BY: Renato Barbruni

Mito, leggenda e catarsi
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Il termine catarsi, che significa purificazione, ha un duplice significato: da un lato in senso psicoanalitico è la liberazione da affetti e conflitti attraverso la rievocazione dei traumi cui sono riconducibili; in senso più ampio il termine viene usato da Aristotele che indica nella tragedia, in quanto rappresentazione di drammi e conflitti, il tramite attraverso il quale lo spettatore rievoca in se stesso determinati conflitti di cui rielabora l’esperienza. In tal senso l’arte in genere svolge un ruolo catartico.

Catarsi: termine greco che significa “purificazione”. Si riconoscono vari tipi di catarsi:

· la catarsi medica
 · la catarsi magica
 · la catarsi etico religiosa
 · la catarsi filosofica
 · la catarsi estetica
 · la catarsi terapeutica

Perseo uccide il drago del mare – Burne-Jones

Nella psicoterapia la “catarsi” si riferisce a quel momento in cui un paziente riesce a liberarsi da un grumo di sofferenza attraverso la comprensione del suo significato. In ogni forma di psicoterapia è fondamentale il racconto della propria storia o dei propri sintomi. Nell’analisi junghiana il racconto della propria vita è finalizzato al ritrovamento di quel filo invisibile che lega tra di loro accadimenti e fatti e che costituisce il Logos, il senso del divenire della propria esistenza. I sintomi rappresentano in quest’ottica quel grumo di sofferenza che denuncia l’intoppo del divenire fluido della vita. Non solo. Attraverso il racconto dei sogni, o attraverso l’immaginazione attiva, il paziente accede al piano della realtà profonda ove hanno origine i suoi disturbi, cioè là dove essi trovano senso e quindi significato. Ecco perché nell’analisi junghiana si da molto importanza alla conoscenza dei miti e delle leggende, (da parte dell’analista) in quanto rappresentano la narrazione a livello simbolico dei momenti cruciali dell’evolversi della vita. I viaggi di Ulisse, per esempio, possono dare vari spunti per leggere su un piano più elevato alcuni accadimenti della nostra vita. Quanti infatti non hanno sperimentato, ad un certo punto della loro vita, il bisogno di viaggiare lontano dalla propria casa per cercare qualcosa di indefinito. Trovare in un racconto mitico frammenti della nostra storia personale contribuisce a decifrare con maggior chiarezza quel particolare accadimento, liberandoci così della sofferenza. Questo è uno dei modi della catarsi. Le favole descrivono in chiave simbolico alcuni grumi esistenziali, e attraverso quel linguaggio di immagini e simboli, conducono l’anima a uscire da quel labirinto di contraddizioni.

Qui di seguito riporto una favola cinese, e successivamente mostrerò il suo valore simbolico per rintracciare la trame esistenziale che essa rappresenta.

LA RAGAZZA DAGLI OCCHI VERDI

In un tempo viveva una giovane fanciulla di nome Ju-pan. La ragazza viveva da sola. Il padre abitava in un paese lontano. Un giorno giunse un messaggio alla giovane Ju-pan in cui si diceva che il padre era morente e che avrebbe voluto rivederla. Per giungere al paese del padre bisognava attraversare un territorio molto vasto e desolato chiamato il Paese del Solo triste. Era tutto deserto non vi era nessuna forma di vita. Chiunque si trovasse a passare di là era preso da un tale senso di angoscia e sgomento da morirne. Così colore che doveva attraversare quel deserto si riunivano in piccoli gruppo per sostenersi a vicenda.
Ju-pan chiese ad amici e parenti di accompagnarla nell’attraversamento di quel deserto ma tutti si rifiutarono dicendo che dato che il padre era morente non sarebbe mai giunta in tempo. Ma era tale il desiderio di Ju-pan di andare dal padre che decise di partire da sola. Salì sul suo vecchio cavallo e all’alba di un mattino come tanti iniziò il suo viaggio.
Si inoltrò in quella terra desolata, e lentamente cominciò ad avvertire quel senso di angoscia di cui gli avevano parlato. Il cavallo era vecchio e si stancava facilmente cosi Ju-pan decise di fermarsi a riposare. All’improvviso, in lontananza, la ragazza scorse una figura che si dirigeva verso di lei. Subito ebbe paura, poi pensò che comunque era un incontro e ciò poteva alleviare la sua angoscia. L’uomo era un monaco che salutata la ragazza le disse:
“Sono venuto a portarti un messaggio. Tuo padre è morto.”
La ragazza cadde in ginocchio e pianse amaramente. La tristezza e il dolore l’avvolsero tutta, e un senso di morte le balenò nella mente. Avrebbe voluto morire all’istante e raggiungere il padre nell’alto dei cieli.
Ma il monaco proseguì il suo discorso:
“Tuo padre mi manda a dirti che tu dovrai stare qui, in questa terra poiché dai tuoi occhi verdi meravigliosi uscirà la vita. Ogni cosa che guarderai si trasformerà in vita. Tu renderai questo deserto un giardino meraviglioso.”
Il monaco se ne andò.
Ju-pan smise di piangere e si accorse che ciò che il monaco le aveva detto era vero. In ogni punto che guardava nasceva una vita nuova. Piante, alberi, fiori, animali popolarono quella terra che smise di essere desolato: la vita era risorta.


Interpretazione esistenziale dei simboli

Il paese del sole triste, luogo dove la vicenda si svolge, ci suggerisce aridità e soprattutto staticità. Tutto è fermo in quel paese: …non crescono alberi, né fiori, non fluiscono acque… E’ assente la vita in tutte le sue manifestazioni, ma più radicalmente è assente il movimento. La terribile e spettrale desolazione del luogo contagia l’anima del viandante che, se si inoltra solitario, cade vittima di incubi mortali.
La fanciulla della fiaba dovrà per amore traversare questa regione, dovrà così vincere la propria staticità, il senso del definito per aprirsi al senso dell’infinito. Sarà dunque un viaggio verso il superamento della propria visione del mondo.
La realtà in quanto tale, oggettivata, altro dall’osservatore, è un epifenomeno e un’illusione: sempre si tratta di proiezioni ciò che i nostri occhi vedono. La regione rimarrà deserta fintanto che la fanciulla non avrà trasformato se stessa. Fino a che non avrà trasformato l’idea della mortalità nell’idea della vitalità.
Il padre la chiama ad attraversare la regione del sole triste, cioè a riflettere sulla sua visione del mondo; ed ella attraversando quella regione prende coscienza della staticità di questa, prende coscienza cioè della mancanza in essa della vita. E’ quindi la vita interiore della fanciulla, non ancora fecondata dallo Spirito delle mille possibilità creative, ciò che rappresenta il deserto.
Il vecchio cavallo, come simbolo della libido, dell’eros, l’accompagna nel viaggio. E’ un eros legato all’istintualità quello che il cavallo rappresenta, una forma ancora primitiva di eros: la forma primordiale dell’amore. Ed infatti il cavallo è stanco e deve fermarsi. Nel senso che una forma così primitiva dell’amore non può sostenere un così arduo compito. L’amore primitivo di cui qui si parla è l’amore come puro slancio verso una meta, verso la vita. Ma quando qualcosa di forte si frappone tra il soggetto e la sua meta, tale amore può scemare, inaridirsi e al fine morire. E’ il caso di quell’amore ancora fermo e identificato nella pura passionalità. La passionalità è una forma d’amore ancora troppo vicina alla realtà biosferica sostenuto cioè dall’energia che scaturisce dalle esigenze biologiche. E’ una forma d’amore cieca, carente sotto il profilo dell’intenzione verso il Bene. Il cammino, quindi verso il sommo Bene, dovrà essere proseguito in altro modo, con altro mezzo, con altra modalità d’amore.
Dunque fin qui una forza istintiva, cieca, ha guidato il cammino: il richiamo del padre come vincolo imperituro, coercitivo.
Il tema dell’attraversamento del deserto lo ritroviamo in molti racconti mistici: esso rappresenta la prova ardua della trasformazione dell’anima. Una prova che si affronta nella totale solitudine, poiché nessuno può compiere quel camminino se non il soggetto stesso: nessuno può sostituirci nella nostra personale evoluzione spirituale. In questo caso la solitudine è necessaria e funzionale a tale scopo. La solitudine è il momento ed il luogo dove incontriamo il centro di noi stessi, dove il Verbo infinito si manifesta all’anima del singolo Soggetto. “Dio mio perché mi hai abbandonato…” E’ l’enunciazione drammatica che accompagno la totale solitudine, il deserto nella sua rappresentazione più estrema, essendo Dio simbolo e metafore del senso delle cose e dell’esistere stesso..
La fanciulla sembra quasi non potersi opporre o sottrarre, ma neanche vuole del resto poiché la ricongiunzione col padre è il grande anelito della sua esistenza; inoltre è l’energia del cavallo, l’eros, la passione cieca e potente che fin lì la conduce.
E’ a questo punto che la fanciulla ha un incontro decisivo: un monaco, un saggio le si fà incontro, simbolo questo del Sé, della consapevolezza della possibilità di intenzionarsi al di là della pura passione, al di là della propria dimensione istintuale. Il Soggetto infatti c’è nell’istante in cui trapassa il dominio della meccanicità istintuale, per aprirsi alla propria dimensione etica dell’intenzionarsi.
Il saggio è simbolo di un più alto livello di coscienza, che prospetta alla protagonista della vicenda la fine di un’epoca: la fine dell’epoca del figlio. Il padre infatti è morto e così muore anche il figlio. E’ morto il punto di riferimento esterno, quel principio ordinatore a cui tutto è riferito e demandato ma che si trovava esclusivamente fuori dell’anima rendendo così sterile l’anima stessa, la vita interiore della fanciulla.
La fanciulla ora pensa alla propria morte, poiché senza il padre che vita le si prospetta? Ma la visione più ampia la richiama ad una più alta responsabilità. Dovrà ella farsi carico di portare la vita là dove non vi è vita.
E la fanciulla accetta il proprio compito. Sacrifica il desiderio immediato dell’unione col padre per adempiere al compito a lei assegnato creando così in se stessa la nuova visione del mondo.
Ju-pan riconosce in se stessa un progetto, il progetto della sua esistenza, dando così libero assenso al processo d’individuazione. Il coronamento della sua vita, la missione storica della sua esistenza, è portare la vita là dove non vi è vita. E Ju-pan rinunciando ad appagare il suo bisogno di unirsi al padre, salta su un altro piano di coscienza e così esprime un’altra forma dell’Amore sì da “vedere la vita nel deserto arido”. Ciò che è visto è reale, così la vita è creata dagli occhi, dalla visione di lei poiché è attraverso il suo stesso amore che lei vede il mondo.

Dal Libro: “I CHICCCHI DEL MELOGRANO:
genitori e figli alla ricerca di una nuova sintesi” di Renato Barbruni.

Il libro si compone di una favola, e da un saggio dal titolo: “La vita interiore e il bambino”. Qui di seguito riporto un capito della favola e la successiva scheda di aiuto al genitore per la riflessione insieme al bambino.
Reiner Carge

IL FIUME

La sera, piano piano, aveva reso tutto in penombra. Il cielo era blu e le stelle lo adornavano di tanti puntini dorati. La Luna bianca, splendida come sempre, si rifletteva sulle ondulate acque del ruscello. E mentre l’unico rumore era quello dello scorrere dell’acqua, Stella, seduta su una morbida foglia, aspettava con sempre più impazienza l’arrivo del padre e di Semolino.
Erano ormai molte ore che attendeva, e col trascorrere del tempo il suo cuoricino batteva sempre più forte e i suoi pensieri divenivano sempre più tristi e pesanti.
“Perché tardate tanto? Vi hanno forse catturati? Ed io qui sola che cosa posso fare? Devo forse venirvi a cercare? Ma dove? Mi sento così piccola e sento così forte la mancanza di mio padre e di Semolino; non averli qui mi fa sentire come se fossi perduta. E mia madre… chissà dove sarà mia madre! Da quel giorno che le guardie l’hanno catturata e l’hanno sottratta ai miei occhi non ho più saputo nulla di lei… Sento il mio cuore strappato, perso alla ricerca della sua presenza… E’ così bella questa serata, così calma, così dolce mentre io mi sento così triste…”
Il cielo rapì i suoi occhi in un ricordo lontano: lei piccina tra le braccia della madre in una sera dolce come tante: “Mamma come sono felice e sicura qui con te…” E il sorriso della madre che le accarezzava il cuore.
Un fruscio la distrasse dai suoi pensieri. Subito ebbe paura.
“Che cosa sarà mai?” tremò dentro di sé.
“Stella, Stella presto dobbiamo scappare.” Era la voce di Semolino che dal folto dell’erba apparve insieme a Geremia. Stella, finalmente felice, poté riabbracciare il suo amato padre.
“Presto, presto dobbiamo scappare stanno per sopraggiungere le guardie. Quel grido “Ciao amici” ha messo in all’erta le guardie reali che così hanno scoperto la nostra fuga.”
“Ma come possiamo fuggire?” Domandò impaurita Stella.
“Ci caleremo nel fiume: l’acqua ci porterà via.”
Le guardie erano ormai sopraggiunte. Semolino, Stella e Geremia si calarono nell’acqua e si lasciarono portare via dalle onde. L’acqua, cullandoli, li portava sempre più lontano dal pericolo, ed essi vi si abbandonarono come in un bel sogno. I loro cuori, ora più tranquilli, battevano più debolmente e lentamente. E mentre il silenzio della sera si faceva più dolce, essi si addormentarono nell’acqua che li portava al sicuro.

Le acque li cullarono per ore ed ore, e la notte, come una calda coperta, li avvolgeva nella penombra: il loro cuore era sicuro di battere per l’eternità.

Il fiume si inoltrava, volteggiando, tra il verde di un meraviglioso giardino. Qualche bagliore scintillava sulle deboli onde: erano le luci dei lampioni su cui si intrecciavano piccole rose gialle. I vialetti passavano tra aiuole di bellissimi fiori sempre diversi e di diverso colore; ogni tanto una galleria d’alberi interrompeva lo sguardo al cielo stellato. Su in alto la bianca Luna sembrava essere lì apposta per dipingere di latte le foglie del gelso.
Semolino, Stella e Geremia dormivano affidandosi ai sogni d’amore.

IL FIUME: Scheda d’aiuto alla riflessione

Anche in questo capitolo il tema è la paura. In modo più specifico è l’angoscia. Se nel capitolo precedente la paura è quel sentimento che sperimentiamo di fronte ad una minaccia possibile e certa, in questo capitolo la paura si riferisce ad un sentire più complesso meno individuabile, cioè meno riconducibile a qualcosa di certo.
Nel capitolo precedente Semolino aveva paura nella situazione reale e contingente. In questo capitolo Stella vede svilupparsi la paura da molto lontano. In lei affiorano ricordi dolorosi del passato, ma anche ricordo belli. Tutto questo in lei muove dimensioni complesse della sua personalità: questa è l’angoscia. Un sentimento che non è relativo ad un oggetto specifico. L’angoscia si diffonde a macchia d’olio in tutte le direzioni della personalità. E’ il senso della vita che ne viene colpito. Quindi in questo capitolo è l’angoscia il tema principale. Sarà bene che a questo punto spieghi la struttura del capitolo per capirne il senso.
Stella è sola e in attesa. Da questa solitudine si sviluppa un sentimento che la conduce a meditare su momenti importanti della sua vita. Avverte un senso di precarietà, come se la sua anima fluttuasse tra il timore del presente e le malinconie del passato, di un passato ancora carico di domande senza risposta che gettano ombre scure sul futuro: la paura sfocia in una angoscia esistenziale. Erroneamente si pensa che il bambino non sperimenti inquietudini esistenziali, che non si ponga interrogativi di grande respiro.
Nel capitolo Stella troverà la pace abbandonandosi alle acque del fiume che la portano verso un luogo più sicuro. Ciò è simbolo e metafora del fatto che non sempre l’angoscia può essere superata trovando una risposta certa alle inquietudine; alle volte è proprio l’essere capaci di affidarsi al fluire della vita, senza pretendere risposte immediate che ci fa superare momenti di profonda smarrimento. Le immagini che il racconto descrive sono tese a stimolare nel bambino un atteggiamento fiducioso. Una fiducia che non passo solamente attraversa l’azione o la riflessione razionale, ma anche attraverso il sapersi affidare alla speranza nella propria esistenza.

L’obbiettivo: riconoscimento delle proprie inquietudini; provocare un atteggiamento fiducioso.
L’atteggiamento richiesto nel bambino: la contemplazione sui vissuti che le immagini suscitano in lui.
L’oggetto della riflessione: le inquietudine che traversano la coscienza del bambino.
L’atteggiamento del genitore: sarebbe opportuno che il genitore confidasse al bambino alcune delle proprie inquietudini affinché il bambino senta la comunanza con l’adulto. In questo caso però a differenza delle paure, è molto importante che il genitore comunichi quelle inquietudine che lui ha superato, in modo da mostrare il buon esiste di quella esperienza. Il genitore farà notare al bambino che per superare le inquietudini occorre un certo tempo. E’ importante che il genitore arricchisca il dialogo portando la riflessione sulla dimensione del tempo. Dato che il bambino non ha ancora consapevolezza della propria storia, non ha coscienza del divenire temporale come valore, nel senso che non sa attendere il dispiegarsi degli eventi: non sa che gli eventi devono dispiegarsi nel tempo. In altre parole non capisce il valore che è insito nell’attesa. Ecco perché nel capitolo l’attesa è occasione di inquietudine.
Il bambino deve arrivare a comprendere che certi stati dell’anima hanno bisogno di un loro tempo per dispiegarsi ed evolversi. Ciò lo aiuterà a qualificare i vissuti soggettivi come tappe della sua evoluzione evitando di identificarsi completamente in essi.

Dopo la lettura un momento di silenzio, poi le
le domande: vale lo schema già formulato adattandolo al nuovo tema.

Ora chiudi gli occhi e prova a guardare dentro di te…cosa vedi?

Quale sentimento vivi dentro di te in questo momento?

C’è stato un punto durante la lettura che ti ha suscito una particolare emozione?

C’è stato un momento in cui hai sperimentato un vissuto negativo?

C’è stato un momento in cui hai sperimentato un vissuto positivo?

A quale dei personaggi ti senti più vicino, ti somiglia di più, o ne condividi il vissuto? (questo modo di porre la domanda spinge il bambino a cercare le tracce del proprio sentimento – o vissuto – nell’espressione altrui. Lo aiuta a essere meno centrato su se steso e a cogliere la realtà fuori di sé. In altre parole lo aiuta a superare la fase dell’egocentrismo nella maturazione verso l’empatia).

Perché? In che modo ne condividi il vissuto?

BY: Renato Barbruni

L’uso della fiaba in campo educativo
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Cercherò di mettere in evidenza la possibilità evocativa che il racconto fantastico possiede, sottolineandone l’importanza al fine dell’evoluzione della personalità.
Per meglio comprendere il punto di vista dal quale sviluppo la mia riflessione conviene che prenda le mosse dall’osservazione di un frammento del rapporto tra un osservatore e la cosa osservata. Per esempio il rapporto che intercorre tra l’osservatore e un dipinto; tra un osservatore e un tramonto a cui assiste; tra uno spettatore e il film proiettato; come tra un lettore e il libro che sta leggendo; o ancora tra un ascoltatore e il racconto che gli viene raccontato.
Ogni oggetto, sia esso un’immagine, un racconto o un altro evento posto di fronte ad un soggetto, provoca un’insieme di reazioni all’interno della realtà psicologica del soggetto. L’oggetto che penetra la realtà psicologica produce determinate conseguenze. Fondamentale, per la nostra riflessione, è considerare il fatto che tale oggetto interagisce con la complessità della realtà psicologica che lo ha accolto. Dobbiamo rammentare che la realtà psicologica è costituita da ricordi, vissuti, aneliti, desideri, sogni, pensieri, sentimenti, ecc. E va altresì rammentato che ogni dimensione della realtà psicologica ha una sua profondità e una sua distanza dalla coscienza. Di un determinato sentimento si ha una parte molto vicina alla coscienza, di cui quindi siamo a conoscenza, e altre parti più o meno distanti dalla coscienza, situate in zone sempre più profonde dell’inconscio. Le parti profonde di un sentimento hanno poche occasioni di essere rappresentate nella coscienza nel corso della nostra abituale esperienza quotidiana. Esse vengono più facilmente ri-suscitate in particolari momenti della nostra vita. Per esempio di fronte a situazioni esistenziali che possiedono una carica emotiva forte. Immaginiamo la notizia della morte di un conoscente che può risvegliare in noi un sentimento di cui prima non sospettavamo. Quella parte di sentimento era nascosta, inaccessibile alla coscienza, ma in seguito alla notizia della morte, con la forza evocativo che possiede l’evento “morte”, ecco che quella parte di sentimento rimasta celata ora si fa improvvisamente e impetuosamente presente alla nostra esperienza cosciente. A questo punto quel tal sentimento viene rappresentato nella coscienza e va ad ampliare quel sapere di noi che costituisce il fenomeno della consapevolezza.
Un certo oggetto può possedere una notevole capacità di penetrazione della realtà psichica profondo, e quindi può suscitare esperienza soggettive che variano di intensità a seconda della profondità raggiunta . Di un tale oggetto diremo che possiede una forte capacità evocativa.
Al contrario vi sono oggetti che non riescono a penetrare la realtà profondo della psiche, rimanendone in superficie. Di un tale oggetto diremo che possiedo poca forza evocativa.
Il grado della forza evocativa di un oggetto dipende molto dal soggetto percepiente, nel senso che un medesimo oggetto può avere molta forza evocativa se interagisce con un certo individuo, e non possederne affatto nell’interazione con un altro individuo.
E’ però interessante notare che vi sono comunque determinati oggetti che per loro natura possiedono una forza evocativa superiore, rispetto ad altri. Qual è questa natura diversa che li rende particolarmente evocativi? E’ il grado di compiutezza dell’oggetto. Più un oggetto è compiuto, definito, finito in se stesso, meno capacità evocativa possiede. In altri termini più l’oggetto è esaustivo, meno è evocativo.
Una lezione di chimica, per la sua intrinseca necessità di essere esauriente, quindi esaustiva, possiede meno forza evocativa della lettura di una poesia. In genere il linguaggio scientifico tende all’esaustività, mentre il linguaggio artistico tende alla evocazione. L’uno ha come finalità la definizione dell’oggetto, l’altro ha come finalità l’esperienza dell’oggetto. Possiamo dire che l’uno è un modo di conoscere dal di fuori, l’altra è un modo di conoscere dal di dentro. Attraverso il linguaggio metaforico-simbolico-esoterico della fiaba, il lettore -in quanto soggetto che patisce un’esperienza – è guidato all’esperienza dell’oggetto, dato che l’oggetto ri-trova espressione di sé nella realtà interiore del soggetto-lettore. Ed è questa possibilità che fa si che la fiaba sia una delle espressioni letterarie più adatte a interagire con la realtà profonda del bambino.

Chiavi di lettura simbolica di alcune favole

POLLICINODall’esperienza di genitori inadeguati si apre la voragine verso l’ombra del genitore: l’orco divoratore è Saturno, Crono, Urano che mangia i figli. L’emancipazione avviene con il ritrovamento della capacità di decidere e di agire a cui il bambino approda e liberandosi della dipendenza dai genitori. Quindi la Personizzazione dell’esperienza e dell’azione

BIANCANEVE
L’ombra della madre, il lato oscuro del femminile, con l’invidia della purezza e della bellezza, la non accettazione del trascorrere del tempo. Il dubbio sulla natura della propria identità; la scoperta del tesoro interiore.Il sonno interminabile e l’attesa del tempo dell’amore

CAPPUCCETTO ROSSO
L’ombra del proprio IO che fagocita il senso e la trama della vita: la pulsionalità agita nell’immediatezza.

MI E IL DRAGO GIALLO
Favola cinese L’ombra della vita; il lato oscura della legge della vita; la paura della paura che porta il bambino a chiudersi al nuovo mondo che si prospetta dinnanzi a lui, la paura della solitudine e della incapacità supposta di non essere in grado di farcela da solo, cioè in prima persona.

I mostri, le paure e i vissuti di estraneazione

I mostri e gli incubi delle notti insonne dei bambini appartengono allo scenario dell’immaginario interiore. Sono creature che provengono dalla oscura realtà interiore dell’anima. Per cercare di capire il movente e il significato di tali presenze è bene ricordare quale sia la situazione esistenziale in cui si trova calato il bambino. Parliamo del bambino fino ai 5 o 6 anni e fin su verso i 9 o 10 anni. Mano a mano che il tempo passa, che il soggetto sviluppa la sua appartenenza sociale e sviluppa la sua personalità, tali fantasmi – nel vissuto interiore così come appare nei sogni o nelle fantasie – tendono a diminuire. Questo per varie ragioni. Prima però dobbiamo comprendere il perché di tali presenze e il loro significato, allora ci sarà più comprensibile il motivo per cui con il tempo esse sfumino nell’immaginario interiore della coscienza del bambino. Si badi che viene qui usato il termine “sfumare” il che vuol dire che tali presenze non si cancellano, né scompaiono, ma, appunto, “sfumano”, nel senso che rimangono presenti ma con un grado di accentuazione minore.
Il bambino si evolve. Questo processo si sviluppa sulla spaccatura delle forme raggiunto; ciò provoca un vissuto di instabilità interiore, da cui emerge l’idea della mostruosità di se stessi ( in quanto la forma è percepita così mutevole da non riconoscere in essa le regole della forma bella che è stabile). Tutto ciò genera lo spavento nel sentirsi muovere dentro una forza che sprigionandosi muta tutta la realtà, sia quella percepita che quella agita.
Quindi la presenza di immagini terrificanti rimanda alla sperimentazione soggettiva di un movimento che dall’interno spinge verso la modificazione della struttura interiore della personalità. Naturalmente i singoli personaggi che costellano l’immaginario terrifico del bambino sono portatori di un particolare valore simbolico che va valutato di caso in caso.

BY: Irene Barbruni

La depressione
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Secondo l’Oms (Organizzazione Mondiale delle Sanità), entro il 2030 la depressione sarà la malattia cronica più diffusa nel mondo. In Italia colpisce oggi 4,5 milioni di persone: nella maggior parte sono donne (in rapporto 2 a 1 rispetto agli uomini). Un’indagine condotta da Onda (Osservatorio nazionale sulla salute della donna) su un campione di 1.004 soggetti (tra cui 503 donne e 501 uomini) ha constatato che per il 27% degli intervistati la depressione si colloca al secondo posto, dopo i tumori, per impatto negativo percepito sulla vita di chi ne soffre. Inoltre, rappresenta una delle principali cause di invalidità temporanea e permanente. Tutti questi aspetti comportano necessariamente un costo molto elevato, non solo in termini di risorse umane ma anche economiche.

Ma vediamo nello specifico, innanzitutto, che cosa si intende per Disturbo Depressivo Maggiore. Esso rientra nel gruppo dei disturbi dell’umore e riguarda tutti quei casi in cui si è in presenza di un umore depresso o irritabile con perdita di piacere, per almeno due settimane, verso le attività che in precedenza era di interesse. La depressione, o melanconia, è quindi caratterizzata da una profonda tristezza che raggiunge un’intensità tale da superare un certo limite, soprattutto in quei casi in cui non vi è una circostanza che giustifichi tale stato, come per esempio il lutto di una persona cara. In generale, si distinguono due tipi di depressione: endogena (che nasce “dal di dentro” senza avere una causa esterna) e reattiva (quando lo stato è causato da un evento esterno e dove viene osservata una reazione eccessiva e prolungata).

I sintomi riguardano: cambiamento nell’appetito e di conseguenza del peso corporeo (aumento o perdita), disordini del sonno (aumento o insonnia, piuttosto che inversione giorno/notte), agitazione o rallentamento psicomotorio, perdita di energia, sentimenti di indegnità, difficoltà di concentrazione, pensieri di morte ricorrenti ed ideazione suicidaria. A seconda della gravità della sintomatologia e dell’incidenza sul funzionamento generale, abbiamo tre tipi di gravità del disturbo: lieve, moderato e grave. Purtroppo anche i bambini possono vivere sentimenti depressivi. L’esordio, nell’età dello sviluppo, può essere segnalato più spesso da disturbi d’ansia, fobie, agitazione, lamentele somatiche, rifiuto scolastico e in generale disturbi comportamentali. Sono quindi manifestazioni insidiose, non sempre, tuttavia, indice di esordio di stato depressivo. Negli adolescenti, invece, è presente una compromissione a livello sociale e messa in atto di comportamenti rischiosi.

La tempestività della diagnosi è fondamentale per la cura e la conseguente guarigione. La terapia può riguardare sia quella psicoterapica, che in presenza di una depressione lieve può bastare, oppure una terapia farmacologica che nelle forme più gravi è spesso necessaria. La terapia combinata, che richiede ambedue i percorsi terapeutici, è la via più indicata ed efficace, perché non solo incide sui sintomi, ma cerca la soluzione delle cause. Nell’80% dei casi in terapia si ha una completa remissione.

Ma perché oggi assistiamo all’aumento di casi di disturbo depressivo? Questo è un quesito a cui molti studiosi cercano delle risposte. Già a partire dagli anni settanta del secolo scorso lo stato depressivo viene legato alle circostanze sociali e culturali. Si diceva che l’età moderna è l’epoca della depressione. Nel campo della psichiatria i fattori socioculturali hanno assunto nei decenni sempre più un peso notevole. A proposito di questo tema Arieti scrive “La cosa terribile è la mancanza di significato in questo clima culturale, in cui molti sentono che hanno perduto i loro ideali e non li hanno sostituiti con ideali nuovi” (S.Arieti, J.Bemporad, La depressione grave e lieve. L’orientamento psicoterapeutico, Feltrinelli, Milano, 1981, p. 434).

Il lavoro psicoterapeutico ha, quindi, la funzione di riportare un nuovo significato e ricondurre il soggetto, immerso nella propria tragedia, verso un percorso che conduce al “trionfo dello spirito umano”, cioè alla capacità di sapersi ridefinire di fronte a situazione esistenziali nuove. In altre parole è il ripristinare la possibilità di essere contro l’impossibilità di essere.

BY: Renato Barbruni

Taoismo
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Da “I CHING – Il Libro dei mutamenti”
Esagramma. 25. Wu Wang – L’innocenza

Sopra il creativo, il cielo
Sotto l’eccitante, il tuono

La sentenza:
L’innocenza. Sublime riuscita.
Propizia è perseveranza.
Se qualcuno non è retto ha disgrazia,
e non è propizio imprendere qualche cosa.

Il recupero della propria integrità interiore prima della grande impresa: tema di molte favole, leggende, e preambolo a grandi gesta.

L’immagine:
Sotto il cielo passa il tuono:
tutte le cose acquistano lo stato naturale dell’innocenza.
Così gli antichi re curavano e nutrivano,
ricchi di virtù e in armonia con il tempo, tutti gli esseri.

• La ricerca della propria armonia interiore;
• armonizzare cioè la nostra vita esteriore con la vita interiore;
• l’autenticità perduta;
• la sintonia tra le varie parti che compongono la nostra personalità.

Una delle immagine e delle nozioni più belle che l’uomo, nella sua storia, abbia intuito ed elaborato. Il tema dell’innocenza è fondamentale per tante culture. Nel taoismo l’innocenza è definita come armonia, sintonia tra l’individuo nella sua trame esistenziale e la natura che gli scorre nell’anima. Rappresenta il congiungimento con la parte più profonda ed autentiche dell’anima. E’ il rinnovamento della connessione con le forze spirituali e cosmiche.
Già nella cultura occidentale, nell’ebraismo troviamo una nozione simile, in quanto l’innocenza, nel vecchio testamento, rappresenta la condizione che precede il peccato, il momento in cui l’uomo si è allontanato da Dio eludendo la Sua raccomandazione di non mangiare dall’albero del bene e del male. L’acquisizione da parte dell’uomo della consapevolezza della presenza di un “bene e di un male”, che lo fa uscire dell’Eden ( dall’innocenza e dalla purezza), produce la nascita della coscienza duale, la coscienza che ancora oggi noi usiamo per sperimentare ed interpretare la nostra esistenza. Lo scontro e il conflitto con le forze che noi pensiamo come bene e male ci colloca dentro una visione del mondo matura perché scevra dell’illusione primordiale di una realtà assolutamente buona. Se però, questo dato di conoscenza ci percuote staccandoci dall’innocenza primordiale, esso arriva a lacerare la nostra anima aprendoci alla sofferenza dell’esistere, e proiettandoci in uno sfondo ove la possibilità della disperazione e quindi della morte spirituale, ci palesa sempre immagini devastanti che ci spingono a perdere la fede nella nostra esistenza: siamo quindi corrotti nel nostro intimo, nell’anima, nella radice del nostro essere, là dove trae linfa vitale la nostra esistenza.
La visione giudaica quindi, sviluppa una trama altamente drammatica che sfiora sempre la tragedia, cioè la totale disfatta dell’essere umano. Il peccato sarà superato, quindi sarà possibile ricuperare l’Innocenza perduta, attraverso il calvario della sofferenza, che si instaura attraverso il sacrificio estremo. Il sangue versato come un unguento miracoloso ricucirà la ferita nell’anima. E’ questo il senso del sangue di Cristo versato in remissione dei peccati.
La visione Taoista penetra la realtà al di là della coscienza duale e scorge il substrato che sostanzia l’essere. Non c’è peccato né colpa, l’innocenza è perduta a causa dell’illusoria visione dicotomica della coscienza, una visione che scaturisce dalla necessità ingenua di dare un ordine riconoscibile al mondo. Ciò che la coscienza percepisce dell’essere, la natura Ying e Yang come due forze in antitesi, è tale proprio per la struttura della coscienza che non riesce ad andare al di là di una conoscenza duale, antitetica. L’ordine che la coscienza stabilizza, e che erroneamente crede di vedere come realtà oggettiva, altro da sé, in effetti è una metafora della propria struttura e della propria natura. In effetti dato che la coscienza come tale nasce da un momento di distacco dall’oggetto essa porta dentro di sé tale momento che permea la sua sostanza. Quello che è dunque visto come dicotomia della realtà di cui ha coscienza, altro non è che l’eco della scissione da cui ha avuto origine la coscienza stessa.
Da questa diversa visione è estraneo il senso del dramma, poiché la scissione tra la coscienza e l’essere nella sua totalità non è avvenuto per una infrazione, ma per una fisiologica necessità conoscitiva.
L’innocenza quindi non è perduta, ma sospesa. Per ripristinarla è necessario innanzitutto conoscere il modo di conoscere, analizzare quindi la modalità del processo di conoscenza, ciò ci permetterà di uscire dalla dicotomia che ci traversa. Solo così è possibile ritrovare il nesso tra l’uomo e il tutto. Il Tao significa propria questo: trovare il senso giusto, quel senso che ci riconnette con la totalità dell’essere. L’innocenza è quindi la ricomposizione tra la trama della vita singolare e la trama dell’esistenza totale. Per fare un esempio possiamo citare quello che fa il contadino che seminana nella giusta stagione, egli sa quale è il momento in cui porre il seme, in quella particolare stagione egli connette il seme con le forze cosmiche che aiuteranno il piccolo seme nel suo divenire. Questa è la sapienza del Tao, capire quella connessione. Se il contadino seminasse in una stagione diversa il seme non crescerebbe. Per fare un altro esempio si può citare la prassi di vita di tanti giovani che sono spinti dalla cultura dominante a fare esperienza sessuali e emotive fuori tempo causando molti problemi di equilibrio psicoemotivo: essi hanno così perso l’innocenza, nel senso che fanno qualcosa che non è in sintonia col loro mondo vero, con la loro necessità autentica, sono diacronici con la loro anima. Ma non hanno perso l’innocenza in quanto hanno infranto una legge che impedisce loro di vivere la sessualità, piuttosto hanno infranto l’armonia tra la loro anima e la prassi del loro esistere (nel senso che a quel punto della loro vita non vi è la necessità evolutiva della sessualità), in ciò sta la perdita dell’innocenza. Ecco in questo passaggio è definita la differenza tra la visione giudaica dell’innocenza connessa al peccato e la visione taoista. La prima è più normativa la secondo più ontologica legata alle conseguenza sul piano profondo.

BY: Renato Barbruni

Buddhismo
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Il Karma in una prospettiva psicoanalitica

Da “La storia di Muktika, figlia del re di Simhala, e il ritratto del Buddha”, riporto un breve passaggio

Il Beato rispose: “Le azioni compiute e accumulate da Maktika, o monaci, i requisiti da lei ottenuti, le condizioni da lei maturate, riguardano le azioni compiute e accumulate solo da Maktika e da nessun altro e continueranno ad esistere, inevitabilmente, come il flusso di un torrente. Quale altre persona, al di fuori di Maktika, potrà mai averne esperienza? O monaci, le azioni fatte e accumulate non mutarono al di fuori di noi, nella terra, nell’acqua, nel fuoco o nel vento, ma esse, pure o impure che siano, maturano negli aggregati, negli elementi e nelle basi appropriate.
Gli atti non svaniscono mai, neanche in centinaia di eoni cosmici: quando raggiungono la giusta combinazione delle condizioni e il momento favorevole, essi sicuramente fruttificano per le creature.”

In questa spiegazione degli effetti del karma (azione) vi è l’invito a riflettere sull’importanza di compiere azioni meritorie. Il brano vuol dire che ogni azione che noi compiamo non è mai finita nell’istante in cui si esaurisce, ma ha una sua coda, lascia una scia nel tempo. Essa è come un seme gettato nella terra. Occorrerà del tempo, anche molto tempo, ma è certo che quando le condizioni saranno favorevoli, quell’azione addormentata, si risveglierà provocando i suoi effetti su di noi. Questa dinamica risulta più comprensibile se la collochiamo all’interno della visione orientale della reincarnazione. In tal senso le azioni che compiamo in questa vita trovano la loro attuazione ( il loro effetto) anche nella successiva vita tenendoci legati al ciclo delle esistenze: un ciclo che perdurerà fino a quando non avremmo pagato il nostro debito karmico, cioè fino a che non avremmo sciolto quelle strutture della nostra personalità che fomentano le azioni che ci imprigionano. Questa spiegazione del karma si sposa molto bene con la teoria junghiana degli archetipi e dell’ombra.
Il pensieri junghiano sviluppa la visione secondo la quale la psiche è organizzati in archetipi. Ciò vuol dire che la psiche, che è energia, non è data in noi senza forma, in modo informale, essa, non solo ha una sua forma (cangiante nel tempo) ma è una organizzazione di unità informatiche. Ciò vuol dire che l’energia psichica si dà in diverse forme le quali la strutturano: gli archetipi, i quali sono organizzati tra loro in modo funzionale e dialettico.

Semplificando possiamo dire che nell’organizzazione della psiche in archetipi, si riconosce la presenza di numerose forme archetipiche. Tra esse, per ragioni espositive, ne elenchiamo otto:

l’archetipi dell’orfano, l’archetipo del viandante, l’archetipo del guerriero, l’archetipo del mago, l’archetipo della vittima, l’archetipo dell’innocente, l’archetipo del padre e l’archetipo della madre.

Essendo gli archetipi aggregati di emotività, sentimento, pensieri, aneliti, essi contribuiscono a fornire al nostro pensare un determinato sentire e una determinata visione del mondo.
Quando una persona è sotto l’influenza di un archetipo vede e sperimenta il mondo così come quell’archetipo gli detta o suggerisce. Dato che l’archetipo è come una atmosfera, una colorazione entra la quale passano le nostre esperienze quotidiane, esso è in grado di modificare la percezione, il modo di sentire e vedere il mondo.

Non sperimenteremmo nulla al di fuori degli archetipi. Nella filosofia kantiana questa nozione è paragonabile agli a priore della ragion pura. I nostri sentimenti sono colorati dalla trama di certi archetipi, cioè di queste strutture a priore entro le quali formiamo, diamo forma per dare significato, alla gran massa di esperienza che viviamo. E’ come se noi fossimo dentro una bolla attraverso la quale vediamo e sperimentiamo il mondo. Una madre vede il proprio figlio e quindi vive i sentimenti verso di lui, all’interno dell’archetipo (bolla) della madre; mentre il padre vive i propri sentimenti all’interno dell’archetipo del padre. Da cui si possono osservare modi di vivere i sentimenti diversi. Certo che tutto non è così ordinato, nel senso che alle volte l’archetipo della madre è più presente nel padre che non nella madre. Abbiamo allora una certo inversione dei ruoli. Ma le cose sono ancora più complicate in quante gli archetipi non sono puri, ma subiscono una certa contaminazione da parte di altri archetipi. Per esempio se l’archetipo della madre, con i sentimenti ad esso connessi, viene contagiato dall’archetipo della vittima, cosa può verificarsi? Il risultato sarà una madre che tende a sacrificarsi, a pensare che il figlio le impone sacrifici, elle tenderà a sentirsi appunto vittima della sua condizione, e questo non le permette di vivere liberamente la sua esperienza di madre.

Nel percorso analitico junghiano si concedo molta importanza all’analisi della forme archetipiche che impediscono al soggetto un’autentica visione del mondo. L’origine e il motivo della sofferenza, infatti, è proprio derivato dalla presenza di archetipi che svolgono un ruolo disturbante rispetto alle esigenze evolutive del soggetto. Questa impostazione è paragonabile alla visione buddhista dell’importanza di superare certe strutture karmiche che imprigionano il soggetto e non gli consentono di evolvere verso la liberazione.

Il Karma

tratto dal libro “Logos e Pathos” di Renato Barbruni, Ed. Nuovi Autori

Definizione di Karma: leggiamo dal Dizionario Buddhista di Christmas Humphreys ed. Ubaldini:
” …La radice (di karma) significa azione da cui deriva il significato di “azione e risultato appropriato dell’azione”. (…)
Il karma non è limitato dal tempo e dallo spazio, e non è strettamente individuale; vi è un karma del gruppo, della famiglia, della nazione, ecc.

La dottrina della rinascita è un corollario necessario di quella del karma: è l’entrata nella vita fisica individuale con un carattere e un ambiente che derivano dalle proprie azioni nel passato.
Il carattere, la famiglia, le circostanza e il destino personali sono quindi manifestazioni del proprio karma, e in base alla reazione al proprio “destino” attuale si modifica e si costruisce il proprio futuro.

Non è il karma in se a legarci alla ruota della rinascita: l’elemento che ci lega è il frutto personale dell’azione.
La liberazione è quindi ottenuta attraverso l’eliminazione del desiderio egoista.”

La materia è la struttura karmica forse più resistente: la realtà tutta è struttura karmica. In tale prospettiva il mondo, così come ci si presenta, può essere superato sciogliendolo attraverso la meditazione e la rinuncia alle brame egoiche. Se nell’ebraismo, e in parte nel cristianesimo, la sofferenza è inerente alla salvezza, nel senso che attraverso il soffrire (quale modalità per la purificazione) si giunge alla salvezza dell’anima, nel buddismo la sofferenza è residuale, si configura come la sperimentazione soggettiva della struttura karmica. L’esistenza è sofferenza (la prima delle quattro nobile Verità) in quanto la sua struttura (dell’esistenza) è intrisa di quel sentimento di attaccamento che scatena la sofferenza quale reazione di fronte alla spinta evolutiva (liberante) dello spirito. Quindi il cammino verso la salvezza passa attraverso il soffrire come via obbligata, in quanto è la struttura karmica la realtà causa della sofferenza, e perciò è proprio essa, la struttura karmica, che noi possiamo e dobbiamo superare.

Questa prospettiva, che utilizza la nozione di karma per interpretare la sofferenza e l’esistenza (il porre in essere) della realtà fenomenica, ci porta ad alcune implicazioni quando la caliamo sul tema dell’amore tra due persone. In esso, nell’esperienza di Amore, possiamo ben ritrovare la necessità del superamento della struttura karmica e archetipica della personalità, quale presupposto indispensabile affinché Amore realizzi la sua peculiare finalità: l’incontro perfetto di due anime. Un superamento necessario in quanto la presenza di substrati karmici e archetipici impediscono all’amore di fluire liberamente tra i due amorosi. In questo senso troviamo in Giovanni:
“…Nell’amore non c’è timore, al contrario l’amore perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell’amore…”
1Giovanni 4,18

O ancora in San Paolo:
“Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto.” 1 Corinzi 13,12.

I due pensieri implicano il superamento della forma archetipica (l’archetipo del castigo in questo caso) che da un lato suscita il timore, e dall’altro media la conoscenza e quindi crea frattura tra l’uno e l’altro (l’archetipo della scissione-separazione tra uomo e Dio). I due archetipi sono mantenuti nell’anima dell’uomo attraverso le dinamiche karmiche. Il superamento dei due archetipi, e quindi della loro influenza nell’anima, è affidato, nel Cristianesimo, alla prassi della carità e della preghiera; nel Buddismo alla meditazione e alla pratica della compassione e alla meditazione sulla vacuità

CARITA’ E COMPASSIONE; PREGHIERA E VACUITA’

Carità e compassione

Le nozioni di Carità e di Compassione sono legate a diverse implicazioni psicologiche ed esistenziali. La Carità, quale modo di relazionarsi al prossimo, presuppone l’atto della donazione verso l’altro, mentre la Compassione sembra porre l’accento sul sentimento di condivisione della sofferenza altrui. Anche la carità implica un sentimento di condivisione verso l’altro, ma la compassione in questo caso è un sentimento che subito viene estrovertito, condotto là di fuori, per operare nella realtà esterna; mentre la Compassione buddista, che comunque implica un agire sulla realtà in soccorso verso l’altro, è più orientata alla contemplazione ed all’affinamento del sentimento come fatto interiore, che quindi, come tale, può non essere seguito dall’azione, se questa va a confermare la dipendenza dalle modalità in cui ci si è identificati (il Salvatore che dipende dall’essere salvatore). In questa cornice etica va ricordato che il fine è quello di liberarsi dalla struttura karmica ed archetipica quindi è fondamentale l’analisi dei propri sentimenti anziché agirli immediatamente.
Nella prospettiva cristiana invece, la cornice etica è accentuata sull’azione verso il prossimo, in quanto l’esperienza centrale è quella del sacrificio; in effetti il vero dono è proprio il sacrificio che compie il fedele. Nella visione cristiana ritroviamo le radici della nozione giudaica del sacrificio, cosa che è meno presente nel buddismo, dove il sacrificio è sostituito dall’atto di superamento della struttura karmica. Ma a questo punto dobbiamo fare una ulteriore riflessione sulle implicazioni delle nozione di karma e di peccato.

Il karma: struttura che imprigiona l’anima.

Nella psicoanalisi junghiana usiamo un temine speciale per indicare il grumo di vissuti, sentimenti e idee che si pongono come antitesi alle prospettive coscienti del soggetto. Tale temine è Ombra. Con Ombra si vuole proprio indicare e nominare l’innominabile custodito nella psiche inconscia. Tale concetto è sviluppato da Jung sulla nozione più vasta di karma – e di peccato. Se il karma è l’irrisolto di una o più vite precedenti che alberga nelle profondità della psiche, è proprio questo il grumo ombroso che si intromette in senso antitetico allo sviluppo della personalità, e infine alla liberazione dell’anima. Questo grumo ombroso trasudante esperienze cristallizzate si presenta attraverso punte di sofferenza e slanci di illusione che ci conducono a interpretare una vita inautentica in quanto paradossale rispetto alle nostre vere e più essenziale esigenze. In tale corpo nascosto dentro le profondità della psiche, non solo trova sede l’irrisolto delle vite precedenti, ma alberga anche l’insieme degli aneliti che non sono stati adeguatamente adempiuto nelle vite precedenti, e che ora, nell’attualità dell’esistenza, trabordano la forma per spingere l’esistere oltre i propri confini, e realizzare un campo di esistenza finalmente più idoneo alle esigenza evolutive dello Spirito. La corretta comprensione di questi elementi profondi sviluppa le coordinate di orientamento della vita del soggetto che ritrova la capacità di adempimento del mistero di se stesso. Così la dialettica tra il qui e ore, il presente, e il passato impregnato di aneliti, va ha costituire il lessico profondo dell’anima con la propria esigenza trasformativa.

Il peccato: condizione che corrompe l’anima.

La dialettica profonda presuppone una capacità di distacco dall’immediatezza della vita tale da vedere contemporaneamente le diverse dimensioni dell’essere, ma tale capacità è impedita dall’azione del peccato, vale a dire dall’azione dell’archetipo della scissione che riproduce istantaneamente alla coscienza la visione della dicotomia dell’essere. Una visione non più percepita come “visione” – interpretazione soggettiva – ma come realtà oggettiva altra dall’osservatore (questo è il risultato più essenziale del peccato – archetipo della scissione- ). Questo automatismo presente nella coscienza perpetua la frattura tra l’uomo e Dio, tra l’idea di essere e l’essere, tra il pensiero e la vita (Taoismo, buddismo zen), gettando il soggetto nella disperata inautenticità del proprio esistere (il concetto di angoscia di Kierkegaard, dinamica tra l’ente e l’essere di Heidegger).

Preghiera e vacuità

La speranza, la trama e la prassi della salvezza, della liberazione dalla ciclicità tragica di una tale dinamica diabolica (dal greco diaballo cioè colui che separa), è ritrovata nell’intuizione straordinaria della preghiera e della meditazione. La preghiera quale atto interiore di fuoriuscita dalla prigione della razionalità, del gioco del pensiero cosciente – della coscienza che si identifica nel pensiero che poi è più il pensato piuttosto che il pensante – porta il soggetto al contatto e quindi all’esperienza di Anima, – che vive sospesa tra le cose, non è mai nelle cose-, sviluppando la possibilità di essere senza doversi fermare all’esserci. Il canto d’amore verso Dio, è tanto più autentico tanto più il soggetto non ha necessità di vedere attraverso il suo pensiero l’immagine di Dio, egli si affida al vero amore che “..tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta” (San Paolo 1Corinzi 13,7) E’ un Dio più vicino all’esperienza incommensurabile per il pensiero della coscienza del Tutto nel molteplice e del molteplice nell’Uno (Plotino), è l’approdo al nirvana. E’ qui che incontriamo la meditazione buddista sulla vacuità di tutte le cose -gli aggregati- sia esse materiali che immateriali. Un meditare che scivola oltre il pensiero discorsivo per ritrovare l’esperienza di Essere piuttosto che il pensiero come coscienza di essere.

Il pensiero che ci inganna

Dai discorsi del Buddha
…il Beato pronunciò i seguente versi ispirati:
“Ciò che un nemico può fare ad un nemico,
o chi odia a uno che odia,
è poca cosa rispetto al danno che può arrecare
la mente male orientata.”

Il vero pericolo si annida dentro di noi, proprio lì nello strumento che ci consente di vedere e percepire e pensare il mondo. Quel fidato servo della nostra vita, il Pensiero, è, nostro malgrado il più sottile e perfido nemico, che ci tende tranelli ogni istante. Ciò può essere lette in molti sensi. Il pensiero che coincide con l’Io, cioè con la coscienza che una persona ha di se stessa. Quella coscienza di sé può diventare la prigione dello spirito, che imbrigliato in quelle trame non riesce più a pensarsi diversamente e finisce per morire al proprio sogno.

Inoltre quando l’uomo si affida unicamente al pensare inteso come logica, razionalità, nel senso che ciò che esiste è solo quello che comprendo con la logica, egli si condanna all’oscuramento delle sue possibilità conoscitive.

Il pensiero discorsivo quindi è uno strumento utile ma potrebbe diventare l’opposto se l’uomo rinuncia alla altre sue innumerevoli facoltà. Nel percorso buddista l’analisi dei propri pensieri alla ricerca di ciò che li fonda, è essenziale. La finalità di questo lavoro introspettivo è di prendere coscienza che tutti i nostri pensieri derivano da altri pensieri, e che alla base della nostra vita cosciente, e alla gerarchia di valori che la orienta, sta la relazione tra le cose. Se l’uomo scopre che ogni cosa non ha una suo valore oggettivo e intrinseco, si libererà dalla sua dipendenza dalla cose del suo mondo, e approderà alla verità che le cose sono vuote in se stesse. La scoperta del vuoto o vacuità, non è però sufficiente per liberare l’uomo, poiché questa scoperta potrebbe gettarlo nel nichilismo. Se il considerare che le cose hanno un valore intrinseco porta l’uomo a implodere nel mondo, il considerare al contrario che le cose sono vuoto, può condurlo a rinunciare talmente al mondo da portarlo all’esperienza del nichilismo. Le cose sono vuote se sono percepite staccate dal contesto in cui si trovano, ed è questo fattore di relazione che le salva ai nostri occhi pur ridimensionandole alla luce della loro relatività. Per cose si intende anche situazioni esistenziali, che spesso, nella nostra vita, enfatizziamo sia in senso positivo che in senso negativo. Quindi essere in grado di commisurarle, relativizzarle, ci permette di non drammatizzare situazioni particolari che altrimenti ci porterebbero un tale scompenso da soffocare il nostro slancio vitale.

BY: Renato Barbruni

Cristianesimo
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Dio mio perché mi hai abbandonato?
Salmi 21,2; Matteo 27,46; Isaia 49,14

tratto dal libro “Logos e Pathos” di Renato Barbruni, Ed. Nuovi Autori

Invocazione drammatica, che scuote l’anima fino alle sue radice, o meglio da quelle radici proviene e si diffonde. Quando la vita scorre linearmente dentro l’esistere di ogni singolo uomo, essa restituisce quel senso del compiuto, quel “questo è bene”, che da sé promuove i tratti dell’esistere e li fa assurgere a realtà vera. Da cui il senso pienamente percepito senza ulteriori artifizi, senza necessità di porre domande sulla nature di ciò che viviamo. In tali momenti sentiamo la presenza di Dio, sentiamo di essere con Esso all’unisono, di essere noi stessi docili al suo incommensurabile Volere; il suo volere è tutt’uno con il nostro volere, senza fratture, senza distanze, come una profonda comunione che è consustanzialità; quella consustanzialità che precedette il peccato, la frattura spazio-temporale tra l’uomo e Dio.

Ma quando la vita smette di essere percepita come senso, allora ci pervade e ci avvolge un silenzio inaudito, un vuoto soverchiante, là dove la vita non ci appare che il simulacro di istinti e percezioni vane e sterili. Ci sembra un abbandono da parte di Dio, da parte di Colui che solo ha il privilegio di fornire senso all’esistere. Allora ci sembra di percepire quel vuoto come silenzio di Dio, come se quel silenzio testimoniasse, gridasse non solo del suo mutismo ma della sua orribile inesistenza.

Nella nostra vita molte volte abbiamo sperimentato un tale vissuto dell’Anima. Di fronte ad un certo dolore che abbiamo incontrato nel corso della nostra vita, così forte e inspiegabile che ci ha trascinato nella disperazione, ci siamo sentiti soli, e abbandonati dal volere di Dio, abbiamo così dato corpo, attraverso l’inalienabile sofferenza, al discorrere del pensiero che deduce ma non intuisce il senso delle cose, e abbiamo scambiato il nostro dolore come assenza di valore; un valore che così annientato ha permesso alla nostra ombra distruttiva di dettare le parole più inutili e devastanti che conosciamo: “Il senso non c’è”. Quando in un’ultima eco di una fede sottile come la lama di un rasoio abbiamo gridata a pieni polmoni, con voce roca, quasi spenta dalla disperazione: “Dio mio perché mi hai abbandonato”, è lì che abbiamo ritrovato il miracolo: in quell’invocazione c’è chi invoca e c’è chi è invocato, e subito un senso di ritrovata alleanza sprigiona un profumo di speranza che balena repentino nel respiro dell’Anima.

Il corpo materiale, il corpo esistenziale e il corpo spirituale

“…Se c’è un corpo animale, vi è anche un corpo spirituale, poiché sta scritto che il primo uomo, Adamo, divenne un essere vivente, ma l’ultimo Adamo divenne spirito datore di vita. Non vi fu prima il corpo spirituale, ma quello animale, e poi lo spirituale. Il primo uomo tratto dalla terra è terra, il secondo uomo viene dal cielo. Quale è l’uomo fatto di terra, così sono quelli di terra; ma quale ilo celeste, così anche i celesti. E come abbiamo portato l’immagine dell’uomo di terra, così porteremo l’immagine dell’uomo celeste. Questo vi dico, o fratelli: la carene e il sangue non possono ereditare il Regno di Dio, ne ciò che è corruttibile può ereditare l’incorruttibilità.
Ecco io vi annuncio un mistero: noi tutti certo moriremo, ma tutti saremo trasformati, in un istante, in un batter d’occhio, al suono dell’ultima tromba; suonerà infatti la tromba e i morti risorgeranno incorrotti e noi saremo trasformati. E’ necessario che questo corpo corruttibile si vesta di incorruttibilità e questo corpo mortale si vesta di immortalità….”
San Paolo, 1 Corinti 15, 44-53

Questo bellissimo passo di San Paolo si presta a diverse letture su diversi piani, ma rimane comunque una utile ed efficace rappresentazione della nozione della “salvezza” dalla morte, sia essa intesa sul piano spirituale o, più immediatamente, intesa sul piano esistenziale. Lo Psicoanalista si occupa della drammatica situazione della possibilità di morte esistenziale; il Teologo si occupa prevalentemente della possibilità di morte spirituale.. La differenza tra le due morti è relativa al corpo cui essa si riferisce. Nella morte spirituale è un evento escatologica che comprende la realtà ontologica dell’uomo, la realtà del suo “essere” più profondo ed assoluto; la morte esistenziale colpisce la realtà immanente e quindi fattuale dell’uomo, l’attualità dell’essere (la forma mandana percettibile come atto fenomenico dell’essere) nel suo lungo divenire. La forma mondana è composta dagli aggregati affettivi, sociali e ideale che ne sorreggono e ne sostanziano la presenza e la dinamica nel mondo. Sono, in altre parole, le varie identità attraverso cui si sviluppa la fenomenologia dell’esistenza di un soggetto. In ciò rileviamo tre fondamentali identità: l’identità affettiva, l’identità sociale e l’identità esistenziale.
Più complessivamente possiamo pensare l’uomo composta da tre diversi corpi:
il corpo materiale sede e luogo della vita biologica con la sue proprie dinamiche: la dinamica biochimica, la dinamica pulsionale, la percezione, la sua coscienza e l’autocoscienza;
il corpo esistenziale sede e luogo delle dinamiche esistenziali quali la coscienza riflessiva, la coscienza relazionale e la coscienza degli aneliti;
il corpo spirituale è luogo e sede delle realtà superiori che trascendono la realtà immanente e fattuale dell’essere, quali il senso del divenire ultimo, le sostanze divine nella loro incommensurabile realtà.
Spesso le persone fanno confusione sue tre piani, non sempre riescono a distinguere a quale piano di esistenza vada inscritto un loro vissuto o un certo accadimento della loro vita. Infatti alle volte si pensa che certi fatti interni alla persona appartengono al piano esistenziale, mentre essi trovano la loro origine e il loro esaurimento solo sul piano della corporeità; così anche per quanto riguarda il piano teologico: si pensa alle volte di argomentare e di provare sentimenti sul piano teologico mentre ci si trova ancora su un livello esistenziale. Lo psicoanalista deve aiutare a far chiarezza su tale situazione; è quindi importante una preparazione teologica che non significa un scelta confessionale (l’appartenenza ad un credo religiosa) ma che gli renda possibile un adeguato orientamento tra le realtà che compongono i vari aneliti dell’uomo.
Il corpo spirituale è assolutamente invisibile alla coscienza, per cui è necessario che si rifletta nel corpo esistenziale e nel corpo materiale. In altre parole noi non percepiamo direttamente lo spirito ma solo quando questo illumina il corpo materiale e quello esistenziale. L’anima, o corpo spirituale, è come la luce. Noi non siamo in grado di percepire direttamente la luce, ma solo quando essa è riflessa da un oggetto: l’errore sarebbe di pensare che l’oggetto sia la fonte della luce non solo il luogo di riflessione; l’anima è più facilmente percepita dalla coscienza solo quando si riflette sul corpo esistenziale, vale a dire sulle varie identità che costellano la nostra esistenza. Tali identità non sono, perciò, la fonte della nostra vita, ma in essa la nostra vita spirituale si riflette, si manifesta; alle volte il dolore per la morte di una o più identità è soverchiante e mortificante, tanto da spingerci verso un’esperienza di annullamento che viene percepita quale morte del corpo spirituale; è questa erronea cognizione che dobbiamo superare se vegliamo essere in grado di reggere l’esperienza della morte affinché si possa risorgere a vita nuova e superiore.
Nel corso della nostra vita moriamo tante volte, e tante volte risorgiamo, senza che ce ne rendiamo conto.

AMA IL PROSSIMO TUO COME TE STESSO

Il come su cui dobbiamo riflettere riguarda la qualità dell’amore più che la quantità. Si può amare in tanti modi quante sono le necessità a cui l’amore tende a dare risposta. Se si ama se stessi nel modo giusto si ama il prossimo nel modo giusto; ma se non si è capaci di amare se stessi nel modo giusto è assai difficile riuscire ad amare veramente nel modo giusta l’altro. Non è poi così facile saper amare. Spesso confondiamo le esperienza emotive con l’amore; altre volte confondiamo stati di dipendenza psicologica come amore. Ma l’amore non ha a che vedere né con le emozione, né con gli stati di dipendenza psicologica. Anzi quasi sempre una forte dipendenza psicologica trasforma la relazione in una trappole, per l’uno e per l’altro, tanto forte da far sognare e desiderare ad entrambi di fuggire da essa. Certo quello che più forte vive la dipendenza avrà più difficoltà a pensare che sarebbe meglio per lui andare via da lì. Quel andare via da lì come vera necessità si riferisce al fatto che una relazione quando è ferma alla dipendenza non svolge alcun ruolo di agente evolutivo della persona, e per tale motivo è nociva alla persona in quanto tale. Tutto questo ragionamento si fonda sull’assunto che il valore primo da perseguire sia l’evoluzione della persona, l’evoluzione della sua anima. Il vero amore è l’occasione e il luogo dove tale evoluzione si realizza con più efficacia. A tale proposito Teilhard De Chardin dice: “L’amore non solo non spersonalizza (mentre lo stato di dipendenza lo fa), ma iper-personalizza”.

Quindi saper amare significa trovare la necessità dell’anima dell’altro e rispondere a tale profonda necessità: una necessità che tanto più è essenziale tanto più è vicina al centro della vita spirituale. Ma se una persona non sa trovare in se stessa la necessità essenziale della sua vita spirituale, non saprà riconoscerla neppure per l’altro, poiché egli è tanto distante da se stesso da non sentire più la voce interiore del suo profondo significato. E’ importante quindi la riflessione introspettiva per comprendere a pieno le proprie e le altrui necessità profonde, le necessità dell’anima. Ecco perché il dialogo nella coppia è importante, ma un dialogo che sia confessione delle proprie dinamiche interiori; che esprima la capacità di uscire dalla proprie chiusure, e quindi fuori dalle istanze puramente egoiche, quelle istanze che si riferiscono ai bisogni prettamente piscologici. La riflessione va quindi spinta verso le tematiche spirituale della Persona, poiché l’amore è la dimensione sacra per eccellenza. E’ questo che oggi molte donne chiedono ai loro uomini, ma questi spesso sono travolti dalla loro ignoranza e non curanza di fronte alla sfera dei propri sentimenti più profondi.

QOÈLET: UN UOMO STANCO CHE CERCA AMARAMENTE IL SENSO DELLA VITA

“Vanità delle vanità, tutto è vanità. Quale utilità ricava l’uomo da tutto l’affanno. Per cui fatica sotto il sole?”

Così inizia la lunga riflessione di Qoèlet sulla vita che ha vissuto. La sua, da principio, è una riflessione amara, quasi disperata. Il senso della vita sembra lontano, una pia illusione. Tutto ciò che lo ha animato nelle epoche giovanili, la passione per le donne, le aspirazioni sociali, la ricerca della gloria, ora, davanti alla morte, ormai imminente, sembrano non contare più. Tuttavia, mano a mano che il ragionar del cuore prosegue, lentamente la saggezza prendo il posto dell’amarezza. Il testo è attribuito a Re Salomone, così per lo meno si legge nell’intestazione, ma sembra più probabile che sia stato scritto tra il II e III secondo avanti Cristo come ci dicono gli studiosi della Bibbia.
Lo scritto è intriso di tristezza, di una malinconia rassegnata, poiché ciò che fa parte del ricordo non è più posto come valore per la vita. Il mondo appare spietato, ingiusto e povero di afflato significativo, e l’esultanza dell’uomo appare come un movimento verso il nulla. Sotto il profilo di un testo biblico non è di facile lettura, poiché se ne seguiamo la logica, le parole e gli argomenti, ciò ci porta ad allontanarci da Dio, o comunque a non amare Dio. Una divinità lontana dall’uomo che sembra aver abbandonato l’umanità al proprio destino. “Vi è una sorte unica per tutti,/ per il giusto e l’empio,/ per l’impuro e l’impuro, […]” I forti, i violenti hanno la meglio, ma poi anche su di loro si abbatterà la catastrofe: non c’è scampo alla crudezze della realtà. La saggezza che se ne ricava è intrisa di rassegnazione, non certo di speranza. “E’ meglio la fine di una cosa che il suo inizio,/ è meglio la pazienza che la superbia. […]” L’amarezza verso l’uomo porta a considerare la sua pochezza e la sua stoltezza: “Dio ha fatto l’uomo retto,/ ma essi cercano tanti fallaci ragionamenti. […]”

Gli ultimi versetti ci ricordano che il destino è nella mani di Dio e che a lui, e soltanto a lui, dobbiamo affidarci, ma sembra più un argomento posticcio, messo lì per rientrare nella ortodossia di teste sacro nel solco della tradizione ebraica che vuole riferire comunque tutto a Dio, e che quindi non può essere discusso ciò che Egli ha deciso. Ma già nel libro di Giobbe vi erano i semi di una ribellione alla legge divina, legge quasi mai compresa dall’uomo. Tuttavia anche in quel testo la riflessione critica dell’uomo verso Dio è solo temporanea. La cosa interessante è constatare che l’argomento non è in fondo nuovo quando lo si incontra negli atteggiamenti dei nostri contemporanei che, godendo di maggior libertà di espressione, con più facilità si mettono contro Dio. La differenza sta nell’epilogo della discussione. Sia in Giobbe che nel Qoèlet l’amarezza sulla vita e le sue leggi cede il posto ad un sapienza che vuole essere da guida e di sostegno nei momenti dolorosi dell’esistenza. Ma più ancora questa forma più alta di sapere vuole preparare l’uomo a costruirsi intorno una vita che lo metta al riparo dalle false illusioni.
“Dio dei padri e Signore di misericordia,/ che tutto hai creato con la tua parola,/ che con la tua sapienza hai formato l’uomo,/ […] dammi la sapienza che siede in trono accanto a te/ e non escludere dal numero dei tuoi figli,/ […] Con te è la sapienza che conosce le tue opere,/ che era presente quando creavi il mondo;/ essa conosce che cosa è gradito ai tuoi occhi/ e ciò che è conforme ai tuoi decreti. […]”
Questi frammenti della preghiera, attraverso la quale l’uomo chiede a Dio di conoscere l’intimo sapere delle cose, affinché egli possa adeguarvi il proprio comportamento, mette in evidenza la consapevolezza che solo aderendo a quell’intimo e profondo sapere l’uomo sarà veramente uomo.

Nel corso della riflessione la discussione vede sempre più al centro il tema della sapienza che viene isolato dal tema di Dio, quasi pronta (la sapienza) ad essere definita un persona distinta. Come lo sarà nel cristianesimo con lo Spirito Santo.
Dicevo che solo nel finale l’autore si piega alla volontà divina, mentre in tutto il testo Dio è messo più o meno velatamente in discussione. E’ uno scritto che necessita della presenza del Cristo affinché si intravveda la possibilità di superare la conflittualità tra l’uomo e Dio, una conflittualità molto presente nel mondo laico. (Non è sempre tenuto nella giusta considerazione questo tema sotto il profilo esistenziale, la psicologia è carente a tale riguardo). La rilevanza del testo sta nella sintesi, molte essenziale, circa la sensibilità disperata dell’uomo. E’ quindi un testo attualissimo in tempi nichilisti come il tempo attuale. Per questo piace molto al mondo laico. Un testo che tuttavia necessita di una lettura attenta, perché si presta troppo ad un’interpretazione atea e disperata sulla vita. Per altri versi è un testo che mette in evidenza il fatto che, in fondo, l’umanità non è cambiata nel corso del tempo, ripete gli stessi errori, e non è riuscita a trasformare il proprio cuore. L’autore esprime una lamentazione penosa sulla vita, egli constata ciò che chiunque vede quando guarda le cose del mondo. Tuttavia è un uomo che ha il coraggio di reggere il paradosso che sta alla base dell’esistenza: la morte è inevitabile, ma ancor più lo è la tenacia della continuità della vita.
Quindi è un testo che affascina anche l’uomo contemporaneo per la tentazione nichilista che lo pervade, ma che se letto con sincera obbiettività ci può dare spunti riflessivi che ci aiutino ad affrontare le difficoltà della vita quando questa è circondata da tutte le sue contraddizioni.

BY: Renato Barbruni

Mito e coscienza collettiva
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Il mito, inteso come narrazione di gesta di personaggi eroici, rappresenta, nel pensiero junghiano, il presentarsi al livello della coscienza collettiva della trama della realtà profonda che non avrebbe altrimenti modo di essere percepita. Il mito è la manifestazione per immagini delle strutture atemporali, gli archetipi, dell’inconscio collettivo. Il mito inoltre ha acquistato, nello sviluppo del pensiero junghiano di Silvia Montefoschi, la rappresentazione, o la metafora, di accadimenti nel divenire dell’essere. Nel mito, come nella leggenda e nella favola, è la psiche stessa profonda che si narra, racconta di sé, o meglio si dispiega in quella narrazione. Il materiale mitologico non è quindi da spiegare ma da ascoltare. Vi è una differenza fondamentale tra la nozione di “spiegare” e la nozione di “ascoltare”. Spiegare in ultima istanza vuole dire ricondurre un certo fenomeno a un significante che lo renda significativo, ma questa operazione appiattisce la realtà a ciò che già si conosce di essa; l’ascolto equivale invece a una sorta di contemplazione della cosa atta a far sì che da essa io tragga una dimensione non prima conosciuta.
In questa sezione partendo da questi presupposti verranno presentati vari elementi mitologici presenti nella nostra realtà contemporanea, e discussi alla ricerca del loro valore evolutivo.
Gli autori da cui si trarrà ispirazione oltre a Jung sono Silvia Montefoschi e James Hillmann che rappresentano i due più importanti continuatori del pensiero junghiano. Essi sono gli autori che più hanno contribuito allo sviluppo dell’opera speculativa di Jung.

BY: Renato Barbruni

Indicazioni e suggerimenti per chi inizia una psicoterapia
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Il RAPPORTO CON IL SE’ PROFONDO

  • Che cosa si intende per vita spirituale
  • La fonte della vita spirituali

In questo contesto la vita spirituale assume i connotati di esperienza di se stessi di fronte a se stessi. Ognuno di noi vive una tale esperienza, ma di essa spesso non si accorge poiché non vi presta la necessaria attenzione; certo è che chiunque ha una vita spirituale. E’ infatti esperienza di tutti il fatto che quando rivolgiamo il pensiero alla nostra realtà interiore, ciò ci rivela la presenza di un mondo che non sappiamo descrivere adeguatamente. Tutti possiamo riconoscere il fatto che di fronte a certi accadimenti, più o meno significativi e dirompenti della nostra vita, sentiamo qualcosa che percepiamo come assolutamente nostro, individuale e soggettivo. Questo modo soggettivo e personale di vivere gli accadimenti compone l’insieme della vita spirituale. E questo campo di esperienza costituisce il vero oggetto del lavoro psicoterapeutico. E’ lì che noi soffriamo o gioiamo; è da lì che traiamo orientamento per le scelte importanti della nostra vita. La fonte della nostra esistenza è dentro di noi, in quel luogo che da sempre è chiamato la Vita Interiore, o Anima.

CHE COS’E’ LA PSICOTERAPIA ANALITICA

  • Aiuto
  • Analisi e introspezione
  • Le immagini interiori
  • Mutamento e rapporto con le proprie immagini


“…nello spazio interiore dell’Anima danzano i sogni e le speranze per la nostra vita…”

La psicoterapia analitica è quella prassi di intervento sul disagio psicologico che trova nella coriflessione (tra paziente e analista) sulla dimensione interiore degli accadimenti dell’esistenza, il momento essenziale al fine di superare lo scacco esistenziale espresso nella modalità del sintomo.
L’orientamento teoretico e filosofico che ispira la prassi psicoterapeutica da me esercitata si inscrive nella psicologia analitica di orientamento junghiano e nella psicologia umanistico-esistenziale. In queste psicologie, più che in altre, il sintomo, cioè il grumo di sofferenza patito, è collocato lungo lo scenario dell’esistenza della Persona, in quanto punto-momento di interruzione del fluire autentico della vita. Il sintomo, quindi, in questa visione olistica dell’essere umano, non può essere svincolato dall’insieme delle esperienze profonde del soggetto.

La nozione di “psicologia” in questo contesto filosofico e teoretico, riacquista il significato di discorso della psiche dove al termine psiche viene restituito il suo originario significato di Anima in quanto momento interiore in cui gli accadimenti si traducono in significativi per il soggetto. Gli accadimenti della vita sono sempre gravidi di significato per il soggetto che li vive. Quel significato può essere colto direttamente oppure può sfuggire alla capacità di comprensione. Il significato di un accadimento della vita può esser colto sul piano del pensiero, quindi con un forte grado di consapevolezza, ma può essere anche colto su altri piani quali per esempio a livello emotivo, a livello somatico, e più in generale esso può segnare una traccia di sé come sintomo psico-logico: cioè può divenire oggetto psichico. Psicologia analitica significa quindi analisi della psiche nelle sue rappresentazioni per immagini interiori. Queste immagini costituiscono il riflesso dei contrappunti dell’esistenza. La psiche, in questa concezione filosofica, non è indicata e definita come organo pensante dell’essere umana, essa in effetti trasborda dalla mente, si espande all’esistenza complessiva. L’esperienza psichica colora tutta la vita del soggetto, manifestandosi in vari ambiti.

Tutta la nostra realtà è costituita da Psiche. Questa affermazione merita una ulteriore spiegazione. E’ opinione comune ritenere che la psiche sia come un organo collocato dentro il nostro cervello. Quindi avente una sua collocazione spaziale ben definita. Più che un organo, essa è meglio rappresentabile come un momento spazio temporale del continuum dell’esistere della Persona. In altre parole si può dire che mano a mano che noi esistiamo punteggiamo la trama dell’esistenza di momenti in cui riflettiamo dentro di noi ciò che viviamo e siamo (ciò che vivendo siamo); questa riflessione interiore, come una specie di registrazione dell’accadere, è l’evento psichico, esso da “luogo” a Psiche, o meglio all’esperienza psichica. Non bisogna però pensare che la “registrazione” avvenga sempre in modo volontario e consapevole, infatti la maggior parte degli accadimenti raggiunge l’organo registratore in modo del tutto naturale senza la partecipazione dell’atto di volontà. La volontà infatti è un prodotto di Psiche, non è il contrario.


“…quando l’armonia rischiara i miei pensieri, l’incanto si svela ai miei occhi…”

STRUMENTI E PRASSI

Lo svolgimento di una psicoterapia attraversa varie fasi e si esprime in diverse modalità in cui vengono utilizzati diversi “strumenti”. Il punto centrale è il colloquio che si instaura tra paziente e analista. Il colloquio si esprime in diversi stili e si orienta ai diversi e molteplici contenuti della vita della Persona. Si passa dalla biografia del paziente all’analisi dei suoi vissuti e dei sentimenti ad essi collegati fino all’interpretazione dei sogni. Attraverso il racconto di episodi salienti della vita si giunge ad una comune riflessione sul valore di quegli accadimenti e sul loro significato oltre che sulla loro portata esistenziale, quanto cioè quegli accadimenti abbiamo inciso sulla vita. Proprio attraverso la riflessione sugli avvenimenti salienti della vita è possibile per il paziente rendersi conto delle proprie intenzionalità più autentiche. La presa di coscienza di queste varie intenzioni conduce ad una più profonda conoscenza di sé, a quella che viene chiamata “allargamento della consapevolezza di sé”. Spesso, infatti, le persone non hanno coscienza del vero motivo che le ha spinte ad una certa scelta o ad una certa rinuncia. Questa erronea conoscenza di sé spesso si traduce in un senso più o meno profondo di insoddisfazione. L’insoddisfazione in effetti è la spiacevole sperimentazione soggettiva della distanza tra ciò che penso di me e ciò che vedo di me stesso. Un percorso psicoterapico non si esaurisci nell’osservazione del passato, ma, in questo contesto, si sviluppa nell’abbracciare le istanze in avvenire, cioè in ciò che stimola e motiva il soggetto nella sua vita. E’ quindi molto importante osservare i desideri, i progetti, gli aneliti della Persona dato che ciò fornirà un quadro più esauriente per una conoscenza più profonda.

Studio biografico

Il raccontare la propria vita è una delle attività verbali più frequenti tra le persone. E’ qualcosa che tutti fanno sia pure senza un particolare metodo e senza una finalità precisa se non quella di comunicare in fondo chi siamo. Ma non è poi così semplice raccontare di sé, o meglio sapersi raccontare al fine di conoscere meglio la nostra vita. Per un psicoterapeuta è estremamente importante acquistare la capacità di facilitare il racconto di sé da parte del paziente. Jung diceva che la psicoterapia in fondo è un’arte, e in questo contesto è più evidente cosa intendesse dire. Il dialogo tra paziente e analista si può sviluppare in tanti modi, certo è importante che l’analista abbia l’abilità necessaria a far sì che il suo paziente riesca a narrare di sé nel modo più spontaneo e libero ma anche creativo. Questa qualità dell’analista (in parte derivante dalla sua preparazione, in parte proveniente dalla sua predisposizione personale in quanto elemento della sua personalità), aiuta il paziente ad inoltrarsi dentro di sé alla ricerca di quel saliente momento che c’è in ogni esperienza vissuta. Il racconto può risultare piatto e banale come in effetti la vita sembra mostrarsi, ma se sappiamo raccontare e ascoltare in modo adeguato, si procedo oltre quella apparente banalità, e scopriamo momenti che così acquista valore di significativo per la nostra vita. Vi sono registi cinematografici o scrittori che pur narrando di vite quotidiane fatte da sentimenti consueti riescono a trarre un’opera d’arte da quelle immagini e da quelle storie. Quello che comunemente è chiamato momento artistico è quel magico momento in cui ci appare un senso delle cose che trascende la realtà puramente materiale. Così capita che mentre raccontiamo di quella particolare volta in cui eravamo con gli amici, in quella particolare sera abbiamo capito qualcosa di significativo di noi o della persona che amiamo. Questo momento magico è reso manifesto dal saper raccontare.

Il sonno

E’ determinante dormire bene, ed intervenire sul sonno disturbato è essenziale. Ci sono vari modi per facilitare il recupero di un sonno soddisfacente. Di fronte ad un sonno con gravi motivi di disturbo l’ausilio del farmaco diviene necessario. Il medico curante saprà trovare il farmaco più adatto, in quanto lo psicologo non può prescrivere farmaci non avendone la preparazione specifica. A parte queste considerazione preliminare necessaria relative a situazioni di disturbo particolari, si possono indicare suggerimenti che se attuati opportunamente sono in grado di farci migliore la qualità della ore destinate al riposo e alla notte. Un aspetto su cui è bene riflettere è proprio la “qualità delle ore notturne”. Nella nostra cultura non si dà molto importanza alla qualità delle ore notturne altrimenti non vedremmo riempite le notti di tanto clamore e confusione; non assisteremmo alla continua ricerca di ora da vivere svegli, quasi che la notte e il sonno siano delle tasse da pagare che si cerca di eludere. La notte come tale non ha alcun valore nella attuale cultura. Riflettere sul significato e sul valore che diamo alle ore notturne è dunque il primo passo. Da qui possiamo trovare il modo di riorganizzare il tempo della notte, partendo dalle ore serali. Questa riorganizzazione va progettata su misura per ogni individuo in quanto ciascuno ha la propria sensibilità e il proprio temperamento. La qualità della vita serale e notturna migliora la possibilità di sognare. Dormire (bene) è molto importante al fine di sognare e contemplare e contemplare, attraverso il sogno, la realtà interiore. Infatti molti studi sull’argomento hanno confermato che noi dormiamo per sognare. Il motivo dell’importanza del sogno è relativo alla riorganizzazione delle tracce della memoria.

Il sogno

Da un lato è utile l’interpretazione del sogno, ma dall’altro è oltremodo determinante per recuperare la capacità contemplativa troppo spesso compromessa dall’uso costante e prevalente del pensiero razionale. Introdursi nel linguaggio simbolico e poetico del sogno promuove una inversione degli abituali modi di pensare – per cui la realtà è solo quella chi ci appare là di fuori -, mentre nell’esercizio contemplativo delle immagini del sogno, lentamente ci rendiamo conto che la realtà è più sfumata e meno cristallizzata, ed è colta nella sua trasparenza da ciò che appare.

Il diario personale

Redigere un proprio diario personale è una forma di scrittura oggi non più comunemente usata, ma essa trova nel lavoro analitico un suo spazio e una rinnovata dignità. Lo scrivere di sé, per se stessi ha lo scopo di aiutare il soggetto a ritrovare quel dialogo interiore smarrito che se esercitato con la necessaria serietà ed impegno può aiutare lo sviluppo di modalità di pensiero, quali ad esempio il pensiero poetico, che conducono a rivelazioni del nostro mondo interiore insospettate.


“…rileggendo le mie parole riscopro un senso dimenticato…”

PAROLE INTRODUTTIVE AL PERCORSO DI ANALISI

Qualche raccomandazione e qualche suggerimento per chi inizia un lavoro di conoscenza di sé sono necessarie, in quanto possono aiutare il soggetto desideroso di svolgere bene il proprio compito di ricerca personale. Innanzi tutto è molto importante trovare il giusto analista: quella persona che per caratteristiche professionali, legate alla sua formazione, e per caratteristiche personali, sia in grado di stabilire col suo paziente un giusto rapporto di reciproca collaborazione. E’ in questo senso che ho voluto realizzare un sito web attraverso il quale rendo nota la mia preparazione e il mio percorso formativo. Nel sito ho infatti inserito il mio curriculum professionale e formativo per dare un quadro di riferimento a chi è alla ricerca di un analista. Fatta questa necessaria premessa soffermiamoci sul paziente o Persona in analisi.

E’ bene che la Persona si collochi con un atteggiamento di fiducia nel lavoro di ricerca interiore. La costanza delle sedute, la giusta concentrazione sono atteggiamenti indispensabili per il buon esito della terapia. Inoltre è bene alle volte leggere qualche libro che l’analista suggerirà in funzione dei bisogni conoscitivi della Persona.
Esistono fondamentalmente tre tipi di psicoterapia. La psicoterapia breve; la psicoterapia d’appoggio, e la psicoterapia analitica.
Un terapeuta preparato e ricco d’esperienza sa destreggiarsi in tutte e tre le forme, e sceglierà quella più appropriata in base alle esigenze e in funzione alle aspettative della Persona.
Solitamente un terapia breve ha una durata di qualche seduta ed è mirata ad alleviare la presenza di un particolare sintomo dalla vita del paziente. Naturalmente il sintomo in questione non avrà una particolare tenacia o non sarà profondamente radicato nell’esperienza interiore della Persona, altrimenti un terapia breve non può avere nessun effetto durevole. Spesso si scambia l’effetto della semplice rassicurazione (che alle volte ha buon esito in personalità plastiche) come una forma di terapia breve. O altrimenti si scambia l’assuefazione ad un certo comportamento appreso come terapia breve. Nessuna terapia breve più veramente risolvere un vero problema, lo più attenuare o peggio nascondere. Si deve essere molto chiari su questo. Quando la situazione sintomatologica della Persona è complessa e profonda l’unica via è una psicoterapia di ampio respiro che tocchi vari elementi della personalità.

La psicoterapia d’appoggio è indicata in particolari stati d’animo di sofferenza, in situazioni esistenziali dove la Persona ha smarrito la sua naturale capacità di affrontare i problemi in modo autonomo. In questi casi necessita di un appoggio per prendere certe decisioni o per maturare un più appropriato atteggiamento di fronte a certe nuove necessità. Immaginiamo ad esempio quando la Persona si trova a vivere un lutto improvviso, o una separazione particolarmente sofferta. Spesso queste sofferenze hanno solo bisogno di un qualificato appoggio che sappia, sia pure attraverso un sostegno, spingere la Persona verso il rinnovamento di sé, un rinnovamento che restituisca un senso nuovo alla propria vita. In questo ambito l’elemento “conoscenza di sé” assume una portata circoscritta e comunque mirata al campo della decisione. Non va comunque mai dimenticato che la “conoscenza di sé” è il primo atto di ogni agire. L’azione dell’uomo è sempre in qualche modo legata a ciò che “egli sa di sé”, o semplicemente e più frequentemente a ciò che “egli pensa di sapere di sé”. Spesso infatti decidiamo cose sbagliate perché abbiamo una errata visione di noi stessi. Quindi “sapere di sé” è fondamentale. La differenza è l’approfondimento di questo “sapere”. Nella psicoterapia d’appoggio è un sapere limitato e circoscritto alla situazione in se stessa; nella psicoterapia analitica il sapere di sé diviene il punto centrale. Il lavoro nobile è la conoscenza di sé, il sottoprodotto o effetto è il giusto comportamento, giusto in quanto consono a quel sapere di sé.


“come una musica l’incanto e la gioia guidano i miei passi, dimentico di tutto mi abbandono al sogno…”

GLOSSARIO

Autentico. Termine che nella psicologia esistenziale vuole indicare la vera vita del soggetto in quanto la vita che il soggetto conduce ed esprime rispetta pienamente le sue intrinseche vocazioni, e la sua vera particolare natura.

Co-riflessione. Costituisce il momento dell’alleanza riflessiva tra analista e paziente. E’ una della fase dell’analisi che sono: espressione – accoglimento; dialogo-richiesta – risposta-delucidazione; sintesi coriflessiva

Dimensione interiore. La risonanza intima degli accadimenti della vita, e inoltra la rielaborazione soggettiva degli accadimenti dell’esistenza che sono: esperienze, progetti, aneliti, sentimenti e vissuti.

Disagio psicologico. L’insieme delle sofferenze psicologiche che definiscono e esprimono un malessere che impedisce o semplicemente ostacola la vita del soggetto

Esistenza. L’insieme della vita sul piano biologo, relazionale e sociale, spirituale e ideale di ogni singolo soggetto umano.

Intenzionalità. Si intende quella spinta verso quel qualcosa che ci è intimamente necessario; anche quel manifestarsi di un anelito strettamente relativo alla profonda immagine di noi stessi.

Olistico. Termine che designa lo scenario complesso della vita di in soggetto, per cui nulla delle particolari esperienze che egli fa può essere separata dalle altre. L’uomo nei suoi vari comportamenti, atteggiamenti, pensieri e sentimenti è sempre un tutt’uno altamente organizzato in un significato che totalmente lo rappresenta.

Scacco esistenziale. Frattura traumatica, o impedimento del fluire dell’esistenza, contratta nella forma inautentica della monotonia senza speranza di divenire se stesso da parte del soggetto.
Sintomo. Manifestazione visibile o comunque percettibile da parte del soggetto del suo disagio esistenziale.

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