BY: Renato Barbruni

L’ignavia e la mancanza di riflessione all’origine dell’assenso al male
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“La disperazione è un narcotico, culla l’anima nell’indifferenza.” Dal film Monsieur Verdoux di Charlie Chaplin.

Partiamo da questa riflessione per introdurre  i due personaggi protagonisti delle storie narrate in due film: L’enfant e Fronte del porto.

L’enfant, Belgio 2005, regia di Jean-Pierre e Luc Dardenne.

Bruno è un giovane che vive di espedienti ai margini di uno dei tanti agglomerati urbani di una città europea (del Belgio in questo caso). Appartiene a quella classe sociale che negli anni sessanta e settanta veniva definita dalla sociologia “sottoproletariato urbano”. Se i proletari, pur poveri e quindi limitati nelle loro risorse economiche godevano di un status sociale, lavoro  e famiglia  stabili, il sottoproletariato non aveva alcun elemento di stabilità: lavoro precario e famiglia disgregata  sono gli elementi sociali che disturbano ed impediscono il coagularsi di una identità sociale, che troverebbe comunque nella società conforto e valore di sé. Questo processo disgregativo, a cui è soggetto Bruno, il protagonista della storia narrata nel film, lo conduce a sentirsi perennemente in lotta contro la società e a sviluppare atteggiamenti antisociali. Mancando la coscienza sociale della propria condizione, la spinta di avversione sociale non si compone di elementi politici che si tradurebbero in azioni con intenti etici,  ma quella dinamica avversativa scivola inesorabilmento e irriflessivamente verso atti delinquenziali. Bruno, vive quindi di piccoli furti, in una apparente libertà di essere che invece, si vedrà, lo narcotizza fino a farlo divenire  totalmente inconscio di sé. Non sa neppure distinguere i suoi reali sentimenti. Ha imparato a rubare e a vendere ciò che ruba, immedesimandosi acriticamente  in una cultura dove tutto è merce e tutto si può vendere, comprare e rubare. Non c’è un’etica in tutto questo, non c’è una visione politica di tutto questo.  Come del resto non c’è etica nella società dei consumi: l’unica etica che permane è la ricerca del piacere che si trae dal possesso o dall’uso delle cose. Inoltre va sottolineato che non è tanto il possesso delle cose, quanto il loro uso a renderle ancora più alienabili, mutevoli, informali. Da ciò un ulteriore abbassamento dell’etica. Se la cosa posseduta veniva rispettata per il sacrificio che aveva  comportato raggiungerla, nell’uso non c’è neppure quel rispetto, così la cosa non ha più un valore in sé, ed è questo che la rende intercambiabile con altre. Ed è proprio questo a rendere possibile il loro continuo consumo ed uso: ciò rende più mobile l’economia. L’individuo è condannato a usare sempre cose nuove.  In accordo con il sistema economico, che si basa sul consumo e non sviluppa un’etica, se non quella del libero mercato, Bruno porta alla estrema conseguenza questo assunto. Come vende ciò che ruba per soldi, così venderà il proprio figlio per denaro. Sonia, la sua ragazza e madre del bambino, alla notizia della vendita del loro bambino, dapprima è sbigottita, poi sviene  cadendo tra le braccia del giovane. Bruno vede davanti a sé la drammacità della sua azione  e ciò provoca un primo risveglio della sua coscienza etica, anche se  ad un livello inconsapevole: egli sente il dolore, attraverso il peso del corpo di Sonia tra le sue braccia, ma  è un dolore di altri, non è ancora il suo dolore. Attraverso l’amore per la ragazza, un  sentimento fino a quel momento non sperimentato come tale, ma interpretato come piacere o piacevolezza della di lei presenza, Bruno sente la spinta a voler rimediare a ciò che ha fatto, anche se non ha ancora ben compreso la portata terribile della sua azione. Non è ancora consapevole del male del suo agire, un agire totalmente staccato da sé, come se egli fosse un automa, che si muove guidato dagli stimoli esterni. Ma vedendo il dolore di Sonia, e cercando di curarlo, si mette nell’agire  riparatorio. Lei avrà il coraggio di denunciarlo e lui il coraggio di pagare il danno che ha provocato. La forza della verità che è in Sonia si sposa con l’umiltà di accettare la condanna che  Bruno mostra.  In questo processo espiativo sta tutta la possibilità evolutiva del personaggio, che ritroverà se stesso nell’amore per Sonia. Un amore che ha saputo aver fede nella ricerca della verità e nella necessità di mutare se stessi. Non c’è amore senza trasformazione, come non c’è vera trasformazione se non per amore.

Fronte del porto, Usa 1954, regia Elia Kazan

Terry, in Fronte del porto, è un proletario che ha raggiunto una qualche identità sociale, ferita tuttavia dalla pseudo consapevolezza di aver tradito se stesso quando si fece  corrompere in un incontro di pugilato. Da quel momento “non sa perché non ha più fiducia in se stesso”, dirà in seguito. Questo colpo all’identità spirituale lo fa afflosciare nell’indifferenza, fino a renderlo complice, suo malgrado, di un omicidio. La vita gli sbatte in faccia il risultato della sua ignavia. La responsabilità verso il mondo, la responsabilità delle nostre azioni, quando è tradita, si presenta come il muro che spesso incontriamo nel nostro percorso, quando ancora cerchiamo di demandare ad altri il motivo delle nostre incongruenze. Nel corso della sua vicenda Terry incontra Edie Doyle, sorella dell’uomo che fu ucciso con il contributo della sua ignara complicità. L’amore verso la  giovane donna provocherà in lui un desiderio di giustizia che lo porterà al pieno risveglio della coscienza civica addormentata in lui. Da qui una nuova forza prende vigore, una forza che lo spinge alla ricerca dell’identità perduta.

       Sono due storia dove la bella addormentata non è una giovane principessa, ma l’anima dei personaggi. D’altra parte proprio la favola de La bella addormentata,  narra la rinascita dell’anima del giovane principe il quale  va alla  ricerca della principessa addormentata cioè della propria anima, la coscienza profonda di se stesso. Ma il giovane deve saper sconfiggere il drago, la presenza del male in lui, quel male che tiene prigioniera l’anima. Sconfiggere il drago non è un atto di forza muscolare, ma un agire su noi stessi, per affinare la nostra sensibilità e renderci gentili e forti spiritualmente.

      Bruno e Terry sono due giovani che si trovano imbrigliati nella ragnatela del male senza quasi rendersi conto della gravità del loro agire, mossi da una deriva passiva a cui danno assenso acriticamente. Rinunciano alla loro possibilità di critica, di scelta e quindi di essere. Ed è questa la situazione esistenziale e spirituale della disperazione per amputazione della possibilità di essere, che deriva dalla impossibilità di riconoscerne la necessità. Non posso essere se prima non ne riconosco la necessità.  Fa dire Chaplinal suo personaggio nel film  Monsieur Verdoux:“La disperazione è un narcotico, culla l’anima nell’indifferenza.” E l’indifferenza è proprio il sentimento che polverizza la necessità di essere come necessità. L’essere non è più evocato, e quindi l’agire rimane preda della legge della causa e dell’effetto, privo di intenzioni spirituali. Privo della progettualità propria dello spirito, la progettualità del divenire se stessi. In questo stato,  dell’annullamento della progettualità dello spirito,  il soggetto è vulnerabile rispetto alla legge dell’esterno da sé, preda quindi del dominio delle cause esterne. Il soggetto non è più soggetto, agente di se stesso, ma è mosso dalle lusinghe e dalle pretese della legge esterna, della cultura dominante e della sua finalità.

Le parole illuminanti di Charlie Chaplin, circa la psicodinamica del male, le ritroviamo espresse filosoficamente daHanna Arendt nel libro La banalità del male. Essa così, in sintesi, spiega il dilagare del male nella Germania nazista, là dove, l’autrice riflette, persone del tutto comuni si trovarono a dare assenso, in modo acritico, a politiche e strategie sociali aberranti, come la persecuzione e poi lo steminio degli ebrei. Per la Arendt la rinuncia al dialogo interiore  è alla radice dell’atto di assenso passivo al male. Nelle pagine del suo lavoro non sono tanto analizzati il peso e l’origine del male come categorie antropologiche e metafisiche, ma il male che viene trasmesso quale modalità d’azione e quale modo di pensare che contagia in profondità chi non esercita un minimo di riflessione con se stesso.  In questo senso, essa ribadisce, il male può non essere radicato, ed è proprio l’assenza di radici nell’individuo, o meglio la dimenticanza delle proprie radici, della propria cultura di riferimento, che consente al male di mettere nuove radici. La mancanza dell’attitudine alla riflessione, la mancanza dell’esercizio della riflessione sulle proprie autentiche radici culturali, provocano lo smarrimento della coscienza storica di se stessi.  La  memoria storica è uno dei cardini decisivi per elaborare gli accadimenti e riconoscerli nella giusta luce, ma la rinuncia all’esercizio riflessivo sulla memoria, al ritornare con i propri pensieri a ciò che si è vissuto e a ciò che si è fatto, che condurrebbe allo svelamento del significato storico delle nostre azioni, riduce gli accadimenti ad atti vuoti, proprio perché non collegati al significato che la storia  ha loro attribuito. Non esercitare quindi un  dialogo con se stessi, non permette di svuiluppare il Logos interiore,  che garantirebbe una visione più sapiente dei fatti accaduti e di quelli che stanno accadendo. Questa mancanza di attitudine a pensare, a far proprio l’accadere delle cose, per vagliarle sotto la lente della propria personale riflessione, determina le condizioni per quell’assenso passivo e acritico che perpetua l’azione maligna. Quasta ignavia, questa pigrizia spirituale ha fatto sì, dice la Arendt, che persone spesso normali, si siano trasformate in agenti del male. Il male divenuto  consuetudine, come è accaduto nella  Germania nazista, condusse un popolo acquiescente e complice a commettere i più terribile delitti  contro l’umanità. Allo stesso modo Bruno e Terry, e tanti altri che rinunciano all’introspezione, cadono nell’inferno della malvagità. Ecco che proprio l’attitudine alla riflessione, la quale dovrebbe essere il primo scopo del sistema educativo,  trova purtroppo oggi molti ostacoli: basti pensare all’uso massiccio dei video giochi che  non insegnano a riflettere e quindi a pensare, ma richiedono la risposta immediata  e soprattutto irriflessiva. Ed è questo uno dei temi cruciali della civiltà contemporanea, dove sono messe a dura prova le libertà individuali, proprio per il dilagare di comportamenti collettivi accettati passivamente per mancanza di capacità riflessive.

Per far comprendere la portata della situazione culturale odierna riferisco ciò che disse a suo tempo un grande psicologo amaricano, E.G. Boring, uno dei fautori del metodo introspettivo: “La psicologia ha perso prima l’anima, poi la mente e poi la coscienza, ma ha ancora il comportamento”. La psicologia cognitivo-comportamentale è proprio frutto di una cultura che ha svuotato di interiorità l’essere umano. Da qui la mancanza di introspezione dei modelli pedagogici diffusi ad ogni livello. Tutto è rimandato al comportamento come risposta allo stimolo esterno. L’apparato cognitivo viene visto come frutto di questa dinamica, proprio perché non è riconosciuta nell’uomo una natura interiore, una progettualità interiore; non è ammesa la presenza dell’anima.   

BY: Renato Barbruni

Affettività, relazioni e spiritualità: aspirazioni, crisi ed evoluzione
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Articolo apparso su Avvenire di domenica 23 giugno 2019.

Breve resoconto psicologico esperienziale della Convivenza sacerdotale, vissuta da martedì 18 e mercoledì 19 giugno alla presenza del Vescovo Mons. Suetta, che ha concluso il sinodo sacerdotale della diocesi di Ventimiglia-Sanremo iniziato nel settembre  2018.

Nella giornata, a cui ho partecipato come psicologo-relatore, ho avuto modo di incontrare tante diverse sensibilità all’approccio della missione sacerdotale. Le tematiche,  circoscritte agli argomenti proposti dal mio intervento, sono state dibattute sia in ambito assembleare, sia nei lavori di gruppo a cui ho partecipato. Sono stati proposti alcun temi psicologici con lo scopo di fornire strumenti interpretativi utili al sacerdote il quale, non solo li vive in prima persona, ma è chimato ad affrontarli all’interno della missione pastorale.

Il lavoro aveva per titolo: Affettività, relazioni e spiritualità: aspirazioni, crisi ed evoluzione. Il senso di queste tematiche rispecchia la volontà di portare i partecipanti alla riflessione collegiale sulle problematiche che il sacerdote incontra  nel suo ministero, sia di fronte alle inquietudini dei suoi parrocchiani, sia alle proprie personali trepidazioni di carattere psicologico ed esistenziale che, in certi momenti possono sfociare in quesiti spirituali. L’approccio psicologico seguito è quello umanistico-esistenziale, dove l’uomo non è visto in modo atomistico, cioè scisso in dimensioni separate; ma nella prospettiva dell’uomo trinitario, un uomo traversato dalla natura biologica e dalla proria vocazione verso la trascendenza. Un’antropologia quindi che vede l’essere umano dotato di dimensioni diverse, ma dialoganti tra di loro ed orientate verso la trascendenza che le comprende, le armonizza e le eleva. La trascendenza, quindi come dimensione a cui l’uomo aspira genuinamente. Non è quindi vista, come in alcune psicologie, come compensazione alle frustrazioni esistenziali.

A tale proposito la riflessione sugli elmenti base delle modalità di conoscenza e di esperienza del soggetto umano,  sono stati posti al centro della prima relazione da me sviluppata, nel pomeriggio del 18 giugno. La fenomenologia della coscienza, il processo di identificazione, in contrasto con il processo di individuazione, che porta tante volte alle crisi di indentità, le quali possono sfociare  in crisi esistenziali, hanno sollecitato i partecipanti a mettere in discusione critica e costruttiva, la tendenza a chiudersi in una visione e percezione di se stessi che ostacola il dialogo con l’altro .

La possibilità  del sacerdote di comprendere le proprie dinamiche psicolgiche, interpretandole nella giusta luce,  lo pone nella condizione di avvicinare meglio le situazioni psicologiche ed esistenziali dei suoi parrocchiani. Si è voluto sottolineare  quanto le dinamiche psicologiche possano influire sulla dimensione spirituale, la quale ha da guadagnatre se la consapevolezza e la capacità di superamento di determinate istanze ottengano successo.  L’esercizio alla riflessione psicologica  aiuta a  rintracciare l’elemento spirituale nelle varie esperenze della vita, permettendo di inquadrare il percorso dell’esistenza. Nel corso del dialogo sono emerse vissuti del sacerdote, non ultimo un certo sentimento di solitudine umana. Tale sentimento non è circoscritto alla eventuale carenza di relazioni interpersonali nella sua vita, ma proviene da quel sentire su di sé la solitudine di quella umanità lontana del Padre Celeste.

BY: Renato Barbruni

I ragazzi della 56° strada
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I ragazzi della 56° strada
di Francis Ford Coppola

Film d’autore, dal carattere chiaramente drammatico, disegnato dal regista sulla falsariga del film epico. Se Stand by me, è il passaggio dalla fanciullezza all’adolescenza, qui osserviamo il passaggio dall’adolescenza alla maturità. Se nel primo film la drammaticità della vita è presagita e serpeggia qua è là nella vicenda e nel vissuto dei ragazzi, qui i protagonisti sono travolti dalla tonalità drammatica dell’esistenza. Essi vedono infrangersi il senso di onnipotenza del sogno (tipicamente fanciullesco) sugli scogli della durezza realistica della loro esistenza. Il rischio è perdere il sogno sulla vita, lo sguardo d’incanto, che perdura nell’anima quale atto di fede del proprio esistere e come ultimo e radicale senso di sé. Il protagonista della vicenda, dopo la morte drammatica e violenta di un coetaneo, ad opera di un amico caro, intraprende un ultimo viaggio, dapprima come fuga dalla realtà, poi quale irriverente nascondimento di se stesso dalla società degli uomini adulti. Il viaggio, tuttavia, mostrerà la sua vera natura là dove divirrò incontro con la radice dell’intuizione pura che è la poesia, ultimo baluardo di civiltà dell’anima. E nonostante il colpo terribile alla stabilità della fede nell’esistenza, la vicenda si conclude nelle parole del protagonista che scopre la bellezza insita nel proprio esistere.

BY: Renato Barbruni

La vita appesa ad un filo
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La vita appesa ad un filo
di Chen Kaige

Film dalla struttura narrativa archetipica. Il linguaggio visivo del film è estremo,essenziale e quindi,in questo senso, archetipico: il fiume, la montagna, il deserto, la casa-tempio; il procedere dei personaggi come viandanti,come viaggio attraverso la propria esistenza disegnata anch’essa informa archetipica; la cecità come condizione simbolica e metaforica della problematica esistenziale e spirituale dell’uomo, e quindi la sua ricerca della capacità di vedere, una leggendaria veggenza per cogliere il vero volta del mondo.
In questo scenario e in questa trama in cui vengono colti e collocati i personaggi, si svolge il senso drammatico della vita dove il giovane e il vecchio procedono fianco a fianco sostenendosi a vicenda, e dove incontrano i loro limiti e le loro più essenziali paure, una tra le tante la paura dell’incontro col femminile. Dirà il vecchio al giovane: “non c’è da fidarsi delle donne, stanne alla larga.” Ma è nella natura della giovinezza il farsi prendere da eros dal quale si sviluppa la trama della continua ricerca di incontro.
Il vecchio, che insegue per tutta la vita il momento in cui l’ultima corda del suo liuto si spezzerà dandogli la vista, scoprirà, prima con tremenda sofferenza e delusione, – quasi un senso di tradimento -, che i suoi occhi permangono insensibili alla luce esterna, che la visione interiore della speranza, della fede e della gioia sono i suoi nuovi sensi e la sua nuova visione del mondo. Allora le sue canzoni da menestrello dello spirito echeggiano nello spazio. Mentre il giovane accetterà di affidarsi al destino procedendo sulla via già percorsa dal suo amore: il gettarsi nel vuoto come simbolo estremo dell’atto di fede al di là della concretezza della vista e del procedere sulla terra saldamente ferma, simbolo delle tradizioni e delle consuetudini.

BY: Renato Barbruni

La casa sul lago del tempo
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The lake house di Alejandro Agresti
Interpreti: Keanu Reeves, Sandra Bullock, Dylan Walsh, Shohreh Aghdashloo, Christopher Plummer, Lynn Collins, Mike Bacarella
Anno di produzione 2005, durata 105′
Genere: Drammatico

Il tempo, l’attesa: l’amore ne ha necessità vitale. E’ questo il tema del film. Una commedia sentimentale dalle tinte tenui, modesta, con qualche attimo suggestivo, ma nel complesso gradevole e anche profonda.
Senza la capacità di attendere l’amore può morire. Il protagonista maschile muore per troppa brama di arrivare. Ma lei lo salverà portando il tempo sulla giusta sincronia. Le due anime hanno percorsi diversi con temporalità diversa; se sapranno aspettare il momento giusto, quando saranno giunte all’unisono, il tempo sarà compiuto e l’amore potrà vivere. In un’epoca tutta spesa nella frenesia di fare esperienza e quindi bruciarla, il film tocco un argomento molto taciuto, l’importanza di rispettare la dimensione del tempo, un tempo che non è oggettivo, il tempo degli orologi uguale per tutto. Questo è Crono il dio del tempo che si mangia i figli. Il tempo di cui in questo storia si parla è Aion, il tempo degli dei, il tempo in cui vivono gli dei; non quindi il tempo che agisce sottraendo sostanza all’esistenza, ma il tempo che genera l’esistenza, da cui si genera il mistero dell’esistere, un esistere che trova il suo lessico essenziale nell’accadimento, nella generazione del mondo. I due protagonisti quando riescono a mettersi in sintonia su quel tempo, avranno la vita eterna, la comunione dell’amore e sconfiggeranno la morte.

BY: Irene Barbruni

Essere gentili per vivere meglio
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Diversi studi hanno dimostrato che la gentilezza ha un effetto sulla qualità della vita delle persone; essere gentili ci rende meno stressati e addirittura più longevi.
In particolare uno studio realizzato da due psicologhe sociali, Jennifer L. Trew e Lynn E. Alden, ha dimostrato che i comportamenti generosi alleviano l’ansia in particolar modo quella sociale definita anche “fobia sociale” (la paura intensa e pervasiva legata ai contesti sociali). Infatti il gruppo di persone che hanno aumentato le azioni gentili nei confronti di amici e parenti hanno avuto un beneficio sulla propria ansia e di conseguenza la loro vita sociale è migliorata.

Ma se tutto si riduce ad un atto esteriore la cosa non può dare esiti favorevoli. Solo se la gentilezza è emanazione di una visione della vita più serena, attraverso cui si è capaci di accettare le diverse difficoltà che incontriamo, allora ciò può aiutare a vivere meglio. La ricerca delle due studiose citate, non mette in evidenza questa differenza, quindi è bene specificarlo. In molte ricerche la psicologia tende ad osservare il visibile, cioè il comportamento, e a trascurare la valutazione dell’invisibile, cioè i vissuti profondi che animano il comportamento.

La vera ricetta per vivere meglio non è tanto essere gentili, come atto esteriore, ma trovare la capacità di vedere con gentilezza la realtà che ci circonda, diventare più saggi, capaci di accettare e trasformare le varie situazioni in occasioni autentiche per la propria evoluzione personale ed interpersonale. Ma solo se siamo capaci di conoscere il nostro mondo interiore ciò diviene possibile. “Conosci te stesso” ammoniva Socrate. Cominciare quindi da se stessi, dal conoscersi e dal modificare ciò che ci porta alla contrapposizione con gli altri, dalla quale sviluppiamo una visione persecutoria. Poiché abbiamo bisogno di essere rispettati, ma anche di rispettare, così come abbiamo necessità di essere trattati in modo giusto e a nostra volta di trattare gli altri in modo giusto: in altri termini l’esercizio delle capacità etiche contribuisce a farci stare bene perché sentiamo di aver fatto le cose che si accordano alla nostra profonda esigenza di contribuire a costruire un mondo più giusto. Alla fine l’essere umano è una creatura etica, cioè sente il bisogno di fare il bene e di riceverlo: ciò è la fonte del ben-essere.

BY: Irene Barbruni

Il rapporto con gli animali
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Il rapporto tra uomo e animale ha origini molto antiche. Mentre in passato esso era nella maggior parte dei casi legato soprattutto da una utilità del rapporto (come aiuto nel lavoro agricolo o come risorsa alimentare) oggi esso è legato, per lo meno nella vita cittadina, principalmente da valore affettivo-relazionale. Si stima che in Italia siano almeno 60 milioni gli animali domestici: i più numerosi sono pesci ed uccellini, cani, gatti e altri piccoli animali come i roditori. A partire dagli anni sessanta molti sono gli studi che hanno riguardato gli effetti sull’uomo del contatto con l’animale. Nello specifico è stato confermato che nei soggetti con difficoltà di relazione, attraverso il contatto con un animale, veniva migliorata la propria apertura verso gli altri. Da questi studi è poi nata la pet-terapy, ossia l’utilizzo dell’animale nell’assistenza di persone con diverse difficoltà.
Quindi il contatto con l’animale ha un beneficio per la salute fisica e psicologica.

Riflettendo sulla vita quotidiana nelle città, il bisogno di avere un animale vicino soddisfa la necessità che l’uomo ha del contatto con la natura. In un ambiente cittadino, in cui vi sono poche aree verdi, emerge forte l’esigenza di contatto con la natura, quindi questo viene compensato dall’avere piante e animali in casa.

Attraverso il rapporto con l’animale, nel rispetto delle sue caratteristiche, si impara ad entrare in rapporto con il principio di realtà, ossia con la logica naturale della vita. Spesso il malessere psicologico può nascere proprio dall’incapacità di accettare i dettami della vita. Gli animali invece hanno una grande capacità di adattarsi. Quindi, attraverso una non manipolazione sull’animale possiamo avere quel contatto con la vita così importante per il nostro benessere. Ci sono animali che sono da millenni con l’uomo e che sono quindi abituati a tale rapporto (come ad esempio cani e gatti) e altri meno.

Importante è considerare le esigenze per cui una persona si avvicina all’animale, a volte oltre al bisogno di contatto con la natura, di cui abbiamo parlato, esiste anche il bisogno di scambio affettivo. In alcuni casi essi colmano un vuoto di rapporto. Il cane per esempio è paziente, ha un affetto incondizionato per il padrone cioè egli non considera lo status sociale, entra in rapporto affettivo al di là di tutto e questo è terapeutico di per sé.

Il legame con l’animale, quindi, ci fornisce quel contatto con la natura di cui, soprattutto in un’architettura cittadina fatta di cemento e macchine, abbiamo profondamente bisogno.

BY: Irene Barbruni

Le proto-emozioni o emozioni primarie
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L’emozione è la risonanza immediata ad un evento; tende ad esprimersi attraverso un atto in quanto è istintiva e primordiale. Spesso nella cultura contemporanea si tende a confondere le emozioni con i sentimenti. Anche se spesso utilizziamo lo stesso aggettivo per definire sia un’emozione che un sentimento, in realtà sono due fenomeni molto differenti. Nello specifico possiamo distinguere tre diversi gradi di emozioni (Arieti): le protoemozioni (tensione, appetito, paura, rabbia e soddisfazione), le emozioni di secondo grado (ansia, collera, desiderio, sicurezza) e quelle di terzo grado (tristezza, amore, odio e gioia) che possiamo definire sentimenti.

Le protoemozioni sono fondamentali per la sopravvivenza in quanto sono forze motivazionali fondamentali e anche se non vengono sperimentate esclusivamente a livello somatico (come le sensazioni per esempio di fame e di sete), in esse è presente la componente corporea rilevabile da una serie di cambiamenti che coinvolgono tutto il corpo o comunque la maggior parte di esso. La componente cognitiva è minima per quanto riguarda le proto emozioni, ma diventa più importante nelle emozioni di secondo grado e terzo grado. E’ proprio nel momento in cui entra in gioco l’aspetto cognitivo e l’aspetto delle immagini simboliche che possiamo parlare di sentimenti. Possiamo definire il sentimento quella risonanza affettiva e complessa che accompagna gli stati d’animo di una persona in relazione agli eventi esterni ed interni. E’ sempre importante ricordare che tutti noi nasciamo nel grembo materno e quindi dentro la relazione con una madre; quindi l’essere umano, avendo origine da una relazione, deve sempre essere immerso in un mondo relazionale.

Ciò che differenzia il sentimento dalle emozioni è quindi la complessità; i sentimenti sono composti si dall’aspetto emotivo, ma anche influenzati dalle idee, dai ricordi e dagli stati d’animo soggettivi. Mentre l’emozione è una risonanza immediata ad un evento, il sentimento trascende la relazione soggetto-oggetto ed è suscitato dal modo attraverso cui la soggettività vive la relazione/situazione che si instaura tra lui e il suo mondo.

Di per sé le emozioni sono neutre, ossia non sono né positive né negative, ma l’evoluzione che può avere un’emozione, a seconda di come viene gestita dal soggetto, può sviluppare un risvolto positivo o negativo: ossia verso l’evoluzione o la regressione della personalità. Facciamo un esempio: la rabbia. Essa è indispensabile perché permette la difesa dell’individuo, consente di dire di no e di proteggersi da ciò che può essere nocivo. La rabbia ha la caratteristica di disgregare l’interezza della psiche e quindi ostacola la riflessione e le capacità sintetiche in generale. Chi vive l’emozione della rabbia è incapace in quel momento di staccarsi dalla situazione. Ecco quindi perché è errato abituarsi a sfogare la rabbia, è invece importante imparare a contenerla. Chi si abitua a sfogare non allena le capacità di contenimento le quali permettono la riflessione, attitudine fondamentale al fine di un’evoluzione positiva della rabbia (come di tulle le altre emozioni). Quando la rabbia è contenuta e portata su un piano superiore evolve in determinazione e nella capacità di decidere. Invece, nell’evoluzione negativa avremo la manifestazione di aggressività introvertita (depressione, forme di distruttività autolesiva) e aggressività estrovertita (atteggiamenti distruttivi a volte mascherati).

Quando pensiamo invece al sentimento della rabbia, meglio definito da altri aggettivi come per esempio collera, diventa fondamentale l’idea che è celata dietro tale vissuto. Nella vita di una persona è chiaro che le emozioni di vario livello si intrecciano e non sono mai così chiaramente distinte come nell’elenco che è stato riportato sopra. Nella quotidianità è importante imparare a non essere totalmente preda delle proprie emozioni e cercare di riconoscerle e contenerle per facilitarne l’”evoluzione positiva”, a cui abbiamo accennato. In generale possiamo dire che l’aspetto riflessivo, il quale ci consente di conoscere le idee e le immagini che sottendono i sentimenti, ci stimola a conoscere meglio noi stessi per trovare il giusto equilibrio tra le varie esperienze della nostra vita.

BY: Irene Barbruni

Le vacanze e il viaggio
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BY: Irene Barbruni

Perché sogniamo
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Durante il sonno il corpo si riposa interrompendo il movimento mentre il cervello, durante alcune fasi chiamate R.E.M. (Rapid eye movement), torna ad essere attivo proprio come nello stato di veglia; è in questa fase, caratterizzata da un movimento rapido degli occhi, che si sogna.
Dalle numerose ricerche della neurofisiologia sappiamo che sognare è necessario. Infatti, si è visto che alcuni volontari, svegliati non appena iniziava in loro la fase in cui si sogna più intensamente, tendevano successivamente a compensare sognando di più. Altri ricercatori hanno messo a confronto due gruppi di persone: uno veniva svegliato prima di poter sognare, mentre l’altro dopo aver sognato. Nonostante il numero di ore di sonno fossero uguale le persone che non avevano sognato tendevano a sviluppare uno stato di malessere psicologico fino ad arrivare a forme depressive.

Il motivo e lo scopo del sogno è ancora oggetto di studio. Secondo alcuni ricercatori, come il Jonathan Winson, il sogno risulta essere un processo di memoria fondamentale per i mammiferi. Infatti gli studi che hanno riguardato il ritmo theta hanno visto che esso è presente durante la fase REM così come nei momenti di particolare importanza per la sopravvivenza di alcuni animali, come per esempio l’esplorazione nel ratto e il comportamento predatorio nel gatto. Nel corso del sonno REM vengono integrate le informazioni recenti con le esperienze passate per fornire una strategia di comportamento in continua evoluzione. Questo aspetto spiegherebbe anche perché nei neonati la durata del sonno REM è di 8 ore al giorno, mentre all’età di tre anni si riduce a tre ore al giorno. È come se avessero bisogno di elaborare, ed integrare, quante più informazioni possibili relative al comportamento umano.

Fin dall’antichità veniva dato al sogno una particolare importanza e antiche popolazioni hanno cercato di interpretare i simboli onirici attribuendo un valore predittivo ai sogni (come gli egizi, i Romani, Greci e come nel Vecchio Testamento Giuseppe, figlio di Giacobbe, che interpreta i sogni alla corte del faraone). Sigmund Freud considerava i sogni materiale fondamentale per l’indagine della psiche; nello specifico pensava che il linguaggio simbolico del sogno fosse il modo con cui l’inconscio cerca di comunicare alla coscienza i desideri e impulsi rimossi.

Jung, diversamente da Freud, fornisce ai sogni un funzione che va oltre la semplice espressione di desideri o paure inconsce. Infatti i simboli che emergono nei sogni sono il risultato di un dialogo tra la coscienza e l’inconscio. Il simbolo (la parola deriva dal greco simballo che significa mettere insieme) è il risultato, non solo del dialogo con i contenuti personali, ma anche con i contenuti più primitivi (quelli che Jung chiama archetipi). In altre parole, la coscienza propone il tema del sogno, l’inconscio lo svolge legandolo alla conoscenza storica presente nella psiche. Questa visione della funzione del sogno è stata confermata dallo studio di J.Winson citato precedentemente. Nel sogno si risveglia un’intelligenza superiore. Ci sono degli artisti per esempio che dicono che hanno sognato le loro opere.

Nell’epoca contemporanea le ore di sonno e la qualità del sonno, stanno gradualmente diminuendo. Sempre più adulti e ragazzi stanno riducendo il tempo dedicato al riposo notturno e forse si è persa in parte la consapevolezza dell’importanza di tale momento. Per la nostra salute psico-fisica, invece, il sonno è fondamentale. Per sintetizzare possiamo dire che il sogno, in particolare, è un racconto su noi stessi di cui noi abbiamo bisogno, perché dentro la narrazione c’è quell’armonia a cui noi aneliamo. Infatti i racconti e i miti sono stati nella storia dell’uomo i primi strumenti di conoscenza prima ancora della filosofia, anzi hanno ispirato le varie filosofie. Forse oggi si dovrebbe porre maggiore importanza alle immagini interiori del sogno, sminuendo invece altre fonti più “artificiali” di immagini. Perché le immagine che provengono dal mondo di fuori devo potersi integrare con le immagine che custodiamo nel nostro profondo.

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