BY: Irene Barbruni

Il primo figlio cosa cambia nella coppia
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Quando nasce il primo figlio arriva anche un cambiamento nella vita della coppia, che deve necessariamente adattarsi ad una situazione completamente nuova. All’inizio prevale l’euforia e la gioia di vivere questo momento speciale nella vita di una persona e nella relazione di coppia, ma successivamente possono arrivare alcune difficoltà. Questo perché ogni cambiamento comporta un adattamento alla nuova situazione e, quindi, ciò implica la così detta “crisi”. La parola crisi è spesso legata, erroneamente, all’idea di qualcosa di negativo che peggiora la situazione. Essa deriva dal verbo greco “separare” e trova il suo significato all’interno della pratica agricola. Infatti, si riferisce al momento della trebbiatura in cui si separano le parti della pianta del grano per ricavare il chicco. Quindi il termine crisi racchiude due tipi di significato: separare e scegliere. Nella lingua cinese l’etimologia della parola consta di due ideogrammi che significano rispettivamente: problema ed opportunità. Il momento di crisi è un momento di trasformazione necessario per un miglioramento e per scoprire nuove parti di se stessi.

Certamente quando dobbiamo ritrovare un nuovo equilibrio non ci troviamo in una situazione facile, in quanto il senso di smarrimento (accompagnato da emozioni quali paura, agitazione, angoscia) non è una condizione semplice da sopportare.

Si forma la coppia genitoriale, ossia i due imparano a confrontarsi anche come genitori. Ciò che complica maggiormente le cose è che i vissuti materni e quelli paterni assumono caratteristiche diverse. La donna è legata naturalmente al bambino: con la gravidanza, il parto e l’allattamento vive un legame fisico con l’essere madre. Quindi il legame con il figlio arriva in modo naturale e si forma già prima della nascita. L’insostituibilità della madre nei primi mesi del bambino porta la donna a vivere emozioni contrastanti: quelle legate ad un senso profondo di grande appagamento e il disagio di sentirsi costantemente al “servizio” di un essere che dipende totalmenbte da lei.

Il padre, invece, costruisce nel tempo il suo rapporto con il bambino e il suo ruolo nei primi mesi va dal supporto attivo al sapersi mettere da parte. Molti uomini vivono un senso di esclusione e soffrono della mancanza di attenzioni da parte della compagna. Più una persona è “nostalgica”, ossia tende a guardarsi indietro ricordando gli aspetti positivi, più sarà in contrasto con la nuova situazione.

E’ necesario comprendere che la nuova condizione allarga la circonferenza in cui sono inseriti gli affetti, e quindi i due genitori devono riuscire a trovare una maggiore maturità sia sul piano della lora operatività, che sul piano delle loro capacità affettive. I genitori cercando di evolvere per il loro bambino, dovranno tenere presente il necessario progresso sul piano del loro reciproco rapporto. Se la coppia migliora nelle sue capacità relazionali (comprendersi, aiutarsi, sviluppare l’empatia e quindi aprirsi verso l’altro), di conseguenza migliereranno anche le capacità genitoriali.

In sintesi, il figlio che nasce reca con sé non solo le proprie necessità, ma il messaggio della necessaria evoluzione dell’individuo e della coppia.

BY: Renato Barbruni

Essere genitori: riflessioni….
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Ogni incontro umano, ogni avvenimento della vita dispiega alla nostra coscienza un insieme infinito di domande. Ciascuno di noi ha imparato da sé quanto sia faticoso cercarne le risposte. Gli uomini meno coraggiosi e meno forti abbandonano presto l’attitudine all’interrogarsi, altri continuano, per tutta lo loro vita, la ricerca della verità.
Non v’è età in cui gli interrogativi siano più carichi di aspettative come nell’infanzia. Il bambino vive un rapporto tutto particolare ed irripetibile nei confronti della realtà che lo circonda. Egli è sempre alla ricerca di qualcosa e il cercare è un’esperienza esistenziale fondamentale per lui. Le domande che pone sono soggettivamente importanti e quindi ne attende la risposta con estrema attenzione, in silenzio, quasi con devota trepidazione, poiché l’adulto conosce la verità: le sue parole sono la verità. Di fronte alle risposte esprime un atteggiamento rispettoso di tipo religioso, avvertendo inconsapevolmente l’importanza del dialogo umano. La domanda che egli pone non è soltanto espressione di curiosità, essa è l’agire di un dubbio interiore che chiede d’essere condiviso con quell’umano che gli è di fronte. Dunque ciò è il presentarsi della radice dell’umano dialogare: l’anelito alla condivisione della propria vita interiore.
Ma spesso, a onore del vero, l’adulto non è altrettanto rispettoso, è quasi sempre “in altre faccende affaccendato”, distratto e superficiale nel suo parlare al bambino. Così, spesso, il bambino si sente frastornato e insoddisfatto da una risposta che non è quella che si aspettava, che “sente” non vera, non essere la verità. “Ma, forse il mio interrogarmi e stupido e puerile.” Ecco che il bambino comincia a non chiedere più poiché nella mentalità dell’adulto egli solitamente pone domande sciocche: “curiosità da bambino”.
Se ci soffermiamo a osservare il modo di dialogare di un adulto con un bambino ci accorgiamo che, all’occhio dell’adulto, il bambino è una persona inferiore a cui non si concede quel rispetto che è usuale tra adulti. Ecco allora che viene prestata poca attenzione alle domande che il bambino pone: certamente questo è un atteggiamento culturale. Nella attuale società il bambino è coccolato, viziato, ma non si può dire che sia dovutamente rispettato. Dovremmo a questo punto intenderci sul concetto di rispetto. Nella nostra cultura si spinge sempre più precocemente il bambino verso l’età adulta quasi che l’infanzia sia un passaggio obbligato ma privo di valore. Per certi versi il bambino è indotto ad imitare l’adulto, tanto che il pensiero infantile viene soffocato; per altri versi il bambino viene lasciato a districarsi nella propria immediatezza ulteriormente enfatizzata dall’ideologia consumistica.
Sarebbe quindi più saggio innanzitutto stabilire se l’idea di uomo oggi vigente è la più corrispondente ai bisogni umani, prima di buttarci a capofitto a costruire con lo stampino tanti uomini tutti uguali, belli, razionali e ordinati. Ecco che una domanda mi sovviene impellente: “qual è allora la specificità dell’età infantile? Esiste una ricchezza peculiare di questa età che deve essere valorizzata?”
Non si può credere che il bambino sia un uomo un po’ più piccolo e un po’ meno intelligente. Vi devono essere indubbiamente delle particolarità nell’esperienza infantile che spesso con l’andar del tempo vengono rimosse.

R.Barbruni

In seguito alle precedenti riflessioni, elenchiamo alcuni punti da tener presente nella pratica educativa:
coltivare costantemente l’intimità tra genitori e figli con differenti strumenti a seconda dell’età (dalla ninna nanna, alla lettura di una storia, al raccontarsi…);
aver sempre presente che il fine educativo è l’autonomia, non solo pratica ma ache emotiva;
le regole sono uno strumento fondamentale per la crescita psicologica del fanciullo (devono essere semplici, poche ma chiare) poichè aiutano a contenere l’ansia e l’energia;
attenzione alle nuove tecnologie, l’uso deve essere sempre ponderato;
introdurre appena possibile (dai 2 o 3 anni) momenti in cui si richiede al bambino un aiuto nella gestione di alcune mansioni domestiche. Questo lo aiuterà a maturare la propria coscienza etica e la propria autostima.

I.Barbruni

BY: Irene Barbruni

Il rifiuto scolare
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Parliamo di rifiuto scolare in tutti i casi in cui un bambino o un ragazzo manifesta paura/opposizione ad andare a scuola. Nella pratica clinica ci si rende conto di come questo tipo di disagio sia in crescita negli ultimi anni. Spesso la sintomatologia si presenta dopo un periodo di non frequentazione della scuola, come le vacanze estive o una lunga assenza dovuta ad una malattia, e a volte è preceduta da un evento scatenante. Inoltre è più frequente in alcune fasce di età (5-6, 10-11, 12-15 anni) e colpisce più facilmente i figli unici, i maschi e i primogeniti o prediletti nell’80% dei casi (Ollendick & Mayer). Non sono state riscontrate differenze legate allo status socioeconomico (Last & Strauss; Baker & Wills).
Il rifiuto scolare è accompagnato da forte ansia che compare all’arrivo a scuola o già nel momento in cui si esce di casa o, in alcuni casi, anche la sera prima. L’ansia può sfociare anche in attacchi di panico e forte angoscia. Diversi sono i sintomi somatici che possono presentarsi, ad esempio: vertigini, mal di testa, tremori, palpitazioni, dolori al torace, dolori addominali, nausea, vomito, diarrea, dolori alle spalle, dolori agli arti.

Al di là della manifestazione del disturbo, che può essere simile in molti casi, il rifiuto scolare assume differenti sfaccettature in quanto si associa ad altre sintomatologie. Tra queste abbiamo: l’ansia da separazione, l’ansia generalizzata, la fobia sociale, la fobia specifica, gli attacchi di panico, il disturbo post traumatico da stress, la depressione, il disturbo oppositivo-provocatorio, i disturbi specifici dell’apprendimento.

I fattori scatenanti possono essere molteplici. In alcuni casi è possibile identificare un evento di vita stressante che può aver notevolmente influito sull’esordio della sintomatologia (ad esempio problemi all’interno della famiglia o difficoltà con il gruppo dei pari), ma non sempre è così.

Comunque al di la’ dei possibili fattori scatenanti, che possono essere molteplici, o della predisposizione caratteriale, è importante considerare l’ambiente sociale e culturale. Infatti solo riflettendo su questo è possibile rintracciare anche i fattori che contribuiscono al mantenimento del disturbo.

In primo luogo si instaura l’idea che gli eventi spiacevoli che causono l’ansia vadano allontanati. Quindi se frequentare la scuola mi crea ansia tolgo il “problema”, non vado a scuola. Questa tattica comunque mostra la difficoltà del soggetto a porsi in modo attivo di fronte all’ansia, nel senso che non si pone nell’atteggiamento di cercare di sopportarla, di tenerla e quindi di gestirla. In secondo luogo non è più presente un senso del dovere. La scuola è scaduta a prassi fastidiosa, non è più percepita come luogo di emancipazione sociale e personale. L’obbligo scolastico infatti è nato per dare il diritto ai bambini allo studio in epoche in cui essi diventavano molto presto forza lavoro. L’istruzione era il mezzo per arrivare ad una posizione sociale più alta. Oggi quell’epoca è lontana e culturalmente la scuola dall’essere un privilegio è diventato un obbligo sempre più spesso vissuto quasi come “inutile”. Spesso si sente dire “tanto studiare non serve a trovare lavoro” oppure “ma tanto a scuola si imparano cose inutili”.

L’ansia relativa ad una parte della nostra vita è più “sopportabile” e quindi “superabile” nel momento in cui si ha una certezza: quell’esperienza è “fondamentale per me stesso”. Gli individui che sopportano e superano le proprie difficoltà diventeranno personalità più forti. E’ quindi fondamentale, in questi casi, intraprendere un percorso di psicoterapia che sostenga il bambino e i genitori e che, oltre ad analizzare le fragilità profonde, fornisca una visione di quella sofferenza non come una “malattia”, ma come l’occasione per evolvere la propria personalità verso la capacità di affrontare le difficoltà della vita.

Inoltre, per prevenire questo tipo di rifiuto è fondamentale che il bambino venga gradualmente accompagnato ad affrontare da solo le piccole difficoltà e frustrazioni: come accettare la responsabilità di un brutto voto, saper fare le proprie ragioni di fronte ad una presa in giro da parte dei compagni. Il genitore deve essere presente come ascoltatore e come “dispensatore” di consigli, ma è bene che il bambino affronti poi da solo le difficoltà, in quanto l’adulto non può e non deve essere sempre presente. Non dimentichiamo che l’educazione di un bambino deve tendere alla sua autonomia. Questo forme d’ansia denunciano, a caratteri forti, l’inadeguatezza del bambino e la sua dipendenza dall’adulto.

BY: Irene Barbruni

Smarthphone, tablet e adolescenza
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Oggi l’utilizzo dello smartphone durante l’adolescenza si trasforma in molti casi in abuso e non uso. Recenti ricerche rivelano che la vita dei ragazzi contemporanei è più rivolta alla chiusura davanti ai social che aperta al rapporto con i coetanei in modo diretto. Ovviamente questo ha un grande impatto psicologico: sono in aumento patologie legate all’ansia e all’umore depresso. Quindi, la correlazione tra tempo trascorso davanti ad uno schermo e malessere psicologico è stata confermata da più esperti. Per esempio, uno studio ha messo a confronto due gruppi: uno formato da individui che utilizzano Facebook e l’altro no. Il dato emerso è che il secondo gruppo era più sereno.

Comunque, in generale, sappiamo che gli adolescenti, che utilizzano frequentemente questi mezzi per comunicare, sviluppano meno capacità empatiche nei confronti dei coetanei e colgono meno bene le emozioni degli altri. Inoltre è chiaro che il tempo trascorso davanti allo smartphone “ruba” la possibilità di trascorrerlo in altro modo, come leggere o anche banalmente chiacchierare guardandosi negli occhi. Addirittura una ricerca universitaria mostra un abbassamento delle capacità di comprensione dei giovani, i quali sono sempre più in difficoltà nel momento in cui devono comprendere una frase sintatticamente più lunga e complessa.

Sembrerebbe quindi che l’evoluzione delle tecnologie, sempre più sofisticate, abbiano l’effetto di rendere l’uomo in realtà meno “felice” e cognitivamente più debole (sappiamo che il quoziente intellettivo sta diminuendo ogni anno nelle nuove generazioni). Riprendiamo il tema del rischio della dipendenza, già affrontato nell’articolo precedente, tenendo presente il delicato periodo dell’adolescenza. In questa fascia di età l’utilizzo dei social network, delle chat e dello scambio di foto immergono l’adolescente in un mondo molto pericoloso dal punto di vista dell’equilibrio psicologico e non solo. Questo perché essi si trovano a maneggiare un mezzo che necessita di capacità che ancora non possono avere vista l’età.

Per esempio, l’abitudine di molti ragazzi di inviare delle foto delle parti intime, spesso ad una persona conosciuta solo attraverso internet, si è diffuso pericolosamente, divenendo per molti la normalità. E in molti casi si aggiunge il fatto che il soggetto, che riceve personalmente una foto, decida di renderla pubblica. Questi episodi ci fanno capire quanto le nuove generazioni siano prive degli strumenti morali ed etici indispensabili per gestire questo tipo di tecnologia. Va osservato che questa facilità di esposizione di sé, mostra un calo patologico dell’intimità con se stessi e quindi con l’altro. Inoltre spesso non sono nemmeno a conoscenza delle leggi che puniscono determinati comportamenti, e non sanno di commettere reato di scambio di materiale pedo-pornografico. Sappiamo che il così chiamato cyber bullismo è sempre più diffuso. Quindi purtroppo il mezzo teconologico più che diventare un modo per facilitare la comunicazione con gli altri diventa luogo di sfogo irriflessivo, spesso di gesti crudeli verso i più deboli. Per usare una metafora: invece di aprire verso gli altri diviene occasione di implosione nell’Io.

In generale l’abitudine di condividere momenti della vita quotidiana con gli “amici” dei social networks, allontana l’individuo dal senso di intimità. Non c’è più distinzione tra un evento intimo, e racconttao solamente a poche persone in un ambito di confidenza, ma esiste solo la compulsione a condividere con il gruppo social (formato, in alcuni casi, addirittura da centinaia di “amici”); che sia la foto della pizza che sto mangiando o la propria foto in un letto di ospedale, sembra non faccia alcuna differenza. In entrambi i casi l’utilizzo del mezzo è spesso inappropriato e scavalca il significato di ciò che viene divulgato: infatti l’esperienza è disturbata dal mezzo che si introduce distraendo il soggetto e rendendolo meno in sintonia con la situazione reale che sta vivendo. Quindi il mezzo stimola molto l’aspetto estroversivo in soggetti che non sono ancora equilibrati e che, quindi, non facendo evolvere l’aspetto introversivo rimangono “handicappati” di tale importante aspetto della personalità. Da qui nascono poi le difficoltà di gestione delle emozioni e la regressione delle capacità relazionali. Una personalità per essere equilibrata ha bisogno di sviluppare sia l’estroversione che l’introversione.

Alla luce di tutto ciò risulta fondamentale che il genitore fornisca al figlio adolescente degli strumenti critici verso un mezzo che può esserre utilizzato nel modo sbagliato. Aggiungere la riflessione critica, prendendo spunto da episodi legati ad un uso scorretto del mezzo, è fondamentale per sviluppare nel ragazzo la giusta capacità etica che lo aiuta a non essere passivo.

E’ bene quindi che i genitori dedichino del tempo ai figli per verificare senza pre-giudizio l’utilizzo che essi ne fanno, prima che si manifestino problematiche importanti. Non dimentichiamo il fenomeno hikikomori che negli ultimi anni ha visto una notevole crescita. Giovani tra i 13 e i 35 anni che si chiudono in casa. I campanelli d’allarme a cui i genitori devono fare attenzione sono l’alterazione sonno-veglia e alterazione delle abilità relazionali e sociali.

Oltre alla “vigilanza” è importante il buon esempio del genitore. Quindi che siano in primo luogo gli adulti ad utilizzare in modo corretto le tecnologia. Per esempio, è buona abitudine prevedere dei momenti in cui tutta la famiglia si prende una pausa dallo smathphone: come per esempio quando si cena o nell’ora che precede il sonno, e anche introdurre la consuetudine di passare delle giornate intere senza telefono. Teniamo conto che purtroppo i dati ci dicono che le conseguenze negative dell’utilizzo delle nuove tecnologie superano di gran lunga quelle positive. Inoltre, è bene considerare che tutti i rischi di cui abbiamo parlato, aumentano in proporzione all’età in cui si fornisce lo strumento.

Gli esperti ricordano che i rischi aumentano notevolmente quando si tratta di minori di 14 anni, ma non dimentichiamo che a tutte le età il pericolo della dipendenza è sempre presente.

BY: Irene Barbruni

Smarthphone, tablet e infanzia
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Molti sono gli strumenti tecnologici che fanno parte della nostra vita e quella dei nostri figli. Rifletteremo sull’utilizzo di smartphone e tablet in quanto, sebbene simili al computer e alla tv, hanno delle caratteristiche che li rendono maggiormente “pericolosi”e quindi necessitano un utilizzo più consapevole dei rischi, soprattutto se parliamo di bambini ed adolescenti.

Infatti, il computer di casa e la televisione, proprio per il fatto di essere poco “trasportabili”, sono meno invasivi nella vita delle persone e quindi meno soggetti a tutti i rischi che invece sono connessi all’utilizzo dei tablet, ma soprattutto degli smartphone, in quanto sono praticamente sempre a “portata di mano”. Inoltre, consideriamo anche che l’Italia è al primo posto in Europa per diffusione di telefoni cellulari e i bambini lo usano in età precocissima.

L’impatto psicologico di questi mezzi di comunicazione sullo sviluppo dei bambini è, negli ultimi anni, oggetto di numerose ricerche. Sappiamo che essi stanno influenzando la quotidianità dei bambini e che il loro utilizzo ha una stretta correlazione con l’aumento del malessere psicologico dei giovani e giovanissimi. A questo riguardo, significativa è la lettera che gli azionisti hanno mandato al Presidente della Apple il gennaio scorso: hanno richiesto sostanzialmente un intervento tempestivo sugli iPhone, affinchè i giovani consumatori siano maggiormente protetti. Gli azionisti temono, tra quanche anno, un aumento dei disturbi associati dalla dipendenza e conseguente abuso da smatphone e, quindi, una successiva richiesta di risarcimento da parte dei consumatori.

Molti studi hanno anche evidenziato un’associazione tra l’utilizzo eccessivo di queste tecnologie nei bambini e la presenza di ritardo nel linguaggio e disturbi cognitivi tra i quali difficoltà di concentrazione e comprensione.

Il pericolo della dipendenza che possono procurare è sicuramente centrale perché alla base dell’abuso del mezzo che, a sua volta, porta conseguenze a carico dello sviluppo cognitivo ed emotivo. Addirittura una psicologa esperta di dipendenze e relazioni familiari Mandy Sailgari ha affermato che dare ai bambini uno smartphone è “come dargli un grammo di cocaina”. La dipendenza non riguarda solo i social networks (argomento che tratteremo meglio quando parleremo dell’adolescente) ma è legato proprio allo strumento in sé. Se ci fermiamo a riflettere possiamo renderci conto che nella nostra quotidianità prendiamo spesso in mano il telefono anche quando in realtà non ce ne sarebbe così bisogno: quel gesto è divenuto quasi in tic.

Inoltre le immagini che ci arrivano dallo schermo, al di là del contenuto, sono sempre troppo invasive per un soggetto che sta crescendo. Per esempio, se osserviamo un bambino che sente una canzone guardando un video su uno schermo vediamo come egli rimane passivo, mentre nel momento in cui ascolta solamente la canzone è più libero di canticcchiare e ballare. Quindi possiamo dire che se facciamo “pulizia” delle numerose immagini in cui i bambini oggi sono immersi, diamo maggior spazio allo sviluppo della loro creatività.

Un altro aspetto da tener presente è l’attenzione verso le ore che precedono il sonno. I dispositivi devono essere spenti almeno un’ora prima di andare a letto, secondo le linee guida internazionali. Questo per prevenire non solo problemi di insonnia, ma anche difficoltà legate ad un sonno disturbato. Infatti, secondo alcune ricerche, l’esposizione agli schermi incidono sulla melatonina, un ormone necessario al nostro corpo per riposare bene.

Oltre alla “vigilanza” è importante il buon esempio del genitore. Quindi che siano in primo luogo gli adulti ad utilizzare in modo corretto le tecnologia. Per esempio, è buona abitudine prevedere dei momenti in cui tutta la famiglia si prende una pausa dallo smathphone: come per esempio quando si cena o nell’ora che precede il sonno, e anche introdurre la consuetudine di passare delle giornate intere senza telefono. Teniamo conto che purtroppo i dati ci dicono che le conseguenze negative dell’utilizzo delle nuove tecnologie superano di gran lunga quelle positive. Inoltre, è bene considerare che tutti i rischi di cui abbiamo parlato, aumentano in proporzione all’età in cui si fornisce lo strumento.

Un altro errore che spesso facciamo è dare il telefono ai bambini per intrattenerli in alcuni contesti in cui si deve attendere o anche durante i pasti. Se questo utilizzo diventa un’abitudine il bambino non imparerà a gestire i momenti di noia. Purtroppo sappiamo che oggi, più che in altre epoche, è maggiormente difficile gestire i bambini i quali sono poco inclini al contenimento della propria emotività. Purtroppo però l’utilizzo di questo mezzo anche se sul momento sembra la soluzione al problema, alla lunga arreca differenti svantaggi. Il danno principale è che i bambini non imparano a gestire la noia e soprattutto le emozioni che lo traversano e che possono gestire solo attraverso il contenimento.

Un buon modo per aiutare la crescita psicologica dei nostri figli è quell, per esempio, di prevedere nel corso della giornata non solo intrattenimenti e divertimanti, ma anche piccoli compiti che li rendano utili e partecipi alla quotidianità familiare. Se si riesce a responsabilizzare i bambini attraverso alcuni compiti domestici, adeguati all’età, gli si aiuterà a diventare più autonomi, in quanto il sentimento di sentirsi utili procura loro la consapevolezza di essere investiti di un ruolo sociale. Questo è il vero antidoto alla noia, cioè al non senso di sé.

Inoltre è importante tener presente che, al di là delle proibizioni, ciò che aiuta ad un utilizzo adeguato è il buon esempio dell’adulto nel trasmettere e condividere altri tipi di attività. Quindi la regola principale per un impiego responsabile dello smartphone e del tablet è sicuramente una prudenza nell’uso frequente, soprattutto nei bambini molto piccoli. Però a volte non ci accorgiamo nemmeno di aver preso un’abitudine/dipendenza, quindi il consiglio è non farlo utilizzare quotidianamente ma solo saltuariamente. Fondamentale è anche l’attenzione verso l’uso che ne facciamo noi adulti.

Teniamo sempre presente che il tempo quotidiano che un bambino dovrebbe passare di fronte ad uno schermo che sia tv, computer o telefono non dovrebbe mai superare i sessanta minuti giornalieri complessivi. Infatti il bambino deve sviluppare capacità che necessitano di esperienze attive.

Il “controllo” del genitore diventa più difficile nel momento in cui i figli possiedono il proprio telefono. Purtoppo l’età in cui oggi i bambini ricevono il primo smartphone personale si è abbassata. I minori di 14 anni non dovrebbero possedere uno smartphone, comunque mai sotto i 12 anni. Il tema legato all’utilizzo di questo mezzo nell’adolescenza merita una riflessione a parte che sarà sviluppata nel corso del prossimo appuntamento.

BY: Irene Barbruni

Bullismo seconda parte
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Secondo una ricerca condotta dal King College di Londra, il bullismo è un fenomeno che implica conseguenze negative che vengono evidenziate in uno spazio di tempo molto più ampio, anche dopo quarant’anni. Gli individui, vittime occasionali di bullismo durante l’infanzia, sono risultati essere soggetti più frequentemente a peggiori condizioni di salute fisica e psicologica all’età di cinquanta anni (aumentato rischio di depressione, disturbi d’ansia e pensieri suicidi).

Come spiegato nell’articolo precedente il bullismo è un termine improprio meglio sarebbe parlare di atti di sadismo. Infatti se fosse solo l’esigenza di protagonismo a motivare l’azione del bullo, nel momento in cui egli si rende conto del dolore recato alla vittima, si fermerebbe. Ma spesso sappiamo che l’atto di bullismo è sadismo vero e proprio in quanto è vedere la paura nell’altro, la sua sofferenza, la sua sottomissione, che viene vissuta come resa incondizionata e assoggettamento, a provocare il piacere: il piacere di infliggere una sofferenza. Ecco che dovremmo cominciare a riflettere sul sadismo ed individuare dove questo atteggiamento e questo modo di vedere e di sentire si manifesta nella cultura come elemento formatore della personalità.

L’essenza psicologica dell’uomo è incontrare l’altro attraverso il dialogo, quello che chiamiamo il principio dialogico. L’essere umano nasce nella relazione (nel grembo materno) ed è guidato da due principi fondamentali: il principio dell’appartenenza ed il principio della comunione. Il primo riguarda l’appartenenza ad un gruppo e lo ritroviamo anche in molti animali (come le formiche, gli elefanti, ecc.), mentre il secondo è prettamente umano e riguarda la ricerca di un’intimità comune, senza la quale stiamo male anche se a volte non ne siamo coscienti. L’appartenenza e la comunione costituiscono gli elementi archetipici dell’amare nella dimensione umana: invece l’aggressività nasce dalla rottura di questa unità dialogica.

Ciò che subisce la vittima quindi non è banalmente “una presa in giro”, ma una violenza che penetra molto più profondamente. Il bullo sceglie come preda chi è più facile da sottomettere, ossia che ha già il sentimento di appartenenza ferito e che quindi è più vulnerabile. L’atto di violenza nei suoi confronti va proprio ad allargare questa ferita. Quindi il vissuto di impotenza e di squalificazione lo porterà a credere a ciò che gli viene detto/fatto vivere dai “sadici bulli”. E questo sentimento di squalificazione può perdurare per tutta la vita.

Oltre alla violenza, che può subire sul piano fisico, c’è quella sul piano psicologico, in quanto viene colpita e lesa l’identità soggettiva. Questo rende particolarmente perversa l’azione dei ragazzi aggressivi. Il rapporto tra carnefice e vittima è sempre un rapporto di sottomissione, dove la vittima alla fin fine sente quasi come giusta l’azione aggressiva nei suoi confronti: è la sottomissione al potere. In questo senso chiamare bullismo questo fenomeno è improprio e riduttivo. Purtroppo la presenza nella nostra società e delle ultime generazioni di forme di questo genere ci dice quanto nelle profondità della psiche siano ancora vive le forme archetipiche dell’uomo primitivo sadico ed aggressivo. Il problema si fa ancora più evidente oggi data la disponibilità di mezzi potenti a cui possono accedere personalità violente.

Alcune vittime sviluppano un atteggiamento depressivo, ma la possibilità di emanciparsi da quella situazione patita, esiste ed è nella natura dell’essere umano. Molti sono gli esempi di persone, anche celebri, che hanno raccontato la propria esperienza di dolore, ma che successivamente si sono riscattate. L’identificazione con l’essere vittima e quindi soggetto squalificato, senza valore, deve emanciparsi attraverso le proprie caratteristiche soggettive le quali vanno trovate e sviluppate. Da una parte l’educatore del bullo/sadico deve accompagnare il soggetto verso forme più evolute di relazione e far comprendere che non esiste solo la forza, ma la capacità di dialogo e che la violenza alla fine non può e non vince. Mentre l’educatore della vittima deve indicare la via verso la forza che quel dolore può generare dentro il suo intimo.

Per i bambini aggressivi occorre un lavoro pedagogico e di formazione che li aiuti ad emanciparsi da quell’idea di aggressività che hanno scelto come maschera per la loro vita di relazione. A questo proposito, possono avere un ruolo preponderante tutti quei video giochi che hanno al centro la violenza.

Un intervento di prevenzione dovrebbe partire proprio dagli elementi culturali che vanno a costituire l’immaginario collettivo, da cui trae ispirazione sia la condotta che l’interpretazione emotiva ed ideica del giovane.

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BY: Irene Barbruni

Bullismo prima parte
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Il bullismo è un fenomeno complesso che riguarda sia dinamiche psicologiche che l’ambiente culturale in cui si muove sia il ragazzo aggressivo che la vittima, ma anche l’interezza del gruppo entro cui nasce un tale negativo e regressivo evento sociale. Questa prima parte è dedicata alla descrizione del fenomeno e delle dinamiche psicologiche principali che accompagnano il bullismo dal punto di vista del cosi detto “bullo”. In un secondo momento esamineremo, invece, gli aspetti psicologici della vittima e degli strumenti preventivi verso tale fenomeno.

Nell’ambito della ricerca dedicata al fenomeno del bullismo, realizzata dall’associazione Villa Sant’Ignazio per conto della Provincia di Trento, più del 50% degli intervistati ha dichiarato di essere stato vittima di episodi di bullismo, risultati più numerosi nella fascia d’età dei 14 anni, e di questi il 33% sono vittime ricorrenti.

Nel “bullo” osserviamo una paralisi delle risonanze intime (perdita di contatto con il proprio mondo interiore), caduta della spontaneità (il soggetto si rifà a modelli esterni e diviene sempre più estrovertito), regressione sociale, disagio e senso di vuoto (il vuoto interiore conseguenza della superficialità etica). Spesso sentiamo dalla cronaca episodi di violenza che non hanno una motivazione specifica, se non come mezzo per combattere la noia. La noia sopraggiunge quando nulla riesce a raggiungere l’intimità della persona. Un concetto a cui Sartre affianca quello di nausea, ossia non solo nulla mi appetisce ma “tutto mi da fastidio”; un altro aspetto che ritroviamo sempre più spesso nell’adolescente.

Quindi il “bullo” si muove dentro questi aspetti psicologici a cui si aggiunge l’aspetto del potere. Il potere è uno dei piaceri più arcaici e in un soggetto che ha le caratteristiche sopra riportate è chiaro che esso diventa un modo per riempire la noia. Senza un’etica l’Io implode su sé stesso come unico orizzonte esistenziale e il piacere del dominio sull’altro non fa che aumentare l’aggressività.

Molti sono gli elementi che possono portare a questo circolo vizioso, a partire da predisposizioni caratteriali ed influenze ambientali (storia personale e culturale). Il piacere, che deriva dall’esperienza del sentirsi dominante sul dominato, diviene centrale soprattutto in una cultura, come quella attuale, che mette la volontà di potenza, cioè la volontà di dominio sulla realtà e quindi sull’altro, al centro delle motivazioni del soggetto. Spesso i video giochi hanno trame a contenuti aggressivi; quindi il soggetto, poco riflessivo e sedotto dal piacere di essere un vincente e dominante, ne subisce il fascino (da ciò l’emulazione). Dominare l’altro è infondo un piacere sadico ed ancor più desiderato quando il “bullo” incontra una vittima designata, cioè un individuo particolarmente introverso, timido e remissivo: possiamo dire che “al bullo piace vincere facile”. La mancanza di risonanza intima non permette all’aggressore di sperimentare il sentimento della pietà, che dovrebbe provare di fronte a chi è in lacrime davanti a lui.

Il mondo interiore, dicevamo, è spento, la personalità si è sviluppata solo verso l’estroversione. Certamente oggi molti sono gli stimoli che sollecitano l’estroversione piuttosto che il contatto con se stessi (all’introversione) e questo non aiuta l’emergere di quella risonanza intima che sarebbe lo specchio sul quale si riflette l’azione negativa e la definisce all’interno di significati etici. Da cui discenderebbe l’esperienza dell’empatia verso l’altro e la conseguente capacità di coglierne il disagio e la sofferenza. Faccio notare che i video giochi non stimolano la riflessione, ma sviluppano la risposta veloce allo stimolo (si vince tanto più si è rapidi). In quel mondo di gioco non è necessaria né la riflessione né l’empatia e tanto meno la pietà, sentimenti altamente evoluti. In altre parole il video gioco stimola la regressione. Ma anche il video gioco è figlio di una cultura che ha posto al centro la volontà di potenza, la forza e il dominio: da ciò il giovane trae ispirazione per le sue azioni e le sue intenzioni. Non è certo solo il mondo dei video giochi che può influire su queste dinamiche perverse, un altro fattore può essere l’uso di sostanze. Ma, al di là di questi fattori che possono certamente aggravare il quadro psicologico descritto, ciò che sempre più spesso si osserva nel mondo dell’adolescenza è la mancanza dell’educazione alla gentilezza, al rispetto verso l’altro e all’esercizio della reciprocità.

Nel prossimo articolo analizzeremo gli aspetti psicologici della vittima e gli strumenti che possono aiutare ad una prevenzione di tale fenomeno.

BY: Irene Barbruni

Bambino e scuola
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Il contatto con la scuola rappresenta il primo vero ingresso nella società dei nostri figli ed inoltre esso costituisce l’unico impegno sociale per il minore. L’età infantile, nella società contemporanea, non trova un suo ruolo sociale, ovvero al bambino non è richiesto nulla; ed è importante evidenziare che l’essere umano non può sentirsi completo senza un ruolo all’interno del proprio gruppo di appartenenza. Ecco che la scuola, essendo luogo di formazione della cultura personale e dell’evoluzione psico-sociale, rappresenta il primo vero impegno civico del bambino, e in tal senso aiuta quest’ultimo al recupero del senso/ruolo che gli è necessario.

Per comprendere la realtà in cui si muovono i nostri figli bisogna considerare la complessità delle ramificazioni relazionali in cui si muovono: rapporto figlio/genitori, bambino/scuola (insegnanti e compagni), nonché il rapporto con la cultura nella quale sono immersi. In modo particolare i mass media oggi sono predominanti nella vita delle persone ed in modo particolare verso e bambini e le loro vulnerabilità. Proprio la permeabilità del bambino ai media può costituire una seria minaccia alla sua integrità, alla percezione stabile di se stesso. Ecco che è fondamentale porre le capacità relazionali al centro dell’azione educativa al fine di facilitare il suo percorso di inserimento sociale. Più il minore si sente parte attiva della società meno sarà vittima delle lusinghe pubblicitarie e culturali devianti. Tenendo conto del vissuto dell’essere padre e madre e le loro differenti aspettative ed ansie, dobbiamo sottolineare che la relazione familiare possiede una grossa potenzialità evolutiva. Ricordando sempre la necessità di sentirsi parte attiva della comunità è bene coinvolgere il minore nella situazioni significative della vita quotidiana.

La relazione è luogo di incontro e crescita e quindi gli stili di comunicazione, gli atteggiamenti e il modo di approccio alla vita emozionale, che si instaura tra bambino e i genitori, potrà essere trasferito nel rapporto che il minore vive con il mondo della scuola. Infatti se l’esperienza scolastica viene collocata sul piano che merita, esperienza attraverso cui il bambino partecipa al buon andamento della società, ciò può rappresentare una tappa fondamentale per il cammino verso la maturità. Cammino che necessità l’esser in grado di affrancarsi dall’attitudine al godimento immediato dei propri bisogni.

Per spiegare meglio questo passaggio ricorriamo ad un accenno alla favola di Hänsel e Gretel e al simbolismo in essa presente. Questa favola classica che tutti noi conosciamo ben rappresenta la situazione storica attuale. Ciò che minacciata nel bambino di oggi è la possibilità di Essere, in quanto la massificazione dei bisogni indotti che lo rendono schiavo della strega, ossia della bisognosità. La scena che vede Hansel e Gretel fermarsi davanti alla casa di marzapane e cominciare a mangiarsela rappresenta la potenza della bisognosità che costringe, irriflessivamente, all’immediata soddisfazione. Questa immediatezza introduce e ferma il bambino in una temporalità che da una parte è chiusa e dall’altra è monca di un divenire, nel senso che tutto deve essere consumato nel qui e ora. Questa immediatezza chiude il tempo e lo amputa della sua caratteristica principale: l’attesa come intuizione e presagio di ciò che incanta perché anelito dell’anima, cioè di ciò che è veramente autentico e profondamente necessario. Aiutare quindi i bambini a ritrovare l’attesa come una situazione ricca di potenzialità, rispetto all’immediatezza irriflessiva, indica loro la strada dell’essere liberi.

La collaborazione tra scuola, genitori e bambino è fondamentale, senza dimenticare quest’ ultimo elemento, che deve essere chiamato ad un ruolo più attivo. Spesso i genitori tendono a voler sgravare dalle incombenze i figli, mentre la scuola è il luogo in cui il bambino è chiamato a doversi impegnare in prima persona per imparare: scuola e genitori non sono e non devono essere in antitesi. E’ proprio attraverso la fatica affrontata nel corso della vita scolastica che il bambino impara ad affrontare la vita in senso più ampio. In questo senso la scuola è proprio “palestra di vita”.

Ulteriori approfondimenti si trovano su www.ultimabooks.it dove si trova la versione e-book del libro“Bambino, genitori, scuola: un triangolo alla ricerca dell’equilibrio”.

BY: Irene Barbruni

Il bambino e il ruolo sociale
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Proviamo a chiederci quale sia oggi il ruolo sociale ed affettivo per il bambino o per l’infanzia. Questa domanda discende da una considerazione di base, una legge generale: ogni essere umano, qualunque età abbia, cerca e ha necessità di vivere un suo ruolo, sia sociale che affettivo. La solitudine diventa disperazione quando l’individuo si sente staccato dalla realtà sociale la quale è composta da relazioni affettive e significative e dall’intreccio di relazioni che vanno a comporre un ruolo assegnando, quindi, un posto nella società. Basti pensare che spesso noi riconosciamo le persone attraverso il lavoro che svolgono, oppure attraverso il ruolo affettivo che vivono. Per esempio diciamo: “Ho incontrato Tizio. Sai il figlio di Caio, che fa il vigile urbano”. Ecco che già in questa conversazione banale, che possiamo generalizzare, vi sono due componenti le quali portano ad identificare il personaggio Tizio: il lavoro che svolge, quindi il ruolo sociale che investe, e l’appartenenza ad una determinata famiglia. Tanti cognomi, molto diffusi nel nostro paese, hanno questa etimologia: i Di Pietro, i Del Piero, ecc… Probabilmente sono nati proprio per indicare l’appartenenza alla famiglio di Pietro o di Piero. Come del resto tanti cognomi che hanno una derivazione dal mondo del lavoro. Pensiamo ad esempio ai Fabbri e l’elenco è lungo. Tutto questo per dire quanto sia incisivo nella vita della singola persona sia il ruolo sociale che il legame affettivo. Ecco allora la domanda di partenza: quale ruolo ha oggi il bambino? E in generale, l’infanzia?

Per infanzia intendiamo quell’arco di tempo cha va dalla nascita fino ai 12-13 anni. L’unico ruolo sociale che si potrebbe individuare è quello dell’impegno scolastico. Ma certo la scuola nasce come necessità non solo individuale, ma anche sociale: più persone istruite ci sono in un paese più quel paese può evolvere. Purtroppo oggi la scuola non è vista né come luogo di emancipazione sociale, né come luogo di evoluzione personale. Sembra più un dovere vuoto di significato. Ecco che il bambino non ha più neanche quel ruolo sociale. L’unico ruolo è quello del consumatore: il bambino è oggetto di interesse delle campagne pubblicitarie che lo inducono ad avere determinati oggetti. Ed è questa continua tensione all’avere che lo rende costantemente inquieto. Ma questa deriva lo conduce sempre nell’esperienza della bisognosità: ha sempre bisogno di qualcosa, qualcosa suggerito e imposto dalla pubblicità. Ma questo non è un ruolo sociale perché non lo rende partecipe di qualcosa di significativo verso gli altri e verso se stesso.

Questo processo lo svuota di significato e lo spinge sempre più all’esercizio del possesso delle cose. Le capacità relazionali e sociali vengono impoverite. L’unica via per ripristinare la normale capacità relazione dotata di sensibilità etica, è ricondurre il bambino ad un ruolo nella famiglia e nella società. Qui il genitore e la scuola possono svolgere un ruolo importante. Infondo in quella fascia di età l’unico luogo che abbia un vero significato sociale è la scuola, oltre ovviamente alla famiglia. Nella scuola impara molte cose, e non solo le conoscenze che vanno dalla letteratura alla storia, alla scienza, che costituiscono il bagaglio attraverso cui leggere la realtà in cui vive, ma da ciò ricava anche gli strumenti intellettivi per esprimere se stesso. Dicevamo non solo apprende tutta una serie di nozioni, ma, nell’esperienza scolastica è chiamato a condividere con altri quel processo. La scuola è, o dovrebbe essere, un luogo di evoluzione relazionale. Al genitore tocca il compito di guidare e supportare il figlio in questo complesso mondo, cercando di aiutarlo a recuperare il senso civico dell’esperienza scolastica.

Poi nella famiglia vi sono tante piccole incombenze che dovrebbero essere demandate e affidate al bambino, in relazione all’età. Mano a mano che cresce dovrebbero crescere anche le sue mansioni nella gestione della casa. “Solo il lavoro nobilita l’uomo” come recita la saggezza popolare: ed è vero perché il lavoro ci mette in relazione significativa con gli altri. Se il bambino non viene coinvolto nel lavoro, sia domestico che scolastico, non potrà godere del senso di dignità soggettiva, il solo che lo aiuta a sentirsi in pace con se stesso e con gli altri.

BY: Irene Barbruni

Sport seconda parte
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Proseguiamo le nostre considerazioni sul mondo dello sport in età giovanile. Consideriamo individuali quegli sport in cui la prestazione è esclusivamente singola e non prevedere relazione significativa con il gruppo squadra. Come abbiamo già accennato durante le considerazioni sugli sport collettivi, l’aspetto agonistico non interessa molto la nostra riflessione che è finalizzata a discutere sulle potenzialità pedagogiche e psicologiche dell’esperienza sportiva. Comunque, come abbiamo detto, ciò che realmente distingue gli sport individuali da quelli di gruppo è la modalità di affrontare l’aspetto agonistico, ossia la responsabilità del risultato che può essere individuale o condiviso da un gruppo di sportivi. Questo aspetto, dal punto di vista psicologico, pone il soggetto in una posizione differente, rispetto agli sport di squadra, in quanto vi è una maggior propensione a contare sulle proprie risorse e ciò comporta una spinta verso una maggior autodisciplina. L’aspetto dell’autodisciplina in un giovane è fondamentale per lo sviluppo delle proprie capacità. Come hanno confermato diversi studi (ad es. quello degli scienziati dell’Università del Montreal pubblicato sugli Annals Journal of Health Promotion) l’attività fisica aumenta la capacità di concentrazione, il livello di attenzione e di autocontrollo e permette di ottenere migliori risultati scolastici.

Ovviamente gli sport individuali possono essere molto differenti tra loro e quindi possiedono potenzialità pedagogiche differenti. Per esempio, gli sport che pongono il soggetto a contatto con la natura (come lo sci, la vela, il nuoto, l’equitazione ecc…) hanno il pregio di mettere in relazione il soggetto con un particolare ambiente. Il contatto con la natura, che sia il mare o la montagna oppure il rapporto con il cavallo, ha molte potenzialità evolutive. Ad esempio il rapporto con il silenzio della montagna, con la forza e la dolcezza dell’acqua, oppure il legame con il cavallo che comprende non solo il contatto con la natura, ma anche con un animale ricco di potenzialità relazionali. L’evento sport in questi casi spalanca davanti al giovane atleta un mondo di possibilità interattive.

Un altro aspetto riguarda il rapporto con il proprio corpo, sia sul controllo che sulla percezione della propria forza e sull’armonia delle forze che anima la dinamica del corpo. Quando abbiamo occasione di percepire la nostra corporeità sana stiamo bene e anche le capacità “mentali” ne traggono giovamento.

Lo sport, quindi, è occasione di crescita al di là del risultato prettamente sportivo. Non va quindi circoscritto alla vittoria della competizione, in quanto questo scopo, se enfatizzato, distorce l’esperienza sportiva a mera e sterile ricerca di protagonismo. Spesso gli sport individuali possono diventare una delle tante occasioni per mostrare se stessi in modo narcisistico. Per esempio, quando è più importare la tuta firmata piuttosto che il paesaggio di cui si gode in una giornata di sci in montagna. La finalità della vittoria è un modo miope e fuorviante di considerare l’esperienza sportiva, che invece come descritto ha enormi potenzialità sia sul piano pedagogico che sul piano dello sviluppo delle capacità psicologiche. E’ fondamentale comprendere che ogni evento si articola in una molteplicità di dimensioni, la maturità consiste nel riuscire ad interagire con quella complessità. Allargare, quindi, la coscienza dell’esperienza è un metodo necessario per aiutare l’evoluzione della personalità.

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