gravità della sintomatologia e dell’incidenza sul funzionamento generale, abbiamo tre tipi di gravità del disturbo: lieve, moderato e grave. Purtroppo anche i bambini possono vivere sentimenti depressivi. L’esordio, nell’età dello sviluppo, può essere segnalato più spesso da disturbi d’ansia, fobie, agitazione, lamentele somatiche, rifiuto scolastico e in generale disturbi comportamentali. Sono quindi manifestazioni insidiose, non sempre, tuttavia, indice di esordio di stato depressivo. Negli adolescenti, invece, è presente una compromissione a livello sociale e messa in atto di comportamenti rischiosi.

La tempestività della diagnosi è fondamentale per la cura e la conseguente guarigione. La terapia può riguardare sia quella psicoterapica, che in presenza di una depressione lieve può bastare, oppure una terapia farmacologica che nelle forme più gravi è spesso necessaria. La terapia combinata, che richiede ambedue i percorsi terapeutici, è la via più indicata ed efficace, perché non solo incide sui sintomi, ma cerca la soluzione delle cause. Nell’80% dei casi in terapia si ha una completa remissione.

Ma perché oggi assistiamo all’aumento di casi di disturbo depressivo? Questo è un quesito a cui molti studiosi cercano delle risposte. Già a partire dagli anni settanta del secolo scorso lo stato depressivo viene legato alle circostanze sociali e culturali. Si diceva che l’età moderna è l’epoca della depressione. Nel campo della psichiatria i fattori socioculturali hanno assunto nei decenni sempre più un peso notevole. A proposito di questo tema Arieti scrive “La cosa terribile è la mancanza di significato in questo clima culturale, in cui molti sentono che hanno perduto i loro ideali e non li hanno sostituiti con ideali nuovi” (S.Arieti, J.Bemporad, La depressione grave e lieve. L’orientamento psicoterapeutico, Feltrinelli, Milano, 1981, p. 434).

Il lavoro psicoterapeutico ha, quindi, la funzione di riportare un nuovo significato e ricondurre il soggetto, immerso nella propria tragedia, verso un percorso che conduce al “trionfo dello spirito umano”, cioè alla capacità di sapersi ridefinire di fronte a situazione esistenziali nuove. In altre parole è il ripristinare la possibilità di essere contro l’impossibilità di essere.

BY: Renato Barbruni

Taoismo
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Da “I CHING – Il Libro dei mutamenti”
Esagramma. 25. Wu Wang – L’innocenza

Sopra il creativo, il cielo
Sotto l’eccitante, il tuono

La sentenza:
L’innocenza. Sublime riuscita.
Propizia è perseveranza.
Se qualcuno non è retto ha disgrazia,
e non è propizio imprendere qualche cosa.

Il recupero della propria integrità interiore prima della grande impresa: tema di molte favole, leggende, e preambolo a grandi gesta.

L’immagine:
Sotto il cielo passa il tuono:
tutte le cose acquistano lo stato naturale dell’innocenza.
Così gli antichi re curavano e nutrivano,
ricchi di virtù e in armonia con il tempo, tutti gli esseri.

• La ricerca della propria armonia interiore;
• armonizzare cioè la nostra vita esteriore con la vita interiore;
• l’autenticità perduta;
• la sintonia tra le varie parti che compongono la nostra personalità.

Una delle immagine e delle nozioni più belle che l’uomo, nella sua storia, abbia intuito ed elaborato. Il tema dell’innocenza è fondamentale per tante culture. Nel taoismo l’innocenza è definita come armonia, sintonia tra l’individuo nella sua trame esistenziale e la natura che gli scorre nell’anima. Rappresenta il congiungimento con la parte più profonda ed autentiche dell’anima. E’ il rinnovamento della connessione con le forze spirituali e cosmiche.
Già nella cultura occidentale, nell’ebraismo troviamo una nozione simile, in quanto l’innocenza, nel vecchio testamento, rappresenta la condizione che precede il peccato, il momento in cui l’uomo si è allontanato da Dio eludendo la Sua raccomandazione di non mangiare dall’albero del bene e del male. L’acquisizione da parte dell’uomo della consapevolezza della presenza di un “bene e di un male”, che lo fa uscire dell’Eden ( dall’innocenza e dalla purezza), produce la nascita della coscienza duale, la coscienza che ancora oggi noi usiamo per sperimentare ed interpretare la nostra esistenza. Lo scontro e il conflitto con le forze che noi pensiamo come bene e male ci colloca dentro una visione del mondo matura perché scevra dell’illusione primordiale di una realtà assolutamente buona. Se però, questo dato di conoscenza ci percuote staccandoci dall’innocenza primordiale, esso arriva a lacerare la nostra anima aprendoci alla sofferenza dell’esistere, e proiettandoci in uno sfondo ove la possibilità della disperazione e quindi della morte spirituale, ci palesa sempre immagini devastanti che ci spingono a perdere la fede nella nostra esistenza: siamo quindi corrotti nel nostro intimo, nell’anima, nella radice del nostro essere, là dove trae linfa vitale la nostra esistenza.
La visione giudaica quindi, sviluppa una trama altamente drammatica che sfiora sempre la tragedia, cioè la totale disfatta dell’essere umano. Il peccato sarà superato, quindi sarà possibile ricuperare l’Innocenza perduta, attraverso il calvario della sofferenza, che si instaura attraverso il sacrificio estremo. Il sangue versato come un unguento miracoloso ricucirà la ferita nell’anima. E’ questo il senso del sangue di Cristo versato in remissione dei peccati.
La visione Taoista penetra la realtà al di là della coscienza duale e scorge il substrato che sostanzia l’essere. Non c’è peccato né colpa, l’innocenza è perduta a causa dell’illusoria visione dicotomica della coscienza, una visione che scaturisce dalla necessità ingenua di dare un ordine riconoscibile al mondo. Ciò che la coscienza percepisce dell’essere, la natura Ying e Yang come due forze in antitesi, è tale proprio per la struttura della coscienza che non riesce ad andare al di là di una conoscenza duale, antitetica. L’ordine che la coscienza stabilizza, e che erroneamente crede di vedere come realtà oggettiva, altro da sé, in effetti è una metafora della propria struttura e della propria natura. In effetti dato che la coscienza come tale nasce da un momento di distacco dall’oggetto essa porta dentro di sé tale momento che permea la sua sostanza. Quello che è dunque visto come dicotomia della realtà di cui ha coscienza, altro non è che l’eco della scissione da cui ha avuto origine la coscienza stessa.
Da questa diversa visione è estraneo il senso del dramma, poiché la scissione tra la coscienza e l’essere nella sua totalità non è avvenuto per una infrazione, ma per una fisiologica necessità conoscitiva.
L’innocenza quindi non è perduta, ma sospesa. Per ripristinarla è necessario innanzitutto conoscere il modo di conoscere, analizzare quindi la modalità del processo di conoscenza, ciò ci permetterà di uscire dalla dicotomia che ci traversa. Solo così è possibile ritrovare il nesso tra l’uomo e il tutto. Il Tao significa propria questo: trovare il senso giusto, quel senso che ci riconnette con la totalità dell’essere. L’innocenza è quindi la ricomposizione tra la trama della vita singolare e la trama dell’esistenza totale. Per fare un esempio possiamo citare quello che fa il contadino che seminana nella giusta stagione, egli sa quale è il momento in cui porre il seme, in quella particolare stagione egli connette il seme con le forze cosmiche che aiuteranno il piccolo seme nel suo divenire. Questa è la sapienza del Tao, capire quella connessione. Se il contadino seminasse in una stagione diversa il seme non crescerebbe. Per fare un altro esempio si può citare la prassi di vita di tanti giovani che sono spinti dalla cultura dominante a fare esperienza sessuali e emotive fuori tempo causando molti problemi di equilibrio psicoemotivo: essi hanno così perso l’innocenza, nel senso che fanno qualcosa che non è in sintonia col loro mondo vero, con la loro necessità autentica, sono diacronici con la loro anima. Ma non hanno perso l’innocenza in quanto hanno infranto una legge che impedisce loro di vivere la sessualità, piuttosto hanno infranto l’armonia tra la loro anima e la prassi del loro esistere (nel senso che a quel punto della loro vita non vi è la necessità evolutiva della sessualità), in ciò sta la perdita dell’innocenza. Ecco in questo passaggio è definita la differenza tra la visione giudaica dell’innocenza connessa al peccato e la visione taoista. La prima è più normativa la secondo più ontologica legata alle conseguenza sul piano profondo.

BY: Renato Barbruni

Buddhismo
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Il Karma in una prospettiva psicoanalitica

Da “La storia di Muktika, figlia del re di Simhala, e il ritratto del Buddha”, riporto un breve passaggio

Il Beato rispose: “Le azioni compiute e accumulate da Maktika, o monaci, i requisiti da lei ottenuti, le condizioni da lei maturate, riguardano le azioni compiute e accumulate solo da Maktika e da nessun altro e continueranno ad esistere, inevitabilmente, come il flusso di un torrente. Quale altre persona, al di fuori di Maktika, potrà mai averne esperienza? O monaci, le azioni fatte e accumulate non mutarono al di fuori di noi, nella terra, nell’acqua, nel fuoco o nel vento, ma esse, pure o impure che siano, maturano negli aggregati, negli elementi e nelle basi appropriate.
Gli atti non svaniscono mai, neanche in centinaia di eoni cosmici: quando raggiungono la giusta combinazione delle condizioni e il momento favorevole, essi sicuramente fruttificano per le creature.”

In questa spiegazione degli effetti del karma (azione) vi è l’invito a riflettere sull’importanza di compiere azioni meritorie. Il brano vuol dire che ogni azione che noi compiamo non è mai finita nell’istante in cui si esaurisce, ma ha una sua coda, lascia una scia nel tempo. Essa è come un seme gettato nella terra. Occorrerà del tempo, anche molto tempo, ma è certo che quando le condizioni saranno favorevoli, quell’azione addormentata, si risveglierà provocando i suoi effetti su di noi. Questa dinamica risulta più comprensibile se la collochiamo all’interno della visione orientale della reincarnazione. In tal senso le azioni che compiamo in questa vita trovano la loro attuazione ( il loro effetto) anche nella successiva vita tenendoci legati al ciclo delle esistenze: un ciclo che perdurerà fino a quando non avremmo pagato il nostro debito karmico, cioè fino a che non avremmo sciolto quelle strutture della nostra personalità che fomentano le azioni che ci imprigionano. Questa spiegazione del karma si sposa molto bene con la teoria junghiana degli archetipi e dell’ombra.
Il pensieri junghiano sviluppa la visione secondo la quale la psiche è organizzati in archetipi. Ciò vuol dire che la psiche, che è energia, non è data in noi senza forma, in modo informale, essa, non solo ha una sua forma (cangiante nel tempo) ma è una organizzazione di unità informatiche. Ciò vuol dire che l’energia psichica si dà in diverse forme le quali la strutturano: gli archetipi, i quali sono organizzati tra loro in modo funzionale e dialettico.

Semplificando possiamo dire che nell’organizzazione della psiche in archetipi, si riconosce la presenza di numerose forme archetipiche. Tra esse, per ragioni espositive, ne elenchiamo otto:

l’archetipi dell’orfano, l’archetipo del viandante, l’archetipo del guerriero, l’archetipo del mago, l’archetipo della vittima, l’archetipo dell’innocente, l’archetipo del padre e l’archetipo della madre.

Essendo gli archetipi aggregati di emotività, sentimento, pensieri, aneliti, essi contribuiscono a fornire al nostro pensare un determinato sentire e una determinata visione del mondo.
Quando una persona è sotto l’influenza di un archetipo vede e sperimenta il mondo così come quell’archetipo gli detta o suggerisce. Dato che l’archetipo è come una atmosfera, una colorazione entra la quale passano le nostre esperienze quotidiane, esso è in grado di modificare la percezione, il modo di sentire e vedere il mondo.

Non sperimenteremmo nulla al di fuori degli archetipi. Nella filosofia kantiana questa nozione è paragonabile agli a priore della ragion pura. I nostri sentimenti sono colorati dalla trama di certi archetipi, cioè di queste strutture a priore entro le quali formiamo, diamo forma per dare significato, alla gran massa di esperienza che viviamo. E’ come se noi fossimo dentro una bolla attraverso la quale vediamo e sperimentiamo il mondo. Una madre vede il proprio figlio e quindi vive i sentimenti verso di lui, all’interno dell’archetipo (bolla) della madre; mentre il padre vive i propri sentimenti all’interno dell’archetipo del padre. Da cui si possono osservare modi di vivere i sentimenti diversi. Certo che tutto non è così ordinato, nel senso che alle volte l’archetipo della madre è più presente nel padre che non nella madre. Abbiamo allora una certo inversione dei ruoli. Ma le cose sono ancora più complicate in quante gli archetipi non sono puri, ma subiscono una certa contaminazione da parte di altri archetipi. Per esempio se l’archetipo della madre, con i sentimenti ad esso connessi, viene contagiato dall’archetipo della vittima, cosa può verificarsi? Il risultato sarà una madre che tende a sacrificarsi, a pensare che il figlio le impone sacrifici, elle tenderà a sentirsi appunto vittima della sua condizione, e questo non le permette di vivere liberamente la sua esperienza di madre.

Nel percorso analitico junghiano si concedo molta importanza all’analisi della forme archetipiche che impediscono al soggetto un’autentica visione del mondo. L’origine e il motivo della sofferenza, infatti, è proprio derivato dalla presenza di archetipi che svolgono un ruolo disturbante rispetto alle esigenze evolutive del soggetto. Questa impostazione è paragonabile alla visione buddhista dell’importanza di superare certe strutture karmiche che imprigionano il soggetto e non gli consentono di evolvere verso la liberazione.

Il Karma

tratto dal libro “Logos e Pathos” di Renato Barbruni, Ed. Nuovi Autori

Definizione di Karma: leggiamo dal Dizionario Buddhista di Christmas Humphreys ed. Ubaldini:
” …La radice (di karma) significa azione da cui deriva il significato di “azione e risultato appropriato dell’azione”. (…)
Il karma non è limitato dal tempo e dallo spazio, e non è strettamente individuale; vi è un karma del gruppo, della famiglia, della nazione, ecc.

La dottrina della rinascita è un corollario necessario di quella del karma: è l’entrata nella vita fisica individuale con un carattere e un ambiente che derivano dalle proprie azioni nel passato.
Il carattere, la famiglia, le circostanza e il destino personali sono quindi manifestazioni del proprio karma, e in base alla reazione al proprio “destino” attuale si modifica e si costruisce il proprio futuro.

Non è il karma in se a legarci alla ruota della rinascita: l’elemento che ci lega è il frutto personale dell’azione.
La liberazione è quindi ottenuta attraverso l’eliminazione del desiderio egoista.”

La materia è la struttura karmica forse più resistente: la realtà tutta è struttura karmica. In tale prospettiva il mondo, così come ci si presenta, può essere superato sciogliendolo attraverso la meditazione e la rinuncia alle brame egoiche. Se nell’ebraismo, e in parte nel cristianesimo, la sofferenza è inerente alla salvezza, nel senso che attraverso il soffrire (quale modalità per la purificazione) si giunge alla salvezza dell’anima, nel buddismo la sofferenza è residuale, si configura come la sperimentazione soggettiva della struttura karmica. L’esistenza è sofferenza (la prima delle quattro nobile Verità) in quanto la sua struttura (dell’esistenza) è intrisa di quel sentimento di attaccamento che scatena la sofferenza quale reazione di fronte alla spinta evolutiva (liberante) dello spirito. Quindi il cammino verso la salvezza passa attraverso il soffrire come via obbligata, in quanto è la struttura karmica la realtà causa della sofferenza, e perciò è proprio essa, la struttura karmica, che noi possiamo e dobbiamo superare.

Questa prospettiva, che utilizza la nozione di karma per interpretare la sofferenza e l’esistenza (il porre in essere) della realtà fenomenica, ci porta ad alcune implicazioni quando la caliamo sul tema dell’amore tra due persone. In esso, nell’esperienza di Amore, possiamo ben ritrovare la necessità del superamento della struttura karmica e archetipica della personalità, quale presupposto indispensabile affinché Amore realizzi la sua peculiare finalità: l’incontro perfetto di due anime. Un superamento necessario in quanto la presenza di substrati karmici e archetipici impediscono all’amore di fluire liberamente tra i due amorosi. In questo senso troviamo in Giovanni:
“…Nell’amore non c’è timore, al contrario l’amore perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell’amore…”
1Giovanni 4,18

O ancora in San Paolo:
“Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto.” 1 Corinzi 13,12.

I due pensieri implicano il superamento della forma archetipica (l’archetipo del castigo in questo caso) che da un lato suscita il timore, e dall’altro media la conoscenza e quindi crea frattura tra l’uno e l’altro (l’archetipo della scissione-separazione tra uomo e Dio). I due archetipi sono mantenuti nell’anima dell’uomo attraverso le dinamiche karmiche. Il superamento dei due archetipi, e quindi della loro influenza nell’anima, è affidato, nel Cristianesimo, alla prassi della carità e della preghiera; nel Buddismo alla meditazione e alla pratica della compassione e alla meditazione sulla vacuità

CARITA’ E COMPASSIONE; PREGHIERA E VACUITA’

Carità e compassione

Le nozioni di Carità e di Compassione sono legate a diverse implicazioni psicologiche ed esistenziali. La Carità, quale modo di relazionarsi al prossimo, presuppone l’atto della donazione verso l’altro, mentre la Compassione sembra porre l’accento sul sentimento di condivisione della sofferenza altrui. Anche la carità implica un sentimento di condivisione verso l’altro, ma la compassione in questo caso è un sentimento che subito viene estrovertito, condotto là di fuori, per operare nella realtà esterna; mentre la Compassione buddista, che comunque implica un agire sulla realtà in soccorso verso l’altro, è più orientata alla contemplazione ed all’affinamento del sentimento come fatto interiore, che quindi, come tale, può non essere seguito dall’azione, se questa va a confermare la dipendenza dalle modalità in cui ci si è identificati (il Salvatore che dipende dall’essere salvatore). In questa cornice etica va ricordato che il fine è quello di liberarsi dalla struttura karmica ed archetipica quindi è fondamentale l’analisi dei propri sentimenti anziché agirli immediatamente.
Nella prospettiva cristiana invece, la cornice etica è accentuata sull’azione verso il prossimo, in quanto l’esperienza centrale è quella del sacrificio; in effetti il vero dono è proprio il sacrificio che compie il fedele. Nella visione cristiana ritroviamo le radici della nozione giudaica del sacrificio, cosa che è meno presente nel buddismo, dove il sacrificio è sostituito dall’atto di superamento della struttura karmica. Ma a questo punto dobbiamo fare una ulteriore riflessione sulle implicazioni delle nozione di karma e di peccato.

Il karma: struttura che imprigiona l’anima.

Nella psicoanalisi junghiana usiamo un temine speciale per indicare il grumo di vissuti, sentimenti e idee che si pongono come antitesi alle prospettive coscienti del soggetto. Tale temine è Ombra. Con Ombra si vuole proprio indicare e nominare l’innominabile custodito nella psiche inconscia. Tale concetto è sviluppato da Jung sulla nozione più vasta di karma – e di peccato. Se il karma è l’irrisolto di una o più vite precedenti che alberga nelle profondità della psiche, è proprio questo il grumo ombroso che si intromette in senso antitetico allo sviluppo della personalità, e infine alla liberazione dell’anima. Questo grumo ombroso trasudante esperienze cristallizzate si presenta attraverso punte di sofferenza e slanci di illusione che ci conducono a interpretare una vita inautentica in quanto paradossale rispetto alle nostre vere e più essenziale esigenze. In tale corpo nascosto dentro le profondità della psiche, non solo trova sede l’irrisolto delle vite precedenti, ma alberga anche l’insieme degli aneliti che non sono stati adeguatamente adempiuto nelle vite precedenti, e che ora, nell’attualità dell’esistenza, trabordano la forma per spingere l’esistere oltre i propri confini, e realizzare un campo di esistenza finalmente più idoneo alle esigenza evolutive dello Spirito. La corretta comprensione di questi elementi profondi sviluppa le coordinate di orientamento della vita del soggetto che ritrova la capacità di adempimento del mistero di se stesso. Così la dialettica tra il qui e ore, il presente, e il passato impregnato di aneliti, va ha costituire il lessico profondo dell’anima con la propria esigenza trasformativa.

Il peccato: condizione che corrompe l’anima.

La dialettica profonda presuppone una capacità di distacco dall’immediatezza della vita tale da vedere contemporaneamente le diverse dimensioni dell’essere, ma tale capacità è impedita dall’azione del peccato, vale a dire dall’azione dell’archetipo della scissione che riproduce istantaneamente alla coscienza la visione della dicotomia dell’essere. Una visione non più percepita come “visione” – interpretazione soggettiva – ma come realtà oggettiva altra dall’osservatore (questo è il risultato più essenziale del peccato – archetipo della scissione- ). Questo automatismo presente nella coscienza perpetua la frattura tra l’uomo e Dio, tra l’idea di essere e l’essere, tra il pensiero e la vita (Taoismo, buddismo zen), gettando il soggetto nella disperata inautenticità del proprio esistere (il concetto di angoscia di Kierkegaard, dinamica tra l’ente e l’essere di Heidegger).

Preghiera e vacuità

La speranza, la trama e la prassi della salvezza, della liberazione dalla ciclicità tragica di una tale dinamica diabolica (dal greco diaballo cioè colui che separa), è ritrovata nell’intuizione straordinaria della preghiera e della meditazione. La preghiera quale atto interiore di fuoriuscita dalla prigione della razionalità, del gioco del pensiero cosciente – della coscienza che si identifica nel pensiero che poi è più il pensato piuttosto che il pensante – porta il soggetto al contatto e quindi all’esperienza di Anima, – che vive sospesa tra le cose, non è mai nelle cose-, sviluppando la possibilità di essere senza doversi fermare all’esserci. Il canto d’amore verso Dio, è tanto più autentico tanto più il soggetto non ha necessità di vedere attraverso il suo pensiero l’immagine di Dio, egli si affida al vero amore che “..tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta” (San Paolo 1Corinzi 13,7) E’ un Dio più vicino all’esperienza incommensurabile per il pensiero della coscienza del Tutto nel molteplice e del molteplice nell’Uno (Plotino), è l’approdo al nirvana. E’ qui che incontriamo la meditazione buddista sulla vacuità di tutte le cose -gli aggregati- sia esse materiali che immateriali. Un meditare che scivola oltre il pensiero discorsivo per ritrovare l’esperienza di Essere piuttosto che il pensiero come coscienza di essere.

Il pensiero che ci inganna

Dai discorsi del Buddha
…il Beato pronunciò i seguente versi ispirati:
“Ciò che un nemico può fare ad un nemico,
o chi odia a uno che odia,
è poca cosa rispetto al danno che può arrecare
la mente male orientata.”

Il vero pericolo si annida dentro di noi, proprio lì nello strumento che ci consente di vedere e percepire e pensare il mondo. Quel fidato servo della nostra vita, il Pensiero, è, nostro malgrado il più sottile e perfido nemico, che ci tende tranelli ogni istante. Ciò può essere lette in molti sensi. Il pensiero che coincide con l’Io, cioè con la coscienza che una persona ha di se stessa. Quella coscienza di sé può diventare la prigione dello spirito, che imbrigliato in quelle trame non riesce più a pensarsi diversamente e finisce per morire al proprio sogno.

Inoltre quando l’uomo si affida unicamente al pensare inteso come logica, razionalità, nel senso che ciò che esiste è solo quello che comprendo con la logica, egli si condanna all’oscuramento delle sue possibilità conoscitive.

Il pensiero discorsivo quindi è uno strumento utile ma potrebbe diventare l’opposto se l’uomo rinuncia alla altre sue innumerevoli facoltà. Nel percorso buddista l’analisi dei propri pensieri alla ricerca di ciò che li fonda, è essenziale. La finalità di questo lavoro introspettivo è di prendere coscienza che tutti i nostri pensieri derivano da altri pensieri, e che alla base della nostra vita cosciente, e alla gerarchia di valori che la orienta, sta la relazione tra le cose. Se l’uomo scopre che ogni cosa non ha una suo valore oggettivo e intrinseco, si libererà dalla sua dipendenza dalla cose del suo mondo, e approderà alla verità che le cose sono vuote in se stesse. La scoperta del vuoto o vacuità, non è però sufficiente per liberare l’uomo, poiché questa scoperta potrebbe gettarlo nel nichilismo. Se il considerare che le cose hanno un valore intrinseco porta l’uomo a implodere nel mondo, il considerare al contrario che le cose sono vuoto, può condurlo a rinunciare talmente al mondo da portarlo all’esperienza del nichilismo. Le cose sono vuote se sono percepite staccate dal contesto in cui si trovano, ed è questo fattore di relazione che le salva ai nostri occhi pur ridimensionandole alla luce della loro relatività. Per cose si intende anche situazioni esistenziali, che spesso, nella nostra vita, enfatizziamo sia in senso positivo che in senso negativo. Quindi essere in grado di commisurarle, relativizzarle, ci permette di non drammatizzare situazioni particolari che altrimenti ci porterebbero un tale scompenso da soffocare il nostro slancio vitale.

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