BY: Irene Barbruni

I ruoli genitoriali sono cambiati? Perché si sente usare la parola “mammo”?
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Indubbiamente sono molti i cambiamenti che osserviamo all’interno dei nuclei familiari. Oggi la cura dei figli non è più esclusivamente svolto dalle madri. Ma perché a volte sentiamo il temine “mammo”? Spesso le parole che usiamo, anche in modo non consapevole, veicolano dei messaggi in modo subdolo: quindi, in questo caso, è importante riflettere sui ruoli genitoriali.

Al di là della cura del bambino, che può e deve essere suddivisa tra i genitori, vi è una modalità diversa di approcciarsi al proprio figlio. Entrambe le relazioni con i genitori sono fondamentali per la crescita, ovviamente parliamo di figure genitoriali amorevoli senza problematiche o patologie. Dal punto di vista relazionale la madre è più sensibile al mondo soggettivo del proprio figlio, quindi è più attenta alle problematiche psicologiche e relazionali. Questo atteggiamento facilita l’empatia con il bambino, ma sviluppa anche la tendenza ad una eccessiva protezione. Diversamente, il padre è più legato al mondo del fare, delle esperienze e spinge maggiormente il figlio verso il principio di realtà. Il principio di autorità del padre ha il ruolo di sviluppare nel giovane quelle capacità utili ad affrontare le difficoltà della vita.  Quindi, il padre spinge verso la volizione tralasciando, invece, gli aspetti etici e relazionali di quelle esperienze. Ecco che si comprende bene come i ruoli genitoriali siano equamente importanti e fondamentali per una crescita armonica, se sono equilibrati e dialoganti tra loro.

Alla luce di queste riflessioni la definizione “mammo” purtroppo svilisce sia la funzione materna che paterna. Oggi sappiamo che nel nostro paese le donne si occupano in modo prevalente dei figli e della casa, anche se sempre di più anche i padri sono impegnati nel lavoro domestico. Quindi la figura genitoriale maschile tende ad essere più presente nella relazione con il proprio figlio e di conseguenza questi tende ad aumentare le richieste al proprio padre.

Possiamo pensare che la definizione “mammo” sia legata al fatto che un padre che si occupa anche della cura della casa e dei figli, è visto come eccezione. In realtà una presa di coscienza dell’importanza della figura paterna oggi è fondamentale. Il maggior tempo educativo con i figli, tenendo conto delle caratteristiche psicologiche che abbiamo spiegato, è auspicabile e prezioso anche per il padre stesso. A volte capita di leggere della “crisi del padre”, ossia del principio di autorità, che oggi spesso si osserva. Al di là di quello che si fa con il proprio figlio è fondamentale l’atteggiamento del genitore. E’ giusto liberarci da vecchi stereotipi circa i ruoli familiari perché un padre che cucina per i propri figli non perde la propria identità maschile. Tuttavia il padre oggi tende a dimenticare il suo ruolo normativo e indicativo per scivolare verso un ruolo più amicale che paterno. E’ molto importate che il padre sappia trovare l’equilibrio tra la sua maggiore presenza nella vita del figlio, con le conseguenti complicità ludiche, a cui ciò lo espone, con la necessaria attività orientativa, sia pragmatica che etica, del proprio figlio. Per far ciò è necessario che egli sappia mettersi in discussione, si adoperi per analizzare il senso ed il movente che muove le sue scelte e il suo agire. Se sarà vigile in se stesso e su se stesso, potrà evolvere proprio attraverso l’evoluzione delle necessità del figlio, aiutandolo a sviluppare le capacità pragmatiche, poetiche ed etiche che ne garantiranno una vera autonomia.   

BY: Irene Barbruni

I rischi della pornografia sulla formazione della persona
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Diverse sono le ricerche che hanno approfondito gli effetti delle immagini pornografiche sul funzionamento del cervello. Conosciamo le conseguenze sull’adulto come ad esempio la dipendenza e le problematiche sul desiderio sessuale, ma attualmente, vista la facilità con cui è possibile anche per i più piccoli entrare in contatto con quel tipo di immagini, si stanno studiando i pericolosi effetti sulla formazione della personalità. Alcune ricerche hanno registrato la modificazione della struttura cerebrale dell’emisfero sinistro in seguito all’esposizione alla pornografia online che determina una forte reazione emotiva.


Negli ultimi anni si osserva che l’esordio del periodo adolescenziale tende ad anticipare, ossia sempre più precocemente i giovanissimi agiscono la loro sessualità. Purtroppo però tutto ciò a fronte di un’ immaturità relazionale ed etica, spesso accompagnata da un’ inconsapevolezza delle problematiche legate alla propria identità sessuale. Questa disarmonia diventa un problema in quanto i ragazzini agiscono sessualmente senza rendersi conto di quello che fanno e soprattutto senza gli strumenti etici e relazionali che la situazione richiede. A questo dato dobbiamo considerare che i bambini hanno sempre di più la possibilità di connettersi a internet in età sempre più precoce. Le statistiche ci dicono che circa il 30% dei bambini accede alla pornografia online, la percentuale sale al  44% dei ragazzi tra i 14 e i 17 anni.

Considerando il contesto culturale in cui si muove l’adolescente attuale, la spinta verso le esperienze emotive e la ricerca del piacere come trama essenziale, la pornografia si aggiunge come ulteriore problematicità. I bambini non devono scoprire la sessualità attraverso la pornografia, in quanto in essa viene proposto un modello che non corrisponde alla realtà e soprattutto alle esigenze umane. Inoltre tanto più il bambino è piccolo tanto più i rischi sono alti, in quanto si troverà a dover affrontare emozioni che non è in grado di gestire e dalle quali viene quindi sopraffatto e travolto.

Se lasciamo che siano questo tipo di immagini ad avvicinare i giovanissimi alla sessualità, chiaramente forniamo una rappresentazione distorta, molto lontana da una sana sessualità. Con “sana sessualità” si intende una sessualità vissuta all’interno della sfera relazionale connotata da sentimento di reciprocità ed ispirata all’ideale della comunione tra le persone. La pornografia invece mostra un maschio dominante e una femmina sottomessa ripiegata a puro oggetto del piacere, e quindi in modo implicito fornisce l’idea che la donna provi piacere nell’essere umiliata e dominata. Teniamo presente che, al di là delle immagini pornografiche, oggi la cultura è dominata da una visione maschilista della sessualità la quale tende ad essere vissuta e vista come momento di piacere slegato dalla relazione e dai sentimenti. Una sessualità che si sviluppa dalla trama dell’uso e del dominio dell’altro, presuppone anche la visione dell’altro come oggetto da usare. Tale vissuto è alla base dell’insoddisfazione sessuale che oggi registriamo costantemente. Infatti come mai, nonostante oggi, dove i costumi culturali hanno liberato la sessualità la quale non ha più vincoli morali, assistiamo ad un aumento dell’insoddisfazione, delle insicurezze e delle problematiche sessuali? Tra l’altro il tema dell’ inibizione sessuale era ed è al centro di differenti teorie psicoanalitiche, da cui l’indicazione di quelle teorie di vivere più liberamente la sessualità.

Quindi nonostante la cultura abbia liberato la sessualità si assiste, come dicevo, ad un aumento dell’ insoddisfazione sessuale. Questo perché essa è stata privata della sfera relazionale cadendo nella logica maschile; ciò che genera la vera soddisfazione è una sessualità vissuta all’interno della relazione d’amore. La pornografia contribuisce ad alimentare una cultura dionisiaca che contraddice le vere esigenze del soggetto umano, da cui l’insoddisfazione. Da questa frustrazione oltretutto si genera l’uso di sostanze allo scopo  di provare il piacere che questa sessualità impoverita non offre più.

Il compito dei genitore è assai difficoltoso, in quanto non solo si deve vigilare sulla percezione della sessualità ma, al contempo, difendere i figli dalla trappola delle immagini pornografiche, le quali si trovano anche in tanta pubblicità. I genitori devono prendere coscienza di questa realtà. Purtroppo la sola sorveglianza a casa non basta in quanto ci può essere sempre un altro bambino che può mostrare filmati in qualsiasi luogo o contesto. Quindi è importante che siano i genitori a riflettere con i loro figli su queste tematiche e li supportino fornendo loro quella capacità critica che non possono avere in giovane età. Le riflessioni non dovranno riguardare solo o prettamente la pornografia, ma in senso più ampio è fondamentale fornire un’educazione all’affettività e al rapporto tra i sessi. E’ fondamentale contrastare la deriva culturale e maschilista, di cui abbiamo accennato, cercando di trasmettere ai più giovani l’educazione al rispetto di se stessi e dell’altro; soprattutto parlare di sentimenti e non solo di emozioni.

BY: Irene Barbruni

Perché esiste la paura dei mostri?
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La paura dei mostri fa parte del mondo dell’infanzia di ogni individuo. Essa deve avere quindi un ruolo importante nell’evoluzione della nostra psiche.

Il noto psicoanalista Jung nel corso dei suoi studi sulla personalità, traendo spunto dalle scienze alchemiche, spiega che è fondamentale l’integrazione del nostro lato Ombra.  Esso rappresenta quella parte della personalità inconscia con la quale diviene necessario trovare un dialogo. Infatti stabilire un contatto dialogico con la parte profonda di noi stessi significa stabilire un legame con il nostro sapere inconscio, un sapere sedimentato nei millenni della storia. Infatti Jung aggiunge al concetto di inconscio personale, quello di inconscio collettivo, ossia l’insieme delle esperienze dell’umanità che risiede dentro la nostra psiche attraverso gli archetipi.

Il termine “mostro” ha assunto una connotazione esclusivamente negativa solo recentemente. In realtà in passato esso racchiudeva significati come per esempio “un segno divino inviato da Zeus” nel mondo greco; oppure in latino la parola “monstrum” era legato originariamente al verbo “avvertire”, “richiamare l’attenzione su”. Nelle fiabe non è un caso che essere inghiottiti dal mostro coincida con un momento di trasformazione. L’intreccio fiabesco ha proprio la funzione di spingere il bambino ad esplorare il proprio mondo interioree, da ciò trovare la soluzione tra dimensioni opposte come, per esempio, il bene e il male. Quindi il bambino impara prima ad esplorare la propria Ombra attraverso la fantasia, per poi avere gli strumenti per affrontare il mondo esterno e le difficoltà della vita reale.

A volte si può avere la percezione che i bambini di oggi non si lascino spaventare come i bambini di qualche decennio fa. Certo molte cose negli ultimi decenni sono cambiate. Oggi i bambini hanno meno occasione di entrare in contatto con la loro personale interpretazione del mostro che è raffigurato in modo esponenziale da film, cartoni animati e videogiochi. Il mostro è diventato iper realistico grazie alle nuove tecnologie. Inoltre è accaduta un’altra cosa particolare: sempre più spesso, in alcuni cartoni animati, il mostro è mutato in qualcosa che fa ridere (vedi il cartone animato Monsters & Co.), oppure diventa buono e protagonista della storia (come il personaggio di Vampirina). Si è cercato quindi di esorcizzare la paura? Purtroppo, in questo modo, si danno meno possibilità al bambino di trovare una soluzione attraverso il contatto con sé stesso. Il percorso che il fanciullo intraprende per riuscire a contrastare i mostri, gli permetterà l’affermazione della sua individualità e della sua autonomia. Quindi è probabile che oggi i bambini appaiano meno impauriti dai mostri perché si abituano a molteplici immagini, di fronte alle quali sono però passivi e hanno meno occasioni di esplorare tali immagini archetipiche ospitate nel profondo della loro psiche.

La paura dei mostri la ritroviamo anche negli adulti e nel mondo reale. Se nell’infanzia non si affronta il rapporto con il mostro nella propria fantasia non si potrà avere la giusta capacità di sicurezza nell’affrontare i “mostri reali” nell’età adulta. Quindi lasciamo spazio all’espressione creativa nei bambini lasciandoli incontrare i propri mostri, dandogli la possibilità di vincerli come gli eroi delle fiabe, proteggendoli così da immagini troppo realistiche che limitano le loro potenzialità creative. Il processo di evoluzione interiore passa anche attraverso l’interiorizzazione delle gesta dell’eroe positivo e giusto che sconfigge le avversità e le malvagità del mondo. Se l’eroe non è capace di distinguere il bene dal male (la confusione tra questi aspetti a cui abbiamo accennato sopra), il bambino cade nell’illusione che non vi siano avversità e che tutto sia possibile al suo desiderio. Ciò sviluppa una personalità in fondo fragile e non é un bene per l’evoluzione della persona.

BY: Irene Barbruni

L’autolesionismo in adolescenza
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Molti sono gli studi che negli ultimi decenni hanno cercato di quantificare la diffusione dell’autolesionismo, ossia quando una persona deliberatamente colpisce fisicamente il proprio corpo.  Si può distinguere tra autolesionisti occasionali e ripetitivi, a seconda del numero dei comportamenti autolesivi. Sappiamo che è un fenomeno che riguarda soprattutto gli adolescenti a partire dagli 11 anni circa ed è in continua crescita. Sulle percentuali della diffusione si trovano notevoli discordanze (le statistiche variano dal 17% al 41%) in quanto c’è una variabilità sulla definizione di autolesionismo: esso si può riferire sia all’intento suicidario sia a comportamenti meno gravi, come mangiarsi le pellicine fino a sanguinare. Comunque si ipotizza che il fenomeno sia sottostimato in quanto, spesso, il sentimento di vergogna porta a nascondere i segni per timore di essere giudicati e non compresi. Anche se il tagliarsi è un comportamento auto lesivo più frequente nelle ragazze, in generale l’autolesionismo sembra interessare abbastanza equamente entrambi i sessi.

Questo tipo di comportamento può essere associato ad una psicopatologia e quindi può assumere significati diversi. Quando esso si presenza in adolescenza è solitamente legato al momento di crescita che sta vivendo il giovane. L’adolescente infatti vive la “morte” dell’essere bambino e la trasformazione verso l’età adulta. Il gesto di tagliare la pelle si riferisce simbolicamente al taglio del bozzolo dal quale l’individuo, che sta crescendo, sente di doversi liberare. Il giovane vive la profonda tensione alla trasformazione: da un parte ne ha paura e dall’altra non sa come attuare questo mutamento. Il gesto, che simbolicamente è il tentativo della rottura della crisalide da cui si vorrebbe uscire, ha l’effetto di suscitare dolore fisico che attrae e distrae dalla paura del cambiamento. Questo atto si configura anche come atto espiativo: la ferita auto inflitta nasce infatti anche dal sentimento di colpa legato al non riuscire ad essere se stessi ed a non approdare all’attuazione di sé.

Questo sintomo testimonia quanto sia importante ed essenziale l’evoluzione dell’individuo ed il raggiungimento della propria individualità.

BY: Irene Barbruni

L’enuresi notturna nel bambino
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L’enuresi è una problematica che frequentemente si può incontrare nell’infanzia. Essa riguarda l’emissione incontrollata di urina successiva alla conquista della maturità fisiologica, che in genere avviene intorno ai 3/4 anni di età. Secondo i dati statistici, questa condizione riguarda un bambino su cinque fra i 5 e i 6 anni, ma anche bambini più grandi con netta prevalenza nei maschi. Possiamo distingue tra enuresi primaria e secondaria: la prima riguarda i casi in cui non c’è stata l’acquisizione del controllo, mentre nel secondo caso si presenta dopo un periodo in cui il bambino ha raggiunto quel tipo di autonomia. L’enuresi notturna, in particolare quella primaria, è la forma sicuramente più frequente. Tralasciando tutti quei casi in cui il problema rientra in un quadro generale più complesso, mi soffermo sui casi in cui essa si presenta non associata ad altre problematiche evidenti.

Il consiglio del pediatra diventa fondamentale poiché è importante escludere problematiche di origine organica. Soprattutto in presenza di enuresi secondaria però, essa può essere un sintomo di disagio psicologico. A volte può comparire in seguito ad un cambiamento importante nella vita del bambino come la nascita di un fratellino. Di fronte al problema è importante non colpevolizzare ma tranquillizzare. I genitori per primi non devono allarmarsi poiché spesso, nei casi più lievi, si risolve senza intervenire se non con rassicurazione e qualche piccolo accorgimento, come ad esempio seguire alcune regole alimentari alla sera. Nel momento in cui, invece, il problema sembra peggiorare o si riscontrano altri tipi di disagio emotivo, è bene approfondire.

Attraverso il sintomo, quindi, viene mostrato un disagio interiore che non è cosciente. Durante la notte il bambino rimane in contatto con se stesso e con le sue paure. Bagnare il letto è una regressione legata alla paura di crescere e quindi al desiderio di tornare nel grembo materno (il liquido amniotico). Spesso una vita diurna troppo piena di impegni, con poche occasioni per elaborare e rimanere in contatto con se stessi, porta ad una eccessiva stimolazione dell’estroversione a scapito delle capacità di introversione della personalità. Ecco che allora le paure durante la sera e la notte, diventano più difficili da reggere per un bambino non abituato al contatto con il mondo interiore. Può essere di aiuto rivedere il carico di stimoli durante la giornata ed aiutare il bambino a gestire il proprio mondo interiore. In quel mondo interiore costituito dall’immaginario, si annidano immagini e fantasmi che lo spaventano e, di fronte alla spinta che lo porta a crescere, può cadere nella tentazione di regredire (perché il mondo della prima infanzia è percepito come migliore in quanto erano presenti maggiori attenzioni della madre).

Il bambino deve esser accompagnato ad affrontare le paure della sua crescita, dandogli gli strumenti giusti: cioè le immagini e le nozioni che lo incoraggino a sperare nel suo futuro. Mostrargli l’immagine di un bambino adulto che s’inserisce nella vita sociale della famiglia, attraverso l’aiuto che offre ai propri cari, lo aiuta ad intravedere gli elementi forti e altruistici della sua personalità; questi lo sorreggono di fronte alla sua paure.

BY: Irene Barbruni

Il bambino e il no. Il significato dell’opposizione tra normalità e patologia.
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La fase dell’opposizione è una fase importante nello sviluppo infantile. Il bambino provoca l’ambiente per mettere alla prova la sua autorevolezza e la capacità di contenimento del genitore. Questa fase inizia intorno ai due anni, momento in cui il bambino comincia anche a definirsi con “Io”. La funzione principale di questo periodo è quella di affermare la propria individualità che non va confusa con la necessità dell’indipendenza, in quanto la necessità della propria indipendenza richiede dimensioni psicologiche più evolute.  Quindi, in questa fase precoce l’esigenza di affermare se stesso viene catturata all’interno della propensione all’autoriferimento. Il bambino non ha e non può avere coscienza della sua dipendenza dalla figura materna, egli tende a usare la madre e tende con ciò a dominarla, assaporando il gusto di un tale potere. 

La durata di questa fase e l’intensità dei così detti “capricci” dipende molto dalle risposte che i genitori sviluppano. Purtroppo non è uno stadio che scompare da solo con l’età, ma necessita dell’intervento educativo dei genitori. I bambini imparano presto che in luoghi pubblici, o comunque in presenza di altre persone, gli adulti sono più propensi ad accettare le richieste per evitare le “scenate” del proprio figlio. Quasi sempre vi è la richiesta di qualcosa che il bambino vuole subito, ed è bene, in questi casi, essere fermi ed autorevoli. Altrimenti si finisce per confermare lo sviluppo delle capacità monipolatorie, che il bambino impara ad usare quando si fa dominare dall’esigenza di soddisfare nell’immediato il suo desiderio.  Il no del genitore può essere accompagnato da una spiegazione, soprattutto quando il bambino, a partire dai tre/quattro anni, è in grado di comprendere i motivi del rifiuto. Nel caso non si riesca sul momento a spiegare al bambino i motivi, si potrà farlo in un momento successivo di maggiore tranquillità.

È fondamentale quindi non cedere mai quando la richiesta del bambino è accompagnata da una modalità di imposizione sull’adulto. Inoltre è buona regola non accontentare subito una richiesta, ma posticiparla; in questo modo viene allenata la capacità di attesa e quindi di contenimento di quel desiderio.  Infatti la capacità di contenere e di attendere, quindi di reggere il tempo, saranno deteminanti in tanti ambiti della sua vita. Il bambino che non sa attendere si condanna alla subordinazione ai suoi bisogni, che lo portano a sviluppare una personalità incline alla dipendenza. E quindi a vivere nell’immediatezza senza capacità di mediare tra i suoi desideri e il dato di realtà che gli si poni di fronte.  L’esercizio dell’attesa e della mediazione contribuiscono a sviluppare la funzione riflessiva, che è alla base dell’evoluzione del pensiero. Altrimenti il pensiero,  dominato dall’impulsività irriflessiva, appiattisce le sue potenzialità di discernimento della realtà.

Un altro aspetto importante, da affiancare alla condivisione delle ragioni del no dell’adulto nella relazione con il bambino, è l’aspetto della collaborazione. Man mano che il bambino cresce è bene  richiedere la sua collaborazione e coinvolgerlo nelle scelte e nelle regole della casa e della famiglia, in quanto ciò aiuta a sviluppare in lui una modalità di relazione più matura. Anche perché, non va dimenticato, che in questa fase, come si diceva sopra, il bambino è traversato dall’esigenza dell’Uso e del Dominio che ne regolano le scelte e quindi l’etica. L’esercizio alla collaborazione aiuta a scavalcare la fase nella quale egli vede la sua vita come uno scenario fatto di lotte.  In un ambito collaborativo l’altro smette di essere percepito come nemico o come strumento da usare, ma viene visto quale interlocutore.  Ciò fa evolvere la sensibilità etica: dalla fase della contrapposizione, colorata dal dominio sull’altro, si passa alla fase della dialettica relazionale e della comunicazione colorate dalla reciprocità.

Ci tengo a specificare che la fase dell’opposizione non va confusa con il Disturdo Oppositivo Provocatorio che necessita di una diagnosi di uno specialista e un successivo intervento, che solitamente coinvolge sia direttamente il bambino che l’appoggio ai genitori. In alcuni casi questo tipo di disturbo è associato ad altri quali: Disturbo da Deficit di attenzione/iperattività (ADHD), depressione, ansia e Disturbi Specifici dell’Apprendimento.

Quindi il no rivolto al bambino in certi momenti e accompagnato dalla necessaria spiegazione, aiuta l’evoluzione sia psicologica che sociale del piccolo d’uomo, affinché impari a diventare adulto.

BY: Irene Barbruni

Il ritorno a scuola dopo la chiusura per la pandemia: alcune riflessioni da proporre in famiglia
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Dopo molti mesi i nostri bambini e ragazzi potranno tornare a scuola. Questo momento dell’anno è sempre ricco di emozioni e vissuti diversi, ma soprattutto quest’anno il rientro è particolare sia per il lungo periodo di chiusura, sia per ciò che verrà chiesto agli studenti per contenere la possibilità di contagio. C’è chi, sia adulto che bambino, risente meno del cambiamento delle abitudini e chi di più, a seconda delle caratteristiche di personalità, ma alcune riflessioni possono aiutare ad essere maggiormente preparati.

Una nuova situazione fatta di regole di comportamento che può apparire difficile per il fatto di essere abituati ad una notevole libertà di movimento. Infatti il senso dell’obbligo può far sentire come in gabbia; si può quindi sviluppare una certa ansia claustrofobica. Importante diventa quindi la riflessione sulla giusta ragione all’origine di tali sacrifici/regole che ci aiuta da un lato a sopportare il limite imposto e dall’altro a prendere piena coscienza che il comportamento individuale ricade su tutti, sia in positivo che in negativo. Il confine del nostro spazio soggettivo è labile e gli effetti delle nostre scelte agiscono sugli altri. Per spirito di emulazione ci sentiamo meglio se quello che dobbiamo fare lo fanno in molti e ciò aiuterà anche i più piccoli a seguire le regole che vengono loro spiegate.

Quindi questa emergenza può essere occasione per riflettere sul nostro modo di vivere, aumentare la consapevolezza di far parte di una grande famiglia e che non esiste un bene solo personale, ma il vero bene è quello che tocca tutti. Sollevandoci su un piano etico affronteremo meglio e con più coraggio le situazioni difficili che abbiamo di fronte. Riscoprire, quindi, il senso profondo di sé che nutre la nostra azione, ma soprattutto, è da esse che possiamo trarre una conoscenza più umana di noi stessi: siamo gli uni legati agli altri. I nostri figli, come noi tutti, sono spinti da questa emergenza a guardare la vita sotto altri occhi, liberandosi dalla falsa illusione che tutto sia gioco e divertimento; perché la vera vita la viviamo nell’impegno solidale con il prossimo.

Il bambino, nel suo piccolo, è chiamato a partecipare al bene di tutti, questa è la grande consapevolezza che deve raggiungere e che gli consentirà di percepirsi adulto. Quella che viviamo è una grande possibilità: recuperare il senso della nostra vita relazionale nell’impegno verso gli altri. Teniamo presente che ciò che chiediamo oggi ai nostri figli diventa un’occasione per loro di recuperare e sperimentare un ruolo sociale che nella società odierna hanno perso. Questi spunti riflessivi possono aiutare grandi e piccini ad affrontare questi mesi difficili dove ognuno è chiamato a fare la propria parte.

BY: Irene Barbruni

Hikikomori: malessere profondo in continuo aumento
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Hikikomori, che in giapponese significa isolarsi, è un termine che è stato scelto per definire una problematica che riguarda quei giovani che si ritirano socialmente. Inizialmente questo tipo di disagio è stato osservato a partire dagli anni Ottanta in Giappone, ma negli ultimi decenni sta interessando sempre più individui, anche nel nostro paese e in generale in tutti i paesi sviluppati. Si tratta di giovani, ma anche giovanissimi, che non studiano né lavorano e che si ritirano nella propria stanza annullando le interazioni sociali, spesso anche con la propria famiglia, in quanto dormono durante il giorno e stanno svegli nelle ore notturne. L’unico contatto con il mondo esterno lo hanno attraverso internet e i social network.

Le statistiche mostrano una netta prevalenza dei maschi, ma si presume che le ragazze siano in numero maggiore e che in molti casi non vengano segnalate, poiché culturalmente l’isolamento femminile assume una rilevanza minore soprattutto in determinati contesti culturali.

L’individuo inizialmente si auto reclude per evitare l’ambiente scolastico; spesso si evidenzia un fattore scatenante che non sempre appare evidente agli occhi dei genitori (un brutto voto, piuttosto che difficoltà con i compagni di classe o fenomeni di bullismo). Nella personalità del ragazzo si possono comunque osservare delle caratteristiche quali: difficoltà ad entrare in contatto con gli altri e angoscia della relazione. Questi disagi portano ad un eccesso di rinuncia e a declinare la propria vocazione relazionale (comunque presente in ogni essere umano), verso i mass media, i quali vengono percepiti mediatori, che quindi fungono da filtro protettivo nella relazione. Tutto questo porta ad un graduale peggioramento delle capacità di reggere e sopportare le frustrazioni che fanno parte delle esperienze quotidiane e delle relazioni interpersonali. Le relazioni che si instaurano davanti ad un computer hanno delle caratteristiche che portano ad un impoverimento delle capacità relazionali, poiché prive del contatto diretto e spontaneo con l’altro.

Spesso il disagio si manifesta con il rifiuto della scuola mostrando una grande sofferenza; accade solitamente nei primi anni delle superiori, ma anche già alle scuole medie. Il fattore scatenante può apparire agli occhi dei genitori, come abbiamo detto, un episodio innocuo,  ma che in una personalità fragile diventa motivo che giustifica la resa e quindi  l’abbandono scolastico ed infine l’auto-reclusione.

Diventa quindi fondamentale riconoscere i primi segnali di disagio; nel momento in cui il ragazzo comincia a saltare giorni di scuola e rinuncia a momenti di condivisione con i propri pari,  come lo sport o altri momenti di incontro. Il confronto tra genitori ed insegnanti in questa fase è fondamentale, come chiedere consiglio ad un professionista per evitare che si arrivi ad uno stadio troppo critico che richiederebbe un intervento più lungo e difficile.

Attualmente la didattica a distanza e il divieto, per motivi sanitari, di frequentare in libertà luoghi sociali, rende più difficile la valutazione della gravità di alcune situazioni. In questo momento storico delicato diventa quindi ancora più importante osservare con attenzione i nostri figli. Il confronto con la realtà e le esperienze dirette con gli altri, fatte anche di momenti di sofferenza e frustrazioni, sono fondamentali per la crescita. La consapevolezza che nella vita sono le difficoltà che riusciamo a reggere a renderci più forti e non solo quelle che riusciamo a superare, è una riflessione che non deve mai mancare nel lavoro educativo. Ogni età prevede delle frustrazioni con cui l’individuo deve confrontarsi per la propria crescita. Queste ultime riflessioni possono essere spunto per la prevenzione di disagi che riguardano la sfera relazionale, ma certamente nel momento in cui si sospetta l’instaurarsi di un ritiro sociale è  importante intervenire in modo tempestivo.

Il fenomeno non ha tuttavia solo motivazioni circoscritte alla sfera relazionale, ma investe proprio l’etica e la valorizzazione delle relazioni umane. L’attuale società sta sviluppando un’etica della relazione tutta piegata sul successo e sull’apparire, e ciò squalifica proprio la dimensione relazionale, la quale invece rappresenta il cuore dell’esperienza umana. Quindi promuovere una cultura della relazione, intesa come relazione di reciprocità, aiuta a contrastare la deriva autistica che osserviamo in quei giovani che si chiudono in se stessi e nella loro stanza.

BY: Irene Barbruni

Lo sviluppo cognitivo del bambino
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Dagli studi di diversi autori, il primo tra i quali Jean Piaget, sappiamo che l’intelligenza del bambino ha una base innata, ma che ciò che riceve dall’esterno è altrettanto importante e fondamentale per il suo sviluppo. In altre parole, l’intelligenza deve essere stimolata con agenti esterni che permettono di tirar fuori le potenzialità. Nonostante le ricerche degli ultimi anni possano essere contrastanti, sembra chiaro che il livello di intelligenza dei bambini sia molto legato a condizioni ambientali, oltre che genetiche. Quindi l’ambiente che circonda i bambini (l’educazione ricevuta, ma anche l’alimentazione) è fondamentale per lo sviluppo delle capacità del fanciullo.  

Vediamo quali sono le attività che vanno svolte quotidianamente e che aiutano lo sviluppo delle capacità, non solo cognitive ma anche relazionali.

Prima di tutto è bene non eccedere nella troppa stimolazione del bambino, per la preoccupazione di non farlo annoiare, in quanto un eccesso di stimoli non aiuta la capacità di concentrarsi la quale  è fondamentale per l’apprendimento. Ogni gioco proposto deve essere seguito da un vuoto, un momento di noia, che è necessario per lo sviluppo delle capacità creative e riflessive. Nel senso che il bambino deve imparare a reggere i momenti di vuoto, per non sviluppare la dipendenza dall’agire costante. Questo aspetto costituisce un grosso problema per la pedagogia, in quanto la cultura contemporanea tende ad ingombrare la vita del bambino con costanti stimoli.

Sicuramente il gioco libero è fondamentale e quelli più semplici e meno strutturati sono i più adatti al fine di stimolare la creatività nel bambino; spesso basta un oggetto di uso quotidiano. Fondamentale per lo sviluppo delle capacità di immedesimarsi nell’altro e di riconoscere emozioni e sentimenti, sono i giochi simbolici e di finzione. Queste esperienze ludiche aiutano l’evoluzione della sensibilità empatica: imparare a sentire ciò che sente l’altro. Questo aspetto è fondamentale per entrare nella dimensione della relazione di reciprocità, che inaugura la sensibilità etica. Non c’è vero sviluppo cognitivo senza l’evoluzione relazionale ed etica.

A questo scopo sono importati tutte quelle attività che vanno introdotte dal genitore:  la lettura o il racconto di storie (importanti per poter introdurre sentimenti e vissuti senza coinvolgere direttamente il bambino),  giochi che stimolano la gestione dello spazio (puzzle, disegni, costruzioni, ritagliare ed incollare), filastrocche e canzoncine (che arrichiscono il vocabolario stimolando contemporaneamente il gusto per l’armonia).

Molti studiosi tra i quali Edward Dutton, ricercatore presso l’IUlster Institute for Social Research (Regno Unito), hanno approfondito il cosiddetto “effetto Flynn negativo”. Fino a metà degli anni novanta il quoziente intellettivo è aumentato tra le nuove generazioni ma, da quel momento, è iniziato a diminuire. Secondo uno studio norvegese, eseguito da Bernt Bratsberg e Ole Rogeberg, che ha confermato questa diminuzione del QI, i motivi sarebbero ambientali e causati, ad esempio, da un peggior sistema scolastico e al troppo utilizzo delle nuove tecnologie.

Oggi infatti basta l’utilizzo di un dito per svolgere più funzioni, quindi è richiesta un tipo di operazione molto semplice, sia dal punto di vista motorio che cognitivo. L’interazione con queste tecnologie per i bambini è quasi naturale e diventa la modalità preferita poichè più immediata, meno faticosa, ma molto coinvolgente dal punto di vista del risultato (luci, colori, musiche). Ma, dato che l’utilizzo di questa tecnologia non richiede né sforzo fisico, né mentale, il risultato è un rallentamento nella capacità cognitivo/intellettuali. In altre parole, il bambino non impara a formulare un discorso legato al mondo che lo circonda. In questo senso gli studi sopra citati hanno evidenziato un abbassamento dell’intelligenza. É ulteriore prova il fatto che i programmi scolastici oggi, hanno subito un abbassamento di livello.

Quindi diventa fondamentale evitare, soprattutto in tenera età, l’utilizzo dei mezzi tecnologici. Nel momento in cui si introducono tali strumenti è bene non lasciare il bambino solo davanti al mezzo, ma utilizzare delle app adatte all’età guidate sempre dall’adulto e comunque in tempi ristretti.

BY: Irene Barbruni

La crescita psicologica del bambino
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Premessa

Le riflessioni sul rapporto genitori e bambino, che qui vogliamo sviluppare, emergono dal concetto di principio dialogico. La parola principio è intesa come il primo evento da cui tutto si genera, mentre la parola dialogo deriva da dialogos che vuol dire discorso a due.

Psicologicamente e biologicamente tutto si fonda sul dialogo. A livello biologico un figlio ha origine dalla sintesi di dialogo biochimico tra un uomo e una donna; infatti, il discorso che si è creato tra il DNA della madre e del padre hanno dato vita al bambino. Un altro esempio di principio dialogico, nella sfera biologica, è il rapporto tra l’uccellino ed il suo ambiente quando cerca il cibo nel territorio in cui vive. Il complesso reciproco di queste relazioni struttura quello che i biologi chiamano l’eco sistema, che è un intreccio di relazioni dove alla base c’è quello che chiamiamo il principio dialogico. A livello psicologico questa realtà è ancora più evidente e visibile; ogni essere umano è in relazione fisica e psicologica con l’ambiente. In questo momento, per esempio, siamo in rapporto con la stanza che ci ospita e a livello fisico possiamo sentire freddo o caldo, mentre a livello psicologico può essere di nostro gradimento o no. Qualunque evento della nostra vita è calato in un dialogo relazionale: la psicologia si occupa delle relazioni psicologiche oltre che fisiche (che però vengono date per scontate) tra il soggetto e il suo ambiente.

Il soggetto umano vive contemporaneamente due tipi di relazione: tra se stesso e ciò che è fuori di lui e tra se stesso e se stesso. Abbiamo, quindi, due dimensioni psicologiche che vengono chiamate in psicoanalisi il conscio e l’inconscio. Noi viviamo sempre questo duplice aspetto della relazione, facciamo un semplice esempio: nel rapporto con l’ambiente la stanza è gialla, nel rapporto con me stesso il giallo potrà piacermi oppure no e il fatto che il giallo mi piaccia o no rende la stanza gradevole o sgradevole. Diventa, quindi, importante cercare di capire quanto nell’essere umano il comportamento esterno sia suscettibile di alterazioni in corrispondenza al rapporto interno. Per comprendere questa dinamica riporto un dialogo tra una bambina di sei anni e suo papà.

“Sai io vorrei essere un maschio”
“Perché?”
“Così tu saresti una femmina”
“Perché dovrei essere una femmina?”
“Perché tu sei troppo bello per essere un maschio”
“Un maschio non potrebbe essere bello?”
“Ma tanto quello che importa è essere intelligenti. Come si fa a diventare intelligenti?”

Questo dialogo si configura come un “falso dialogo”, ossia la bambina sta conversando in realtà con se stessa: è un dialogo interiore che emerge solo a tratti. La bambina si sta interrogando sulla dualità maschile/femminile e intelligenza/bellezza, ossia “sull’intuizione della copresenza simultanea di due realtà antitetiche” (tratto da “I chicchi del melograno”, R. Barbruni, p. 41). Riporto qui il sogno di un bambino di circa 5 anni raccontato da un paziente in età adulta che ci aiuta a comprendere i concetti sopra esposti.

Il bambino si trova con la madre e stanno camminando tenendosi per mano. Camminano lungo una stradina: da una parte c’è un muro dall’altra un torrente. Ad un certo punto arrivano ad un cancello. La mamma dice al bambino di aspettarlo lì e che tornerà subito. Si dirige verso una villa, che c’è al di là del cancello e in fondo al giardino. La mamma si allontana finché il bambino non la vede più. La mamma non torna e il bambino è preoccupato e decide di andarla a cercare; si accorge, però, che in terra ci sono dei vetri rotti ed è scalzo; si mette a piangere disperato. Arriva una donna, che non conosce e che non esiste nella sua realtà, che gli domanda perché piange (che vorrebbe dire perché soffri). Il bambino le racconta cosa è accaduto e la donna gli dice che lo condurrà lei dalla mamma, lo prende in braccio e lo porta verso la grande villa.

Nella realtà del bambino la madre era stata ricoverata in ospedale, era sofferente e lui non poteva andarla a trovare. Ma chi era l’altra donna che lo porta a cercare la madre? I vetri rotti rappresentano la soggettiva rappresentazione della sofferenza della madre, ma in senso più generale della vita stessa e quindi la sofferenza vissuta come impedimento. Non si può camminare a piedi scalzi senza rimanere feriti; sarebbero potuti spuntare degli scarponi come soluzione, invece è apparsa una donna, simbolo della sapienza perché interroga in bambino sul motivo del suo dolore, e che lo solleva da terra perché la sapienza e il sapere sviluppano il processo di trascendimento. Questo è un atto che il bambino intuisce in se stesso e che sa di essere il modo per attraversare il dolore.

Conclusioni.

Quando siamo di fronte ad un fatto esterno non ci troviamo di fronte ad un dato oggettivo: più che un “dato” dovremmo parlare di un “preso”, infatti lo “prendiamo” in base ai nostri fattori inconsci. Quando noi interpretiamo il pianto e il sorriso del bambino lo interpretiamo alla luce dell’idea che dentro di noi custodiamo del bambino. Bisogna domandarci, quindi, quali sono le necessità che dentro di noi attribuiamo a nostro figlio; dove trovo anche il riflesso dell’idea che ho di essere padre o madre. Mi rendo conto che sono protettiva? E quindi vedo mio figlio fragile? Oppure mi accorgo che sono troppo disinvolta? Dovrò equilibrare queste due cose. Qui assume importanza il rapporto di coppia, infatti può essere il partner che si accorge se si è, per esempio, troppo protettivi. Come nel sogno è importante far entrare la sapienza che nel farci interrogare su noi stessi ci fa trascendere la situazione data per cui siamo capaci di abbracciare l’interezza dell’evento.

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