BY: Renato Barbruni

L’ignavia e la mancanza di riflessione all’origine dell’assenso al male
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“La disperazione è un narcotico, culla l’anima nell’indifferenza.” Dal film Monsieur Verdoux di Charlie Chaplin.

Partiamo da questa riflessione per introdurre  i due personaggi protagonisti delle storie narrate in due film: L’enfant e Fronte del porto.

L’enfant, Belgio 2005, regia di Jean-Pierre e Luc Dardenne.

Bruno è un giovane che vive di espedienti ai margini di uno dei tanti agglomerati urbani di una città europea (del Belgio in questo caso). Appartiene a quella classe sociale che negli anni sessanta e settanta veniva definita dalla sociologia “sottoproletariato urbano”. Se i proletari, pur poveri e quindi limitati nelle loro risorse economiche godevano di un status sociale, lavoro  e famiglia  stabili, il sottoproletariato non aveva alcun elemento di stabilità: lavoro precario e famiglia disgregata  sono gli elementi sociali che disturbano ed impediscono il coagularsi di una identità sociale, che troverebbe comunque nella società conforto e valore di sé. Questo processo disgregativo, a cui è soggetto Bruno, il protagonista della storia narrata nel film, lo conduce a sentirsi perennemente in lotta contro la società e a sviluppare atteggiamenti antisociali. Mancando la coscienza sociale della propria condizione, la spinta di avversione sociale non si compone di elementi politici che si tradurebbero in azioni con intenti etici,  ma quella dinamica avversativa scivola inesorabilmento e irriflessivamente verso atti delinquenziali. Bruno, vive quindi di piccoli furti, in una apparente libertà di essere che invece, si vedrà, lo narcotizza fino a farlo divenire  totalmente inconscio di sé. Non sa neppure distinguere i suoi reali sentimenti. Ha imparato a rubare e a vendere ciò che ruba, immedesimandosi acriticamente  in una cultura dove tutto è merce e tutto si può vendere, comprare e rubare. Non c’è un’etica in tutto questo, non c’è una visione politica di tutto questo.  Come del resto non c’è etica nella società dei consumi: l’unica etica che permane è la ricerca del piacere che si trae dal possesso o dall’uso delle cose. Inoltre va sottolineato che non è tanto il possesso delle cose, quanto il loro uso a renderle ancora più alienabili, mutevoli, informali. Da ciò un ulteriore abbassamento dell’etica. Se la cosa posseduta veniva rispettata per il sacrificio che aveva  comportato raggiungerla, nell’uso non c’è neppure quel rispetto, così la cosa non ha più un valore in sé, ed è questo che la rende intercambiabile con altre. Ed è proprio questo a rendere possibile il loro continuo consumo ed uso: ciò rende più mobile l’economia. L’individuo è condannato a usare sempre cose nuove.  In accordo con il sistema economico, che si basa sul consumo e non sviluppa un’etica, se non quella del libero mercato, Bruno porta alla estrema conseguenza questo assunto. Come vende ciò che ruba per soldi, così venderà il proprio figlio per denaro. Sonia, la sua ragazza e madre del bambino, alla notizia della vendita del loro bambino, dapprima è sbigottita, poi sviene  cadendo tra le braccia del giovane. Bruno vede davanti a sé la drammacità della sua azione  e ciò provoca un primo risveglio della sua coscienza etica, anche se  ad un livello inconsapevole: egli sente il dolore, attraverso il peso del corpo di Sonia tra le sue braccia, ma  è un dolore di altri, non è ancora il suo dolore. Attraverso l’amore per la ragazza, un  sentimento fino a quel momento non sperimentato come tale, ma interpretato come piacere o piacevolezza della di lei presenza, Bruno sente la spinta a voler rimediare a ciò che ha fatto, anche se non ha ancora ben compreso la portata terribile della sua azione. Non è ancora consapevole del male del suo agire, un agire totalmente staccato da sé, come se egli fosse un automa, che si muove guidato dagli stimoli esterni. Ma vedendo il dolore di Sonia, e cercando di curarlo, si mette nell’agire  riparatorio. Lei avrà il coraggio di denunciarlo e lui il coraggio di pagare il danno che ha provocato. La forza della verità che è in Sonia si sposa con l’umiltà di accettare la condanna che  Bruno mostra.  In questo processo espiativo sta tutta la possibilità evolutiva del personaggio, che ritroverà se stesso nell’amore per Sonia. Un amore che ha saputo aver fede nella ricerca della verità e nella necessità di mutare se stessi. Non c’è amore senza trasformazione, come non c’è vera trasformazione se non per amore.

Fronte del porto, Usa 1954, regia Elia Kazan

Terry, in Fronte del porto, è un proletario che ha raggiunto una qualche identità sociale, ferita tuttavia dalla pseudo consapevolezza di aver tradito se stesso quando si fece  corrompere in un incontro di pugilato. Da quel momento “non sa perché non ha più fiducia in se stesso”, dirà in seguito. Questo colpo all’identità spirituale lo fa afflosciare nell’indifferenza, fino a renderlo complice, suo malgrado, di un omicidio. La vita gli sbatte in faccia il risultato della sua ignavia. La responsabilità verso il mondo, la responsabilità delle nostre azioni, quando è tradita, si presenta come il muro che spesso incontriamo nel nostro percorso, quando ancora cerchiamo di demandare ad altri il motivo delle nostre incongruenze. Nel corso della sua vicenda Terry incontra Edie Doyle, sorella dell’uomo che fu ucciso con il contributo della sua ignara complicità. L’amore verso la  giovane donna provocherà in lui un desiderio di giustizia che lo porterà al pieno risveglio della coscienza civica addormentata in lui. Da qui una nuova forza prende vigore, una forza che lo spinge alla ricerca dell’identità perduta.

       Sono due storia dove la bella addormentata non è una giovane principessa, ma l’anima dei personaggi. D’altra parte proprio la favola de La bella addormentata,  narra la rinascita dell’anima del giovane principe il quale  va alla  ricerca della principessa addormentata cioè della propria anima, la coscienza profonda di se stesso. Ma il giovane deve saper sconfiggere il drago, la presenza del male in lui, quel male che tiene prigioniera l’anima. Sconfiggere il drago non è un atto di forza muscolare, ma un agire su noi stessi, per affinare la nostra sensibilità e renderci gentili e forti spiritualmente.

      Bruno e Terry sono due giovani che si trovano imbrigliati nella ragnatela del male senza quasi rendersi conto della gravità del loro agire, mossi da una deriva passiva a cui danno assenso acriticamente. Rinunciano alla loro possibilità di critica, di scelta e quindi di essere. Ed è questa la situazione esistenziale e spirituale della disperazione per amputazione della possibilità di essere, che deriva dalla impossibilità di riconoscerne la necessità. Non posso essere se prima non ne riconosco la necessità.  Fa dire Chaplinal suo personaggio nel film  Monsieur Verdoux:“La disperazione è un narcotico, culla l’anima nell’indifferenza.” E l’indifferenza è proprio il sentimento che polverizza la necessità di essere come necessità. L’essere non è più evocato, e quindi l’agire rimane preda della legge della causa e dell’effetto, privo di intenzioni spirituali. Privo della progettualità propria dello spirito, la progettualità del divenire se stessi. In questo stato,  dell’annullamento della progettualità dello spirito,  il soggetto è vulnerabile rispetto alla legge dell’esterno da sé, preda quindi del dominio delle cause esterne. Il soggetto non è più soggetto, agente di se stesso, ma è mosso dalle lusinghe e dalle pretese della legge esterna, della cultura dominante e della sua finalità.

Le parole illuminanti di Charlie Chaplin, circa la psicodinamica del male, le ritroviamo espresse filosoficamente daHanna Arendt nel libro La banalità del male. Essa così, in sintesi, spiega il dilagare del male nella Germania nazista, là dove, l’autrice riflette, persone del tutto comuni si trovarono a dare assenso, in modo acritico, a politiche e strategie sociali aberranti, come la persecuzione e poi lo steminio degli ebrei. Per la Arendt la rinuncia al dialogo interiore  è alla radice dell’atto di assenso passivo al male. Nelle pagine del suo lavoro non sono tanto analizzati il peso e l’origine del male come categorie antropologiche e metafisiche, ma il male che viene trasmesso quale modalità d’azione e quale modo di pensare che contagia in profondità chi non esercita un minimo di riflessione con se stesso.  In questo senso, essa ribadisce, il male può non essere radicato, ed è proprio l’assenza di radici nell’individuo, o meglio la dimenticanza delle proprie radici, della propria cultura di riferimento, che consente al male di mettere nuove radici. La mancanza dell’attitudine alla riflessione, la mancanza dell’esercizio della riflessione sulle proprie autentiche radici culturali, provocano lo smarrimento della coscienza storica di se stessi.  La  memoria storica è uno dei cardini decisivi per elaborare gli accadimenti e riconoscerli nella giusta luce, ma la rinuncia all’esercizio riflessivo sulla memoria, al ritornare con i propri pensieri a ciò che si è vissuto e a ciò che si è fatto, che condurrebbe allo svelamento del significato storico delle nostre azioni, riduce gli accadimenti ad atti vuoti, proprio perché non collegati al significato che la storia  ha loro attribuito. Non esercitare quindi un  dialogo con se stessi, non permette di svuiluppare il Logos interiore,  che garantirebbe una visione più sapiente dei fatti accaduti e di quelli che stanno accadendo. Questa mancanza di attitudine a pensare, a far proprio l’accadere delle cose, per vagliarle sotto la lente della propria personale riflessione, determina le condizioni per quell’assenso passivo e acritico che perpetua l’azione maligna. Quasta ignavia, questa pigrizia spirituale ha fatto sì, dice la Arendt, che persone spesso normali, si siano trasformate in agenti del male. Il male divenuto  consuetudine, come è accaduto nella  Germania nazista, condusse un popolo acquiescente e complice a commettere i più terribile delitti  contro l’umanità. Allo stesso modo Bruno e Terry, e tanti altri che rinunciano all’introspezione, cadono nell’inferno della malvagità. Ecco che proprio l’attitudine alla riflessione, la quale dovrebbe essere il primo scopo del sistema educativo,  trova purtroppo oggi molti ostacoli: basti pensare all’uso massiccio dei video giochi che  non insegnano a riflettere e quindi a pensare, ma richiedono la risposta immediata  e soprattutto irriflessiva. Ed è questo uno dei temi cruciali della civiltà contemporanea, dove sono messe a dura prova le libertà individuali, proprio per il dilagare di comportamenti collettivi accettati passivamente per mancanza di capacità riflessive.

Per far comprendere la portata della situazione culturale odierna riferisco ciò che disse a suo tempo un grande psicologo amaricano, E.G. Boring, uno dei fautori del metodo introspettivo: “La psicologia ha perso prima l’anima, poi la mente e poi la coscienza, ma ha ancora il comportamento”. La psicologia cognitivo-comportamentale è proprio frutto di una cultura che ha svuotato di interiorità l’essere umano. Da qui la mancanza di introspezione dei modelli pedagogici diffusi ad ogni livello. Tutto è rimandato al comportamento come risposta allo stimolo esterno. L’apparato cognitivo viene visto come frutto di questa dinamica, proprio perché non è riconosciuta nell’uomo una natura interiore, una progettualità interiore; non è ammesa la presenza dell’anima.   

BY: Renato Barbruni

Affettività, relazioni e spiritualità: aspirazioni, crisi ed evoluzione
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Articolo apparso su Avvenire di domenica 23 giugno 2019.

Breve resoconto psicologico esperienziale della Convivenza sacerdotale, vissuta da martedì 18 e mercoledì 19 giugno alla presenza del Vescovo Mons. Suetta, che ha concluso il sinodo sacerdotale della diocesi di Ventimiglia-Sanremo iniziato nel settembre  2018.

Nella giornata, a cui ho partecipato come psicologo-relatore, ho avuto modo di incontrare tante diverse sensibilità all’approccio della missione sacerdotale. Le tematiche,  circoscritte agli argomenti proposti dal mio intervento, sono state dibattute sia in ambito assembleare, sia nei lavori di gruppo a cui ho partecipato. Sono stati proposti alcun temi psicologici con lo scopo di fornire strumenti interpretativi utili al sacerdote il quale, non solo li vive in prima persona, ma è chimato ad affrontarli all’interno della missione pastorale.

Il lavoro aveva per titolo: Affettività, relazioni e spiritualità: aspirazioni, crisi ed evoluzione. Il senso di queste tematiche rispecchia la volontà di portare i partecipanti alla riflessione collegiale sulle problematiche che il sacerdote incontra  nel suo ministero, sia di fronte alle inquietudini dei suoi parrocchiani, sia alle proprie personali trepidazioni di carattere psicologico ed esistenziale che, in certi momenti possono sfociare in quesiti spirituali. L’approccio psicologico seguito è quello umanistico-esistenziale, dove l’uomo non è visto in modo atomistico, cioè scisso in dimensioni separate; ma nella prospettiva dell’uomo trinitario, un uomo traversato dalla natura biologica e dalla proria vocazione verso la trascendenza. Un’antropologia quindi che vede l’essere umano dotato di dimensioni diverse, ma dialoganti tra di loro ed orientate verso la trascendenza che le comprende, le armonizza e le eleva. La trascendenza, quindi come dimensione a cui l’uomo aspira genuinamente. Non è quindi vista, come in alcune psicologie, come compensazione alle frustrazioni esistenziali.

A tale proposito la riflessione sugli elmenti base delle modalità di conoscenza e di esperienza del soggetto umano,  sono stati posti al centro della prima relazione da me sviluppata, nel pomeriggio del 18 giugno. La fenomenologia della coscienza, il processo di identificazione, in contrasto con il processo di individuazione, che porta tante volte alle crisi di indentità, le quali possono sfociare  in crisi esistenziali, hanno sollecitato i partecipanti a mettere in discusione critica e costruttiva, la tendenza a chiudersi in una visione e percezione di se stessi che ostacola il dialogo con l’altro .

La possibilità  del sacerdote di comprendere le proprie dinamiche psicolgiche, interpretandole nella giusta luce,  lo pone nella condizione di avvicinare meglio le situazioni psicologiche ed esistenziali dei suoi parrocchiani. Si è voluto sottolineare  quanto le dinamiche psicologiche possano influire sulla dimensione spirituale, la quale ha da guadagnatre se la consapevolezza e la capacità di superamento di determinate istanze ottengano successo.  L’esercizio alla riflessione psicologica  aiuta a  rintracciare l’elemento spirituale nelle varie esperenze della vita, permettendo di inquadrare il percorso dell’esistenza. Nel corso del dialogo sono emerse vissuti del sacerdote, non ultimo un certo sentimento di solitudine umana. Tale sentimento non è circoscritto alla eventuale carenza di relazioni interpersonali nella sua vita, ma proviene da quel sentire su di sé la solitudine di quella umanità lontana del Padre Celeste.

BY: Renato Barbruni

Mito, leggenda e catarsi
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Il termine catarsi, che significa purificazione, ha un duplice significato: da un lato in senso psicoanalitico è la liberazione da affetti e conflitti attraverso la rievocazione dei traumi cui sono riconducibili; in senso più ampio il termine viene usato da Aristotele che indica nella tragedia, in quanto rappresentazione di drammi e conflitti, il tramite attraverso il quale lo spettatore rievoca in se stesso determinati conflitti di cui rielabora l’esperienza. In tal senso l’arte in genere svolge un ruolo catartico.

Catarsi: termine greco che significa “purificazione”. Si riconoscono vari tipi di catarsi:

· la catarsi medica
 · la catarsi magica
 · la catarsi etico religiosa
 · la catarsi filosofica
 · la catarsi estetica
 · la catarsi terapeutica

Perseo uccide il drago del mare – Burne-Jones

Nella psicoterapia la “catarsi” si riferisce a quel momento in cui un paziente riesce a liberarsi da un grumo di sofferenza attraverso la comprensione del suo significato. In ogni forma di psicoterapia è fondamentale il racconto della propria storia o dei propri sintomi. Nell’analisi junghiana il racconto della propria vita è finalizzato al ritrovamento di quel filo invisibile che lega tra di loro accadimenti e fatti e che costituisce il Logos, il senso del divenire della propria esistenza. I sintomi rappresentano in quest’ottica quel grumo di sofferenza che denuncia l’intoppo del divenire fluido della vita. Non solo. Attraverso il racconto dei sogni, o attraverso l’immaginazione attiva, il paziente accede al piano della realtà profonda ove hanno origine i suoi disturbi, cioè là dove essi trovano senso e quindi significato. Ecco perché nell’analisi junghiana si da molto importanza alla conoscenza dei miti e delle leggende, (da parte dell’analista) in quanto rappresentano la narrazione a livello simbolico dei momenti cruciali dell’evolversi della vita. I viaggi di Ulisse, per esempio, possono dare vari spunti per leggere su un piano più elevato alcuni accadimenti della nostra vita. Quanti infatti non hanno sperimentato, ad un certo punto della loro vita, il bisogno di viaggiare lontano dalla propria casa per cercare qualcosa di indefinito. Trovare in un racconto mitico frammenti della nostra storia personale contribuisce a decifrare con maggior chiarezza quel particolare accadimento, liberandoci così della sofferenza. Questo è uno dei modi della catarsi. Le favole descrivono in chiave simbolico alcuni grumi esistenziali, e attraverso quel linguaggio di immagini e simboli, conducono l’anima a uscire da quel labirinto di contraddizioni.

Qui di seguito riporto una favola cinese, e successivamente mostrerò il suo valore simbolico per rintracciare la trame esistenziale che essa rappresenta.

LA RAGAZZA DAGLI OCCHI VERDI

In un tempo viveva una giovane fanciulla di nome Ju-pan. La ragazza viveva da sola. Il padre abitava in un paese lontano. Un giorno giunse un messaggio alla giovane Ju-pan in cui si diceva che il padre era morente e che avrebbe voluto rivederla. Per giungere al paese del padre bisognava attraversare un territorio molto vasto e desolato chiamato il Paese del Solo triste. Era tutto deserto non vi era nessuna forma di vita. Chiunque si trovasse a passare di là era preso da un tale senso di angoscia e sgomento da morirne. Così colore che doveva attraversare quel deserto si riunivano in piccoli gruppo per sostenersi a vicenda.
Ju-pan chiese ad amici e parenti di accompagnarla nell’attraversamento di quel deserto ma tutti si rifiutarono dicendo che dato che il padre era morente non sarebbe mai giunta in tempo. Ma era tale il desiderio di Ju-pan di andare dal padre che decise di partire da sola. Salì sul suo vecchio cavallo e all’alba di un mattino come tanti iniziò il suo viaggio.
Si inoltrò in quella terra desolata, e lentamente cominciò ad avvertire quel senso di angoscia di cui gli avevano parlato. Il cavallo era vecchio e si stancava facilmente cosi Ju-pan decise di fermarsi a riposare. All’improvviso, in lontananza, la ragazza scorse una figura che si dirigeva verso di lei. Subito ebbe paura, poi pensò che comunque era un incontro e ciò poteva alleviare la sua angoscia. L’uomo era un monaco che salutata la ragazza le disse:
“Sono venuto a portarti un messaggio. Tuo padre è morto.”
La ragazza cadde in ginocchio e pianse amaramente. La tristezza e il dolore l’avvolsero tutta, e un senso di morte le balenò nella mente. Avrebbe voluto morire all’istante e raggiungere il padre nell’alto dei cieli.
Ma il monaco proseguì il suo discorso:
“Tuo padre mi manda a dirti che tu dovrai stare qui, in questa terra poiché dai tuoi occhi verdi meravigliosi uscirà la vita. Ogni cosa che guarderai si trasformerà in vita. Tu renderai questo deserto un giardino meraviglioso.”
Il monaco se ne andò.
Ju-pan smise di piangere e si accorse che ciò che il monaco le aveva detto era vero. In ogni punto che guardava nasceva una vita nuova. Piante, alberi, fiori, animali popolarono quella terra che smise di essere desolato: la vita era risorta.


Interpretazione esistenziale dei simboli

Il paese del sole triste, luogo dove la vicenda si svolge, ci suggerisce aridità e soprattutto staticità. Tutto è fermo in quel paese: …non crescono alberi, né fiori, non fluiscono acque… E’ assente la vita in tutte le sue manifestazioni, ma più radicalmente è assente il movimento. La terribile e spettrale desolazione del luogo contagia l’anima del viandante che, se si inoltra solitario, cade vittima di incubi mortali.
La fanciulla della fiaba dovrà per amore traversare questa regione, dovrà così vincere la propria staticità, il senso del definito per aprirsi al senso dell’infinito. Sarà dunque un viaggio verso il superamento della propria visione del mondo.
La realtà in quanto tale, oggettivata, altro dall’osservatore, è un epifenomeno e un’illusione: sempre si tratta di proiezioni ciò che i nostri occhi vedono. La regione rimarrà deserta fintanto che la fanciulla non avrà trasformato se stessa. Fino a che non avrà trasformato l’idea della mortalità nell’idea della vitalità.
Il padre la chiama ad attraversare la regione del sole triste, cioè a riflettere sulla sua visione del mondo; ed ella attraversando quella regione prende coscienza della staticità di questa, prende coscienza cioè della mancanza in essa della vita. E’ quindi la vita interiore della fanciulla, non ancora fecondata dallo Spirito delle mille possibilità creative, ciò che rappresenta il deserto.
Il vecchio cavallo, come simbolo della libido, dell’eros, l’accompagna nel viaggio. E’ un eros legato all’istintualità quello che il cavallo rappresenta, una forma ancora primitiva di eros: la forma primordiale dell’amore. Ed infatti il cavallo è stanco e deve fermarsi. Nel senso che una forma così primitiva dell’amore non può sostenere un così arduo compito. L’amore primitivo di cui qui si parla è l’amore come puro slancio verso una meta, verso la vita. Ma quando qualcosa di forte si frappone tra il soggetto e la sua meta, tale amore può scemare, inaridirsi e al fine morire. E’ il caso di quell’amore ancora fermo e identificato nella pura passionalità. La passionalità è una forma d’amore ancora troppo vicina alla realtà biosferica sostenuto cioè dall’energia che scaturisce dalle esigenze biologiche. E’ una forma d’amore cieca, carente sotto il profilo dell’intenzione verso il Bene. Il cammino, quindi verso il sommo Bene, dovrà essere proseguito in altro modo, con altro mezzo, con altra modalità d’amore.
Dunque fin qui una forza istintiva, cieca, ha guidato il cammino: il richiamo del padre come vincolo imperituro, coercitivo.
Il tema dell’attraversamento del deserto lo ritroviamo in molti racconti mistici: esso rappresenta la prova ardua della trasformazione dell’anima. Una prova che si affronta nella totale solitudine, poiché nessuno può compiere quel camminino se non il soggetto stesso: nessuno può sostituirci nella nostra personale evoluzione spirituale. In questo caso la solitudine è necessaria e funzionale a tale scopo. La solitudine è il momento ed il luogo dove incontriamo il centro di noi stessi, dove il Verbo infinito si manifesta all’anima del singolo Soggetto. “Dio mio perché mi hai abbandonato…” E’ l’enunciazione drammatica che accompagno la totale solitudine, il deserto nella sua rappresentazione più estrema, essendo Dio simbolo e metafore del senso delle cose e dell’esistere stesso..
La fanciulla sembra quasi non potersi opporre o sottrarre, ma neanche vuole del resto poiché la ricongiunzione col padre è il grande anelito della sua esistenza; inoltre è l’energia del cavallo, l’eros, la passione cieca e potente che fin lì la conduce.
E’ a questo punto che la fanciulla ha un incontro decisivo: un monaco, un saggio le si fà incontro, simbolo questo del Sé, della consapevolezza della possibilità di intenzionarsi al di là della pura passione, al di là della propria dimensione istintuale. Il Soggetto infatti c’è nell’istante in cui trapassa il dominio della meccanicità istintuale, per aprirsi alla propria dimensione etica dell’intenzionarsi.
Il saggio è simbolo di un più alto livello di coscienza, che prospetta alla protagonista della vicenda la fine di un’epoca: la fine dell’epoca del figlio. Il padre infatti è morto e così muore anche il figlio. E’ morto il punto di riferimento esterno, quel principio ordinatore a cui tutto è riferito e demandato ma che si trovava esclusivamente fuori dell’anima rendendo così sterile l’anima stessa, la vita interiore della fanciulla.
La fanciulla ora pensa alla propria morte, poiché senza il padre che vita le si prospetta? Ma la visione più ampia la richiama ad una più alta responsabilità. Dovrà ella farsi carico di portare la vita là dove non vi è vita.
E la fanciulla accetta il proprio compito. Sacrifica il desiderio immediato dell’unione col padre per adempiere al compito a lei assegnato creando così in se stessa la nuova visione del mondo.
Ju-pan riconosce in se stessa un progetto, il progetto della sua esistenza, dando così libero assenso al processo d’individuazione. Il coronamento della sua vita, la missione storica della sua esistenza, è portare la vita là dove non vi è vita. E Ju-pan rinunciando ad appagare il suo bisogno di unirsi al padre, salta su un altro piano di coscienza e così esprime un’altra forma dell’Amore sì da “vedere la vita nel deserto arido”. Ciò che è visto è reale, così la vita è creata dagli occhi, dalla visione di lei poiché è attraverso il suo stesso amore che lei vede il mondo.

Dal Libro: “I CHICCCHI DEL MELOGRANO:
genitori e figli alla ricerca di una nuova sintesi” di Renato Barbruni.

Il libro si compone di una favola, e da un saggio dal titolo: “La vita interiore e il bambino”. Qui di seguito riporto un capito della favola e la successiva scheda di aiuto al genitore per la riflessione insieme al bambino.
Reiner Carge

IL FIUME

La sera, piano piano, aveva reso tutto in penombra. Il cielo era blu e le stelle lo adornavano di tanti puntini dorati. La Luna bianca, splendida come sempre, si rifletteva sulle ondulate acque del ruscello. E mentre l’unico rumore era quello dello scorrere dell’acqua, Stella, seduta su una morbida foglia, aspettava con sempre più impazienza l’arrivo del padre e di Semolino.
Erano ormai molte ore che attendeva, e col trascorrere del tempo il suo cuoricino batteva sempre più forte e i suoi pensieri divenivano sempre più tristi e pesanti.
“Perché tardate tanto? Vi hanno forse catturati? Ed io qui sola che cosa posso fare? Devo forse venirvi a cercare? Ma dove? Mi sento così piccola e sento così forte la mancanza di mio padre e di Semolino; non averli qui mi fa sentire come se fossi perduta. E mia madre… chissà dove sarà mia madre! Da quel giorno che le guardie l’hanno catturata e l’hanno sottratta ai miei occhi non ho più saputo nulla di lei… Sento il mio cuore strappato, perso alla ricerca della sua presenza… E’ così bella questa serata, così calma, così dolce mentre io mi sento così triste…”
Il cielo rapì i suoi occhi in un ricordo lontano: lei piccina tra le braccia della madre in una sera dolce come tante: “Mamma come sono felice e sicura qui con te…” E il sorriso della madre che le accarezzava il cuore.
Un fruscio la distrasse dai suoi pensieri. Subito ebbe paura.
“Che cosa sarà mai?” tremò dentro di sé.
“Stella, Stella presto dobbiamo scappare.” Era la voce di Semolino che dal folto dell’erba apparve insieme a Geremia. Stella, finalmente felice, poté riabbracciare il suo amato padre.
“Presto, presto dobbiamo scappare stanno per sopraggiungere le guardie. Quel grido “Ciao amici” ha messo in all’erta le guardie reali che così hanno scoperto la nostra fuga.”
“Ma come possiamo fuggire?” Domandò impaurita Stella.
“Ci caleremo nel fiume: l’acqua ci porterà via.”
Le guardie erano ormai sopraggiunte. Semolino, Stella e Geremia si calarono nell’acqua e si lasciarono portare via dalle onde. L’acqua, cullandoli, li portava sempre più lontano dal pericolo, ed essi vi si abbandonarono come in un bel sogno. I loro cuori, ora più tranquilli, battevano più debolmente e lentamente. E mentre il silenzio della sera si faceva più dolce, essi si addormentarono nell’acqua che li portava al sicuro.

Le acque li cullarono per ore ed ore, e la notte, come una calda coperta, li avvolgeva nella penombra: il loro cuore era sicuro di battere per l’eternità.

Il fiume si inoltrava, volteggiando, tra il verde di un meraviglioso giardino. Qualche bagliore scintillava sulle deboli onde: erano le luci dei lampioni su cui si intrecciavano piccole rose gialle. I vialetti passavano tra aiuole di bellissimi fiori sempre diversi e di diverso colore; ogni tanto una galleria d’alberi interrompeva lo sguardo al cielo stellato. Su in alto la bianca Luna sembrava essere lì apposta per dipingere di latte le foglie del gelso.
Semolino, Stella e Geremia dormivano affidandosi ai sogni d’amore.

IL FIUME: Scheda d’aiuto alla riflessione

Anche in questo capitolo il tema è la paura. In modo più specifico è l’angoscia. Se nel capitolo precedente la paura è quel sentimento che sperimentiamo di fronte ad una minaccia possibile e certa, in questo capitolo la paura si riferisce ad un sentire più complesso meno individuabile, cioè meno riconducibile a qualcosa di certo.
Nel capitolo precedente Semolino aveva paura nella situazione reale e contingente. In questo capitolo Stella vede svilupparsi la paura da molto lontano. In lei affiorano ricordi dolorosi del passato, ma anche ricordo belli. Tutto questo in lei muove dimensioni complesse della sua personalità: questa è l’angoscia. Un sentimento che non è relativo ad un oggetto specifico. L’angoscia si diffonde a macchia d’olio in tutte le direzioni della personalità. E’ il senso della vita che ne viene colpito. Quindi in questo capitolo è l’angoscia il tema principale. Sarà bene che a questo punto spieghi la struttura del capitolo per capirne il senso.
Stella è sola e in attesa. Da questa solitudine si sviluppa un sentimento che la conduce a meditare su momenti importanti della sua vita. Avverte un senso di precarietà, come se la sua anima fluttuasse tra il timore del presente e le malinconie del passato, di un passato ancora carico di domande senza risposta che gettano ombre scure sul futuro: la paura sfocia in una angoscia esistenziale. Erroneamente si pensa che il bambino non sperimenti inquietudini esistenziali, che non si ponga interrogativi di grande respiro.
Nel capitolo Stella troverà la pace abbandonandosi alle acque del fiume che la portano verso un luogo più sicuro. Ciò è simbolo e metafora del fatto che non sempre l’angoscia può essere superata trovando una risposta certa alle inquietudine; alle volte è proprio l’essere capaci di affidarsi al fluire della vita, senza pretendere risposte immediate che ci fa superare momenti di profonda smarrimento. Le immagini che il racconto descrive sono tese a stimolare nel bambino un atteggiamento fiducioso. Una fiducia che non passo solamente attraversa l’azione o la riflessione razionale, ma anche attraverso il sapersi affidare alla speranza nella propria esistenza.

L’obbiettivo: riconoscimento delle proprie inquietudini; provocare un atteggiamento fiducioso.
L’atteggiamento richiesto nel bambino: la contemplazione sui vissuti che le immagini suscitano in lui.
L’oggetto della riflessione: le inquietudine che traversano la coscienza del bambino.
L’atteggiamento del genitore: sarebbe opportuno che il genitore confidasse al bambino alcune delle proprie inquietudini affinché il bambino senta la comunanza con l’adulto. In questo caso però a differenza delle paure, è molto importante che il genitore comunichi quelle inquietudine che lui ha superato, in modo da mostrare il buon esiste di quella esperienza. Il genitore farà notare al bambino che per superare le inquietudini occorre un certo tempo. E’ importante che il genitore arricchisca il dialogo portando la riflessione sulla dimensione del tempo. Dato che il bambino non ha ancora consapevolezza della propria storia, non ha coscienza del divenire temporale come valore, nel senso che non sa attendere il dispiegarsi degli eventi: non sa che gli eventi devono dispiegarsi nel tempo. In altre parole non capisce il valore che è insito nell’attesa. Ecco perché nel capitolo l’attesa è occasione di inquietudine.
Il bambino deve arrivare a comprendere che certi stati dell’anima hanno bisogno di un loro tempo per dispiegarsi ed evolversi. Ciò lo aiuterà a qualificare i vissuti soggettivi come tappe della sua evoluzione evitando di identificarsi completamente in essi.

Dopo la lettura un momento di silenzio, poi le
le domande: vale lo schema già formulato adattandolo al nuovo tema.

Ora chiudi gli occhi e prova a guardare dentro di te…cosa vedi?

Quale sentimento vivi dentro di te in questo momento?

C’è stato un punto durante la lettura che ti ha suscito una particolare emozione?

C’è stato un momento in cui hai sperimentato un vissuto negativo?

C’è stato un momento in cui hai sperimentato un vissuto positivo?

A quale dei personaggi ti senti più vicino, ti somiglia di più, o ne condividi il vissuto? (questo modo di porre la domanda spinge il bambino a cercare le tracce del proprio sentimento – o vissuto – nell’espressione altrui. Lo aiuta a essere meno centrato su se steso e a cogliere la realtà fuori di sé. In altre parole lo aiuta a superare la fase dell’egocentrismo nella maturazione verso l’empatia).

Perché? In che modo ne condividi il vissuto?

BY: Renato Barbruni

L’uso della fiaba in campo educativo
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Cercherò di mettere in evidenza la possibilità evocativa che il racconto fantastico possiede, sottolineandone l’importanza al fine dell’evoluzione della personalità.
Per meglio comprendere il punto di vista dal quale sviluppo la mia riflessione conviene che prenda le mosse dall’osservazione di un frammento del rapporto tra un osservatore e la cosa osservata. Per esempio il rapporto che intercorre tra l’osservatore e un dipinto; tra un osservatore e un tramonto a cui assiste; tra uno spettatore e il film proiettato; come tra un lettore e il libro che sta leggendo; o ancora tra un ascoltatore e il racconto che gli viene raccontato.
Ogni oggetto, sia esso un’immagine, un racconto o un altro evento posto di fronte ad un soggetto, provoca un’insieme di reazioni all’interno della realtà psicologica del soggetto. L’oggetto che penetra la realtà psicologica produce determinate conseguenze. Fondamentale, per la nostra riflessione, è considerare il fatto che tale oggetto interagisce con la complessità della realtà psicologica che lo ha accolto. Dobbiamo rammentare che la realtà psicologica è costituita da ricordi, vissuti, aneliti, desideri, sogni, pensieri, sentimenti, ecc. E va altresì rammentato che ogni dimensione della realtà psicologica ha una sua profondità e una sua distanza dalla coscienza. Di un determinato sentimento si ha una parte molto vicina alla coscienza, di cui quindi siamo a conoscenza, e altre parti più o meno distanti dalla coscienza, situate in zone sempre più profonde dell’inconscio. Le parti profonde di un sentimento hanno poche occasioni di essere rappresentate nella coscienza nel corso della nostra abituale esperienza quotidiana. Esse vengono più facilmente ri-suscitate in particolari momenti della nostra vita. Per esempio di fronte a situazioni esistenziali che possiedono una carica emotiva forte. Immaginiamo la notizia della morte di un conoscente che può risvegliare in noi un sentimento di cui prima non sospettavamo. Quella parte di sentimento era nascosta, inaccessibile alla coscienza, ma in seguito alla notizia della morte, con la forza evocativo che possiede l’evento “morte”, ecco che quella parte di sentimento rimasta celata ora si fa improvvisamente e impetuosamente presente alla nostra esperienza cosciente. A questo punto quel tal sentimento viene rappresentato nella coscienza e va ad ampliare quel sapere di noi che costituisce il fenomeno della consapevolezza.
Un certo oggetto può possedere una notevole capacità di penetrazione della realtà psichica profondo, e quindi può suscitare esperienza soggettive che variano di intensità a seconda della profondità raggiunta . Di un tale oggetto diremo che possiede una forte capacità evocativa.
Al contrario vi sono oggetti che non riescono a penetrare la realtà profondo della psiche, rimanendone in superficie. Di un tale oggetto diremo che possiedo poca forza evocativa.
Il grado della forza evocativa di un oggetto dipende molto dal soggetto percepiente, nel senso che un medesimo oggetto può avere molta forza evocativa se interagisce con un certo individuo, e non possederne affatto nell’interazione con un altro individuo.
E’ però interessante notare che vi sono comunque determinati oggetti che per loro natura possiedono una forza evocativa superiore, rispetto ad altri. Qual è questa natura diversa che li rende particolarmente evocativi? E’ il grado di compiutezza dell’oggetto. Più un oggetto è compiuto, definito, finito in se stesso, meno capacità evocativa possiede. In altri termini più l’oggetto è esaustivo, meno è evocativo.
Una lezione di chimica, per la sua intrinseca necessità di essere esauriente, quindi esaustiva, possiede meno forza evocativa della lettura di una poesia. In genere il linguaggio scientifico tende all’esaustività, mentre il linguaggio artistico tende alla evocazione. L’uno ha come finalità la definizione dell’oggetto, l’altro ha come finalità l’esperienza dell’oggetto. Possiamo dire che l’uno è un modo di conoscere dal di fuori, l’altra è un modo di conoscere dal di dentro. Attraverso il linguaggio metaforico-simbolico-esoterico della fiaba, il lettore -in quanto soggetto che patisce un’esperienza – è guidato all’esperienza dell’oggetto, dato che l’oggetto ri-trova espressione di sé nella realtà interiore del soggetto-lettore. Ed è questa possibilità che fa si che la fiaba sia una delle espressioni letterarie più adatte a interagire con la realtà profonda del bambino.

Chiavi di lettura simbolica di alcune favole

POLLICINODall’esperienza di genitori inadeguati si apre la voragine verso l’ombra del genitore: l’orco divoratore è Saturno, Crono, Urano che mangia i figli. L’emancipazione avviene con il ritrovamento della capacità di decidere e di agire a cui il bambino approda e liberandosi della dipendenza dai genitori. Quindi la Personizzazione dell’esperienza e dell’azione

BIANCANEVE
L’ombra della madre, il lato oscuro del femminile, con l’invidia della purezza e della bellezza, la non accettazione del trascorrere del tempo. Il dubbio sulla natura della propria identità; la scoperta del tesoro interiore.Il sonno interminabile e l’attesa del tempo dell’amore

CAPPUCCETTO ROSSO
L’ombra del proprio IO che fagocita il senso e la trama della vita: la pulsionalità agita nell’immediatezza.

MI E IL DRAGO GIALLO
Favola cinese L’ombra della vita; il lato oscura della legge della vita; la paura della paura che porta il bambino a chiudersi al nuovo mondo che si prospetta dinnanzi a lui, la paura della solitudine e della incapacità supposta di non essere in grado di farcela da solo, cioè in prima persona.

I mostri, le paure e i vissuti di estraneazione

I mostri e gli incubi delle notti insonne dei bambini appartengono allo scenario dell’immaginario interiore. Sono creature che provengono dalla oscura realtà interiore dell’anima. Per cercare di capire il movente e il significato di tali presenze è bene ricordare quale sia la situazione esistenziale in cui si trova calato il bambino. Parliamo del bambino fino ai 5 o 6 anni e fin su verso i 9 o 10 anni. Mano a mano che il tempo passa, che il soggetto sviluppa la sua appartenenza sociale e sviluppa la sua personalità, tali fantasmi – nel vissuto interiore così come appare nei sogni o nelle fantasie – tendono a diminuire. Questo per varie ragioni. Prima però dobbiamo comprendere il perché di tali presenze e il loro significato, allora ci sarà più comprensibile il motivo per cui con il tempo esse sfumino nell’immaginario interiore della coscienza del bambino. Si badi che viene qui usato il termine “sfumare” il che vuol dire che tali presenze non si cancellano, né scompaiono, ma, appunto, “sfumano”, nel senso che rimangono presenti ma con un grado di accentuazione minore.
Il bambino si evolve. Questo processo si sviluppa sulla spaccatura delle forme raggiunto; ciò provoca un vissuto di instabilità interiore, da cui emerge l’idea della mostruosità di se stessi ( in quanto la forma è percepita così mutevole da non riconoscere in essa le regole della forma bella che è stabile). Tutto ciò genera lo spavento nel sentirsi muovere dentro una forza che sprigionandosi muta tutta la realtà, sia quella percepita che quella agita.
Quindi la presenza di immagini terrificanti rimanda alla sperimentazione soggettiva di un movimento che dall’interno spinge verso la modificazione della struttura interiore della personalità. Naturalmente i singoli personaggi che costellano l’immaginario terrifico del bambino sono portatori di un particolare valore simbolico che va valutato di caso in caso.

BY: Irene Barbruni

Gli attacchi di panico
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Si definisce un Attacco di Panico quell’insieme di sintomi (sia somatici che psichici) che accompagnano una paura intensa (non dovuta ad un reale pericolo). Tra i sintomi somatici abbiamo: palpitazioni, sudorazione, tremori, dispnea o sensazione di soffocamento, parestesie (sensazioni di torpore o di formicolio), dolore o fastidio al petto, nausea o disturbi addominali. Invece, per quanto riguarda i sintomi psichici, troviamo la paura di perdere il controllo, di impazzire, di morire, il senso di irrealtà e la sensazione di estraneità e di distacco da se stessi. Questi sintomi appaiono all’improvviso, spesso durante attività abbastanza tranquille, e raggiungono maggiore intensità in un lasso di tempo piuttosto breve (circa 10 minuti).

Un episodio che può essere riconosciuto come attacco di panico non costituisce un Disturbo da Attacchi di Panico (DAP) che presuppone l’emergere di più eventi. Siamo di fronte ad un disturbo di panico nel momento in cui si hanno più episodi di panico, preoccupazione persistente di avere altri attacchi, preoccupazione a proposito delle implicazioni dell’attacco o delle sue conseguenze, significativa alterazione del comportamento correlata in seguito all’attacco di panico. Inoltre, un attacco di panico si può presentare in concomitanza di agorafobia. In questo caso la diagnosi sarà quindi di disturbo di panico con agorafobia.

La paura sperimentata non ha una motivazione diretta come per esempio nella fobia e ciò che maggiormente getta il soggetto in uno stato di angoscia è l’imprevedibilità della comparsa dei sintomi che non hanno una diretta correlazione con un particolare avvenimento. Molte persone sviluppano un’ansia anticipatoria e cercano di evitare tutte quelle situazioni che sono state associate ad un episodio di attacco di panico. Questo conduce nei casi più gravi ad un isolamento progressivo dalla vita sociale e relazionale.

Il DAP è il disturbo in maggior crescita negli ultimo 30 anni e a partire degli anni 80 è stato aggiunto fra le patologia psichiche del DSM (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali), mentre precedentemente era considerato una forma di ansia generalizzata.

Anche in questo caso come abbiamo già detto a proposito dell’ansia, questi fenomeni non vanno interpretati come malattie che provengono da chissà dove, come un visus, ma come la risposta esagerata e caricaturale di un disagio esistenziale. Vi sono cause che derivano dalla vita di relazione della persona che ne soffre. Ma per relazione non si intende solo la relazione interpersonale, ma anche la relazione intra-personale, vale a dire il rapporto che una persona ha con se stesso. Lì vi sono dimensioni che, se il soggetto non riesce a comprendere, lo portano a sentirsi vulnerabile, perché indecifrabile a se stesso. Spesso è proprio l’incapacità a conoscere i veri e autentici bisogni che porta al sintomo come caricatura dell’atto di rinnovamento, di liberazione. La patologia è quindi spesso un tentativo, sbagliato e grottesco, della ri-definizione di sé, di quel modo di essere non più corrispondente ai bisogni che dal profondo emergono.

Questo aspetto relativo al significato simbolico del sintomo, di un bisogno di rinnovamento e di rinascita, la troviamo nell’immagine del quadro “Liberazione”. La figura femminile che si trova come all’interno di un guscio/ragnatela e vive quel momento di morte/rinascita in cui un individuo sente la forte spinta a rompere l’involucro come una crisalide, da cui liberarsi, per intraprendere un volo nuovo. Ma al contempo questo sentimento di rinnovamento è impedito dalla paura a lasciare ciò che si è, di lasciare/superare la vecchia forma in cui il soggetto si era identificato. Questo scacco si manifesta con il disturbo dell’attacco di panico. Proprio in una cultura dove tutto sembra possibile e che tutto si possa piegare alla volontà di potenza del soggetto, la presa di coscienza di un impedimento porta ad una squalificazione di se stessi. Ma l’impedimento non è un fastidio inutile, è l’occasione per riflettere sul senso della propria trasformazione.

BY: Irene Barbruni

Ansia tra normalità e patologia
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L’ansia è uno stato d’animo che tutti noi proviamo nella nostra quotidianità. Essa è sperimentata dal soggetto come uno stato di tensione spiacevole perché accompagnata dalla sensazione di essere in pericolo e minacciati, però è in grado di scatenare una serie di risorse psichiche positive. Insomma è un fenomeno vitale in quanto è motore verso la ricerca di quell’equilibrio tra le richieste del mondo esterno ed il mondo interiore. L’ansia come fenomeno normale ed indispensabile deve essere distinto dall’angoscia, che invece è una condizione patologica (Galimberti). Quando invece lo stato d’ansia diventa uno stato prolungato di tensione, che provoca un danno all’individuo, ci troviamo di fronte all’ansia disfunzionale o patologica.

L’ansia si manifesta con sintomi fisici e psichici. Tra i primi abbiamo palpitazioni, tremori, vertigine e debolezza. Tra i sintomi psichici abbiamo tensione, nervosismo, eccessiva preoccupazione, insonnia e pianto.

Ci troviamo di fronte ad un’ansia “patologica” quanto l’intensità dei sintomi descritti è spropositata rispetto all’evento associato, nel momento in cui tale fenomeno perdura anche successivamente all’evento scatenante e quando diventa difficoltoso superare tale evento attraverso la volontà cosciente. In presenza di ansia disfunzionale osserviamo un soggetto che fatica a concentrarsi, non è in grado di affrontare determinate situazioni, è irritabile ed in generale in costante tensione e stato di allarme.

Secondo l’Istituto Nazionale della salute mentale, ansia, panico e disturbi correlati colpiscono circa 19 milioni di individui di età superiore ai 18 anni in Europa e le donne hanno il doppio delle probabilità rispetto agli uomini, di essere colpite dal disturbo. Le causa di tali sintomi non sono del tutto chiariti, ma alcune teorie suggeriscono che vadano ricercate sia in fattori genetici, biologici, ambientali e in fattori sociali.

Come abbiamo già accennato l’ansia accompagna l’essere umano da sempre, ma assume nel corso delle epoche storiche significati diversi. In tempi lontani essa aiutava l’uomo che viveva in un ambiente difficile e pericoloso a proteggersi dai pericoli e a soddisfare i bisogni primari. Oggi questo bisogno non lo abbiamo più, ma ne sono nati altri come: l’ansia di potere, di prestigio, di benessere individuale, di possesso legato a bene effimeri.

Negli ultimi decenni assistiamo ad una crescita del numero di persone che ne soffre in modo particolare tra i 30 e i 50 anni. Questo dato deriva probabilmente del fatto che in quella particolare età l’individuo sta costruendo la sua vita in modo stabile sotto l’aspetto economico, lavorativo e sotto il profilo affettivo. Quindi, sono anni carichi di grandi aspettative ma anche traversati da profonde inquietudini. Ecco che l’elemento ansia può divenire lo sfondo su cui si struttura l’articolazione dell’esistenze: è qui che subentrano fattori che albergano nel profondo della psiche. Quando la grande tensione, che anima la vita di ciascuno e che esige che ognuno realizzi se stesso, viene deviata ed ostacolata l’angoscia compare. Uno dei tema forti della filosofia di Kierkegaard vede proprio nell’impossibilità di essere se stessi il motivo primo di quell’angoscia. Ecco che cerchiamo la nostra realizzazione. Spesso, tuttavia, si sbaglia strada, si equivoca e ci inoltriamo in un percorso che ci porta lontano dal nostro centro: l’ansia, l’inquietudine sono i sintomi che ci portano e ci obbligano a riflettere se quel cammino è veramente quello giusto. Quindi vi è un’ansia necessaria come una forma di intuizione che devo saper interpretare.

I momenti di sofferenza non sono sempre negativi, ma tante volte sono momenti di sviluppo. Nel prossimo appuntamento esamineremo più nelle specifico il Disturbo da Attacchi di Panico.

BY: Irene Barbruni

La depressione
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Secondo l’Oms (Organizzazione Mondiale delle Sanità), entro il 2030 la depressione sarà la malattia cronica più diffusa nel mondo. In Italia colpisce oggi 4,5 milioni di persone: nella maggior parte sono donne (in rapporto 2 a 1 rispetto agli uomini). Un’indagine condotta da Onda (Osservatorio nazionale sulla salute della donna) su un campione di 1.004 soggetti (tra cui 503 donne e 501 uomini) ha constatato che per il 27% degli intervistati la depressione si colloca al secondo posto, dopo i tumori, per impatto negativo percepito sulla vita di chi ne soffre. Inoltre, rappresenta una delle principali cause di invalidità temporanea e permanente. Tutti questi aspetti comportano necessariamente un costo molto elevato, non solo in termini di risorse umane ma anche economiche.

Ma vediamo nello specifico, innanzitutto, che cosa si intende per Disturbo Depressivo Maggiore. Esso rientra nel gruppo dei disturbi dell’umore e riguarda tutti quei casi in cui si è in presenza di un umore depresso o irritabile con perdita di piacere, per almeno due settimane, verso le attività che in precedenza era di interesse. La depressione, o melanconia, è quindi caratterizzata da una profonda tristezza che raggiunge un’intensità tale da superare un certo limite, soprattutto in quei casi in cui non vi è una circostanza che giustifichi tale stato, come per esempio il lutto di una persona cara. In generale, si distinguono due tipi di depressione: endogena (che nasce “dal di dentro” senza avere una causa esterna) e reattiva (quando lo stato è causato da un evento esterno e dove viene osservata una reazione eccessiva e prolungata).

I sintomi riguardano: cambiamento nell’appetito e di conseguenza del peso corporeo (aumento o perdita), disordini del sonno (aumento o insonnia, piuttosto che inversione giorno/notte), agitazione o rallentamento psicomotorio, perdita di energia, sentimenti di indegnità, difficoltà di concentrazione, pensieri di morte ricorrenti ed ideazione suicidaria. A seconda della gravità della sintomatologia e dell’incidenza sul funzionamento generale, abbiamo tre tipi di gravità del disturbo: lieve, moderato e grave. Purtroppo anche i bambini possono vivere sentimenti depressivi. L’esordio, nell’età dello sviluppo, può essere segnalato più spesso da disturbi d’ansia, fobie, agitazione, lamentele somatiche, rifiuto scolastico e in generale disturbi comportamentali. Sono quindi manifestazioni insidiose, non sempre, tuttavia, indice di esordio di stato depressivo. Negli adolescenti, invece, è presente una compromissione a livello sociale e messa in atto di comportamenti rischiosi.

La tempestività della diagnosi è fondamentale per la cura e la conseguente guarigione. La terapia può riguardare sia quella psicoterapica, che in presenza di una depressione lieve può bastare, oppure una terapia farmacologica che nelle forme più gravi è spesso necessaria. La terapia combinata, che richiede ambedue i percorsi terapeutici, è la via più indicata ed efficace, perché non solo incide sui sintomi, ma cerca la soluzione delle cause. Nell’80% dei casi in terapia si ha una completa remissione.

Ma perché oggi assistiamo all’aumento di casi di disturbo depressivo? Questo è un quesito a cui molti studiosi cercano delle risposte. Già a partire dagli anni settanta del secolo scorso lo stato depressivo viene legato alle circostanze sociali e culturali. Si diceva che l’età moderna è l’epoca della depressione. Nel campo della psichiatria i fattori socioculturali hanno assunto nei decenni sempre più un peso notevole. A proposito di questo tema Arieti scrive “La cosa terribile è la mancanza di significato in questo clima culturale, in cui molti sentono che hanno perduto i loro ideali e non li hanno sostituiti con ideali nuovi” (S.Arieti, J.Bemporad, La depressione grave e lieve. L’orientamento psicoterapeutico, Feltrinelli, Milano, 1981, p. 434).

Il lavoro psicoterapeutico ha, quindi, la funzione di riportare un nuovo significato e ricondurre il soggetto, immerso nella propria tragedia, verso un percorso che conduce al “trionfo dello spirito umano”, cioè alla capacità di sapersi ridefinire di fronte a situazione esistenziali nuove. In altre parole è il ripristinare la possibilità di essere contro l’impossibilità di essere.

BY: Irene Barbruni

Bourn out
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Cosa si intende con sindrome del burnout?

Per “sindrome del burn-out” si intende quello stato di esaurimento psicofisico accompagnato da un calo significativo di motivazione e di impegno nell’ambito del proprio ruolo professionale. E’ una patologia che si incontra in modo particolare in quelle professioni che si occupano di aiuto verso gli altri, come medici, infermieri, assistenti sociali, psicologi, educatori, ecc.)

Come si manifesta, quali sono i sintomi?

In conseguente ad una situazione di stress prolungato si può verificare un esaurimento psicofisico, deterioramento relazionale, inefficacia professionale e disillusione. Tutto ciò si traduce nella perdita di interesse per la propria professione e di conseguenza anche lo sfilacciamento del senso di responsabilità del proprio ruolo. La persona vive sensazioni di tensione ed ansia accompagnate dal cambiamento nell’atteggiamento verso le varie operazioni che vanno a costituire l’insieme del proprio lavoro. La sindrome è nello specifico l’effetto di un processo reattivo-difensivo verso il proprio ruolo professionale, che viene vissuto come deludente, frustrante e pesante. In altre parole, l’operatore sperimenta un tale stato di stress e tensione che lo porta a disimpegnarsi nel proprio lavoro, e ciò può comportare una crisi sul piano della propria identità soggettiva e sociale.

Quali sono i fattori che determinano questa sindrome?

Per semplificare possiamo distinguere le cause in due tipologie: quelle relative al momento storico-sociale in cui viviamo e quelle di carattere soggettivo.
Il burn-out è stato descritto recentemente. I primi studi del fenomeno risalgono a metà degli anni settanta. Negli ultimi anni c’è stato un progressivo aumento dell’interesse verso questo fenomeno in quanto si è osservata una maggiore incidenza del problema. In modo particolare nella società contemporanea l’idealità, che accompagna ogni professione, specialmente quelle di aiuto al prossimo, e l’etica che ne consegue, sono state risucchiata dalla dimensione economica ed efficientista. In altri termini, il lavoro è sempre più percepito come una prestazione economica, piuttosto che un’attività sociale. In realtà qualunque lavoro è un atto sociale, in quanto nella società gli individui vivono in un’interazione di sussidiarietà, di interdipendenza.
Naturalmente vi sono poi le caratteristiche della personalità individuale che rendono un soggetto più a rischio. In generale le problematiche esistenziali personali come una separazione coniugale, difficoltà relazionali e familiari, rendono il soggetto più vulnerabile all’instaurarsi della sintomatologia.

Quali sono le categorie lavorative più a rischio?

Le categorie più a rischio sono quelle legate ai servizi sociosanitari ed educativi, dove il coinvolgimento emotivo è più forte, e dove il proprio lavoro non è sempre accompagnato da risultati verificabili entro un determinato tempo. La mancanza del risultato del proprio operato sviluppa il sentimento della propria inutilità. Per esempio un insegnate di ragazzini che non studiano e non ottengono risultati positivi percepirà vano il suo operare, e in fine lo valuterà inutile; in questo caso, il soggetto, per difesa tenderà ad assume atteggiamenti di eccessivo distacco fino ad arrivare al cinismo.
Quando si fa più forte la dissociazione tra fatica (energia impiegata) e percezione del significato del proprio operato, il soggetto si smarrisce in un senso di vuoto. L’uomo non può stare senza un significato, se lo percepisce può sopportare anche enormi difficoltà. Non né quindi il burn-aut una sindrome psicofisica, ma un segnale della crisi tra prassi ( l’agire), e il significato di quell’agire.

Per sottolineare questo concetto prendo spunto dal raffronto tra colore che svolgono un ruolo di assistenza come volontari e colore che lo svolgono come lavoro. Tra i volontari il burn-aut è statisticamente inferiore; ciò può essere spiegato da dal fatto che in questi l’idealità è più alta, ma minore responsabilità; mentre per chi svolge un’attività d’aiuto come professione l’idealità tende a scendere col tempo, ma permane la forte responsabilità. Questo vuol dire propri che a fronte di altre variabile: orario, stipendio, ecc. il livello di idealità svolge un ruolo significativo.

Quali possono essere le conseguenze più gravi?

Dal punto di vista individuale, se la problematica non viene individuata ed affrontata, possiamo assistere a problemi di salute anche importanti, con varie conseguenze. e in alcuni casi ad abuso di sostanze. Sul piano collettivo abbiamo invece una scarsa qualità dell’accoglienza e della cura dell’utente, in particolar modo se parliamo dell’ambito socio-sanitario ed educativo. Dal punto di vista dell’azienda e delle risorse economiche, questa sindrome porta ad aumenta del fenomeno dell’assenteismo e del turnover.

Come si può prevenire?

Dagli studi condotti negli ultimi anni sappiamo che il sostegno sociale e soprattutto il recupero dell’idealità della professione svolta hanno un forte valore protettivo rispetto alla sindrome. Ma a questi aspetti devono essere aggiunti elementi organizzativi del lavoro quali un certo grado di coinvolgimento nelle decisioni e di autonomia. Infatti spesso la sindrome è riscontrata dopo circa 3-4 anni di lavoro in soggetti giovani che vivono la frustrazione di non vedere realizzati nel concreto le proprie aspettative. Quindi, se è presente più coinvolgimento ed autonomia è chiaro che la persona mette in atto le proprie risorse e affronta la situazione lavorativa non in modo passivo, ma attivo. Come spiegato prima, è fondamentale che il proprio ruolo lavorativo sia inserito in una visione etica del proprio operato.

Cosa è consigliabile fare qualora ci si riconosca nei sintomi?

Bisogna tener presente che il livello del burn-out rimane tendenzialmente stabili nel tempo, in quanto la sindrome è una risposta ad uno stress cronico e non acuto. Questo rende la sintomatologia a volte difficile da considerare con il giusto peso. Sicuramente qualora un operatore percepisca un forte aumento dei sintomi descritti sopra, che perdurano nel tempo, è bene ricerchi aiuto per valutare la propria condizione psicologica nell’esercizio del proprio lavoro, senza aspettare che la sintomatologia trovi come luogo di espressione il corpo e quindi emergano problematiche fisiche.

Come possiamo invece riconoscere i segnali della sindrome su un collega o una persona che è vicino a noi?

Sicuramente se osserviamo in un operatore, che ha precedentemente dimostrato un certo entusiasmo nel proprio lavoro, la presenza significativa di cinismo e un conseguente abbassamento del proprio impegno nel lavoro, è probabile che ciò sia il segnale di una problematiche di questo tipo. Certamente vanno anche valutate le possibili problematiche della vita personale, in quanto il logoramento delle relazioni interpersonali deve essere un sintomo e non una causa della sindrome del burn-out. Bisogna cioè stabilire se la difficoltà ha origine per la mansione svolta o se deriva dalla propria vita personale, l’intervento sarà di conseguenza.

Se impariamo a conoscerci, attraverso un dialogo interiore, saremo più in grado di intervenire alla soluzione dei problemi. Quindi dovremmo, certo occuparci del mondo che ci circonda, ma non trascurare il mondo che è dentro di noi.

BY: Irene Barbruni

Depressione post partum
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Che cosa è la depressione post-partum (dpp)? Quali sono i disturbi dell’umore e d’ansia perinatale ?

La depressione post-partum è una forma di depressione vera e propria che però esordisce nelle 4 settimane successive al parto. Quindi, la sintomatologia è sostanzialmente la stessa di una depressione con esordio non successivo al parto, ma i vissuti di malessere sono riferiti al rapporto con il neonato e in generale alla nuova condizione di madre. L’umore depresso è presente per la maggior parte della giornata ed è accompagnato da una marcata diminuzione di interesse e piacere nelle diverse attività giornaliere e, in generale, i sintomi comportano una compromissione significativa nelle incombenze quotidiane della madre.

Quali sono i sintomi specifici della depressione post-partum, dell’ ansia e del disturbo ossessivo compulsivo post-partum? Come si può capire se una paziente ne è affetta?

I sintomi specifici della dpp riguardano una grave ansia, pianto spontaneo, insonnia e disinteresse verso il neonato. Il disturbo ossessivo compulsivo post-partum riguarda pensieri ossessivi di poter fare del male al bambino. Per capire se una paziente ne è affetta è importante osservare se l’umore depresso persiste dopo i primi dieci giorni dal parto (uno stato che può essere passeggero). E’ fondamentale rivolgersi ad uno specialista, in quanto nella cura è fondamentale la tempestività della diagnosi. Inoltre, è importante la valutazione del professionista in quanto spesso le donne, che soffrono di depressione, tendono a nascondere la sintomatologia perché è quasi sempre accompagnata da un forte senso di colpa e di vergogna. Quindi se c’è un sospetto è bene approfondire.

Quante donne soffrono all’incirca di depressione post-partum?

I dati statistici ci dicono che circa l’8/12% delle neo-mamme soffrono di depressione post-partum ed alcuni dati descrivono un fenomeno in crescita.

Qual è la differenza tra “la tristezza/malinconia” e la depressione post-partum?

Il 70% delle madri vive uno stato denominato “baby blues” (“blues” significa malinconia) che è caratterizzato da un senso di tristezza dovuto alla stanchezza fisica e mentale del travaglio e al cambiamento ormonale nelle ore successive al parto. Questo stato però è differente dalla dpp sia per la durata (scompare solitamente entro 15 giorni) che per la sintomatologia meno intensa.

Può capitare, parecchio dopo la nascita del bambino, di soffrire di dpp o ansia?

In genere la dpp esordisce entro le quattro settimane dalla nascita del bambino e raramente si riscontrano casi ad un anno o oltre l’anno. Quindi, se i sintomi vengono riscontrati successivamente si deve valutare se ci si trova di fronte all’insorgenza di uno stato depressivo e/o ansioso non legato alla maternità ma ad altri fattori, oppure, più facilmente, ad una depressione post-partum non riconosciuta e, quindi, ad una sintomatologia che si è accentuata nel tempo.

La domanda di una madre: Non mi sento legata al mio bambino, anzi provo repulsione: sono una madre orribile?

Questo senso di repulsione può essere dovuto alla sensazione di incapacità di saper affrontare tutto ciò che la cura del bambino comporta. Quindi può insorgere da un forte senso di responsabilità più che da repulsione Il sentimento di inadeguatezza porta spesso a rifiutare i compiti ed è frutto di una non corretta valutazione di sé cioè di una sottovalutazione di se stessi.

Dove bisogna recarsi per ottenere assistenza e supporto per la dpp, ansia post partum, depressione in gravidanza o qualsiasi altro tipo di umore perinatale ?

La situazione deve sempre essere valutata da uno specialista, che può indirizzare verso un sostegno psicologico che in questi casi è fondamentale. La donna non può essere lasciata sola con questi suoi stati d’animo e il supporto dei familiari non è sufficiente proprio perché non saprebbero interpretare adeguatamente quei sentimenti e potrebbero alimentare il senso di colpa.

Quanto tempo ci vuole per recuperare la depressione post-partum?

In caso di un percorso terapeutico solitamente diversi mesi. Ciò non deve essere confuso con le terapie brevi, che mirano più ad interessarsi del sintomo, lasciando irrisolto il problema di fondo.

Quali sono i fattori di rischio per le psicosi post-partum?

I fattori di rischio di episodi postpartum con manifestazioni psicotiche si riferiscono ad una precedente diagnosi di disturbo della personalità. Ma sarei cauta nel delineare fattori di rischio al di fuori di ciò che ho appena menzionato; è sempre bene non generalizzare. Soprattutto va ricordato sempre che gli eventi psicologici non si comportano in modo meccanico, cioè uguale per tutti. Ogni essere umano ha una sua particolare sensibilità e proprie risorse. In psicologia spesso “due più due” non fa quattro: alle volte fa tre e altre fa cinque. Nel senso che le risorse di ciascuno possono essere celate o sopravalutate.

La domanda di un papà: come faccio ad aiutare la mia compagna che sta attraversando la dpp ?

Cercando di essere molto presente nella gestione del bambino e non far mai mancare l’appoggio, oltre che operativo, anche emotivo alla propria compagna. Non forzare momenti di intimità se la donna non ne sente la necessità. Quindi, è necessario un alto tasso di tolleranza da parte del partner. Una tolleranza/accettazione che sia partecipazione empatica ai vissuti della neo-mamma. Tale esperienza è un’occasione di crescita per l’uomo, che deve essere capace di far evolvere le proprie capacità interiori e relazionali; deve saper mettere al centro la sua sensibilità empatica e riflessiva per raggiungere momenti di profonda condivisione.

La dpp, seppur come dice il nome “post”, può accadere mentre si è ancora incinta?

Diciamo che ci possono essere delle condizioni psicologiche di inquietudine e sofferenza che portano a stati d’ansia troppo accentuati. In questi casi l’appoggio dello psicologo aiuta a stemperare e a sciogliere quelle tensioni, in modo da affrontare la gravidanza con l’atteggiamento giusto. In fondo è uno dei momenti più belli della vita di una donna; la vita le passa attraverso e si rigenera.

Si può soffrire di dpp dopo un aborto spontaneo?

Certo che il vissuto in conseguenza di un aborto spontaneo può virare verso un sentimento di perdita profondo, tanto più se la gravidanza era desiderata e attesa. Ma anche in questo caso ogni persona reagisce e vive i fatti salienti della propria vita in modo altamente soggettivo. Le capacità di elaborare e ricomporre la frattura che si genera nel corso della vita sono fondamentali, come è fondamentale cercare di non farsi catturare dallo sconforto. Spesso le persone non sono coscienti di queste loro capacità e vanno aiutate ad individuarle. Se permane tuttavia il nocciolo di una disperazione, cioè di una difficoltà di sperare nel domani, questa fragilità latente può evolvere verso uno stato depressivo dopo una successiva gravidanza.

Come si possono aiutare altre donne che stanno soffrendo?

Il problema di questa sofferenza, oltre a fattori molto personali relativi alla propria storia, è anche legato ad una cultura che non sa dare valore alla maternità; per cui le donne comunque si sentono sole di fronte a questo evento della loro vita. Ma diciamolo chiaro: di fronte ad un evento che è importante per la vita di tutti. Mentre nella cultura consumistico-edonistica nella quale viviamo la maternità, che è un impegno, è stata compressa fino ad arrivare alle gravidanze indesiderate o problematiche. Basti pensare alle difficoltà legate al mondo del lavoro, dove la donna incinta è vulnerabile e non sufficientemente tutelata. Spesso la gravidanza è un evento che conduce la donna a perdere il lavoro.

Questo mio ragionamento vuole essere una esortazione a non limitarci a considerare gli eventi patologici, questo in particolare (dpp), come eventi morbosi, ma come i sintomi del disagio di una società che ancora non sa trovare gli equilibri giusti per tutelare il benessere di ogni individuo.

BY: Renato Barbruni

La crisi esistenziale
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Crisi esistenziale, Crisi di identità.

Sono due termini che si possono sovrapporre in quanto la crisi esistenziale interviene di solito proprio durante una profonda crisi di identità della Persona. La nostra vita infatti si esprime attraverso varie identità. Tra le quali cito le identità affettive: siamo figli, padri, madri, fratelli, amici; le identità sociali ovvero i vari ruoli che interpretiamo nella società: il medico, l’idraulico, il falegname, l’impiegato postale, ecc. Ad ogni ruolo corrisponde una microidentità. L’insieme delle micro identità compone la Persona in cui riponiamo la nostra identità esistenziale. La crisi in una di queste identità, se grave, se colpisce il senso profondo del nostro essere Persona, provoca la crisi esistenziale. In questo caso viene ad incrinarsi il senso stesso della nostra presenza nel mondo.

L’analisi esistenziale o Daseinsanalyse,

raffigura un percorso di conoscenza di se stessi alla ricerca delle micro lesioni nelle varie forme dell’esistere di una Persona (le strutture trascendentali dell’esistenza). Spesso sintomi come stata d’ansia, attacco di panico, disturbi fobici o atteggiamenti compulsivi nascondono o derivano da queste microlesioni durante una fase di mutazione della struttura della Persona. La crisi, ad esempio in un rapporto affettivo può portare ad una crisi esistenziale in quanto quella crisi mette in discussione il modo di essere che il soggetto ricavava dall’esperienza di quel rapporto. Altresì può accadere che una crisi esistenziale possa mettere in discussione il rapporto affettivo.

L’identità e gli archetipi.

La psiche dice Jung è formata da archetipi, cioè da strutture ancestrali che ci portiamo dentro fin dalla nascita. Gli archetipi sono come degli stampini entra i quali si organizza l’energia psichica. Questa unità informatica a sua volta organizza i nostri vissuti, i nostri pensieri e infine i nostri comportamenti. Quando siamo identificati in una forma archetipica tendiamo a pensare e sentire il mondo attraverso di essa. Vi sono varie forma archetipiche che la mitologia e le religioni hanno messo in evidenza. Per esempio l’archetipo del Padre, o della madre, l’archetipo del Salvatore, del monarca; o ancora l’archetipo del viandante, del guerriero. Nel corso della nostra vita possiamo viaggiare attraverso varie forme archetipiche: questo spiega perché in certi tratti della nostra vita siamo attratti e tendiamo a comportarci in certi modo che poi, ad un certo punto abbandoniamo. Pensiamo ad esempio all’anelito al viaggio che può derivare dalla seduzione esercitata in noi dall’archetipo del viandante o dell’esploratore. Pensiamo ancora a forte senso di responsabilità di certe persone: esse non possono fare a meno di occuparsi di qualcuno. In questo caso la Persona potrebbe essere identificata con l’archetipo del Salvatore, o del monarca, o del Padre. Tutti questi archetipi hanno le caratteristiche psicologiche appena menzionate.

Il dolore

Una riflessione sulla natura del dramma di Amleto

Il dolore è molte cose nella vita delle persone. Spesso è la porta che ci apre nuove esperienze di noi stessi. Il dolore come fiamma che scoglie e rifonda l’identità spirituale. Però è anche altro, è come una malattia che ci entra dentro, come un tumore che ci può devastare dall’interno. Il dolore produce anche questo: lacerazione, distruzione e morte. Sofferenze inimmaginabili possono distruggere una persona colpendo a morte la sua identità sociale e perfino, e più tragicamente, la sua identità spirituale.
Partiamo dal fatto che il dolore può procurare quella malattia mortale che è la perdita dell’innocenza. Cioè la perdita del senso di fede nell’esistenza.
Per tale riflessione prendo le spunto da un brano del monologo di Amleto dal film Hamlet di K. Branagh.
Perché Amleto? Come già in Giulietta e Romeo quello che il protagonista perde è il senso di innocenza della realtà. Egli è un giovane e come tutti i giovani credono nella vita, portano intatto dentro di loro un senso di purezza. Ma quando arriva la tragedia nella vita e giunge il dolore seguito dalla sofferenza, la purezza viene macchiata: insorge una ferita che può andar via o può invece permanere. Nel Principe Amleto la macchia rimane e spinge verso la vendetta. Amleto si sente colpito propria là in fondo dove hanno origine tutti i suoi pensieri e i suoi sogni. E sente che i suoi sogni sono irrimediabilmente distorti da quel dolore che avverte come ingiustizia, ecco: quando il dolore è percepito come ingiustizia ha inizio il dramma dei drammi. Il compito arduo di ogni anima colpita dalla sofferenza è proprio questo: dare una giustificazione al dolore, che significa poi dare un senso al dolore. Amleto non ci riesce. In questo brano del film lo cogliamo nel monologo “Essere o non essere”. Perché proprio il senso della perdita della propria innocenza e della innocenza del mondo porta il personaggio a domandarsi se sia così necessario il continuare a vivere: Essere o non essere. Nella rappresentazione cinematografica del monologo il regista ha aggiunto qualcosa, una sua invenzione che a mio modo di vedere esprime meglio il colore emotivo del personaggio. Se in altri allestimenti Amleto recita il monologo di fronte alla morte: in una tomba per esempio, qui il regista pone il giovane principe in una grande sala degli specchi, e gli fa recitare il monologo davanti ad uno specchio, cioè davanti a se stesso. C’è un altro aspetto scenico importante. Quando Amleto si finge pazzo, lo zio, per capirne le vere intenzione, lo fa spiare anche dalla sua amata Ofelia. Qui lo zio lo spia mentre lui sta facendo la sua riflessione sul senso della vita. Lo zio viene posto dietro un vetro da cui vede senza essere visto. Ma Amleto sa che dietro a quello specchio in cui si riflette c’è lo zio traditore e assassino del padre. E quindi quel “Essere e non essere” è detto al cospetto di se stesso e al cospetto dello zio: poi vedremo il valore simbolico di questi frammenti di sceneggiatura.

Alcune riflessioni sul simbolismo di queste immagini.

Amleto è posto di fronte allo specchio, vale a dire che è posto di fronte a se stesso nel chiedersi il senso della sua vita, spinto proprio da quel senso di corruzione da cui si sente pervadere; ma dietro a quello specchio c’è l’altro, quello zio che ne ha ucciso il padre e che rappresenta l’origine di ogni suo senso di corruzione. Dietro allo specchio, nell’inconscio, ci sono le immagini di quel altro rispetto all’Io di cui l’Io non sa, cioè la sua ombra. Qui lo specchio sta a rappresentare la membrana che divede ciò che c’è nella coscienza e ciò che è invece nell’inconscio. E come in Alice nel paese della meraviglie o Alice dietro lo specchio, le cosa, in quell’altra parte, sono diverse, trasformate, opposte a quelle che riconosciamo nella coscienza. E’ con quel opposto che Amleto deva fare i conti, smascherare il senso dell’arcano fatto di passione, amore, vendetta, giustizia, delusione, senso di corruzione, perdita dell’innocenza. Ma egli non riesce ad uscire dal labirinto composto di sentimenti contrapposti e variegati. Ad un certo punto nella scena vediamo espresso sinteticamente la natura del paradosso in cui si trova immerso Amleto, da una parte dice ad Ofelia: “…ti ho amata…” o poi dice “…non ti ho mai amata…” Il giovane Principe sente dentro di sé che non riesce ad affrancarsi da quel senso di corruzione che lo pervade e sta dilagando dentro la sua anima. Questo è il dramma di Amleto: la perdita dell’innocenza sotto la spinta forte e terribile del dolore, quando il dolore è vissuto come qualcosa di ingiusto. Infatti il dramma inizia con questo senso di profonda ingiustizia.

Effetti del sentimento della colpa.

Lo schema sopra riportato vuole rappresentare intuitivamente una certa dinamica di trasformazione a cui è soggetto l’Amore in conseguenza della pressione del Sentimento della colpa.

Da una parte il Sentimento della Colpa agisce come elemento di scissione tra la vita, o prassi della vita, e il Senso della vita. Dato che l’Amore può essere vissuto nella sua pienezza solo all’interno del vissuto del Senso (prassi di vita e Senso della vita o sono sintetiche) la scissione separa la prassi della vita dal suo senso, cioè dal suo valore spirituale. Quindi un primo effetto della presenza del sentimento della colpa nell’amore, fa sì che l’amore venga inibito. Il soggetto può quindi vivere o un senso di appiattimento dell’amore cioè sente il suo sentimento d’amore abbassarsi: l’amore è gettato tra le cose vacue o non importanti per l’esistenza. Dall’altra parte il soggetto vivrà un sentimento di estraniazione da se stesso e della realtà che lo circonda.
L’appiattirsi dell’amore come conseguenza della scissione tra prassi esistenziale e senso dell’esistere, spinge verso forme d’amore che pur mantenendo in sé la presenza dell’amore lo collocano in un senso che è al di fuori dell’amore stesso. Il senso è una legge, un dovere che si impone al soggetto. In altre parole il soggetto tenta di trovare quel senso che ha visto sfuggirgli dalla prassi esistenziale che sentiva fluire spontaneamente da sé. E il senso lo trova nel dovere o nella pietà verso il prossimo. Adempiendo al dovere di amare pietisticamente, lenisce quel senso della colpa che lo spacca in due.

Una seconda strada vede conseguire alla scissione (prassi della vita – senso della vita) la deformazione dell’amore. L’amore subisce una sorta di deformazione genetica. Da quella forma di spinta verso la verità dell’essere, l’amore viene trasformato in una esperienza del godimento di sé, o per dominio sull’altro o per ricerca di piacere effimero. Da ciò abbiamo due forme: da un lato l’aridità dei sentimenti, dall’altro l’edonismo.

L’ecologia del dolore.

tratto dal libro “Logos e Pathos” di Renato Barbruni, Ed. Nuovi Autori

La sofferenza imprime in ciascuna persona la sua impronta in modo oggettivo e assoluto, mentre, d’altra parte, è suscettibile di un suo adattamento alla particolarità del soggetto che la patisce. Il ché vuol dire che la sofferenza, accanto ad una dimensione oggettiva, racchiude una particolare dimensione che entra in relazione con il soggetto. Lo psicologo lo sa fin troppo bene che il suo lavoro verte prevalentemente su questo secondo aspetto, poiché il fatto che la sofferenza abbia una dimensione percepita soggettivamente, deriva dalla particolarità della personalità che la patisce, e dalla situazione esistenziale e storica in atto. La struttura della personalità, con la sua organizzazione di idee, ricordi, sentimenti e stati d’animo, può possedere caratteristiche tali da permettere alla persona di sopportare gradi di sofferenza molto alti, e altrimenti, smagliature tali da non permettere al soggetto la tolleranza anche di livelli minimi di sofferenza. Questo fatto è sotto gli occhi di tutti, e tutti i giorni. Dall’atleta che non si arrende facilmente rispetto al suo concorrente che non regge lo sforzo della fatica più a lungo e che, proprio a causa di ciò, subisce la sconfitta; quel bambino che non sopporto la frustrazione e la delusione di non aver ricevuto quel regalo, e con toni drammatici mette in scena un tale pianto da far disperare i genitori, a tal punto che corrono a comprarglielo per farlo tacere. Ancora una esempio lo troviamo nello studente che non sa sostenere la fatica dello studio, tanto più quando, guardando davanti a sé, vede un orizzonte incerto per il suo futuro. Lo scenario lo spaventa e lo deprime fino alla rinuncia allo studio, o semplicemente, fino a renderlo apatico e refrattario alla vita universitaria. Quello che riscontriamo, come demotivazione allo studio, altro non è che l’incapacità di reggere l’incertezza sul futuro e la fatica di apprendere. In tanti momenti della vita, la capacità di tenere, di saper sopportare la sofferenza, ha deciso le sorti di una persona, addirittura della sua vita e della sua morte.

Questa dimensione soggettiva, entro cui il dolore è percepito, è costituita dallo sviluppo e dalla dinamica della personalità, e da fattori culturali e ideali. Il lavoro psicologico tocca proprio questo aspetto: analizzare i fattori personali e culturali che non permettono al soggetto di vivere quel dolore autenticamente per quello che è. Se a quel certo episodio riusciamo a togliere gli elementi di deficienza personale e di deformazione culturale, che costituiscono gli aculei che amplificano la percezione del dolore, il soggetto potrà entrare in un rapporto dialettico con la propria sofferenza e scorgere gli elementi euristici necessari alla propria evoluzione sul piano spirituale.

La sopportazione della sofferenza non è oggi una caratteristica considerata nobile. Nella nostra cultura il dolore e la sofferenza sono ospiti scomodi e vanno subito eliminati dallo scenario dell’esistenza. Quindi non si tratta mai di sopportare il dolore ma di eliminarlo subito, presto, senza nessun momento riflessivo sul perché il dolore sia penetrato nel flusso dell’esistenza. Nel suo toccante libro, Uno psicologo nei lager, Victor Krankl, narra la sua personale esperienza in quella orribile situazione. E proprio la sua osservazione di ciò che ha vissuto lui stesso, e gli altri internati, lo hanno convinto della decisiva qualità, tipicamente umano, di saper sopportare il dolore. Soltanto da quella sopportazione emerge il senso di quella sofferenza.

Antologia

Frammento da: Beati i poveri di spirito, breve riflessione sull’esperienza di una crisi esistenziale

“Beati i poveri di spirito”

Il nobile temendo e tremando
mette ordine nella sua vita ed esplora se stesso.
Esagramma 51: l’eccitante – I Ching

L’ESPERIENZA ESTREMA

Nel corso della propria vita ciascuno di noi, prima o poi, vive delle esperienza estreme. Vive situazioni che sono poste alla limite ultimo di un certo percorso. E’ come se giungessimo al punto più lontano che quella strada permette.
Il cammino si è fatto più arduo, e più faticoso è il procedere; ed a quel punto sembra che tutto ciò che abbiamo, tutto ciò che ci è servito fino ad allora non serve più; anzi, è divenuto inadeguato e inutile. Alle volte ci sembra proprio di imbarazzo, quasi di ostacolo, di impedimento. Ma tutto questo noi lo avvertiamo come una nostra inadeguatezza, ed un senso di estrema impotenza ci pervade. Nulla di quel che sappiamo e che costituisce il nostro bagaglio conoscitivo sembra essere all’altezza della situazione. La realtà incombe su di noi immensa e potente come mai ci è apparsa, rivelandosi inaccessibile a qualunque interpretazione e riflessione; refrattaria ad ogni tentativo di ordinarla dentro una qualche forma di pensiero. Ci sfugge via tra le dita della mano come l’acqua che sgorga da una fonte improvvisamente impetuosa: tanto più l’acqua scende, tanto meno ne rimane nella mano protesa.
Se mai abbiamo avuto bisogno di un punto fermo, di un sostegno, della capacità di riflettere obbiettivamente, in tali circostanze ne avvertiamo maggiormente l’esigenza estrema e vitale.
La nostra stessa identità sembra vacillare, e poi crollare sotto i colpi duri e implacabili di una realtà che si è fatta impietosamente avversa e contraria. E’ come se ci trovassimo improvvisamente di fronte ad un muro che ostacola ed impedisce il cammino senza però renderci conto che quel muro costituisce la fine di quel commino. Anzi quel muro lo percepiamo come nostra incapacità a procedere. Ecco che inizia perverso il dubitare di noi stessi. Il dubbio è così radicale che coinvolge la nostra identità nelle sue radici più profonde; tutto ciò in cui crediamo e in cui ci identifichiamo frana, si disintegra miseramente lasciandoci sospesi in un vuoto disperatamente assoluto.
“Io penso, quindi sono” dice Cartesio, ma il problema dell’uomo non è tanto legato al dubbio se egli ci sia o non ci sia, ma al fatto se egli costituisca o meno un valore. Il problema squisitamente e peculiarmente umano non è ontologico, ma etico. Non sull’essere si sviluppa tutta la tematica e la drammaticità dell’esperienza umana, ma sul valore. E ciò che viene colpito in una situazione estrema dell’esistenza è proprio il valore soggettivo.
“Ma chi sono io per te Signore, che mi hai cercato in ogni luogo?” (Sant’Agostino).
Chi sono ?”, in questo caso equivale a: “che cosa valgo per te, quale valore attribuisci, Signore, alla mia vita, a me come soggetto singolo?”
Senza la tematica del valore non ci sarebbe neppure una storia umana.
La crisi esistenziale è una crisi d’identità ma soprattutto è una crisi di valore. Il valore di se stessi viene meno e il soggetto si sente squalificato, sente l’annichilirsi del valore soggettivo fino a quel punto riflesso in una determinata identità. Già, poiché l’errore è proprio quello di legare il valore soggettivo all’identità soggettiva. Nel corso della vita ciò che può mutare è l’identità soggettiva ma è bene che non muti il valore soggettivo. Ma affinché ciò avvenga è necessario che il valore sia radicato in qualcosa di più stabile dell’identità soggettiva. Le identità sono gli abiti che noi indossiamo di volta in volta nel corso della vita. Sono le pietra sulle quali saltiamo per attraversare un torrente, non sono quindi il luogo dove dobbiamo sostare. Altro deve essere il punto d’appoggio della nostra esistenza. Ecco che nei momenti estremi cerchiamo una radice più fondamentale, più essenziale.

L’ANIMA MASCHILE

C’è un nucleo impenetrabile nell’anima maschile. Un nucleo inaccessibile che agisce come esperienza di distacco. L’uomo, più della donna, mostra difficoltà nel percepire la comunione. Per l’uomo la comunione è colta sul piano del pensiero, è “vista” dopo l’elaborazione cosciente, non è quasi mai un’esperienza vissuta. Per questo l’uomo vive i rapporti nella discontinuità; il tessuto connettivo della “sua relazionalità” è frammentato poiché nel suo intimo non giunge mai ad aprire il “nocciolo duro” della sua anima individuale: egli è sempre altro dalla relazione che vive. Questo aspetto della psicologia maschile non è stato abbastanza osservato e studiato. Credo che il primo ad averne fatto menzione sia stato Kierkegaard. Probabilmente era proprio a questo aspetto della natura maschile che si riferiva quando accennava “ad una sorta di maledizione che aveva a che fare con il padre”. Per questo motivo, dopo una tormentata decisione, il giovane Soren lascia la fidanzata Regina Olsen per percorrere la via della conoscenza in solitudine. E’ questo che porta l’uomo a vivere da solo. Egli fa sempre esperienza del mondo da solo in se stesso, non è capace di esperire all’interno della relazione, poiché egli non è capace di aprirsi all’incontro con l’altro. Per questo motivo per l’uomo l’amore non è così importante e decisivo quanto lo è invece per la donna. Quando l’uomo piange per aver perso la donna amata, soffre perché con essa ha perso il calore dell’affetto, l’esperienza della dolcezza e l’abitudine di una presenza; per la donna, con l’uomo che ama, se ne va il senso stesso della sua vita proprio perché nella relazione essa vede – non sempre consapevolmente – il senso stesso dell’esistere. Non già e soltanto della propria vita, ma della vita in se stessa: è la vita che piange nel vissuto della donna dolente. Giacché le separazioni sono vissute più drammaticamente e ostinatamente dalle donne, nel senso che la consolazione con un nuovo compagno è più difficile. La donna è sempre alla ricerca della relazione che qualifichi la sua vita. Questo aspetto è stato erroneamente letto su un solo piano: quello sociale e storico dicendo che la donna si affranca sposando l’uomo. Si pensa, in tale contesto interpretativo, che alla donna interessa, nella relazione, veder riconosciuto il suo ruolo sociale. Ma questa interpretazione è chiaramente una proiezione maschile, il quale non ha mai capito il senso e il mistero dell’amore. La donna invece si fa sposa per cercare nel rapporto il senso della vita. La donna ha rinunciato da millenni a cercare un senso della vita da sola, per affidarsi totalmente al rapporto. Tutto questo però la donna non riusciva a vederlo schiacciata come era dalla coscienza maschile del mondo che in essa, nella donna, vedeva una rinuncia alla ricerca autonoma del senso. E l’uomo non riusciva a vedere che quella rinuncia alla ricerca individuale – da parte della donna -, quale offerta di sé per affidarsi alla ricerca insieme al suo amore, non era l’incapacità, da parte della donna, di addivenire al senso in modo autonomo.

ELEMENTI DI CRISI NELLA REALTÀ SOGGETTIVA

Esiste uno stretto legame tra la sofferenza esistenziale e i mutamenti della struttura storico-sociale. Il mutamento della struttura storico-sociale si manifesta più palesemente nella trasformazione costante dei ruoli sociali, nei rapporti tra gli individui e negli aggregati sociali.
Il mutarsi dei ruoli influisce sul mutarsi dei rapporti e viceversa. Nel senso che il tipo di rapporto che si instaura tra due persone definisce anche il ruolo che esse assumono tra di loro e nel gruppo di appartenenza. Il ruolo è la dimensione socioculturale di un rapporto che ne costituisce invece la dimensione personale.
Nel manifestarsi concreto del rapporto e del ruolo assistiamo, nel corso della storia delle società, all’accentuarsi del primo sul secondo.
Se nel processo di trasformazione il ruolo e il rapporto sono sincronici, nel suo manifestarsi il ruolo tende a determinare il rapporto.
Il rapporto tra un padre e un figlio spesso è determinato dal ruolo di padre e dal ruolo di figlio attribuito loro dalla cultura di appartenenza. Ed il ruolo obbedisce ad esigenza simboliche. Il simbolismo per esempio della figura maschile porta con sé elementi di dominio e di governo cosicché nel manifestarsi del ruolo di padre questi tenderà a interpretare il suo ruolo inserendo nel rapporto tali elementi. Così il padre non potrà essere troppo affettuoso con il figlio poiché deve governare e dominare, solo così egli si sente un buon padre. Il valore di essere padre in una data società si definisce attraverso determinate coordinate; l’uscita da queste coordinate porterebbe il soggetto a sperimentare un sentimento di tradimento del proprio ruolo o compito a lui assegnato. Ecco che egli deve modulare i suoi autentici modi di vivere il rapporto.
Nelle società moderne assistiamo a qualcosa di storicamente innovativo: il ruolo storico-sociale sembra avere una struttura meno forte, si mostra più flessibile lasciando spazio alla soggettività che può quindi manifestarsi con più facilità.
Spesso le sofferenze esistenziali nascono proprio dal venir meno di un determinato ruolo sotto la spinta di esigenze soggettive che non possono più essere taciute. Questa spinta soggettiva modifica i rapporti e quindi il ruolo; ed il modificarsi del ruolo altera la struttura sociale.
Si può ben dire che stiamo assistendo ad una rivoluzione silenziosa operata dalla soggettività.
Non sono tanto le esigenze collettive alla base del modificarsi della società (come nella rivoluzione francese per esempio), ma l’esigenza della singolarità del soggetto: dall’anelito dell’individuo a divenire soggetto.

La spinta ad esser se stessi è il vero motore di questo processo rivoluzionario.

Ma la spinta ad esser se stessi cozza contro la determinazione dei ruoli sociali, e poiché questi sono rafforzati dalla struttura socioculturale, assistiamo ad un fenomeno che possiamo chiamare di svuotamento del valore della società.

I soggetti vivono esigenze che la società non è in grado di soddisfare dato che è ancora strutturata per altre e superate esigenze.

Il senso di estraniazione dell’uomo d’oggi deriva dallo scollamento ormai cronico tra le esigenze della propria singolarità e le richieste dalla società.

CARAVAGGIO E RUBENS: DUE MODI DI RAPPRESENTARE IL DOLORE
Tratto da “Logos e pathos” di Renato Barbruni pag. 44-45 Ed. Nuovi Autori

Il quadro si presenta cupo. L’occhio cade sulla figura del Cristo morto. Il corpo è il soggetto del quadro, un corpo pesante: Zaccaria ricurvo, piegato, che ci guarda con espressione indefinita, è sotto lo sforzo del peso del corpo morto, quasi come se portasse “una cosa”, non una persona morta. Giovanni è nell’oscurità, mentre, delle tre figure femminili, nessuna ha un contatto fisico con quel corpo, quasi abbandonato. Il tutto è sostenuto da una lastra di pietra grossa e pesante. La pesantezza dell’esistenza, la sua oscurità muta introduce al tema nichilista del nulla, del non senso. E’ un quadro iconoclasta che sul tema sacro della morte del figlio di Dio, ferma il pensiero, lo cattura nella irreparabilità della morte senza speranza e senza scopo, senza resurrezione. E in questa rappresentazione tragica troviamo i segni del modo di affrontare la sofferenza e l’avversità, della coscienza materialista e scientista. Quadro privo di afflato mistico e totalmente verista in sento materico. Il corpo del Cristo è un corpo morto, non ha più nulla di divino, nulla che richiami ad un trascendente. Si può dire che da Caravaggio inizia, in modo più esplicito, l’atteggiamento iconoclasta che si diffonderà prepotentemente nell’arte novecentesca, la quale diverrà esclusivamente atto provocatorio . Finirà per abbracciare un’unica provocazione: Dio non c’è, il che equivale a dire che non vi è Senso. Il vero manifesto dell’arte novecentesca è che la vita non ha un senso, o meglio, la vita non ha un fine. Essa ha un principio, ma non un fine. Ciò condanna la vita e il cosmo in un limbo in cui tutto è lì in un perenne stato senza mutamenti. E’ strana la cosa, in quanto proprio sull’idea di evoluzionismo si è giocata la partita tra chi vede un senso nel creato, e chi non ne vede alcuno. L’arte novecentesca, nel suo manierismo iconoclasta, produce un aumento di entropia, non essendo mai sintetica poiché aborre qualunque forma di trascendentalismo. Fino a sfociare in quel nichilismo diffuso che alimenta la disperazione della coscienza contemporanea. Per tale manierismo la provocazione, invece della morte di Dio, dovrebbe consistere nella sua verità e inevitabilità per la nostra vita.

L’immagine qui è tutta diversa. Il corpo è luminoso, glorioso. Il capo, abbandonato morbidamente all’indietro, pone al nostro sguardo la speranza che trapela da quel viso pieno di espressione e dolore. E’ un dolore che continua nella morte, che travalica la morte e pertanto la supera, la cancella. Al centro di questo quadro vi è il dolore che nasce dall’amore che vediamo riflesso sul volto di Maria e di Giovanni, colti nel gesto della pietà. L’accoglimento di quel corpo luminoso svela al loro cuore un progetto d’amore fino ad allora sconosciuto. Nel tipinto possiamo riconoscere tre eventi narrativi. Il titolo è “la sepoltura, ma all’interno si riconoscono “la Pietà”: Maria che sorregge tra le braccia il corpo morte del Cristo; “Il compianto sul Cristo morto”: sul lato sinistro è ritratto Giovanni, che sorregge delicatamente il Cristo, con la mano fasciata posta vicino alla ferita quasi ad indicarla, situata in primo piano . Giovanni ha il volto compreso nel dolore, non piange, ha lo sguardo chino, muto e contemplativo sul dolore. E’ lui che riflette sul senso della morte e della sofferenza, sul senso di “quella” morte. Toccherà proprio a Giovanni tradurre quell’evento dal piano archetipico della storia della salvezza, al piano cosciente dell’intelletto umano. E’ l’apostolo che testimonia e ridefinisce la figura del Cristo. Egli guarda dall’alto, come del resto ci dice il simbolo attraverso cui è rappresentato nella iconografia evangelica: l’aquila.
Maria è colta nella drammatica e struggente essenzialità dell’atto di offrire il suo dolore di madre alla misericordia di Dio. Il dolore è posto al centro della storia dell’uomo, da quel centro ove tutto si muove e si trasforma che è il Cristo. La ferita lacerante nel costato, in mostra evidente ancora sanguinante, è il centro del mistero del dolore, un dolore che colpisce il figlio di Dio e a cui non può né vuole sottrarsi. Neppure Dio può fare a meno del dolore: non è più un castigo, ma il modo per trasformare il peccato, la materia. Il dolore quindi possiede una sua potenzialità trasformativa, che converte la sostanza stessa dell’essere. Questa è la metanoia da cui discende la possibilità della salvezza, o più semplicemente e mondanamente, la possibilità di saper includere anche il dolore dentro il flusso della vita, in modo che le pene dell’esistenza non abbiano più l’aculeo mortale del non senso.

VIOLENZA E MASS MEDIA

Lo sconforto ed il dolore ci coglie all’improvviso dopo l’ennesima strage di innocenti perpetuata non da un terrorista (il 14 dicembre 2012 la strage nella scuola elementare di Sandy Hook, a Newtown, in Connecticut ), ma da un ragazzo come tanti con qualche problema psicologico, come tanti suoi coetanei. Le problematiche psicologiche non spiegano tanta violenza e una deriva così crudele. Da psicologo mi stupisco sempre quando sento certi commenti sui mass media che tirano fuori la ormai ritrita causale delle emozioni che il soggetto non riesce a gestire. Certo, è come dire che un alcolista non sa più reggere l’alcool. Si dimentica troppo spesso di mettere sotto accusa i mass media. Purtroppo constatiamo che i giornali sono puntuali nel descrivere azioni delittuose e danno libero accesso a tanti personaggi violenti. I film sono violenti, i telefilm idem, per non parlare dei videogiochi. La nostra mente, diceva Hillman è immaginale, ciò vuole dire che si nutre di immagini. Pensiamo al giovane che è costantemente esposto ad immagini violente le quali penetrano nella sua mente e vi si fissano. Quando ad un ragazzo, con una personalità già debole, succede qualcosa di grave che gli provoca dolore, ciò lo fa implodere in se stesso (perché questo provoca il dolore) e quale immagine incontra dentro il suo cuore? Non certo quella del Cristo sulla croce, che lo aiuterebbe a sopportare quel dolore e a viverlo con nobiltà d’animo; trova invece il vendicatore, il guerriero spietato protagonista di tanti film e videogiochi a cui è stato esposto. La cultura laicista ha fatto presto ha bandire dalle aule scolastiche il crocifisso, e lentamente lo ha estirpato dalle coscienze. Stranamente però non è riuscita a fare altrettanto con le immagini dei violenti, e dato che la mente senza immagini non può articolarsi, al posto del Cristo si è sostituita l’icona del vendicatore che popola la letterature e i film di cassetta. Sotto la maschera della libertà espressiva di autori e di giornalisti, che sono liberi e devono restarlo, molti di essi si sono assuefatti alle immagini del male dandovi libero accesso nei mass media.

Poi stiamo lì a discutere su come mai i giovani non riescono a contenere le emozioni. Penso tuttavia anche all’uomo che uccide la moglie perché lo ha lasciato: non sopporta il dolore che lo devasta, anche lui non ha l’immagine di Cristo a fondamento della sua visione del mondo, ma il vendicatore. La coscienza si è ri-paganizzata e le “virtù” pagane sono tornata vive e prepotenti. Abbiamo giocato per troppi anni a fare gli apprendisti stregoni attraverso una pedagogia solo permissiva, che stimolava l’espressione delle emozioni. Non ce lo ricordiamo che la cultura psicologistica pensava che la causa delle nevrosi consisteva nella incapacità ad esprimere le proprie emozioni? Intellettuali con memoria corta, cattivi maestri che ancora oggi scrivono fiumi di parole vuote sui loro giornali. Tutti se la prendono con le armi, ed è giusto, ma nessuno mette in discussione il sistema dei media che ospita sempre, e quasi esclusivamente, il male. Fiumi di immagini investono la coscienza e vi si stabilizzano, e a tempo debito pilotano verso l’azione nichilista le personalità più deboli.
“Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che chiudete il regno dei cieli davanti agli uomini; perché così voi non vi entrate, e non lasciate entrare neppure quelli che vogliono entrarci.”
Matteo 23,13
“Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole”
Lettere di San Paolo 2Timoteo 4,3-4

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