BY: Irene Barbruni

Promuovere la maturazione della nostra personalità per trovare benessere interiore
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L’essere umano è molto complesso ed è difficile descriverlo esaustivamente. In psicologia le varie correnti di pensiero hanno tentato di definirlo attraverso il concetto di personalità. Possiamo distinguere tre grandi correnti di pensiero: il behaviorismo, la psicoanalisi e la psicologia umanistica. Proprio dai concetti presi da quest’ultima corrente prendo spunto per riflettere su come possiamo lavorare per promuovere al meglio le nostre possibilità di evoluzione. Quest’ultima corrente ci può aiutare in quanto sposa un approccio olistico dell’uomo e ha un carattere volutamente ecclettico che, a mio giudizio, può meglio cogliere la complessità dell’uomo.

Possiamo distinguere due punti importanti di osservazione di sé, che alla fin fine sono due facce della stessa medaglia: uno è il rapporto con sé stessi e l’altro è il rapporto con gli altri.

Cercare di scoprire il nostro modo di vivere i rapporti può essere un modo per capire a che punto siamo della nostra evoluzione. Possiamo distinguere due tipi di modi di relazionarsi: ciò che ci lega all’altro è il bisogno dell’altro oppure ciò che ci lega all’altro è scollegato da ciò che l’altro ci dà. Per esempio il bambino è preso inizialmente dai bisogni immediati, successivamente cambia il rapporto con gli altri che si basa, o dovrebbe basarsi, sempre meno sul bisogno dell’altro. Quindi, ciò a cui si deve tendere è un rapporto con l’altro non basato sulla soddisfazione delle nostre carenze, ma sulla innata vocazione ad incontrare su un piano più elevato l’altra persona.

Chiaramente se un individuo nel rapporto con se stesso promuove i suoi ideali e il senso di completezza di sé avrà una modalità di entrare in contatto con gli altri diversa da chi è maggiormente legato ai  piaceri immediati. Il modo di rapportarsi a se stessi diviene il modello del modo di rapportarsi all’altro. Se una persona priviligia gli aspetti emozionali che sorgono verso il piacere ed il godimento della vita, interpreterà il rapporto con gli altri nello stesso modo. Allora sarà un rapportarsi strumentale non certo un modo attraverso cui esprimere l’esigenza della propria evoluzione personale e relazione.

Tanti rapporti rimango immaturi in quanto rimangono immature le persone che li vivono. E questo immaturità permane in quanto non ci si adopera per sviluppare le parti più alte della personalità che riguardano la sfera etica. Un bambino evolve se riesce a contenere la sua esigenza del giocare quando la madre ha necessità di un suo contributo per una certa mansione. E qui si svolge la maturazione etica che poi è la maturazione verso la capacità relazionale e sociale. Alrimenti l’individuo rimane chiuso nella sua sfera di esigenze emotive e sviluppa una modalità che possimo ben chiamare autismo esistenziale; ossia chiusura alle esigenze dell’altro, incapacità di cogliere le esigenzenze dell’altro.

La persona matura, non percependo l’altro da un punto di vista interessato, assume più facilmente un atteggiamento di non-valutazione e di non giudizio o condanna dell’altro. Anche la relazione d’amore più matura si evidenzia nel momento in cui il rapporto con l’altro diventa un fine e non un mezzo.

BY: Irene Barbruni

L’IPOCONDRIA O ANSIA DI MALATTIA
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Con iponcondria o ansia di malattia ci riferiamo alla forte preoccupazione o convinzione di avere una grave malattia. Alcuni sintomi fisici vengono interpretati come segni di una malattia e, anche dopo una valutazione medica, la persona non si tranquillizza e permane la paura e la convizione di essere gravemente malati.  Si tratta di una patologia che nel DSM-5, il manuale di riferimento dei disturbi mentali, viene identificata come Disturbo da sintomi somatici e Disturbo da ansia di malattia, a seconda che vi sia o meno la presenza di sintomi somatici. Questo tipo di sintomatologia va distinto dal disturbo ossessivo-compulsivo da contaminazione. Quest’ultimo è caratterizzato non tanto dal timore di avere una malattia, ma dalla paura eccessiva di ammalarsi tramite contagio. Inoltre, è importante distinguere tra l’ipocondria e il disturbo così detto psicosomatico anche se possono essere co-presenti. Infatti, secondo una visione medica, parliamo di disturbo psicosomatico quando si presuppone che la componente ansiogena abbia una notevole influenza sul sintomo somatico, che però è reale e non immaginato.

In una visione olistica (ossia unità mente e corpo) dell’uomo sappiamo, dagli studi sull’influenza dell’aspetto emotivo sulle difese immunitarie, che la componente fisica e quella psichica sono in realtà co-presenti nello sviluppo della malattia. Quindi per parlare di ipocondria bisogna escludere la presenza di una malattia e verificare la persistenza della paura nonostante le rassicuazioni mediche. Inoltre, può essere presente una eccessiva preoccupazione o paura in presenza di una malattia organica non grave.

Il corpo viene percepito come vulnerabile ed incapace di far fronte alle situazioni che vengono percepite minacciose; vi è quindi un conseguente ipercontrollo su se stessi. Il corpo viene percepito come privo di capacità omeostatiche cioè incapace di trovare da sé i rimedi giusti. Quindi è presente uno sbilanciamento dell’aspetto mentale rispetto a quello corporeo e una conseguente disarmonia della personalità. 

L’ipocondria è un tipo di disturbo frutto di una cultura iper razionale e iper logica, ossia l’uomo contemporaneo spesso dimentica che il corpo ha una propria intelligenza.

Chi ha accanto a sé una persona che tende ad presenta una sintomatologia che può rientrare in un quadro di ansia da malattia, deve cercare di assumere un atteggiamento molto paziente e calmo. É importante trovare un certo equilibrio tra l’assencondare (entro certi limiti) il bisogno di rassicurazioni (come una visita dal medico) e fornire una certa sicurezza rispetto ad un contatto più oggettivo sulla realtà. Se i sintomi dovessero diventare troppo invalidanti, ossia limitano la quotidianità dell’individuo, è bene ricorrere ad un aiuto specialistico.

BY: Renato Barbruni

L’ignavia e la mancanza di riflessione all’origine dell’assenso al male
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“La disperazione è un narcotico, culla l’anima nell’indifferenza.” Dal film Monsieur Verdoux di Charlie Chaplin.

Partiamo da questa riflessione per introdurre  i due personaggi protagonisti delle storie narrate in due film: L’enfant e Fronte del porto.

L’enfant, Belgio 2005, regia di Jean-Pierre e Luc Dardenne.

Bruno è un giovane che vive di espedienti ai margini di uno dei tanti agglomerati urbani di una città europea (del Belgio in questo caso). Appartiene a quella classe sociale che negli anni sessanta e settanta veniva definita dalla sociologia “sottoproletariato urbano”. Se i proletari, pur poveri e quindi limitati nelle loro risorse economiche godevano di un status sociale, lavoro  e famiglia  stabili, il sottoproletariato non aveva alcun elemento di stabilità: lavoro precario e famiglia disgregata  sono gli elementi sociali che disturbano ed impediscono il coagularsi di una identità sociale, che troverebbe comunque nella società conforto e valore di sé. Questo processo disgregativo, a cui è soggetto Bruno, il protagonista della storia narrata nel film, lo conduce a sentirsi perennemente in lotta contro la società e a sviluppare atteggiamenti antisociali. Mancando la coscienza sociale della propria condizione, la spinta di avversione sociale non si compone di elementi politici che si tradurebbero in azioni con intenti etici,  ma quella dinamica avversativa scivola inesorabilmento e irriflessivamente verso atti delinquenziali. Bruno, vive quindi di piccoli furti, in una apparente libertà di essere che invece, si vedrà, lo narcotizza fino a farlo divenire  totalmente inconscio di sé. Non sa neppure distinguere i suoi reali sentimenti. Ha imparato a rubare e a vendere ciò che ruba, immedesimandosi acriticamente  in una cultura dove tutto è merce e tutto si può vendere, comprare e rubare. Non c’è un’etica in tutto questo, non c’è una visione politica di tutto questo.  Come del resto non c’è etica nella società dei consumi: l’unica etica che permane è la ricerca del piacere che si trae dal possesso o dall’uso delle cose. Inoltre va sottolineato che non è tanto il possesso delle cose, quanto il loro uso a renderle ancora più alienabili, mutevoli, informali. Da ciò un ulteriore abbassamento dell’etica. Se la cosa posseduta veniva rispettata per il sacrificio che aveva  comportato raggiungerla, nell’uso non c’è neppure quel rispetto, così la cosa non ha più un valore in sé, ed è questo che la rende intercambiabile con altre. Ed è proprio questo a rendere possibile il loro continuo consumo ed uso: ciò rende più mobile l’economia. L’individuo è condannato a usare sempre cose nuove.  In accordo con il sistema economico, che si basa sul consumo e non sviluppa un’etica, se non quella del libero mercato, Bruno porta alla estrema conseguenza questo assunto. Come vende ciò che ruba per soldi, così venderà il proprio figlio per denaro. Sonia, la sua ragazza e madre del bambino, alla notizia della vendita del loro bambino, dapprima è sbigottita, poi sviene  cadendo tra le braccia del giovane. Bruno vede davanti a sé la drammacità della sua azione  e ciò provoca un primo risveglio della sua coscienza etica, anche se  ad un livello inconsapevole: egli sente il dolore, attraverso il peso del corpo di Sonia tra le sue braccia, ma  è un dolore di altri, non è ancora il suo dolore. Attraverso l’amore per la ragazza, un  sentimento fino a quel momento non sperimentato come tale, ma interpretato come piacere o piacevolezza della di lei presenza, Bruno sente la spinta a voler rimediare a ciò che ha fatto, anche se non ha ancora ben compreso la portata terribile della sua azione. Non è ancora consapevole del male del suo agire, un agire totalmente staccato da sé, come se egli fosse un automa, che si muove guidato dagli stimoli esterni. Ma vedendo il dolore di Sonia, e cercando di curarlo, si mette nell’agire  riparatorio. Lei avrà il coraggio di denunciarlo e lui il coraggio di pagare il danno che ha provocato. La forza della verità che è in Sonia si sposa con l’umiltà di accettare la condanna che  Bruno mostra.  In questo processo espiativo sta tutta la possibilità evolutiva del personaggio, che ritroverà se stesso nell’amore per Sonia. Un amore che ha saputo aver fede nella ricerca della verità e nella necessità di mutare se stessi. Non c’è amore senza trasformazione, come non c’è vera trasformazione se non per amore.

Fronte del porto, Usa 1954, regia Elia Kazan

Terry, in Fronte del porto, è un proletario che ha raggiunto una qualche identità sociale, ferita tuttavia dalla pseudo consapevolezza di aver tradito se stesso quando si fece  corrompere in un incontro di pugilato. Da quel momento “non sa perché non ha più fiducia in se stesso”, dirà in seguito. Questo colpo all’identità spirituale lo fa afflosciare nell’indifferenza, fino a renderlo complice, suo malgrado, di un omicidio. La vita gli sbatte in faccia il risultato della sua ignavia. La responsabilità verso il mondo, la responsabilità delle nostre azioni, quando è tradita, si presenta come il muro che spesso incontriamo nel nostro percorso, quando ancora cerchiamo di demandare ad altri il motivo delle nostre incongruenze. Nel corso della sua vicenda Terry incontra Edie Doyle, sorella dell’uomo che fu ucciso con il contributo della sua ignara complicità. L’amore verso la  giovane donna provocherà in lui un desiderio di giustizia che lo porterà al pieno risveglio della coscienza civica addormentata in lui. Da qui una nuova forza prende vigore, una forza che lo spinge alla ricerca dell’identità perduta.

       Sono due storia dove la bella addormentata non è una giovane principessa, ma l’anima dei personaggi. D’altra parte proprio la favola de La bella addormentata,  narra la rinascita dell’anima del giovane principe il quale  va alla  ricerca della principessa addormentata cioè della propria anima, la coscienza profonda di se stesso. Ma il giovane deve saper sconfiggere il drago, la presenza del male in lui, quel male che tiene prigioniera l’anima. Sconfiggere il drago non è un atto di forza muscolare, ma un agire su noi stessi, per affinare la nostra sensibilità e renderci gentili e forti spiritualmente.

      Bruno e Terry sono due giovani che si trovano imbrigliati nella ragnatela del male senza quasi rendersi conto della gravità del loro agire, mossi da una deriva passiva a cui danno assenso acriticamente. Rinunciano alla loro possibilità di critica, di scelta e quindi di essere. Ed è questa la situazione esistenziale e spirituale della disperazione per amputazione della possibilità di essere, che deriva dalla impossibilità di riconoscerne la necessità. Non posso essere se prima non ne riconosco la necessità.  Fa dire Chaplinal suo personaggio nel film  Monsieur Verdoux:“La disperazione è un narcotico, culla l’anima nell’indifferenza.” E l’indifferenza è proprio il sentimento che polverizza la necessità di essere come necessità. L’essere non è più evocato, e quindi l’agire rimane preda della legge della causa e dell’effetto, privo di intenzioni spirituali. Privo della progettualità propria dello spirito, la progettualità del divenire se stessi. In questo stato,  dell’annullamento della progettualità dello spirito,  il soggetto è vulnerabile rispetto alla legge dell’esterno da sé, preda quindi del dominio delle cause esterne. Il soggetto non è più soggetto, agente di se stesso, ma è mosso dalle lusinghe e dalle pretese della legge esterna, della cultura dominante e della sua finalità.

Le parole illuminanti di Charlie Chaplin, circa la psicodinamica del male, le ritroviamo espresse filosoficamente daHanna Arendt nel libro La banalità del male. Essa così, in sintesi, spiega il dilagare del male nella Germania nazista, là dove, l’autrice riflette, persone del tutto comuni si trovarono a dare assenso, in modo acritico, a politiche e strategie sociali aberranti, come la persecuzione e poi lo steminio degli ebrei. Per la Arendt la rinuncia al dialogo interiore  è alla radice dell’atto di assenso passivo al male. Nelle pagine del suo lavoro non sono tanto analizzati il peso e l’origine del male come categorie antropologiche e metafisiche, ma il male che viene trasmesso quale modalità d’azione e quale modo di pensare che contagia in profondità chi non esercita un minimo di riflessione con se stesso.  In questo senso, essa ribadisce, il male può non essere radicato, ed è proprio l’assenza di radici nell’individuo, o meglio la dimenticanza delle proprie radici, della propria cultura di riferimento, che consente al male di mettere nuove radici. La mancanza dell’attitudine alla riflessione, la mancanza dell’esercizio della riflessione sulle proprie autentiche radici culturali, provocano lo smarrimento della coscienza storica di se stessi.  La  memoria storica è uno dei cardini decisivi per elaborare gli accadimenti e riconoscerli nella giusta luce, ma la rinuncia all’esercizio riflessivo sulla memoria, al ritornare con i propri pensieri a ciò che si è vissuto e a ciò che si è fatto, che condurrebbe allo svelamento del significato storico delle nostre azioni, riduce gli accadimenti ad atti vuoti, proprio perché non collegati al significato che la storia  ha loro attribuito. Non esercitare quindi un  dialogo con se stessi, non permette di svuiluppare il Logos interiore,  che garantirebbe una visione più sapiente dei fatti accaduti e di quelli che stanno accadendo. Questa mancanza di attitudine a pensare, a far proprio l’accadere delle cose, per vagliarle sotto la lente della propria personale riflessione, determina le condizioni per quell’assenso passivo e acritico che perpetua l’azione maligna. Quasta ignavia, questa pigrizia spirituale ha fatto sì, dice la Arendt, che persone spesso normali, si siano trasformate in agenti del male. Il male divenuto  consuetudine, come è accaduto nella  Germania nazista, condusse un popolo acquiescente e complice a commettere i più terribile delitti  contro l’umanità. Allo stesso modo Bruno e Terry, e tanti altri che rinunciano all’introspezione, cadono nell’inferno della malvagità. Ecco che proprio l’attitudine alla riflessione, la quale dovrebbe essere il primo scopo del sistema educativo,  trova purtroppo oggi molti ostacoli: basti pensare all’uso massiccio dei video giochi che  non insegnano a riflettere e quindi a pensare, ma richiedono la risposta immediata  e soprattutto irriflessiva. Ed è questo uno dei temi cruciali della civiltà contemporanea, dove sono messe a dura prova le libertà individuali, proprio per il dilagare di comportamenti collettivi accettati passivamente per mancanza di capacità riflessive.

Per far comprendere la portata della situazione culturale odierna riferisco ciò che disse a suo tempo un grande psicologo amaricano, E.G. Boring, uno dei fautori del metodo introspettivo: “La psicologia ha perso prima l’anima, poi la mente e poi la coscienza, ma ha ancora il comportamento”. La psicologia cognitivo-comportamentale è proprio frutto di una cultura che ha svuotato di interiorità l’essere umano. Da qui la mancanza di introspezione dei modelli pedagogici diffusi ad ogni livello. Tutto è rimandato al comportamento come risposta allo stimolo esterno. L’apparato cognitivo viene visto come frutto di questa dinamica, proprio perché non è riconosciuta nell’uomo una natura interiore, una progettualità interiore; non è ammesa la presenza dell’anima.   

BY: Renato Barbruni

Affettività, relazioni e spiritualità: aspirazioni, crisi ed evoluzione
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Articolo apparso su Avvenire di domenica 23 giugno 2019.

Breve resoconto psicologico esperienziale della Convivenza sacerdotale, vissuta da martedì 18 e mercoledì 19 giugno alla presenza del Vescovo Mons. Suetta, che ha concluso il sinodo sacerdotale della diocesi di Ventimiglia-Sanremo iniziato nel settembre  2018.

Nella giornata, a cui ho partecipato come psicologo-relatore, ho avuto modo di incontrare tante diverse sensibilità all’approccio della missione sacerdotale. Le tematiche,  circoscritte agli argomenti proposti dal mio intervento, sono state dibattute sia in ambito assembleare, sia nei lavori di gruppo a cui ho partecipato. Sono stati proposti alcun temi psicologici con lo scopo di fornire strumenti interpretativi utili al sacerdote il quale, non solo li vive in prima persona, ma è chimato ad affrontarli all’interno della missione pastorale.

Il lavoro aveva per titolo: Affettività, relazioni e spiritualità: aspirazioni, crisi ed evoluzione. Il senso di queste tematiche rispecchia la volontà di portare i partecipanti alla riflessione collegiale sulle problematiche che il sacerdote incontra  nel suo ministero, sia di fronte alle inquietudini dei suoi parrocchiani, sia alle proprie personali trepidazioni di carattere psicologico ed esistenziale che, in certi momenti possono sfociare in quesiti spirituali. L’approccio psicologico seguito è quello umanistico-esistenziale, dove l’uomo non è visto in modo atomistico, cioè scisso in dimensioni separate; ma nella prospettiva dell’uomo trinitario, un uomo traversato dalla natura biologica e dalla proria vocazione verso la trascendenza. Un’antropologia quindi che vede l’essere umano dotato di dimensioni diverse, ma dialoganti tra di loro ed orientate verso la trascendenza che le comprende, le armonizza e le eleva. La trascendenza, quindi come dimensione a cui l’uomo aspira genuinamente. Non è quindi vista, come in alcune psicologie, come compensazione alle frustrazioni esistenziali.

A tale proposito la riflessione sugli elmenti base delle modalità di conoscenza e di esperienza del soggetto umano,  sono stati posti al centro della prima relazione da me sviluppata, nel pomeriggio del 18 giugno. La fenomenologia della coscienza, il processo di identificazione, in contrasto con il processo di individuazione, che porta tante volte alle crisi di indentità, le quali possono sfociare  in crisi esistenziali, hanno sollecitato i partecipanti a mettere in discusione critica e costruttiva, la tendenza a chiudersi in una visione e percezione di se stessi che ostacola il dialogo con l’altro .

La possibilità  del sacerdote di comprendere le proprie dinamiche psicolgiche, interpretandole nella giusta luce,  lo pone nella condizione di avvicinare meglio le situazioni psicologiche ed esistenziali dei suoi parrocchiani. Si è voluto sottolineare  quanto le dinamiche psicologiche possano influire sulla dimensione spirituale, la quale ha da guadagnatre se la consapevolezza e la capacità di superamento di determinate istanze ottengano successo.  L’esercizio alla riflessione psicologica  aiuta a  rintracciare l’elemento spirituale nelle varie esperenze della vita, permettendo di inquadrare il percorso dell’esistenza. Nel corso del dialogo sono emerse vissuti del sacerdote, non ultimo un certo sentimento di solitudine umana. Tale sentimento non è circoscritto alla eventuale carenza di relazioni interpersonali nella sua vita, ma proviene da quel sentire su di sé la solitudine di quella umanità lontana del Padre Celeste.

BY: Renato Barbruni

Mito, leggenda e catarsi
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Il termine catarsi, che significa purificazione, ha un duplice significato: da un lato in senso psicoanalitico è la liberazione da affetti e conflitti attraverso la rievocazione dei traumi cui sono riconducibili; in senso più ampio il termine viene usato da Aristotele che indica nella tragedia, in quanto rappresentazione di drammi e conflitti, il tramite attraverso il quale lo spettatore rievoca in se stesso determinati conflitti di cui rielabora l’esperienza. In tal senso l’arte in genere svolge un ruolo catartico.

Catarsi: termine greco che significa “purificazione”. Si riconoscono vari tipi di catarsi:

· la catarsi medica
 · la catarsi magica
 · la catarsi etico religiosa
 · la catarsi filosofica
 · la catarsi estetica
 · la catarsi terapeutica

Perseo uccide il drago del mare – Burne-Jones

Nella psicoterapia la “catarsi” si riferisce a quel momento in cui un paziente riesce a liberarsi da un grumo di sofferenza attraverso la comprensione del suo significato. In ogni forma di psicoterapia è fondamentale il racconto della propria storia o dei propri sintomi. Nell’analisi junghiana il racconto della propria vita è finalizzato al ritrovamento di quel filo invisibile che lega tra di loro accadimenti e fatti e che costituisce il Logos, il senso del divenire della propria esistenza. I sintomi rappresentano in quest’ottica quel grumo di sofferenza che denuncia l’intoppo del divenire fluido della vita. Non solo. Attraverso il racconto dei sogni, o attraverso l’immaginazione attiva, il paziente accede al piano della realtà profonda ove hanno origine i suoi disturbi, cioè là dove essi trovano senso e quindi significato. Ecco perché nell’analisi junghiana si da molto importanza alla conoscenza dei miti e delle leggende, (da parte dell’analista) in quanto rappresentano la narrazione a livello simbolico dei momenti cruciali dell’evolversi della vita. I viaggi di Ulisse, per esempio, possono dare vari spunti per leggere su un piano più elevato alcuni accadimenti della nostra vita. Quanti infatti non hanno sperimentato, ad un certo punto della loro vita, il bisogno di viaggiare lontano dalla propria casa per cercare qualcosa di indefinito. Trovare in un racconto mitico frammenti della nostra storia personale contribuisce a decifrare con maggior chiarezza quel particolare accadimento, liberandoci così della sofferenza. Questo è uno dei modi della catarsi. Le favole descrivono in chiave simbolico alcuni grumi esistenziali, e attraverso quel linguaggio di immagini e simboli, conducono l’anima a uscire da quel labirinto di contraddizioni.

Qui di seguito riporto una favola cinese, e successivamente mostrerò il suo valore simbolico per rintracciare la trame esistenziale che essa rappresenta.

LA RAGAZZA DAGLI OCCHI VERDI

In un tempo viveva una giovane fanciulla di nome Ju-pan. La ragazza viveva da sola. Il padre abitava in un paese lontano. Un giorno giunse un messaggio alla giovane Ju-pan in cui si diceva che il padre era morente e che avrebbe voluto rivederla. Per giungere al paese del padre bisognava attraversare un territorio molto vasto e desolato chiamato il Paese del Solo triste. Era tutto deserto non vi era nessuna forma di vita. Chiunque si trovasse a passare di là era preso da un tale senso di angoscia e sgomento da morirne. Così colore che doveva attraversare quel deserto si riunivano in piccoli gruppo per sostenersi a vicenda.
Ju-pan chiese ad amici e parenti di accompagnarla nell’attraversamento di quel deserto ma tutti si rifiutarono dicendo che dato che il padre era morente non sarebbe mai giunta in tempo. Ma era tale il desiderio di Ju-pan di andare dal padre che decise di partire da sola. Salì sul suo vecchio cavallo e all’alba di un mattino come tanti iniziò il suo viaggio.
Si inoltrò in quella terra desolata, e lentamente cominciò ad avvertire quel senso di angoscia di cui gli avevano parlato. Il cavallo era vecchio e si stancava facilmente cosi Ju-pan decise di fermarsi a riposare. All’improvviso, in lontananza, la ragazza scorse una figura che si dirigeva verso di lei. Subito ebbe paura, poi pensò che comunque era un incontro e ciò poteva alleviare la sua angoscia. L’uomo era un monaco che salutata la ragazza le disse:
“Sono venuto a portarti un messaggio. Tuo padre è morto.”
La ragazza cadde in ginocchio e pianse amaramente. La tristezza e il dolore l’avvolsero tutta, e un senso di morte le balenò nella mente. Avrebbe voluto morire all’istante e raggiungere il padre nell’alto dei cieli.
Ma il monaco proseguì il suo discorso:
“Tuo padre mi manda a dirti che tu dovrai stare qui, in questa terra poiché dai tuoi occhi verdi meravigliosi uscirà la vita. Ogni cosa che guarderai si trasformerà in vita. Tu renderai questo deserto un giardino meraviglioso.”
Il monaco se ne andò.
Ju-pan smise di piangere e si accorse che ciò che il monaco le aveva detto era vero. In ogni punto che guardava nasceva una vita nuova. Piante, alberi, fiori, animali popolarono quella terra che smise di essere desolato: la vita era risorta.


Interpretazione esistenziale dei simboli

Il paese del sole triste, luogo dove la vicenda si svolge, ci suggerisce aridità e soprattutto staticità. Tutto è fermo in quel paese: …non crescono alberi, né fiori, non fluiscono acque… E’ assente la vita in tutte le sue manifestazioni, ma più radicalmente è assente il movimento. La terribile e spettrale desolazione del luogo contagia l’anima del viandante che, se si inoltra solitario, cade vittima di incubi mortali.
La fanciulla della fiaba dovrà per amore traversare questa regione, dovrà così vincere la propria staticità, il senso del definito per aprirsi al senso dell’infinito. Sarà dunque un viaggio verso il superamento della propria visione del mondo.
La realtà in quanto tale, oggettivata, altro dall’osservatore, è un epifenomeno e un’illusione: sempre si tratta di proiezioni ciò che i nostri occhi vedono. La regione rimarrà deserta fintanto che la fanciulla non avrà trasformato se stessa. Fino a che non avrà trasformato l’idea della mortalità nell’idea della vitalità.
Il padre la chiama ad attraversare la regione del sole triste, cioè a riflettere sulla sua visione del mondo; ed ella attraversando quella regione prende coscienza della staticità di questa, prende coscienza cioè della mancanza in essa della vita. E’ quindi la vita interiore della fanciulla, non ancora fecondata dallo Spirito delle mille possibilità creative, ciò che rappresenta il deserto.
Il vecchio cavallo, come simbolo della libido, dell’eros, l’accompagna nel viaggio. E’ un eros legato all’istintualità quello che il cavallo rappresenta, una forma ancora primitiva di eros: la forma primordiale dell’amore. Ed infatti il cavallo è stanco e deve fermarsi. Nel senso che una forma così primitiva dell’amore non può sostenere un così arduo compito. L’amore primitivo di cui qui si parla è l’amore come puro slancio verso una meta, verso la vita. Ma quando qualcosa di forte si frappone tra il soggetto e la sua meta, tale amore può scemare, inaridirsi e al fine morire. E’ il caso di quell’amore ancora fermo e identificato nella pura passionalità. La passionalità è una forma d’amore ancora troppo vicina alla realtà biosferica sostenuto cioè dall’energia che scaturisce dalle esigenze biologiche. E’ una forma d’amore cieca, carente sotto il profilo dell’intenzione verso il Bene. Il cammino, quindi verso il sommo Bene, dovrà essere proseguito in altro modo, con altro mezzo, con altra modalità d’amore.
Dunque fin qui una forza istintiva, cieca, ha guidato il cammino: il richiamo del padre come vincolo imperituro, coercitivo.
Il tema dell’attraversamento del deserto lo ritroviamo in molti racconti mistici: esso rappresenta la prova ardua della trasformazione dell’anima. Una prova che si affronta nella totale solitudine, poiché nessuno può compiere quel camminino se non il soggetto stesso: nessuno può sostituirci nella nostra personale evoluzione spirituale. In questo caso la solitudine è necessaria e funzionale a tale scopo. La solitudine è il momento ed il luogo dove incontriamo il centro di noi stessi, dove il Verbo infinito si manifesta all’anima del singolo Soggetto. “Dio mio perché mi hai abbandonato…” E’ l’enunciazione drammatica che accompagno la totale solitudine, il deserto nella sua rappresentazione più estrema, essendo Dio simbolo e metafore del senso delle cose e dell’esistere stesso..
La fanciulla sembra quasi non potersi opporre o sottrarre, ma neanche vuole del resto poiché la ricongiunzione col padre è il grande anelito della sua esistenza; inoltre è l’energia del cavallo, l’eros, la passione cieca e potente che fin lì la conduce.
E’ a questo punto che la fanciulla ha un incontro decisivo: un monaco, un saggio le si fà incontro, simbolo questo del Sé, della consapevolezza della possibilità di intenzionarsi al di là della pura passione, al di là della propria dimensione istintuale. Il Soggetto infatti c’è nell’istante in cui trapassa il dominio della meccanicità istintuale, per aprirsi alla propria dimensione etica dell’intenzionarsi.
Il saggio è simbolo di un più alto livello di coscienza, che prospetta alla protagonista della vicenda la fine di un’epoca: la fine dell’epoca del figlio. Il padre infatti è morto e così muore anche il figlio. E’ morto il punto di riferimento esterno, quel principio ordinatore a cui tutto è riferito e demandato ma che si trovava esclusivamente fuori dell’anima rendendo così sterile l’anima stessa, la vita interiore della fanciulla.
La fanciulla ora pensa alla propria morte, poiché senza il padre che vita le si prospetta? Ma la visione più ampia la richiama ad una più alta responsabilità. Dovrà ella farsi carico di portare la vita là dove non vi è vita.
E la fanciulla accetta il proprio compito. Sacrifica il desiderio immediato dell’unione col padre per adempiere al compito a lei assegnato creando così in se stessa la nuova visione del mondo.
Ju-pan riconosce in se stessa un progetto, il progetto della sua esistenza, dando così libero assenso al processo d’individuazione. Il coronamento della sua vita, la missione storica della sua esistenza, è portare la vita là dove non vi è vita. E Ju-pan rinunciando ad appagare il suo bisogno di unirsi al padre, salta su un altro piano di coscienza e così esprime un’altra forma dell’Amore sì da “vedere la vita nel deserto arido”. Ciò che è visto è reale, così la vita è creata dagli occhi, dalla visione di lei poiché è attraverso il suo stesso amore che lei vede il mondo.

Dal Libro: “I CHICCCHI DEL MELOGRANO:
genitori e figli alla ricerca di una nuova sintesi” di Renato Barbruni.

Il libro si compone di una favola, e da un saggio dal titolo: “La vita interiore e il bambino”. Qui di seguito riporto un capito della favola e la successiva scheda di aiuto al genitore per la riflessione insieme al bambino.
Reiner Carge

IL FIUME

La sera, piano piano, aveva reso tutto in penombra. Il cielo era blu e le stelle lo adornavano di tanti puntini dorati. La Luna bianca, splendida come sempre, si rifletteva sulle ondulate acque del ruscello. E mentre l’unico rumore era quello dello scorrere dell’acqua, Stella, seduta su una morbida foglia, aspettava con sempre più impazienza l’arrivo del padre e di Semolino.
Erano ormai molte ore che attendeva, e col trascorrere del tempo il suo cuoricino batteva sempre più forte e i suoi pensieri divenivano sempre più tristi e pesanti.
“Perché tardate tanto? Vi hanno forse catturati? Ed io qui sola che cosa posso fare? Devo forse venirvi a cercare? Ma dove? Mi sento così piccola e sento così forte la mancanza di mio padre e di Semolino; non averli qui mi fa sentire come se fossi perduta. E mia madre… chissà dove sarà mia madre! Da quel giorno che le guardie l’hanno catturata e l’hanno sottratta ai miei occhi non ho più saputo nulla di lei… Sento il mio cuore strappato, perso alla ricerca della sua presenza… E’ così bella questa serata, così calma, così dolce mentre io mi sento così triste…”
Il cielo rapì i suoi occhi in un ricordo lontano: lei piccina tra le braccia della madre in una sera dolce come tante: “Mamma come sono felice e sicura qui con te…” E il sorriso della madre che le accarezzava il cuore.
Un fruscio la distrasse dai suoi pensieri. Subito ebbe paura.
“Che cosa sarà mai?” tremò dentro di sé.
“Stella, Stella presto dobbiamo scappare.” Era la voce di Semolino che dal folto dell’erba apparve insieme a Geremia. Stella, finalmente felice, poté riabbracciare il suo amato padre.
“Presto, presto dobbiamo scappare stanno per sopraggiungere le guardie. Quel grido “Ciao amici” ha messo in all’erta le guardie reali che così hanno scoperto la nostra fuga.”
“Ma come possiamo fuggire?” Domandò impaurita Stella.
“Ci caleremo nel fiume: l’acqua ci porterà via.”
Le guardie erano ormai sopraggiunte. Semolino, Stella e Geremia si calarono nell’acqua e si lasciarono portare via dalle onde. L’acqua, cullandoli, li portava sempre più lontano dal pericolo, ed essi vi si abbandonarono come in un bel sogno. I loro cuori, ora più tranquilli, battevano più debolmente e lentamente. E mentre il silenzio della sera si faceva più dolce, essi si addormentarono nell’acqua che li portava al sicuro.

Le acque li cullarono per ore ed ore, e la notte, come una calda coperta, li avvolgeva nella penombra: il loro cuore era sicuro di battere per l’eternità.

Il fiume si inoltrava, volteggiando, tra il verde di un meraviglioso giardino. Qualche bagliore scintillava sulle deboli onde: erano le luci dei lampioni su cui si intrecciavano piccole rose gialle. I vialetti passavano tra aiuole di bellissimi fiori sempre diversi e di diverso colore; ogni tanto una galleria d’alberi interrompeva lo sguardo al cielo stellato. Su in alto la bianca Luna sembrava essere lì apposta per dipingere di latte le foglie del gelso.
Semolino, Stella e Geremia dormivano affidandosi ai sogni d’amore.

IL FIUME: Scheda d’aiuto alla riflessione

Anche in questo capitolo il tema è la paura. In modo più specifico è l’angoscia. Se nel capitolo precedente la paura è quel sentimento che sperimentiamo di fronte ad una minaccia possibile e certa, in questo capitolo la paura si riferisce ad un sentire più complesso meno individuabile, cioè meno riconducibile a qualcosa di certo.
Nel capitolo precedente Semolino aveva paura nella situazione reale e contingente. In questo capitolo Stella vede svilupparsi la paura da molto lontano. In lei affiorano ricordi dolorosi del passato, ma anche ricordo belli. Tutto questo in lei muove dimensioni complesse della sua personalità: questa è l’angoscia. Un sentimento che non è relativo ad un oggetto specifico. L’angoscia si diffonde a macchia d’olio in tutte le direzioni della personalità. E’ il senso della vita che ne viene colpito. Quindi in questo capitolo è l’angoscia il tema principale. Sarà bene che a questo punto spieghi la struttura del capitolo per capirne il senso.
Stella è sola e in attesa. Da questa solitudine si sviluppa un sentimento che la conduce a meditare su momenti importanti della sua vita. Avverte un senso di precarietà, come se la sua anima fluttuasse tra il timore del presente e le malinconie del passato, di un passato ancora carico di domande senza risposta che gettano ombre scure sul futuro: la paura sfocia in una angoscia esistenziale. Erroneamente si pensa che il bambino non sperimenti inquietudini esistenziali, che non si ponga interrogativi di grande respiro.
Nel capitolo Stella troverà la pace abbandonandosi alle acque del fiume che la portano verso un luogo più sicuro. Ciò è simbolo e metafora del fatto che non sempre l’angoscia può essere superata trovando una risposta certa alle inquietudine; alle volte è proprio l’essere capaci di affidarsi al fluire della vita, senza pretendere risposte immediate che ci fa superare momenti di profonda smarrimento. Le immagini che il racconto descrive sono tese a stimolare nel bambino un atteggiamento fiducioso. Una fiducia che non passo solamente attraversa l’azione o la riflessione razionale, ma anche attraverso il sapersi affidare alla speranza nella propria esistenza.

L’obbiettivo: riconoscimento delle proprie inquietudini; provocare un atteggiamento fiducioso.
L’atteggiamento richiesto nel bambino: la contemplazione sui vissuti che le immagini suscitano in lui.
L’oggetto della riflessione: le inquietudine che traversano la coscienza del bambino.
L’atteggiamento del genitore: sarebbe opportuno che il genitore confidasse al bambino alcune delle proprie inquietudini affinché il bambino senta la comunanza con l’adulto. In questo caso però a differenza delle paure, è molto importante che il genitore comunichi quelle inquietudine che lui ha superato, in modo da mostrare il buon esiste di quella esperienza. Il genitore farà notare al bambino che per superare le inquietudini occorre un certo tempo. E’ importante che il genitore arricchisca il dialogo portando la riflessione sulla dimensione del tempo. Dato che il bambino non ha ancora consapevolezza della propria storia, non ha coscienza del divenire temporale come valore, nel senso che non sa attendere il dispiegarsi degli eventi: non sa che gli eventi devono dispiegarsi nel tempo. In altre parole non capisce il valore che è insito nell’attesa. Ecco perché nel capitolo l’attesa è occasione di inquietudine.
Il bambino deve arrivare a comprendere che certi stati dell’anima hanno bisogno di un loro tempo per dispiegarsi ed evolversi. Ciò lo aiuterà a qualificare i vissuti soggettivi come tappe della sua evoluzione evitando di identificarsi completamente in essi.

Dopo la lettura un momento di silenzio, poi le
le domande: vale lo schema già formulato adattandolo al nuovo tema.

Ora chiudi gli occhi e prova a guardare dentro di te…cosa vedi?

Quale sentimento vivi dentro di te in questo momento?

C’è stato un punto durante la lettura che ti ha suscito una particolare emozione?

C’è stato un momento in cui hai sperimentato un vissuto negativo?

C’è stato un momento in cui hai sperimentato un vissuto positivo?

A quale dei personaggi ti senti più vicino, ti somiglia di più, o ne condividi il vissuto? (questo modo di porre la domanda spinge il bambino a cercare le tracce del proprio sentimento – o vissuto – nell’espressione altrui. Lo aiuta a essere meno centrato su se steso e a cogliere la realtà fuori di sé. In altre parole lo aiuta a superare la fase dell’egocentrismo nella maturazione verso l’empatia).

Perché? In che modo ne condividi il vissuto?

BY: Renato Barbruni

L’uso della fiaba in campo educativo
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Cercherò di mettere in evidenza la possibilità evocativa che il racconto fantastico possiede, sottolineandone l’importanza al fine dell’evoluzione della personalità.
Per meglio comprendere il punto di vista dal quale sviluppo la mia riflessione conviene che prenda le mosse dall’osservazione di un frammento del rapporto tra un osservatore e la cosa osservata. Per esempio il rapporto che intercorre tra l’osservatore e un dipinto; tra un osservatore e un tramonto a cui assiste; tra uno spettatore e il film proiettato; come tra un lettore e il libro che sta leggendo; o ancora tra un ascoltatore e il racconto che gli viene raccontato.
Ogni oggetto, sia esso un’immagine, un racconto o un altro evento posto di fronte ad un soggetto, provoca un’insieme di reazioni all’interno della realtà psicologica del soggetto. L’oggetto che penetra la realtà psicologica produce determinate conseguenze. Fondamentale, per la nostra riflessione, è considerare il fatto che tale oggetto interagisce con la complessità della realtà psicologica che lo ha accolto. Dobbiamo rammentare che la realtà psicologica è costituita da ricordi, vissuti, aneliti, desideri, sogni, pensieri, sentimenti, ecc. E va altresì rammentato che ogni dimensione della realtà psicologica ha una sua profondità e una sua distanza dalla coscienza. Di un determinato sentimento si ha una parte molto vicina alla coscienza, di cui quindi siamo a conoscenza, e altre parti più o meno distanti dalla coscienza, situate in zone sempre più profonde dell’inconscio. Le parti profonde di un sentimento hanno poche occasioni di essere rappresentate nella coscienza nel corso della nostra abituale esperienza quotidiana. Esse vengono più facilmente ri-suscitate in particolari momenti della nostra vita. Per esempio di fronte a situazioni esistenziali che possiedono una carica emotiva forte. Immaginiamo la notizia della morte di un conoscente che può risvegliare in noi un sentimento di cui prima non sospettavamo. Quella parte di sentimento era nascosta, inaccessibile alla coscienza, ma in seguito alla notizia della morte, con la forza evocativo che possiede l’evento “morte”, ecco che quella parte di sentimento rimasta celata ora si fa improvvisamente e impetuosamente presente alla nostra esperienza cosciente. A questo punto quel tal sentimento viene rappresentato nella coscienza e va ad ampliare quel sapere di noi che costituisce il fenomeno della consapevolezza.
Un certo oggetto può possedere una notevole capacità di penetrazione della realtà psichica profondo, e quindi può suscitare esperienza soggettive che variano di intensità a seconda della profondità raggiunta . Di un tale oggetto diremo che possiede una forte capacità evocativa.
Al contrario vi sono oggetti che non riescono a penetrare la realtà profondo della psiche, rimanendone in superficie. Di un tale oggetto diremo che possiedo poca forza evocativa.
Il grado della forza evocativa di un oggetto dipende molto dal soggetto percepiente, nel senso che un medesimo oggetto può avere molta forza evocativa se interagisce con un certo individuo, e non possederne affatto nell’interazione con un altro individuo.
E’ però interessante notare che vi sono comunque determinati oggetti che per loro natura possiedono una forza evocativa superiore, rispetto ad altri. Qual è questa natura diversa che li rende particolarmente evocativi? E’ il grado di compiutezza dell’oggetto. Più un oggetto è compiuto, definito, finito in se stesso, meno capacità evocativa possiede. In altri termini più l’oggetto è esaustivo, meno è evocativo.
Una lezione di chimica, per la sua intrinseca necessità di essere esauriente, quindi esaustiva, possiede meno forza evocativa della lettura di una poesia. In genere il linguaggio scientifico tende all’esaustività, mentre il linguaggio artistico tende alla evocazione. L’uno ha come finalità la definizione dell’oggetto, l’altro ha come finalità l’esperienza dell’oggetto. Possiamo dire che l’uno è un modo di conoscere dal di fuori, l’altra è un modo di conoscere dal di dentro. Attraverso il linguaggio metaforico-simbolico-esoterico della fiaba, il lettore -in quanto soggetto che patisce un’esperienza – è guidato all’esperienza dell’oggetto, dato che l’oggetto ri-trova espressione di sé nella realtà interiore del soggetto-lettore. Ed è questa possibilità che fa si che la fiaba sia una delle espressioni letterarie più adatte a interagire con la realtà profonda del bambino.

Chiavi di lettura simbolica di alcune favole

POLLICINODall’esperienza di genitori inadeguati si apre la voragine verso l’ombra del genitore: l’orco divoratore è Saturno, Crono, Urano che mangia i figli. L’emancipazione avviene con il ritrovamento della capacità di decidere e di agire a cui il bambino approda e liberandosi della dipendenza dai genitori. Quindi la Personizzazione dell’esperienza e dell’azione

BIANCANEVE
L’ombra della madre, il lato oscuro del femminile, con l’invidia della purezza e della bellezza, la non accettazione del trascorrere del tempo. Il dubbio sulla natura della propria identità; la scoperta del tesoro interiore.Il sonno interminabile e l’attesa del tempo dell’amore

CAPPUCCETTO ROSSO
L’ombra del proprio IO che fagocita il senso e la trama della vita: la pulsionalità agita nell’immediatezza.

MI E IL DRAGO GIALLO
Favola cinese L’ombra della vita; il lato oscura della legge della vita; la paura della paura che porta il bambino a chiudersi al nuovo mondo che si prospetta dinnanzi a lui, la paura della solitudine e della incapacità supposta di non essere in grado di farcela da solo, cioè in prima persona.

I mostri, le paure e i vissuti di estraneazione

I mostri e gli incubi delle notti insonne dei bambini appartengono allo scenario dell’immaginario interiore. Sono creature che provengono dalla oscura realtà interiore dell’anima. Per cercare di capire il movente e il significato di tali presenze è bene ricordare quale sia la situazione esistenziale in cui si trova calato il bambino. Parliamo del bambino fino ai 5 o 6 anni e fin su verso i 9 o 10 anni. Mano a mano che il tempo passa, che il soggetto sviluppa la sua appartenenza sociale e sviluppa la sua personalità, tali fantasmi – nel vissuto interiore così come appare nei sogni o nelle fantasie – tendono a diminuire. Questo per varie ragioni. Prima però dobbiamo comprendere il perché di tali presenze e il loro significato, allora ci sarà più comprensibile il motivo per cui con il tempo esse sfumino nell’immaginario interiore della coscienza del bambino. Si badi che viene qui usato il termine “sfumare” il che vuol dire che tali presenze non si cancellano, né scompaiono, ma, appunto, “sfumano”, nel senso che rimangono presenti ma con un grado di accentuazione minore.
Il bambino si evolve. Questo processo si sviluppa sulla spaccatura delle forme raggiunto; ciò provoca un vissuto di instabilità interiore, da cui emerge l’idea della mostruosità di se stessi ( in quanto la forma è percepita così mutevole da non riconoscere in essa le regole della forma bella che è stabile). Tutto ciò genera lo spavento nel sentirsi muovere dentro una forza che sprigionandosi muta tutta la realtà, sia quella percepita che quella agita.
Quindi la presenza di immagini terrificanti rimanda alla sperimentazione soggettiva di un movimento che dall’interno spinge verso la modificazione della struttura interiore della personalità. Naturalmente i singoli personaggi che costellano l’immaginario terrifico del bambino sono portatori di un particolare valore simbolico che va valutato di caso in caso.

BY: Irene Barbruni

Gli attacchi di panico
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Si definisce un Attacco di Panico quell’insieme di sintomi (sia somatici che psichici) che accompagnano una paura intensa (non dovuta ad un reale pericolo). Tra i sintomi somatici abbiamo: palpitazioni, sudorazione, tremori, dispnea o sensazione di soffocamento, parestesie (sensazioni di torpore o di formicolio), dolore o fastidio al petto, nausea o disturbi addominali. Invece, per quanto riguarda i sintomi psichici, troviamo la paura di perdere il controllo, di impazzire, di morire, il senso di irrealtà e la sensazione di estraneità e di distacco da se stessi. Questi sintomi appaiono all’improvviso, spesso durante attività abbastanza tranquille, e raggiungono maggiore intensità in un lasso di tempo piuttosto breve (circa 10 minuti).

Un episodio che può essere riconosciuto come attacco di panico non costituisce un Disturbo da Attacchi di Panico (DAP) che presuppone l’emergere di più eventi. Siamo di fronte ad un disturbo di panico nel momento in cui si hanno più episodi di panico, preoccupazione persistente di avere altri attacchi, preoccupazione a proposito delle implicazioni dell’attacco o delle sue conseguenze, significativa alterazione del comportamento correlata in seguito all’attacco di panico. Inoltre, un attacco di panico si può presentare in concomitanza di agorafobia. In questo caso la diagnosi sarà quindi di disturbo di panico con agorafobia.

La paura sperimentata non ha una motivazione diretta come per esempio nella fobia e ciò che maggiormente getta il soggetto in uno stato di angoscia è l’imprevedibilità della comparsa dei sintomi che non hanno una diretta correlazione con un particolare avvenimento. Molte persone sviluppano un’ansia anticipatoria e cercano di evitare tutte quelle situazioni che sono state associate ad un episodio di attacco di panico. Questo conduce nei casi più gravi ad un isolamento progressivo dalla vita sociale e relazionale.

Il DAP è il disturbo in maggior crescita negli ultimo 30 anni e a partire degli anni 80 è stato aggiunto fra le patologia psichiche del DSM (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali), mentre precedentemente era considerato una forma di ansia generalizzata.

Anche in questo caso come abbiamo già detto a proposito dell’ansia, questi fenomeni non vanno interpretati come malattie che provengono da chissà dove, come un visus, ma come la risposta esagerata e caricaturale di un disagio esistenziale. Vi sono cause che derivano dalla vita di relazione della persona che ne soffre. Ma per relazione non si intende solo la relazione interpersonale, ma anche la relazione intra-personale, vale a dire il rapporto che una persona ha con se stesso. Lì vi sono dimensioni che, se il soggetto non riesce a comprendere, lo portano a sentirsi vulnerabile, perché indecifrabile a se stesso. Spesso è proprio l’incapacità a conoscere i veri e autentici bisogni che porta al sintomo come caricatura dell’atto di rinnovamento, di liberazione. La patologia è quindi spesso un tentativo, sbagliato e grottesco, della ri-definizione di sé, di quel modo di essere non più corrispondente ai bisogni che dal profondo emergono.

Questo aspetto relativo al significato simbolico del sintomo, di un bisogno di rinnovamento e di rinascita, la troviamo nell’immagine del quadro “Liberazione”. La figura femminile che si trova come all’interno di un guscio/ragnatela e vive quel momento di morte/rinascita in cui un individuo sente la forte spinta a rompere l’involucro come una crisalide, da cui liberarsi, per intraprendere un volo nuovo. Ma al contempo questo sentimento di rinnovamento è impedito dalla paura a lasciare ciò che si è, di lasciare/superare la vecchia forma in cui il soggetto si era identificato. Questo scacco si manifesta con il disturbo dell’attacco di panico. Proprio in una cultura dove tutto sembra possibile e che tutto si possa piegare alla volontà di potenza del soggetto, la presa di coscienza di un impedimento porta ad una squalificazione di se stessi. Ma l’impedimento non è un fastidio inutile, è l’occasione per riflettere sul senso della propria trasformazione.

BY: Irene Barbruni

Ansia tra normalità e patologia
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L’ansia è uno stato d’animo che tutti noi proviamo nella nostra quotidianità. Essa è sperimentata dal soggetto come uno stato di tensione spiacevole perché accompagnata dalla sensazione di essere in pericolo e minacciati, però è in grado di scatenare una serie di risorse psichiche positive. Insomma è un fenomeno vitale in quanto è motore verso la ricerca di quell’equilibrio tra le richieste del mondo esterno ed il mondo interiore. L’ansia come fenomeno normale ed indispensabile deve essere distinto dall’angoscia, che invece è una condizione patologica (Galimberti). Quando invece lo stato d’ansia diventa uno stato prolungato di tensione, che provoca un danno all’individuo, ci troviamo di fronte all’ansia disfunzionale o patologica.

L’ansia si manifesta con sintomi fisici e psichici. Tra i primi abbiamo palpitazioni, tremori, vertigine e debolezza. Tra i sintomi psichici abbiamo tensione, nervosismo, eccessiva preoccupazione, insonnia e pianto.

Ci troviamo di fronte ad un’ansia “patologica” quanto l’intensità dei sintomi descritti è spropositata rispetto all’evento associato, nel momento in cui tale fenomeno perdura anche successivamente all’evento scatenante e quando diventa difficoltoso superare tale evento attraverso la volontà cosciente. In presenza di ansia disfunzionale osserviamo un soggetto che fatica a concentrarsi, non è in grado di affrontare determinate situazioni, è irritabile ed in generale in costante tensione e stato di allarme.

Secondo l’Istituto Nazionale della salute mentale, ansia, panico e disturbi correlati colpiscono circa 19 milioni di individui di età superiore ai 18 anni in Europa e le donne hanno il doppio delle probabilità rispetto agli uomini, di essere colpite dal disturbo. Le causa di tali sintomi non sono del tutto chiariti, ma alcune teorie suggeriscono che vadano ricercate sia in fattori genetici, biologici, ambientali e in fattori sociali.

Come abbiamo già accennato l’ansia accompagna l’essere umano da sempre, ma assume nel corso delle epoche storiche significati diversi. In tempi lontani essa aiutava l’uomo che viveva in un ambiente difficile e pericoloso a proteggersi dai pericoli e a soddisfare i bisogni primari. Oggi questo bisogno non lo abbiamo più, ma ne sono nati altri come: l’ansia di potere, di prestigio, di benessere individuale, di possesso legato a bene effimeri.

Negli ultimi decenni assistiamo ad una crescita del numero di persone che ne soffre in modo particolare tra i 30 e i 50 anni. Questo dato deriva probabilmente del fatto che in quella particolare età l’individuo sta costruendo la sua vita in modo stabile sotto l’aspetto economico, lavorativo e sotto il profilo affettivo. Quindi, sono anni carichi di grandi aspettative ma anche traversati da profonde inquietudini. Ecco che l’elemento ansia può divenire lo sfondo su cui si struttura l’articolazione dell’esistenze: è qui che subentrano fattori che albergano nel profondo della psiche. Quando la grande tensione, che anima la vita di ciascuno e che esige che ognuno realizzi se stesso, viene deviata ed ostacolata l’angoscia compare. Uno dei tema forti della filosofia di Kierkegaard vede proprio nell’impossibilità di essere se stessi il motivo primo di quell’angoscia. Ecco che cerchiamo la nostra realizzazione. Spesso, tuttavia, si sbaglia strada, si equivoca e ci inoltriamo in un percorso che ci porta lontano dal nostro centro: l’ansia, l’inquietudine sono i sintomi che ci portano e ci obbligano a riflettere se quel cammino è veramente quello giusto. Quindi vi è un’ansia necessaria come una forma di intuizione che devo saper interpretare.

I momenti di sofferenza non sono sempre negativi, ma tante volte sono momenti di sviluppo. Nel prossimo appuntamento esamineremo più nelle specifico il Disturbo da Attacchi di Panico.

BY: Irene Barbruni

La depressione
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Secondo l’Oms (Organizzazione Mondiale delle Sanità), entro il 2030 la depressione sarà la malattia cronica più diffusa nel mondo. In Italia colpisce oggi 4,5 milioni di persone: nella maggior parte sono donne (in rapporto 2 a 1 rispetto agli uomini). Un’indagine condotta da Onda (Osservatorio nazionale sulla salute della donna) su un campione di 1.004 soggetti (tra cui 503 donne e 501 uomini) ha constatato che per il 27% degli intervistati la depressione si colloca al secondo posto, dopo i tumori, per impatto negativo percepito sulla vita di chi ne soffre. Inoltre, rappresenta una delle principali cause di invalidità temporanea e permanente. Tutti questi aspetti comportano necessariamente un costo molto elevato, non solo in termini di risorse umane ma anche economiche.

Ma vediamo nello specifico, innanzitutto, che cosa si intende per Disturbo Depressivo Maggiore. Esso rientra nel gruppo dei disturbi dell’umore e riguarda tutti quei casi in cui si è in presenza di un umore depresso o irritabile con perdita di piacere, per almeno due settimane, verso le attività che in precedenza era di interesse. La depressione, o melanconia, è quindi caratterizzata da una profonda tristezza che raggiunge un’intensità tale da superare un certo limite, soprattutto in quei casi in cui non vi è una circostanza che giustifichi tale stato, come per esempio il lutto di una persona cara. In generale, si distinguono due tipi di depressione: endogena (che nasce “dal di dentro” senza avere una causa esterna) e reattiva (quando lo stato è causato da un evento esterno e dove viene osservata una reazione eccessiva e prolungata).

I sintomi riguardano: cambiamento nell’appetito e di conseguenza del peso corporeo (aumento o perdita), disordini del sonno (aumento o insonnia, piuttosto che inversione giorno/notte), agitazione o rallentamento psicomotorio, perdita di energia, sentimenti di indegnità, difficoltà di concentrazione, pensieri di morte ricorrenti ed ideazione suicidaria. A seconda della gravità della sintomatologia e dell’incidenza sul funzionamento generale, abbiamo tre tipi di gravità del disturbo: lieve, moderato e grave. Purtroppo anche i bambini possono vivere sentimenti depressivi. L’esordio, nell’età dello sviluppo, può essere segnalato più spesso da disturbi d’ansia, fobie, agitazione, lamentele somatiche, rifiuto scolastico e in generale disturbi comportamentali. Sono quindi manifestazioni insidiose, non sempre, tuttavia, indice di esordio di stato depressivo. Negli adolescenti, invece, è presente una compromissione a livello sociale e messa in atto di comportamenti rischiosi.

La tempestività della diagnosi è fondamentale per la cura e la conseguente guarigione. La terapia può riguardare sia quella psicoterapica, che in presenza di una depressione lieve può bastare, oppure una terapia farmacologica che nelle forme più gravi è spesso necessaria. La terapia combinata, che richiede ambedue i percorsi terapeutici, è la via più indicata ed efficace, perché non solo incide sui sintomi, ma cerca la soluzione delle cause. Nell’80% dei casi in terapia si ha una completa remissione.

Ma perché oggi assistiamo all’aumento di casi di disturbo depressivo? Questo è un quesito a cui molti studiosi cercano delle risposte. Già a partire dagli anni settanta del secolo scorso lo stato depressivo viene legato alle circostanze sociali e culturali. Si diceva che l’età moderna è l’epoca della depressione. Nel campo della psichiatria i fattori socioculturali hanno assunto nei decenni sempre più un peso notevole. A proposito di questo tema Arieti scrive “La cosa terribile è la mancanza di significato in questo clima culturale, in cui molti sentono che hanno perduto i loro ideali e non li hanno sostituiti con ideali nuovi” (S.Arieti, J.Bemporad, La depressione grave e lieve. L’orientamento psicoterapeutico, Feltrinelli, Milano, 1981, p. 434).

Il lavoro psicoterapeutico ha, quindi, la funzione di riportare un nuovo significato e ricondurre il soggetto, immerso nella propria tragedia, verso un percorso che conduce al “trionfo dello spirito umano”, cioè alla capacità di sapersi ridefinire di fronte a situazione esistenziali nuove. In altre parole è il ripristinare la possibilità di essere contro l’impossibilità di essere.

BY: Irene Barbruni

Bourn out
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Cosa si intende con sindrome del burnout?

Per “sindrome del burn-out” si intende quello stato di esaurimento psicofisico accompagnato da un calo significativo di motivazione e di impegno nell’ambito del proprio ruolo professionale. E’ una patologia che si incontra in modo particolare in quelle professioni che si occupano di aiuto verso gli altri, come medici, infermieri, assistenti sociali, psicologi, educatori, ecc.)

Come si manifesta, quali sono i sintomi?

In conseguente ad una situazione di stress prolungato si può verificare un esaurimento psicofisico, deterioramento relazionale, inefficacia professionale e disillusione. Tutto ciò si traduce nella perdita di interesse per la propria professione e di conseguenza anche lo sfilacciamento del senso di responsabilità del proprio ruolo. La persona vive sensazioni di tensione ed ansia accompagnate dal cambiamento nell’atteggiamento verso le varie operazioni che vanno a costituire l’insieme del proprio lavoro. La sindrome è nello specifico l’effetto di un processo reattivo-difensivo verso il proprio ruolo professionale, che viene vissuto come deludente, frustrante e pesante. In altre parole, l’operatore sperimenta un tale stato di stress e tensione che lo porta a disimpegnarsi nel proprio lavoro, e ciò può comportare una crisi sul piano della propria identità soggettiva e sociale.

Quali sono i fattori che determinano questa sindrome?

Per semplificare possiamo distinguere le cause in due tipologie: quelle relative al momento storico-sociale in cui viviamo e quelle di carattere soggettivo.
Il burn-out è stato descritto recentemente. I primi studi del fenomeno risalgono a metà degli anni settanta. Negli ultimi anni c’è stato un progressivo aumento dell’interesse verso questo fenomeno in quanto si è osservata una maggiore incidenza del problema. In modo particolare nella società contemporanea l’idealità, che accompagna ogni professione, specialmente quelle di aiuto al prossimo, e l’etica che ne consegue, sono state risucchiata dalla dimensione economica ed efficientista. In altri termini, il lavoro è sempre più percepito come una prestazione economica, piuttosto che un’attività sociale. In realtà qualunque lavoro è un atto sociale, in quanto nella società gli individui vivono in un’interazione di sussidiarietà, di interdipendenza.
Naturalmente vi sono poi le caratteristiche della personalità individuale che rendono un soggetto più a rischio. In generale le problematiche esistenziali personali come una separazione coniugale, difficoltà relazionali e familiari, rendono il soggetto più vulnerabile all’instaurarsi della sintomatologia.

Quali sono le categorie lavorative più a rischio?

Le categorie più a rischio sono quelle legate ai servizi sociosanitari ed educativi, dove il coinvolgimento emotivo è più forte, e dove il proprio lavoro non è sempre accompagnato da risultati verificabili entro un determinato tempo. La mancanza del risultato del proprio operato sviluppa il sentimento della propria inutilità. Per esempio un insegnate di ragazzini che non studiano e non ottengono risultati positivi percepirà vano il suo operare, e in fine lo valuterà inutile; in questo caso, il soggetto, per difesa tenderà ad assume atteggiamenti di eccessivo distacco fino ad arrivare al cinismo.
Quando si fa più forte la dissociazione tra fatica (energia impiegata) e percezione del significato del proprio operato, il soggetto si smarrisce in un senso di vuoto. L’uomo non può stare senza un significato, se lo percepisce può sopportare anche enormi difficoltà. Non né quindi il burn-aut una sindrome psicofisica, ma un segnale della crisi tra prassi ( l’agire), e il significato di quell’agire.

Per sottolineare questo concetto prendo spunto dal raffronto tra colore che svolgono un ruolo di assistenza come volontari e colore che lo svolgono come lavoro. Tra i volontari il burn-aut è statisticamente inferiore; ciò può essere spiegato da dal fatto che in questi l’idealità è più alta, ma minore responsabilità; mentre per chi svolge un’attività d’aiuto come professione l’idealità tende a scendere col tempo, ma permane la forte responsabilità. Questo vuol dire propri che a fronte di altre variabile: orario, stipendio, ecc. il livello di idealità svolge un ruolo significativo.

Quali possono essere le conseguenze più gravi?

Dal punto di vista individuale, se la problematica non viene individuata ed affrontata, possiamo assistere a problemi di salute anche importanti, con varie conseguenze. e in alcuni casi ad abuso di sostanze. Sul piano collettivo abbiamo invece una scarsa qualità dell’accoglienza e della cura dell’utente, in particolar modo se parliamo dell’ambito socio-sanitario ed educativo. Dal punto di vista dell’azienda e delle risorse economiche, questa sindrome porta ad aumenta del fenomeno dell’assenteismo e del turnover.

Come si può prevenire?

Dagli studi condotti negli ultimi anni sappiamo che il sostegno sociale e soprattutto il recupero dell’idealità della professione svolta hanno un forte valore protettivo rispetto alla sindrome. Ma a questi aspetti devono essere aggiunti elementi organizzativi del lavoro quali un certo grado di coinvolgimento nelle decisioni e di autonomia. Infatti spesso la sindrome è riscontrata dopo circa 3-4 anni di lavoro in soggetti giovani che vivono la frustrazione di non vedere realizzati nel concreto le proprie aspettative. Quindi, se è presente più coinvolgimento ed autonomia è chiaro che la persona mette in atto le proprie risorse e affronta la situazione lavorativa non in modo passivo, ma attivo. Come spiegato prima, è fondamentale che il proprio ruolo lavorativo sia inserito in una visione etica del proprio operato.

Cosa è consigliabile fare qualora ci si riconosca nei sintomi?

Bisogna tener presente che il livello del burn-out rimane tendenzialmente stabili nel tempo, in quanto la sindrome è una risposta ad uno stress cronico e non acuto. Questo rende la sintomatologia a volte difficile da considerare con il giusto peso. Sicuramente qualora un operatore percepisca un forte aumento dei sintomi descritti sopra, che perdurano nel tempo, è bene ricerchi aiuto per valutare la propria condizione psicologica nell’esercizio del proprio lavoro, senza aspettare che la sintomatologia trovi come luogo di espressione il corpo e quindi emergano problematiche fisiche.

Come possiamo invece riconoscere i segnali della sindrome su un collega o una persona che è vicino a noi?

Sicuramente se osserviamo in un operatore, che ha precedentemente dimostrato un certo entusiasmo nel proprio lavoro, la presenza significativa di cinismo e un conseguente abbassamento del proprio impegno nel lavoro, è probabile che ciò sia il segnale di una problematiche di questo tipo. Certamente vanno anche valutate le possibili problematiche della vita personale, in quanto il logoramento delle relazioni interpersonali deve essere un sintomo e non una causa della sindrome del burn-out. Bisogna cioè stabilire se la difficoltà ha origine per la mansione svolta o se deriva dalla propria vita personale, l’intervento sarà di conseguenza.

Se impariamo a conoscerci, attraverso un dialogo interiore, saremo più in grado di intervenire alla soluzione dei problemi. Quindi dovremmo, certo occuparci del mondo che ci circonda, ma non trascurare il mondo che è dentro di noi.

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