BY: Irene Barbruni

L’enuresi notturna nel bambino
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L’enuresi è una problematica che frequentemente si può incontrare nell’infanzia. Essa riguarda l’emissione incontrollata di urina successiva alla conquista della maturità fisiologica, che in genere avviene intorno ai 3/4 anni di età. Secondo i dati statistici, questa condizione riguarda un bambino su cinque fra i 5 e i 6 anni, ma anche bambini più grandi con netta prevalenza nei maschi. Possiamo distingue tra enuresi primaria e secondaria: la prima riguarda i casi in cui non c’è stata l’acquisizione del controllo, mentre nel secondo caso si presenta dopo un periodo in cui il bambino ha raggiunto quel tipo di autonomia. L’enuresi notturna, in particolare quella primaria, è la forma sicuramente più frequente. Tralasciando tutti quei casi in cui il problema rientra in un quadro generale più complesso, mi soffermo sui casi in cui essa si presenta non associata ad altre problematiche evidenti.

Il consiglio del pediatra diventa fondamentale poiché è importante escludere problematiche di origine organica. Soprattutto in presenza di enuresi secondaria però, essa può essere un sintomo di disagio psicologico. A volte può comparire in seguito ad un cambiamento importante nella vita del bambino come la nascita di un fratellino. Di fronte al problema è importante non colpevolizzare ma tranquillizzare. I genitori per primi non devono allarmarsi poiché spesso, nei casi più lievi, si risolve senza intervenire se non con rassicurazione e qualche piccolo accorgimento, come ad esempio seguire alcune regole alimentari alla sera. Nel momento in cui, invece, il problema sembra peggiorare o si riscontrano altri tipi di disagio emotivo, è bene approfondire.

Attraverso il sintomo, quindi, viene mostrato un disagio interiore che non è cosciente. Durante la notte il bambino rimane in contatto con se stesso e con le sue paure. Bagnare il letto è una regressione legata alla paura di crescere e quindi al desiderio di tornare nel grembo materno (il liquido amniotico). Spesso una vita diurna troppo piena di impegni, con poche occasioni per elaborare e rimanere in contatto con se stessi, porta ad una eccessiva stimolazione dell’estroversione a scapito delle capacità di introversione della personalità. Ecco che allora le paure durante la sera e la notte, diventano più difficili da reggere per un bambino non abituato al contatto con il mondo interiore. Può essere di aiuto rivedere il carico di stimoli durante la giornata ed aiutare il bambino a gestire il proprio mondo interiore. In quel mondo interiore costituito dall’immaginario, si annidano immagini e fantasmi che lo spaventano e, di fronte alla spinta che lo porta a crescere, può cadere nella tentazione di regredire (perché il mondo della prima infanzia è percepito come migliore in quanto erano presenti maggiori attenzioni della madre).

Il bambino deve esser accompagnato ad affrontare le paure della sua crescita, dandogli gli strumenti giusti: cioè le immagini e le nozioni che lo incoraggino a sperare nel suo futuro. Mostrargli l’immagine di un bambino adulto che s’inserisce nella vita sociale della famiglia, attraverso l’aiuto che offre ai propri cari, lo aiuta ad intravedere gli elementi forti e altruistici della sua personalità; questi lo sorreggono di fronte alla sua paure.

BY: Irene Barbruni

Il bambino e il no. Il significato dell’opposizione tra normalità e patologia.
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La fase dell’opposizione è una fase importante nello sviluppo infantile. Il bambino provoca l’ambiente per mettere alla prova la sua autorevolezza e la capacità di contenimento del genitore. Questa fase inizia intorno ai due anni, momento in cui il bambino comincia anche a definirsi con “Io”. La funzione principale di questo periodo è quella di affermare la propria individualità che non va confusa con la necessità dell’indipendenza, in quanto la necessità della propria indipendenza richiede dimensioni psicologiche più evolute.  Quindi, in questa fase precoce l’esigenza di affermare se stesso viene catturata all’interno della propensione all’autoriferimento. Il bambino non ha e non può avere coscienza della sua dipendenza dalla figura materna, egli tende a usare la madre e tende con ciò a dominarla, assaporando il gusto di un tale potere. 

La durata di questa fase e l’intensità dei così detti “capricci” dipende molto dalle risposte che i genitori sviluppano. Purtroppo non è uno stadio che scompare da solo con l’età, ma necessita dell’intervento educativo dei genitori. I bambini imparano presto che in luoghi pubblici, o comunque in presenza di altre persone, gli adulti sono più propensi ad accettare le richieste per evitare le “scenate” del proprio figlio. Quasi sempre vi è la richiesta di qualcosa che il bambino vuole subito, ed è bene, in questi casi, essere fermi ed autorevoli. Altrimenti si finisce per confermare lo sviluppo delle capacità monipolatorie, che il bambino impara ad usare quando si fa dominare dall’esigenza di soddisfare nell’immediato il suo desiderio.  Il no del genitore può essere accompagnato da una spiegazione, soprattutto quando il bambino, a partire dai tre/quattro anni, è in grado di comprendere i motivi del rifiuto. Nel caso non si riesca sul momento a spiegare al bambino i motivi, si potrà farlo in un momento successivo di maggiore tranquillità.

È fondamentale quindi non cedere mai quando la richiesta del bambino è accompagnata da una modalità di imposizione sull’adulto. Inoltre è buona regola non accontentare subito una richiesta, ma posticiparla; in questo modo viene allenata la capacità di attesa e quindi di contenimento di quel desiderio.  Infatti la capacità di contenere e di attendere, quindi di reggere il tempo, saranno deteminanti in tanti ambiti della sua vita. Il bambino che non sa attendere si condanna alla subordinazione ai suoi bisogni, che lo portano a sviluppare una personalità incline alla dipendenza. E quindi a vivere nell’immediatezza senza capacità di mediare tra i suoi desideri e il dato di realtà che gli si poni di fronte.  L’esercizio dell’attesa e della mediazione contribuiscono a sviluppare la funzione riflessiva, che è alla base dell’evoluzione del pensiero. Altrimenti il pensiero,  dominato dall’impulsività irriflessiva, appiattisce le sue potenzialità di discernimento della realtà.

Un altro aspetto importante, da affiancare alla condivisione delle ragioni del no dell’adulto nella relazione con il bambino, è l’aspetto della collaborazione. Man mano che il bambino cresce è bene  richiedere la sua collaborazione e coinvolgerlo nelle scelte e nelle regole della casa e della famiglia, in quanto ciò aiuta a sviluppare in lui una modalità di relazione più matura. Anche perché, non va dimenticato, che in questa fase, come si diceva sopra, il bambino è traversato dall’esigenza dell’Uso e del Dominio che ne regolano le scelte e quindi l’etica. L’esercizio alla collaborazione aiuta a scavalcare la fase nella quale egli vede la sua vita come uno scenario fatto di lotte.  In un ambito collaborativo l’altro smette di essere percepito come nemico o come strumento da usare, ma viene visto quale interlocutore.  Ciò fa evolvere la sensibilità etica: dalla fase della contrapposizione, colorata dal dominio sull’altro, si passa alla fase della dialettica relazionale e della comunicazione colorate dalla reciprocità.

Ci tengo a specificare che la fase dell’opposizione non va confusa con il Disturdo Oppositivo Provocatorio che necessita di una diagnosi di uno specialista e un successivo intervento, che solitamente coinvolge sia direttamente il bambino che l’appoggio ai genitori. In alcuni casi questo tipo di disturbo è associato ad altri quali: Disturbo da Deficit di attenzione/iperattività (ADHD), depressione, ansia e Disturbi Specifici dell’Apprendimento.

Quindi il no rivolto al bambino in certi momenti e accompagnato dalla necessaria spiegazione, aiuta l’evoluzione sia psicologica che sociale del piccolo d’uomo, affinché impari a diventare adulto.

BY: Irene Barbruni

Il ritorno a scuola dopo la chiusura per la pandemia: alcune riflessioni da proporre in famiglia
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Dopo molti mesi i nostri bambini e ragazzi potranno tornare a scuola. Questo momento dell’anno è sempre ricco di emozioni e vissuti diversi, ma soprattutto quest’anno il rientro è particolare sia per il lungo periodo di chiusura, sia per ciò che verrà chiesto agli studenti per contenere la possibilità di contagio. C’è chi, sia adulto che bambino, risente meno del cambiamento delle abitudini e chi di più, a seconda delle caratteristiche di personalità, ma alcune riflessioni possono aiutare ad essere maggiormente preparati.

Una nuova situazione fatta di regole di comportamento che può apparire difficile per il fatto di essere abituati ad una notevole libertà di movimento. Infatti il senso dell’obbligo può far sentire come in gabbia; si può quindi sviluppare una certa ansia claustrofobica. Importante diventa quindi la riflessione sulla giusta ragione all’origine di tali sacrifici/regole che ci aiuta da un lato a sopportare il limite imposto e dall’altro a prendere piena coscienza che il comportamento individuale ricade su tutti, sia in positivo che in negativo. Il confine del nostro spazio soggettivo è labile e gli effetti delle nostre scelte agiscono sugli altri. Per spirito di emulazione ci sentiamo meglio se quello che dobbiamo fare lo fanno in molti e ciò aiuterà anche i più piccoli a seguire le regole che vengono loro spiegate.

Quindi questa emergenza può essere occasione per riflettere sul nostro modo di vivere, aumentare la consapevolezza di far parte di una grande famiglia e che non esiste un bene solo personale, ma il vero bene è quello che tocca tutti. Sollevandoci su un piano etico affronteremo meglio e con più coraggio le situazioni difficili che abbiamo di fronte. Riscoprire, quindi, il senso profondo di sé che nutre la nostra azione, ma soprattutto, è da esse che possiamo trarre una conoscenza più umana di noi stessi: siamo gli uni legati agli altri. I nostri figli, come noi tutti, sono spinti da questa emergenza a guardare la vita sotto altri occhi, liberandosi dalla falsa illusione che tutto sia gioco e divertimento; perché la vera vita la viviamo nell’impegno solidale con il prossimo.

Il bambino, nel suo piccolo, è chiamato a partecipare al bene di tutti, questa è la grande consapevolezza che deve raggiungere e che gli consentirà di percepirsi adulto. Quella che viviamo è una grande possibilità: recuperare il senso della nostra vita relazionale nell’impegno verso gli altri. Teniamo presente che ciò che chiediamo oggi ai nostri figli diventa un’occasione per loro di recuperare e sperimentare un ruolo sociale che nella società odierna hanno perso. Questi spunti riflessivi possono aiutare grandi e piccini ad affrontare questi mesi difficili dove ognuno è chiamato a fare la propria parte.

BY: Irene Barbruni

Hikikomori: malessere profondo in continuo aumento
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Hikikomori, che in giapponese significa isolarsi, è un termine che è stato scelto per definire una problematica che riguarda quei giovani che si ritirano socialmente. Inizialmente questo tipo di disagio è stato osservato a partire dagli anni Ottanta in Giappone, ma negli ultimi decenni sta interessando sempre più individui, anche nel nostro paese e in generale in tutti i paesi sviluppati. Si tratta di giovani, ma anche giovanissimi, che non studiano né lavorano e che si ritirano nella propria stanza annullando le interazioni sociali, spesso anche con la propria famiglia, in quanto dormono durante il giorno e stanno svegli nelle ore notturne. L’unico contatto con il mondo esterno lo hanno attraverso internet e i social network.

Le statistiche mostrano una netta prevalenza dei maschi, ma si presume che le ragazze siano in numero maggiore e che in molti casi non vengano segnalate, poiché culturalmente l’isolamento femminile assume una rilevanza minore soprattutto in determinati contesti culturali.

L’individuo inizialmente si auto reclude per evitare l’ambiente scolastico; spesso si evidenzia un fattore scatenante che non sempre appare evidente agli occhi dei genitori (un brutto voto, piuttosto che difficoltà con i compagni di classe o fenomeni di bullismo). Nella personalità del ragazzo si possono comunque osservare delle caratteristiche quali: difficoltà ad entrare in contatto con gli altri e angoscia della relazione. Questi disagi portano ad un eccesso di rinuncia e a declinare la propria vocazione relazionale (comunque presente in ogni essere umano), verso i mass media, i quali vengono percepiti mediatori, che quindi fungono da filtro protettivo nella relazione. Tutto questo porta ad un graduale peggioramento delle capacità di reggere e sopportare le frustrazioni che fanno parte delle esperienze quotidiane e delle relazioni interpersonali. Le relazioni che si instaurano davanti ad un computer hanno delle caratteristiche che portano ad un impoverimento delle capacità relazionali, poiché prive del contatto diretto e spontaneo con l’altro.

Spesso il disagio si manifesta con il rifiuto della scuola mostrando una grande sofferenza; accade solitamente nei primi anni delle superiori, ma anche già alle scuole medie. Il fattore scatenante può apparire agli occhi dei genitori, come abbiamo detto, un episodio innocuo,  ma che in una personalità fragile diventa motivo che giustifica la resa e quindi  l’abbandono scolastico ed infine l’auto-reclusione.

Diventa quindi fondamentale riconoscere i primi segnali di disagio; nel momento in cui il ragazzo comincia a saltare giorni di scuola e rinuncia a momenti di condivisione con i propri pari,  come lo sport o altri momenti di incontro. Il confronto tra genitori ed insegnanti in questa fase è fondamentale, come chiedere consiglio ad un professionista per evitare che si arrivi ad uno stadio troppo critico che richiederebbe un intervento più lungo e difficile.

Attualmente la didattica a distanza e il divieto, per motivi sanitari, di frequentare in libertà luoghi sociali, rende più difficile la valutazione della gravità di alcune situazioni. In questo momento storico delicato diventa quindi ancora più importante osservare con attenzione i nostri figli. Il confronto con la realtà e le esperienze dirette con gli altri, fatte anche di momenti di sofferenza e frustrazioni, sono fondamentali per la crescita. La consapevolezza che nella vita sono le difficoltà che riusciamo a reggere a renderci più forti e non solo quelle che riusciamo a superare, è una riflessione che non deve mai mancare nel lavoro educativo. Ogni età prevede delle frustrazioni con cui l’individuo deve confrontarsi per la propria crescita. Queste ultime riflessioni possono essere spunto per la prevenzione di disagi che riguardano la sfera relazionale, ma certamente nel momento in cui si sospetta l’instaurarsi di un ritiro sociale è  importante intervenire in modo tempestivo.

Il fenomeno non ha tuttavia solo motivazioni circoscritte alla sfera relazionale, ma investe proprio l’etica e la valorizzazione delle relazioni umane. L’attuale società sta sviluppando un’etica della relazione tutta piegata sul successo e sull’apparire, e ciò squalifica proprio la dimensione relazionale, la quale invece rappresenta il cuore dell’esperienza umana. Quindi promuovere una cultura della relazione, intesa come relazione di reciprocità, aiuta a contrastare la deriva autistica che osserviamo in quei giovani che si chiudono in se stessi e nella loro stanza.

BY: Irene Barbruni

Lo sviluppo cognitivo del bambino
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Dagli studi di diversi autori, il primo tra i quali Jean Piaget, sappiamo che l’intelligenza del bambino ha una base innata, ma che ciò che riceve dall’esterno è altrettanto importante e fondamentale per il suo sviluppo. In altre parole, l’intelligenza deve essere stimolata con agenti esterni che permettono di tirar fuori le potenzialità. Nonostante le ricerche degli ultimi anni possano essere contrastanti, sembra chiaro che il livello di intelligenza dei bambini sia molto legato a condizioni ambientali, oltre che genetiche. Quindi l’ambiente che circonda i bambini (l’educazione ricevuta, ma anche l’alimentazione) è fondamentale per lo sviluppo delle capacità del fanciullo.  

Vediamo quali sono le attività che vanno svolte quotidianamente e che aiutano lo sviluppo delle capacità, non solo cognitive ma anche relazionali.

Prima di tutto è bene non eccedere nella troppa stimolazione del bambino, per la preoccupazione di non farlo annoiare, in quanto un eccesso di stimoli non aiuta la capacità di concentrarsi la quale  è fondamentale per l’apprendimento. Ogni gioco proposto deve essere seguito da un vuoto, un momento di noia, che è necessario per lo sviluppo delle capacità creative e riflessive. Nel senso che il bambino deve imparare a reggere i momenti di vuoto, per non sviluppare la dipendenza dall’agire costante. Questo aspetto costituisce un grosso problema per la pedagogia, in quanto la cultura contemporanea tende ad ingombrare la vita del bambino con costanti stimoli.

Sicuramente il gioco libero è fondamentale e quelli più semplici e meno strutturati sono i più adatti al fine di stimolare la creatività nel bambino; spesso basta un oggetto di uso quotidiano. Fondamentale per lo sviluppo delle capacità di immedesimarsi nell’altro e di riconoscere emozioni e sentimenti, sono i giochi simbolici e di finzione. Queste esperienze ludiche aiutano l’evoluzione della sensibilità empatica: imparare a sentire ciò che sente l’altro. Questo aspetto è fondamentale per entrare nella dimensione della relazione di reciprocità, che inaugura la sensibilità etica. Non c’è vero sviluppo cognitivo senza l’evoluzione relazionale ed etica.

A questo scopo sono importati tutte quelle attività che vanno introdotte dal genitore:  la lettura o il racconto di storie (importanti per poter introdurre sentimenti e vissuti senza coinvolgere direttamente il bambino),  giochi che stimolano la gestione dello spazio (puzzle, disegni, costruzioni, ritagliare ed incollare), filastrocche e canzoncine (che arrichiscono il vocabolario stimolando contemporaneamente il gusto per l’armonia).

Molti studiosi tra i quali Edward Dutton, ricercatore presso l’IUlster Institute for Social Research (Regno Unito), hanno approfondito il cosiddetto “effetto Flynn negativo”. Fino a metà degli anni novanta il quoziente intellettivo è aumentato tra le nuove generazioni ma, da quel momento, è iniziato a diminuire. Secondo uno studio norvegese, eseguito da Bernt Bratsberg e Ole Rogeberg, che ha confermato questa diminuzione del QI, i motivi sarebbero ambientali e causati, ad esempio, da un peggior sistema scolastico e al troppo utilizzo delle nuove tecnologie.

Oggi infatti basta l’utilizzo di un dito per svolgere più funzioni, quindi è richiesta un tipo di operazione molto semplice, sia dal punto di vista motorio che cognitivo. L’interazione con queste tecnologie per i bambini è quasi naturale e diventa la modalità preferita poichè più immediata, meno faticosa, ma molto coinvolgente dal punto di vista del risultato (luci, colori, musiche). Ma, dato che l’utilizzo di questa tecnologia non richiede né sforzo fisico, né mentale, il risultato è un rallentamento nella capacità cognitivo/intellettuali. In altre parole, il bambino non impara a formulare un discorso legato al mondo che lo circonda. In questo senso gli studi sopra citati hanno evidenziato un abbassamento dell’intelligenza. É ulteriore prova il fatto che i programmi scolastici oggi, hanno subito un abbassamento di livello.

Quindi diventa fondamentale evitare, soprattutto in tenera età, l’utilizzo dei mezzi tecnologici. Nel momento in cui si introducono tali strumenti è bene non lasciare il bambino solo davanti al mezzo, ma utilizzare delle app adatte all’età guidate sempre dall’adulto e comunque in tempi ristretti.

BY: Irene Barbruni

La crescita psicologica del bambino
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Premessa

Le riflessioni sul rapporto genitori e bambino, che qui vogliamo sviluppare, emergono dal concetto di principio dialogico. La parola principio è intesa come il primo evento da cui tutto si genera, mentre la parola dialogo deriva da dialogos che vuol dire discorso a due.

Psicologicamente e biologicamente tutto si fonda sul dialogo. A livello biologico un figlio ha origine dalla sintesi di dialogo biochimico tra un uomo e una donna; infatti, il discorso che si è creato tra il DNA della madre e del padre hanno dato vita al bambino. Un altro esempio di principio dialogico, nella sfera biologica, è il rapporto tra l’uccellino ed il suo ambiente quando cerca il cibo nel territorio in cui vive. Il complesso reciproco di queste relazioni struttura quello che i biologi chiamano l’eco sistema, che è un intreccio di relazioni dove alla base c’è quello che chiamiamo il principio dialogico. A livello psicologico questa realtà è ancora più evidente e visibile; ogni essere umano è in relazione fisica e psicologica con l’ambiente. In questo momento, per esempio, siamo in rapporto con la stanza che ci ospita e a livello fisico possiamo sentire freddo o caldo, mentre a livello psicologico può essere di nostro gradimento o no. Qualunque evento della nostra vita è calato in un dialogo relazionale: la psicologia si occupa delle relazioni psicologiche oltre che fisiche (che però vengono date per scontate) tra il soggetto e il suo ambiente.

Il soggetto umano vive contemporaneamente due tipi di relazione: tra se stesso e ciò che è fuori di lui e tra se stesso e se stesso. Abbiamo, quindi, due dimensioni psicologiche che vengono chiamate in psicoanalisi il conscio e l’inconscio. Noi viviamo sempre questo duplice aspetto della relazione, facciamo un semplice esempio: nel rapporto con l’ambiente la stanza è gialla, nel rapporto con me stesso il giallo potrà piacermi oppure no e il fatto che il giallo mi piaccia o no rende la stanza gradevole o sgradevole. Diventa, quindi, importante cercare di capire quanto nell’essere umano il comportamento esterno sia suscettibile di alterazioni in corrispondenza al rapporto interno. Per comprendere questa dinamica riporto un dialogo tra una bambina di sei anni e suo papà.

“Sai io vorrei essere un maschio”
“Perché?”
“Così tu saresti una femmina”
“Perché dovrei essere una femmina?”
“Perché tu sei troppo bello per essere un maschio”
“Un maschio non potrebbe essere bello?”
“Ma tanto quello che importa è essere intelligenti. Come si fa a diventare intelligenti?”

Questo dialogo si configura come un “falso dialogo”, ossia la bambina sta conversando in realtà con se stessa: è un dialogo interiore che emerge solo a tratti. La bambina si sta interrogando sulla dualità maschile/femminile e intelligenza/bellezza, ossia “sull’intuizione della copresenza simultanea di due realtà antitetiche” (tratto da “I chicchi del melograno”, R. Barbruni, p. 41). Riporto qui il sogno di un bambino di circa 5 anni raccontato da un paziente in età adulta che ci aiuta a comprendere i concetti sopra esposti.

Il bambino si trova con la madre e stanno camminando tenendosi per mano. Camminano lungo una stradina: da una parte c’è un muro dall’altra un torrente. Ad un certo punto arrivano ad un cancello. La mamma dice al bambino di aspettarlo lì e che tornerà subito. Si dirige verso una villa, che c’è al di là del cancello e in fondo al giardino. La mamma si allontana finché il bambino non la vede più. La mamma non torna e il bambino è preoccupato e decide di andarla a cercare; si accorge, però, che in terra ci sono dei vetri rotti ed è scalzo; si mette a piangere disperato. Arriva una donna, che non conosce e che non esiste nella sua realtà, che gli domanda perché piange (che vorrebbe dire perché soffri). Il bambino le racconta cosa è accaduto e la donna gli dice che lo condurrà lei dalla mamma, lo prende in braccio e lo porta verso la grande villa.

Nella realtà del bambino la madre era stata ricoverata in ospedale, era sofferente e lui non poteva andarla a trovare. Ma chi era l’altra donna che lo porta a cercare la madre? I vetri rotti rappresentano la soggettiva rappresentazione della sofferenza della madre, ma in senso più generale della vita stessa e quindi la sofferenza vissuta come impedimento. Non si può camminare a piedi scalzi senza rimanere feriti; sarebbero potuti spuntare degli scarponi come soluzione, invece è apparsa una donna, simbolo della sapienza perché interroga in bambino sul motivo del suo dolore, e che lo solleva da terra perché la sapienza e il sapere sviluppano il processo di trascendimento. Questo è un atto che il bambino intuisce in se stesso e che sa di essere il modo per attraversare il dolore.

Conclusioni.

Quando siamo di fronte ad un fatto esterno non ci troviamo di fronte ad un dato oggettivo: più che un “dato” dovremmo parlare di un “preso”, infatti lo “prendiamo” in base ai nostri fattori inconsci. Quando noi interpretiamo il pianto e il sorriso del bambino lo interpretiamo alla luce dell’idea che dentro di noi custodiamo del bambino. Bisogna domandarci, quindi, quali sono le necessità che dentro di noi attribuiamo a nostro figlio; dove trovo anche il riflesso dell’idea che ho di essere padre o madre. Mi rendo conto che sono protettiva? E quindi vedo mio figlio fragile? Oppure mi accorgo che sono troppo disinvolta? Dovrò equilibrare queste due cose. Qui assume importanza il rapporto di coppia, infatti può essere il partner che si accorge se si è, per esempio, troppo protettivi. Come nel sogno è importante far entrare la sapienza che nel farci interrogare su noi stessi ci fa trascendere la situazione data per cui siamo capaci di abbracciare l’interezza dell’evento.

BY: Irene Barbruni

Amore filiale tra dedizione e liberazione
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Cercheremo qui di descrivere la situazione esistenziale del bambino letta all’interno della dicotomia “dedizione e liberazione”: una dualità che, in diverse occasioni, diventa conflittuale. La parola “dedizione” si riferisce “all’azione del dedicarsi completamente e spontaneamente a una persona, a una cosa, a un ideale”; quindi alla tendenza che il bambino ha di essere dedito ai genitori, ossia a fare il loro piacere. La parola “liberazione” significa, invece, “rendere libero, non soggetto all’autorità o al dominio di altri”, e a livello psicologico rendere liberi riguarda principalmente rendere un individuo non soggetto alle proprie pulsioni. Il bambino non è libero in ciò che deve fare quando è preda delle proprie pulsioni, le quali, se non contenute, diventano delle abitudini di comportamento e le abitudini diventano dei vizi e, per usare un termine moderno, diventano delle dipendenze. Quindi, l’amore filiale si pone tra la dedizione, ossia il bambino che imita il genitore, e la liberazione, quindi lo sviluppo della sua autonomia ed indipendenza.

PROCESSO DI IDENTIFICAZIONE E PROCESSO DI INDIVIDUAZIONE

Il processo di identificazione è quel processo psicologico che porta il bambino ad imitare i genitori; un’esperienza e un passaggio fondamentale affinché possa imparare a stare nella comunità in cui vive. Il pericolo insito in questo processo è che l’individuo, quando imita gli altri, non vive la propria autenticità. Nell’epoca moderna vediamo che questo aspetto identificativo è molto meno marcato che in passato. Quando il bambino dice “NO” è sotto la spinta del processo individuativo e quindi è mosso a fare le cose “di testa propria”. Oggi questo aspetto è molto sviluppato e ciò rende più difficile il rapporto educativo. Il processo di identificazione è maggiormente presente, nell’epoca contemporanea, quando il bambino è esposto all’influenza dei coetanei e dei mass media; possiamo dire che da questo punto di vista i mass media sono “più potenti” dei genitori. L’esposizione del bambino ai mass media lo espone alla spersonalizzazione. Il processo individuativo può essere recuperato se si instaura una buona relazione tra genitori e figli: ossia una relazione sempre meno assoggettata ai mediatori (tv, gioco ecc…). Questo fattore di mediazione deve essere sullo sfondo e non primario: due persone sono più autentiche quando non ci sono elementi di mediazione se non il linguaggio.

AUTONOMIA E LIBERTA’

E’ importante riflettere sui concetti di autonomia e libertà. Non è l’autonomia che scaturisce dalla libertà ma è la libertà che scaturisce dall’autonomia. Il che vuol dire che la libertà è una meta che si raggiunge in acquisizione di un’autonomia. La libertà è qualcosa che i genitori possono dare al bambino, ma non è una vera libertà. L’autonomia è qualcosa che il bambino deve costruirsi e l’educazione mira a far sì che il bambino acquisti autonomia.
Come si conquista l’autonomia? Si conquista per gradi. Alla base del processo di autonomia c’è la capacità di sapersi orientare e decidere: bisogna quindi abituare il bambino alle decisioni. Ci sono delle decisioni prioritarie che devono prendere i genitori e ci sono dei momenti in cui possono decidere i bambini. Per esempio, il bambino potrà decidere se mettere la maglia bianca o rossa, ma non può decidere se mettere quella di cotone o di lana.
L’immediatezza è uno degli atteggiamenti che non permettono l’autonomia. Il contrario dell’immediatezza è la mediazione. Se il bambino viene gratificato sempre non sarà mai autonomo; infatti è la capacità di mediare che lo renderà autosufficiente. Scopo dell’educazione è quello di far sì che i bambini imparino a mediare i propri impulsi perché l’individuo che non impara a mediare sviluppa una personalità che tende alla dipendenza.
I genitori devono stare attenti ai loro comportamenti perché i bambini assumono il loro modo d’essere. Tanto più i genitori entrano in rapporto con i loro figli fatto di regole, di fiducia e di stima tanto più il bambino sarà indotto a sviluppare queste qualità etiche del rapporto. Tenendo conto che il bambino è spinto oggi a cercare se stesso.

SOGNO: I BAMBINI ROBOT

Qui di seguito viene analizzato il sogno di una bambina di 9 anni.
La bimba si trova all’inizio delle scale che portano al cortile della scuola da lei frequentata. Arriva l’insegnante che però non è quella della realtà. E’ una persona seria e accigliata. La bambina ne ha paura e fugge a casa. Nel portone, in terra, trova una penna che sa essere magica. Sulle scale vi sono i bambini che compongono la classe di quella insegnante. Sono tutti diventati dei robot. La bimba allora corre in casa spaventata. Si rannicchia accanto al calorifero. Con la penna magica si tocca la testa. Essa comincia a sognare tutta la situazione che ha appena vissuto, pensando a come il sogno potrebbe finire. E nel sogno, essa pensa, tutti i bambini-robot tornano bambini.
L’inquietudine che diviene angoscia esprime la paura della perdita della Soggettività, e quindi la paura della massificazione, dell’alienazione dalla propria Singolarità. I bambini robot infatti sono il simbolo della macchina che sostituisce l’uomo, o più tragicamente, dell’uomo che diviene macchina attraverso la soppressione della propria umanità. E la macchina sta proprio per meccanismo: una serie di azione monotone che si ripetono all’infinito. Ed è proprio la realtà determinista del mondo fisico, l’impossibilità alla libertà espressiva che terrorizza la bambina nella sua esperienza scolastica. Essa ha quindi individuato intuitivamente un subdolo nemico: il processo di identificazione che entra in contrasto con l’aspetto individuativo.
La bimba fugge dalla scuola per tornare nella sua casa, là dove vi è la sua vita. La vita è sempre un fatto relazionale. Non riconoscerne l’aspetto relazionale è come non riconoscere la sua stessa fonte. Dapprima la bimba trova una penna magica. Fino a questo punto la sognatrice è tentata dall’isolarsi, dal nascondersi, dal cercare un rifugio dal pericolo. Ma subito il sogno la incalza: i bambini-robot sono lì, sono ormai giunti alla soglia della sua casa: la massificazione dilaga!
In questo punto del racconto onirico il tema non è più soltanto personale, esso si veste di connotati storici. La bimba non cerca conforto nei genitori, se pure cerca un calore, una rassicurazione che sembra aver smarrito (il calorifero). Con la penna magica essa si tocca e così diviene, o ri-diviene, capace di sognare, capace quindi di far appello ad una intelligenza superiore (quella che si riattiva quando sogniamo) che è espressione e creazione della dimensione più profonda di se stessa. E come per incanto i bambini-robot tornano ad essere bambini. Ecco che la conoscenza che trasforma il mondo scaturisce e nasce dall’esigenza di rispondere ad un quesito etico. E’ qui che si incontra l’umano per eccellenza.

CONCLUSIONI

Il bambino vive una sua intrinseca soggettività. Deve essere raggiunto al livello in cui si trova, non banalizzato. Se non il bambino rischia di identificarsi in quella banalizzazione. E’ necessario che il genitore dedichi del tempo al dialogo per non banalizzarlo.

BY: Irene Barbruni

Affettività e sessualità
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AFFETTIVITÀ E SESSUALITÀ:
incontro con le ragazze e i ragazzi di una scuola media inferiore

Premessa

Il motivo principale da cui nasce l’esigenza degli incontri con i ragazzi delle medie sull’argomento “affettività e sessualità”, deriva dal fatto che si è osservato nei giovani un modo distorto di immaginare e, quindi, di vivere la sessualità. L’episodio, che ha suscitato l’allarme è stato il filmato di un rapporto orale tra minorenni in cui una ragazzina è stata obbligata all’atto e ripresa senza esserne consapevole.

La distorsione che osserviamo in questi tipi di episodi, ormai sempre più frequenti, deriva in parte da come la sessualità viene venduta e proposta dai mass media (film, telefilm, pubblicità, videoclip e riviste). Basta osservare una pubblicità o un videoclip per rendersi conto della distorsione in atto nell’immaginario collettivo.

In generale, la sessualità può essere vissuta ed interpretata in due modi diversi e contrapposti: da una parte come ricerca di piacere e dall’altra come componente del più ampio complesso dell’affettività e della ricerca di intimità tra un uomo e una donna. E’ chiaro come nell’immagine proposta dai mass media è il primo modo ad essere rappresentato e sottolineato. Il pericolo insito nel vivere la sessualità solo come ricerca del piacere, consiste nel fatto che è proprio la ricerca del piacere a dominare la situazione e, quindi, una donna vale l’altra così come un uomo vale l’altro, poiché “basta che mi dia piacere”. In questa situazione relazionale, l’intercambiabilità del referente, spinge verso relazioni impersonali e al fine inautentiche, superficiali. Quindi, la relazione e i sentimenti finiscono per essere banalizzati e svuotati del loro potenziale autenticamente umano. Lo sviluppo dell’intimità nell’intreccio dell’affettività, invece, spinge alla ricerca di quell’uno che più è intimo al soggetto. Nella situazione precedentemente descritta la sessualità viene estrapolata dal grande tema umano dell’amore. Per “amore” si intende quell’affinità reciproca che ricerchiamo in un “compagno d’anima”: quell’affinità elettiva e quella intima cognizione per cui sentiamo che l’altro comprende il nostro intendimento e il nostro cercare di esprimere noi stessi.

Vivere la sessualità solo come ricerca di piacere vuol dire oltretutto limitarla all’aspetto sensuale, ossia relegarla nell’orizzonte delineato dalle sensazioni derivanti dai cinque sensi. Differente è un rapporto relazionale che diventa sempre più articolato poiché i due individui si incontrano e cominciano a conoscersi attraverso le idee, la psicologia, gli intimi atteggiamenti. Incontrano e interagiscono con le loro paure, le ansie, i progetti e il modo di vivere tutto questo. Non solo attraverso una intima relazione si conosce l’altro, ma attraverso la sua più profonda conoscenza si conosce se stessi. La sessualità nell’intreccio della relazioni, dato che possiede un potere seduttivo notevole, si intromette come fattore disturbante in questo processo di conoscenza. Ecco perché la moderazione della sessualità è un fattore importante, la smodatezza non aiuta l’evoluzione. Nel lavoro psicoanalitico spesso si osserva che chi vive la sessualità slegata da un rapporto relazionale, descritto prima, finisce per sperimentare un senso di vuoto che è colmato attraverso una ripetitiva ricerca di nuovi partner e nuove modalità di ricerca di emozioni sempre più forti. E’ in questo contesto che osserviamo comportamenti slegati anche dalla cornice etica, in quanto l’altro non è una persona, ma diventa un oggetto che può procurarmi piacere. In questo troviamo le tracce di un elemento importate della dinamica della regressione:l’abbandono della percezione dell’altro come persona, e la deriva verso la percezione dell’altro come oggetto del proprio piacere-desiderio. E’ questa ultima percezione che accentua la dinamica del potere di uno su l’altro che poi troviamo esasperata nelle forme di violenza sessuale, o nelle varie di perversione quali la pornografia e la prostituzione.

Per fornire alcuni elementi al fine di valutare il tipo di relazione che si vive, si deve valutarne gli esiti che quella relazione produce. Ci fa evolvere o ci fa regredire: sono meglio o peggio di prima? Infatti si può affermare che l’essere umano non ha dei bisogni sessuali, ma bisogni psicologici. Ecco perché l’uomo non può sentirsi appagato vivendo solo la sessualità come soddisfacimento di un piacere fisico. Infatti, un individuo nel rapporto con l’altro ricerca il soddisfacimento di bisogni di appartenenza, del bisogno di esprimersi e di essere se stesso. Quindi fornire degli elementi per valutare lo stato dei nostro bisogni diviene fondamentale.

Ritornando alla distorsione osservata nel modo di vivere la sessualità nei giovani, si può affermare che, in alcuni contesti, essa è utilizzata come una sostanza che alla fine crea dipendenza. Il sentimento di noia, in cui spesso i giovani oggi sono immersi, è sintomo dell’incapacità di gioire delle situazione esistenziale in atto. Si allude qui, per esempio, al totale disinteresse per le relazione famigliari, per la relazione con la conoscenza, con la realtà complessa della vita sociale. Una vita quotidiana svuotata di ogni significato per cui è percepita come nauseante. Ecco che la sessualità viene collocato al centro di un movimento che dovrebbe condurre ad un piacere ormai scomparso. La sessualità però estrapolata dall’aspetto relazionale annoia subito, perché l’emozione corporea provoca un piacere immediato, ma di breve durata. Sempre più spesso sentiamo ragazzi, ma anche adulti, che non riescono ad avere un rapporto sessuale soddisfacente se non fanno uso di alcool, droghe o psicofarmaci. Oggi si tende a scegliere la via più facile alla ricerca di un soddisfacimento immediato. Spesso nei film vediamo che due persone che si incontrano, prima hanno un rapporto sessuale e poi si conoscono e si parlano. Questa inversione è anch’essa una distorsione. Nelle favole e nei sogni il bacio sulle labbra è il simbolo del trasferimento dello spirito da un soggetto all’altro, ossia dell’intimità psicologica che viene prima di quella fisica. Parlare di sé all’altro non è facile perché bisogna scontrarsi con la difficoltà di entrare in contatto con il mondo interiore dell’altro, ma prima ancora del nostro mondo interiore. E i ragazzi non sanno entrare in rapporto con se stessi. Nella favola della bella addormentata il principe deve superare un bosco fitto di piante e un drago prima di riuscire a baciare la sua amata. Questa immagine simboleggia proprio l’incontro d’amore, come percorso all’interno della nostra evoluzione e trasformazione.

Il punto di vista delle ragazze.

Il gruppo delle femmine si è mostrato molto interessato e attivo nella discussione. La partecipazione delle ragazze al discorso è stata sia attraverso contenuti di tipo personale, che riflessioni generali sull’argomento. Ciò che è emerso è che le ragazze reputano i ragazzi che frequentano (di qualche anno in più), non capaci di relazionarsi in un rapporto affettivo, ma che siano centrati sulla ricerca di un piacere immediato e non inscritto in una cornice affettiva. Rispetto al discorso proposto, molte ragazze riferiscono di aver già sentito queste riflessioni dai propri genitori in particolare dalle madri. Ciò che le ragazze affermano è che, nonostante abbiano poca fiducia nell’altro sesso se “si sentono innamorate” sono inclini ad accettare le richieste dei ragazzi. Anche se c’è anche chi sostiene di essere maggiormente capace di far valere le proprie esigenze e i propri valori.

Dai racconti di natura personale emerge che è frequente la richiesta da parte dei maschi, di una prestazione sessuale “per ritornare insieme” dopo una rottura voluta dal ragazzo. Da parte dei ragazzi si riscontra l’uso spregiudicato del potere che sente di avere sulla ragazza. All’interno di queste dinamiche relazionali la maggior parte delle ragazze si sente sola di fronte alle decisioni. Questa solitudine è conseguenza della paura di essere giudicate male sia dalle amiche coetanee che dai genitori. In altre parole, c’è la paura del pregiudizio che se un ragazzo fa una richiesta del genere è perché la ragazza ha lasciato credere che fosse possibile una tale richiesta e quindi è quest’ultima colpevole. Ma la solitudine è soprattutto indice di una mancanza di codici orientativi che rendono la ragazza vulnerabile, poiché ciò che è maggiormente diffuso è l’idea maschile della sessualità, che contagia ragazzi e ragazze.

Il punto di vista dei ragazzi.

I maschi hanno più difficoltà a calarsi nella riflessione dell’argomento proposto e la maggior parte scivola in interventi immaturi sicuramente di un livello inferiore alle loro possibilità e alla loro sensibilità. Emergono due diverse tendenze: una scarsa capacità di empatia con frasi come “se lo fa vuol dire che le piace”, dall’altra ragazzi che dicono “non chiedo neanche un bacio alla mia ragazza se non se la sente, anche se mi prendono in giro”. Atteggiamenti primitivi in contrasto con atteggiamenti nobili. Gli uni identificati nella pulsione sessuale deformata dal’ideologia maschilista della conquista e del dominio sul corpo della donna, percepito come oggetto a disposizione del desiderio maschile; un corpo, quello della donna, che non ha una sua soggettività, e quindi non è portatore di un vero diritto; dall’altro l’atteggiamento nobile, percepisce la ragazza come persona dotata di una sua soggettività e quindi di un valore intrinseco, che la colloca al di là del raggio d’azione del desiderio del maschio.

Riflessioni conclusive.

Ciò che emerge è che la tipologia di donna presente è Eva: ossia un femminile che esiste in quando costola dell’uomo. Essa è presente sia nella visione maschile che vede la donna come oggetto che da piacere, e che è vincolato al piacere maschile; sia nella visione delle ragazze che sembrano perdere la propria coscienza di soggetto, con le proprie esigenze e il proprio valore intrinseco. Infatti, il valore soggettivo della ragazza vacilla di fronte alla richiesta di una prova d’amore. Un tempo la prova d’amore che l’uomo richiedeva alla propria innamorata consisteva nel sacrificare la propria verginità, che era assunta come il valore che la ragazza portava in dote al suo innamorato. Quindi, questo sacrificio aveva un valore simbolico di emancipazione dalla famiglia d’origine. Oggi viviamo una sessualità più libera in cui la verginità non ha più il valore che aveva una volta. Questi episodi quindi denunciano un ibrido e quindi una caduta di identità sociale. I ragazzi sono fuori dal contesto culturale più evoluto, e rimangono prigionieri delle tracce grottesche di un passato che oggi non esiste più. Il dramma è proprio questo.

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BY: Irene Barbruni

I ruoli genitoriali
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Lo stile educativo contemporaneo.

Dagli anni ’60 in avanti lo stile educativo è profondamente cambiato. Il genitore come amico e compagno di giochi è una tipologia di ruolo, che ha gradualmente preso sempre più spazio negli ultimi decenni. Considerando che ognuno di noi è frutto della cultura in cui vive, risulta fondamentale fermarci a riflettere sullo stile educativo della nostra epoca storica. L’amico è qualcuno che sta con noi quando godiamo di una cosa. Il bambino ha bisogno di un compagno di giochi, ma ha anche bisogno di qualcuno con cui avere un rapporto attraverso il quale imparare a governare certi momenti della vita. Il momento di gioco tra un genitore e il proprio figlio deve necessariamente acquisire delle caratteristiche diverse rispetto al gioco che il bambino può fare con un coetaneo; quindi ci devono essere altri elementi nella relazione come, per esempio, la collaborazione. Richiedere al bambino una collaborazione gli permette di sperimentare il ruolo dell’adulto inteso come “diventare significativo per l’altro” e lo conduce, quindi, verso una logica etica e non soltanto estetica. Il gioco senza l’elemento della collaborazione è un gioco finalizzato esclusivamente al piacere di fare una cosa.

Il bambino è naturalmente spinto a soddisfare il proprio piacere e se i genitori non si impegnano a ridimensionare tale spinta il bambino si troverà sempre più in balia dei suoi bisogni. Per esempio, se i genitori propongono al bambino solo i cibi che lui preferisce non faranno altro che spingerlo verso una visione dell’esistenza legata solo al piacere; proponendo, invece, cibi che non piacciono, ma che sono utili alla crescita, abituerà il bambino a confrontarsi con il principio di realtà. Quindi, tra il piano del piacere e quello del dovere ciò che deve essere ridimensionato è il piano del piacere

I ruoli genitoriali.

Nell’epoca contemporanea i ruoli genitoriali sono meno definiti che nel passato. Possiamo osservare che le differenze di ruoli non sono più in funzione del sesso, ma della qualità della relazione; è infatti meno evidente la divisione netta del ruolo materno e del ruolo paterno. Il ruolo materno è da sempre legato all’accudimento e al riconoscimento dei bisogni primari del bambino. L’ascolto e l’accettazione sono caratteristiche che da sempre accompagnano la relazione madre/bambino soprattutto nei primi anni di vita. I padri contemporanei cercano di capire cosa vuole il proprio figlio divenendo più “empatici” e di conseguenza partecipano alla crescita affettiva e relazionale e non solo a quella etica e normativa. Il nuovo padre è divenuto però anche un “padre assente” inteso come disertore del proprio mandato ossia di chi impone l’etica e la norma (spesso si sente parlare della “crisi dell’autorità del padre”).

Conclusioni.

Dagli anni ’60 in avanti si è profondamente modificata la figura del genitore, che è gradualmente diventato amico e compagno di giochi. Il momento di gioco, tra un genitore e il proprio figlio, deve necessariamente acquisire delle caratteristiche diverse rispetto al gioco che il bambino può fare con un coetaneo. L’adulto deve inserire nei momenti di divertimento con il proprio figlio altri elementi come per esempio la collaborazione. Infatti tra il piano del piacere e quello del dovere ciò che deve essere ridimensionato è il piano del piacere.

Nella ricerca di collaborazione conosciamo nostro figlio, le sue motivazioni, le sue capacità, le sue inclinazioni e soprattutto la sua intrinseca disponibilità ad aiutare l’altro entrando quindi in una relazione etica.

BY: Irene Barbruni

Genitori in attesa: i primi momenti di relazione tra genitori e figli
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I popoli primitivi ritenevano che le donne avessero la stessa natura della luna, infatti potevano “ingrossarsi” come la luna e il ciclo mensile ha la stessa durata di quello lunare. Nella società odierna dove tutto è affidato alla scienza (il sole) questo contatto con la natura è quasi dimenticato; infatti, oggi si tende a dare molto più spazio all’intelletto trascurando la forza dell’istinto. Spesso le giovani madri vivono sentimenti di inadeguatezza perché faticano ad entrare in contatto con la loro naturale capacità di comprendere i loro figli.

L’essere umano possiede delle strutture psichiche che, a seconda del riferimento teorico, vengono chiamate in modi diversi: imprinting, a-priori o archetipi (termine usato da Jung). Queste impronta, che viene chiamata attaccamento nell’ambito della psicologia cognitiva, può essere meglio definita impronta della relazione. Meglio definita perché attaccamento richiama più al contatto diretto (gesto di prendere qualcosa), mentre relazione è una forma più evoluta perché comprende un certo distacco.

Questa forma di contatto si può manifestare attraverso diversi modi. Per esempio, semplicemente partendo dalle potenzialità percettive ossia i cinque sensi: vista, udito, tatto, olfatto e gusto. Questo tipo di contatto all’inizio è prepotente, invadente e totalizzante. Proviamo ad immaginare il bambino nel ventre della madre dove tutto è compreso nel corpo materno. Quando il neonato nasce rimane in contatto con il corpo materno attraverso tutti e cinque i sensi contemporaneamente (pensiamo al momento dell’allattamento).

Ma cosa avviene a livello psicologico mentale? Il bambino in questo modo resta compreso nel corpo della madre e nella sua mente c’è l’idea della madre ossia l’archetipo della madre. In altre parole nel tessuto immaginario del bambino, nell’idea che lui ha di sé stesso, è compresa la madre. Si può meglio comprendere questo concetto se pensiamo, per esempio, che nell’idea che noi abbiamo di bene c’è l’idea di male, così come nell’idea che noi abbiamo di montagna c’è l’idea di valle.

Nel corso della crescita il bambino comincia a staccarsi da quella forma di contatto primitivo per passare gradualmente ad un’altra forma di modalità di relazione dove c’è un rallentamento dei legami con i cinque sensi; ad esempio, se si pensa al nutrimento rimarrà il contatto visivo, mentre quello gustativo no. Il bambino non mangia più tra le braccia della madre ed è, quindi, chiamato ad un grande sforzo perché dovrà rinunciare a quella forte dipendenza fisica. Dovrà realizzare un tipo di contatto che è sempre meno fisico e sempre più psicologico. Qui nasce un altro senso: la psiche. Comincia a relazionarsi con il mondo non solo con il corpo fisico, ma anche con quello psichico. Quindi dentro di sé è chiamato a modificare l’immagine della madre: se prima era la madre biologica (Eva) ora è la madre psicologica. Quindi i comportamenti sul piano fisico, che restano comunque essenziali, non sono sufficienti.

Possiamo dire che il bambino nasce due volte. Nella prima nascita lascia un Eden, che è il ventre materno, dove ogni bisogno veniva soddisfatto immediatamente. Il parto è il primo distacco e il bambino è già capace di contenere in sé il vissuto della drammaticità che lo pervade quando la natura lo spinge fuori dal grembo materno. Bisogna tener presente che esistono differenze individuali in quanto c’è chi vive più o meno drammaticamente il distacco a seconda della capacità di contenimento; ci saranno bambini che si presentano più o meno bisognosi di attenzioni.  

Il bambino tende a ricostruirsi intorno l’ambiente perduto, ossia l’utero percepibile dai sensi che però non bastano più in quanto la madre non può essere sempre vicino a lui. Il bambino deve, quindi, costruirsi quella che viene chiamata in psicologia cognitiva base sicura, ossia la percezione di sentirsi all’interno di un tessuto d’amore entro il quale sentirsi protetto. Come  facilitare la formazione di quella che è chiamata base sicura?

Frequentemente i neogenitori si interrogano sul “cosa fare”, ma in realtà non è tanto importante quello che si fa ma come viviamo l’altra persona, ossia quanto siamo capaci di ascoltare l’altro, in questo caso il bambino. L’ascolto è la parte passiva del rapporto interpersonale, mentre il fare è quella attiva. Le mie azioni scaturiscono da come riesco a comprendere l’altro e, quindi, diventa importante interrogarsi prima su come vivo l’altro piuttosto che “cosa devo fare”.

Ascoltare l’altro non è così semplice e scontato. Pensiamo a quante volte ci succede di accendere la televisione, ma in realtà non ascoltare nulla perché totalmente presi dai nostri pensieri e preoccupazioni; questo accade anche nel mondo della relazione. Nel rapporto con i nostri figli è necessario però imparare a dedicarsi totalmente alla relazione con lui in modo costante. Ovviamente non possiamo essere perennemente attenti, ma lo dobbiamo essere in modo sufficiente per creare uno spazio di intimità, poiché è solo da questa condizione che può nascere l’ascolto empatico e di conseguenza il fare empatico. L’empatia non è altro che la capacità di collegarsi al sentire  dell’altro ed è una nostra naturale capacità, che però deve essere esercitata quotidianamente. Quindi cosa ci deve essere e cosa non ci deve essere in quello spazio intimo che io creo con mio figlio?

Non ci devono essere le preoccupazioni legate al lavoro per esempio. Ovviamente non possiamo rimuoverle, ma bisogna essere capaci di tenerle sullo sfondo nel momento in cui mio figlio ha bisogno di me e delle mie cure. La pratica yoga, le tecniche di rilassamento e la meditazione hanno lo scopo di facilitare proprio questo tipo di lavoro. Ci devono essere, invece, gli atteggiamenti interiori e i sentimenti che avete per vostro figlio. Importanti sono i sentimenti di rispetto e dignità, sentimenti nobili che ci liberano dalla tendenze a giudicare l’altro, come per esempio a dare etichette al bambino come “viziato” o “capriccioso”. Bisogna ricordare che è nel rapporto con i genitori che il bambino sviluppa la sua nobiltà d’animo e il suo valore soggettivo.

I sentimenti per un figlio non sono sempre “positivi” ovviamente. Pensiamo alle rinunce che un genitore deve fare, soprattutto nei primi anni di vita. Nel momento in cui non vi permetterà di uscire con gli amici, per esempio, non sarete cattivi genitori perché avreste preferito andare fuori, ma ciò che importa è la consapevolezza e l’accettazione di questi sentimenti: l’essere consapevoli di aver scelto vostro figlio perché è la cosa più importante in questo momento della vostra vita.

Riporto un esempio, per meglio comprendere quanto sia importante accettare l’opposto dentro di noi. Ricordo una paziente con un profondo sentimento depressivo che non è mai riuscita ad armonizzare gli opposti dentro di lei. Questa donna si è occupata per dieci anni del padre malato, in cui lei si è totalmente dedicata a lui. Mentre razionalmente dice di averlo fatto volentieri viene comunque alla luce una certa rabbia. Sicuramente in quei dieci anni avrebbe voluto essere libera di vivere la sua vita però non se l’è concesso, perché non ha saputo accettare che in un grande sentimento d’amore c’è anche desiderio di avere spazi propri.

Bisogna tener presente che esiste una differenza tra corpo fisico e corpo psichico. Il primo non è il luogo della nostra vita ma soltanto la base; il secondo è il luogo della nostra vita. Infatti, vediamo quanta importanza hanno le istanze che proiettiamo sulla realtà. Ad esempio, se vedo un tramonto e lo collego ad un evento positivo, quando lo rivedrò lo percepirò come bello. Per questo è importante l’idea che si ha del proprio figlio ed è fondamentale l’esserne consapevoli in quanto il fare è conseguenza dell’essere.

In tutto questo è importante tener presenti i diversi bisogni psicologici dell’essere umano: bisogni sociali (di stima, di essere riconosciuti), bisogni personali (di giustizia, di libertà, d’indipendenza). L’avere un ruolo è importante perché è alla basa della relazione e spesso è il primo mattone della propria identità sociale. Chiediamoci, quindi, che ruolo ha in casa il neonato perché è fondamentale dargli dignità ed instaurare con lui una intima comprensione per riconoscere le sue necessità; questo significa anche modificare l’idea che i genitori hanno del bambino.

Quindi bisogna esercitarsi ed imparare a mettere i pensieri da parte ed attuare una sorta di “ecologia mentale”. Non servono formule del “cosa fare o cosa dire”, perché solo chi vive il rapporto può discernere cosa fare in modo naturale. Anche perché i bisogni di un figlio cambieranno negli anni e se i genitori hanno un buon contatto empatico saranno adeguati ai problemi che il figlio avrà crescendo (a pochi mesi sarà la colica che lo farà disperare, quando sarà grande sarà la ragazza che lo ha lasciato o la lite con l’amico e così via). Non ci deve essere giudizio sull’altro e su sé stessi, ma ascolto e bisogna saper discernere tra ciò che è bene in quel momento per nostro figlio.

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