BY: Irene Barbruni

Il bambino e il no. Il significato dell’opposizione tra normalità e patologia.
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La fase dell’opposizione è una fase importante nello sviluppo infantile. Il bambino provoca l’ambiente per mettere alla prova la sua autorevolezza e la capacità di contenimento del genitore. Questa fase inizia intorno ai due anni, momento in cui il bambino comincia anche a definirsi con “Io”. La funzione principale di questo periodo è quella di affermare la propria individualità che non va confusa con la necessità dell’indipendenza, in quanto la necessità della propria indipendenza richiede dimensioni psicologiche più evolute.  Quindi, in questa fase precoce l’esigenza di affermare se stesso viene catturata all’interno della propensione all’autoriferimento. Il bambino non ha e non può avere coscienza della sua dipendenza dalla figura materna, egli tende a usare la madre e tende con ciò a dominarla, assaporando il gusto di un tale potere. 

La durata di questa fase e l’intensità dei così detti “capricci” dipende molto dalle risposte che i genitori sviluppano. Purtroppo non è uno stadio che scompare da solo con l’età, ma necessita dell’intervento educativo dei genitori. I bambini imparano presto che in luoghi pubblici, o comunque in presenza di altre persone, gli adulti sono più propensi ad accettare le richieste per evitare le “scenate” del proprio figlio. Quasi sempre vi è la richiesta di qualcosa che il bambino vuole subito, ed è bene, in questi casi, essere fermi ed autorevoli. Altrimenti si finisce per confermare lo sviluppo delle capacità monipolatorie, che il bambino impara ad usare quando si fa dominare dall’esigenza di soddisfare nell’immediato il suo desiderio.  Il no del genitore può essere accompagnato da una spiegazione, soprattutto quando il bambino, a partire dai tre/quattro anni, è in grado di comprendere i motivi del rifiuto. Nel caso non si riesca sul momento a spiegare al bambino i motivi, si potrà farlo in un momento successivo di maggiore tranquillità.

È fondamentale quindi non cedere mai quando la richiesta del bambino è accompagnata da una modalità di imposizione sull’adulto. Inoltre è buona regola non accontentare subito una richiesta, ma posticiparla; in questo modo viene allenata la capacità di attesa e quindi di contenimento di quel desiderio.  Infatti la capacità di contenere e di attendere, quindi di reggere il tempo, saranno deteminanti in tanti ambiti della sua vita. Il bambino che non sa attendere si condanna alla subordinazione ai suoi bisogni, che lo portano a sviluppare una personalità incline alla dipendenza. E quindi a vivere nell’immediatezza senza capacità di mediare tra i suoi desideri e il dato di realtà che gli si poni di fronte.  L’esercizio dell’attesa e della mediazione contribuiscono a sviluppare la funzione riflessiva, che è alla base dell’evoluzione del pensiero. Altrimenti il pensiero,  dominato dall’impulsività irriflessiva, appiattisce le sue potenzialità di discernimento della realtà.

Un altro aspetto importante, da affiancare alla condivisione delle ragioni del no dell’adulto nella relazione con il bambino, è l’aspetto della collaborazione. Man mano che il bambino cresce è bene  richiedere la sua collaborazione e coinvolgerlo nelle scelte e nelle regole della casa e della famiglia, in quanto ciò aiuta a sviluppare in lui una modalità di relazione più matura. Anche perché, non va dimenticato, che in questa fase, come si diceva sopra, il bambino è traversato dall’esigenza dell’Uso e del Dominio che ne regolano le scelte e quindi l’etica. L’esercizio alla collaborazione aiuta a scavalcare la fase nella quale egli vede la sua vita come uno scenario fatto di lotte.  In un ambito collaborativo l’altro smette di essere percepito come nemico o come strumento da usare, ma viene visto quale interlocutore.  Ciò fa evolvere la sensibilità etica: dalla fase della contrapposizione, colorata dal dominio sull’altro, si passa alla fase della dialettica relazionale e della comunicazione colorate dalla reciprocità.

Ci tengo a specificare che la fase dell’opposizione non va confusa con il Disturdo Oppositivo Provocatorio che necessita di una diagnosi di uno specialista e un successivo intervento, che solitamente coinvolge sia direttamente il bambino che l’appoggio ai genitori. In alcuni casi questo tipo di disturbo è associato ad altri quali: Disturbo da Deficit di attenzione/iperattività (ADHD), depressione, ansia e Disturbi Specifici dell’Apprendimento.

Quindi il no rivolto al bambino in certi momenti e accompagnato dalla necessaria spiegazione, aiuta l’evoluzione sia psicologica che sociale del piccolo d’uomo, affinché impari a diventare adulto.

BY: Irene Barbruni

La compassione: sentimento che unisce il micro ed il macro cosmo
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Gli studi sul tema della compassione sono notevolmente aumentati negli ultimi anni.

Davidson ha scoperto che c’è differenza tra empatia e compassione e dalle sue ricerche emerge che i circuiti neurologici che portano all’empatia e alla compassione sono diversi, e la gentilezza fa parte del circuito della compassione. Inoltre dagli studi di questo ricercatore confermano che la gentilezza e la tenerezza si possono allenare a qualsiasi età e che, nei bambini e negli adolescenti, portano un sostanziale miglioramenti dei risultati scolastici, del benessere emotivo e della salute.

Ad oggi esistono diversi interventi, empiricamente supportati, centrati sullo sviluppo della compassione (per esempio la Terapia Focalizzata sulla Compassione, la Mindful Self-Compassion, Meditazione su compassione e amorevolezza).

Il training alla compassione stimola il rilascio di agenti come la dopaminae leendorfine che sembrano in grado di mediare la gratificazione e la motivazione, di ridurre lo stress sul lavoro e prevenire il rischio di burnout, che minaccia proprio quegli operatori della salute più coinvolti e più capaci di empatia. Inoltre, anche se non vi sono studi specifici sugli effetti di interventi terapeutici basati sulla compassione nelle problematiche legate alle dipendenze, dal punto di vista teorico lo sviluppo della compassione può essere un antidoto efficace contro alcune caratteristiche della persona dipendente come: mancanza di empatia, di rapporti compassionevoli, di autocritica e sensi di colpa.

Per fare chiarezza è bene precisare che non è la cognizione a fondamento della compassione, ma il sentimento di compassione che fonda un modo diverso di cognizione. Quindi non prima la percezione e poi il sentimento, ma il contrario: prima il sentimento che veicola la cognizione. La storia dell’uomo ci dice chiaramente di come il sentimento della compassione o sentinento di pietà, sia stato alla base dell’evoluzione etica e sociale delle comunità umane. Basti pensare a quando l’uomo, cacciatore spietato, uccide per portare alla propria comunità la sua preda; ad un certo punto ha cominciato a provare pietà, compassione per la sua vittima. Come fare? Da un parte il bisogno di nutrisi e dall’altra la pietà per la vittima. É in questo conflitto, in questo disagio psicologico ed esistenziale, che sorgono i primi riti religiosi: di offerta dell’animale agli dei, o di rispetto per l’animale ucciso che sviluppa il rispetto per la natura. Gli indiani d’America rispettavano il bisonte, che pure cacciavano per nutrirsene. Il rispetto per l’animale portava quel cacciatore a pensare che la sua vita avrebbe dovuto essere degna di tale sacrificio. Finchè permaneva questo equilibrio tra bisogno e compassione, l’uomo stava dentro un rapporto di ecologia verso la natura. Poi mano a mano che l’interesse, l’avidità hanno ridotto il sentimento della compassione siamo giunti al punto di oggi con un pianeta ormai all’estremo, violentato e deturpato. Se fosse la cognizione a guidare il comportamento, avremmo già cambiato politica e stile di vita, perché la cognizione che il pianeta sia in un punto cruciale l’abbiamo. Ciò che manca è la compassione, la pietà verso il nostro mondo.  

Il sentimento della compassione porta in sé un’intuizione archetipica, cioè il sentimento della comunione tra gli esseri. L’unione tra  micro e macro cosmo, il finito e l’infinito sono tutt’uno; la creatura è parte integrante del creatro, ed il creato è la promanazione della creatura. Da cui l’intuizione dell’amore: siamo tutti fratelli. Non è quindi il cervello, le connessioni neurologiche che ci portano ad un tale visione/sentimento, ma proprio il sentimento quale dimensione che trascendente lo stesso cervello ad indicarci la via dell’amore.

L’atto della compassione è ben descritto nei versi tratti dal Profeta di Gibran:

E quando addenterete una mela, ditele nel vostro intimo:

“I tuoi semi continueranno a vivere nel mio corpo,

ed i germogli del tuo futuro sbocceranno nel mio cuore:

e la tua fragranza sarà il mio respiro,

ed insieme gioiremo per l’eternità”

Proprio anche il gesto della compassione verso l’umile frutto contribuisce a schiudere al nostro cuore la consapevolezza di essere parte di un cosmo palpitante d’amore.

BY: Irene Barbruni

Eco e Narciso: quando il rapporto di coppia logora fino all’annullamento di sè
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Il mito di Eco e Narciso ci aiuta a descrivere e riflettere su un tipo di rapporto di coppia che può presentarsi nella nostra vita. Il fatto di riconoscere alcune dinamiche psicologiche può determinare una maggior coscienza di noi stessi e di conseguenza una maggiore capacità di fare scelte più consapevoli. Certo non possiamo scegliere la persona di cui innamorarci, ma possiamo e dobbiamo riflettere sul tipo di rapporto che si sta instaurando per allontanarci da ciò che può diventare nocivo per la nostra persona.

Il mito di Eco e Narciso racconta la storia di due personaggi. Da una parte abbiamo Eco una ninfa che, innamorata di Narciso, finisce per fondersi con la montagna sulla quale trova rifugio rimanendo solo una voce, l’eco appunto. Dall’altra abbiamo Narciso talmente preso da se stesso da non riconosce l’amore di Eco; egli si innamora della propria immagine riflessa sull’acqua di un lago nel quale cade venendo inghiottito dall’acqua. Eco rappresenta una personalità che si annula nel rapporto con la persona amata. Narciso, al contrario, è talmente preso da se stesso da essere incapace di entrare in rapporto con l’altro. Egli non riconosce nemmeno l’amore di Eco nei suoi confronti. Tale condizione diventa una vera e propria patologia chiamata appunto Disturbo Narcisistico di Personalità. Una personalità che si sente superiore agli altri e vive i rapporti personali sfruttando l’altro, senza essere in grado di riconoscere i sentimenti e le necessità degli altri.

Non sempre putroppo queste due situazioni estreme sono ben visibili da chi le vive perché, come nel caso di Eco, un certo grado di “annullamento” di sé fa parte del rapporto di coppia, così come spesso il narcisista può apparire come una personalità forte, in quanto sicura di sé. Ciò che ci può aiutare è la percezione della “misura” del benessere/malessere che il rapporto di coppia ci porta. Esso dovrebbe avvicinarsi il più possibile ad un being-love, come lo definisce Marslow, ossia un amore per l’Essere. Quindi, un tipo di rapporto in cui la persona non crea turbamento o angoscia, e il sentirsi degno dell’amore spinge entrambi a crescere. L’amore diventa quindi un fine, inesauribile, e non un mezzo.

Anche in uno dei racconti di Edgar Allan Poe, Il ritratto ovale, troviamo una metafora analoga a Eco e Narciso o meglio troviamo lo stesso archetipo di fondo. Il racconto narra di un pittore più innamorato della sua arte che della sua donna. La quale si lascia convincere a fare da modella all’arte del marito. Mano a mano che lui si infervorisce per il quadro che sta dipingendo, lei lentamente deperisce fino a morire.  É una descrizione tragica di un uomo che  non da’ voce alla parte di se stesso capace di entrare in rapporto con la propria donna. Ma oltre a ciò è rappresentato il tratto “vampiresco” di certi rapporti, dove uno si nutre della realtà profonda dell’altro fino a fare scomparire la sua realtà soggettiva.  Se non si coltiva la RELAZIONE si finisce per implodere nel proprio mondo personalistico, decretando la fine dell’esperienza dell’amore. Un tratto questo solitamente maschile poiché la donna è culturalmente e socialmente più portata ad essere attenta alle esigenze dell’uomo, che invece tende ad essere meno disposto ad uscire dai proprio bisogni. É importante che nel rapproto di coppia i due siano attenti alle rispettive esigenze psicologiche, esistenziali e spirituali. Avere cura delle reciproche necessità rende fecondo il dialogo e mai sazio; perché proprio l’interagire dei due tra di loro allontana quel senso di noia che tante volte avvolge la relazione, quando questa rimane chiusa dai rispettivi “narcisismi”. E quell’esperienza di noia induce a cercare fuori da quel rapporto qualcosa che stimoli, che ecciti e che gratifichi. L’insorgere del sentimento della noia va interpretato come un campanello d’allarme, che ci dice che dobbiamo procedere allo sviluppo delle capacità relazionali. 

BY: Renato Barbruni

I ragazzi della 56° strada
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I ragazzi della 56° strada
di Francis Ford Coppola

Film d’autore, dal carattere chiaramente drammatico, disegnato dal regista sulla falsariga del film epico. Se Stand by me, è il passaggio dalla fanciullezza all’adolescenza, qui osserviamo il passaggio dall’adolescenza alla maturità. Se nel primo film la drammaticità della vita è presagita e serpeggia qua è là nella vicenda e nel vissuto dei ragazzi, qui i protagonisti sono travolti dalla tonalità drammatica dell’esistenza. Essi vedono infrangersi il senso di onnipotenza del sogno (tipicamente fanciullesco) sugli scogli della durezza realistica della loro esistenza. Il rischio è perdere il sogno sulla vita, lo sguardo d’incanto, che perdura nell’anima quale atto di fede del proprio esistere e come ultimo e radicale senso di sé. Il protagonista della vicenda, dopo la morte drammatica e violenta di un coetaneo, ad opera di un amico caro, intraprende un ultimo viaggio, dapprima come fuga dalla realtà, poi quale irriverente nascondimento di se stesso dalla società degli uomini adulti. Il viaggio, tuttavia, mostrerà la sua vera natura là dove divirrò incontro con la radice dell’intuizione pura che è la poesia, ultimo baluardo di civiltà dell’anima. E nonostante il colpo terribile alla stabilità della fede nell’esistenza, la vicenda si conclude nelle parole del protagonista che scopre la bellezza insita nel proprio esistere.

BY: Renato Barbruni

La vita appesa ad un filo
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La vita appesa ad un filo
di Chen Kaige

Film dalla struttura narrativa archetipica. Il linguaggio visivo del film è estremo,essenziale e quindi,in questo senso, archetipico: il fiume, la montagna, il deserto, la casa-tempio; il procedere dei personaggi come viandanti,come viaggio attraverso la propria esistenza disegnata anch’essa informa archetipica; la cecità come condizione simbolica e metaforica della problematica esistenziale e spirituale dell’uomo, e quindi la sua ricerca della capacità di vedere, una leggendaria veggenza per cogliere il vero volta del mondo.
In questo scenario e in questa trama in cui vengono colti e collocati i personaggi, si svolge il senso drammatico della vita dove il giovane e il vecchio procedono fianco a fianco sostenendosi a vicenda, e dove incontrano i loro limiti e le loro più essenziali paure, una tra le tante la paura dell’incontro col femminile. Dirà il vecchio al giovane: “non c’è da fidarsi delle donne, stanne alla larga.” Ma è nella natura della giovinezza il farsi prendere da eros dal quale si sviluppa la trama della continua ricerca di incontro.
Il vecchio, che insegue per tutta la vita il momento in cui l’ultima corda del suo liuto si spezzerà dandogli la vista, scoprirà, prima con tremenda sofferenza e delusione, – quasi un senso di tradimento -, che i suoi occhi permangono insensibili alla luce esterna, che la visione interiore della speranza, della fede e della gioia sono i suoi nuovi sensi e la sua nuova visione del mondo. Allora le sue canzoni da menestrello dello spirito echeggiano nello spazio. Mentre il giovane accetterà di affidarsi al destino procedendo sulla via già percorsa dal suo amore: il gettarsi nel vuoto come simbolo estremo dell’atto di fede al di là della concretezza della vista e del procedere sulla terra saldamente ferma, simbolo delle tradizioni e delle consuetudini.

BY: Renato Barbruni

La casa sul lago del tempo
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The lake house di Alejandro Agresti
Interpreti: Keanu Reeves, Sandra Bullock, Dylan Walsh, Shohreh Aghdashloo, Christopher Plummer, Lynn Collins, Mike Bacarella
Anno di produzione 2005, durata 105′
Genere: Drammatico

Il tempo, l’attesa: l’amore ne ha necessità vitale. E’ questo il tema del film. Una commedia sentimentale dalle tinte tenui, modesta, con qualche attimo suggestivo, ma nel complesso gradevole e anche profonda.
Senza la capacità di attendere l’amore può morire. Il protagonista maschile muore per troppa brama di arrivare. Ma lei lo salverà portando il tempo sulla giusta sincronia. Le due anime hanno percorsi diversi con temporalità diversa; se sapranno aspettare il momento giusto, quando saranno giunte all’unisono, il tempo sarà compiuto e l’amore potrà vivere. In un’epoca tutta spesa nella frenesia di fare esperienza e quindi bruciarla, il film tocco un argomento molto taciuto, l’importanza di rispettare la dimensione del tempo, un tempo che non è oggettivo, il tempo degli orologi uguale per tutto. Questo è Crono il dio del tempo che si mangia i figli. Il tempo di cui in questo storia si parla è Aion, il tempo degli dei, il tempo in cui vivono gli dei; non quindi il tempo che agisce sottraendo sostanza all’esistenza, ma il tempo che genera l’esistenza, da cui si genera il mistero dell’esistere, un esistere che trova il suo lessico essenziale nell’accadimento, nella generazione del mondo. I due protagonisti quando riescono a mettersi in sintonia su quel tempo, avranno la vita eterna, la comunione dell’amore e sconfiggeranno la morte.

BY: Irene Barbruni

Essere gentili per vivere meglio
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Diversi studi hanno dimostrato che la gentilezza ha un effetto sulla qualità della vita delle persone; essere gentili ci rende meno stressati e addirittura più longevi.
In particolare uno studio realizzato da due psicologhe sociali, Jennifer L. Trew e Lynn E. Alden, ha dimostrato che i comportamenti generosi alleviano l’ansia in particolar modo quella sociale definita anche “fobia sociale” (la paura intensa e pervasiva legata ai contesti sociali). Infatti il gruppo di persone che hanno aumentato le azioni gentili nei confronti di amici e parenti hanno avuto un beneficio sulla propria ansia e di conseguenza la loro vita sociale è migliorata.

Ma se tutto si riduce ad un atto esteriore la cosa non può dare esiti favorevoli. Solo se la gentilezza è emanazione di una visione della vita più serena, attraverso cui si è capaci di accettare le diverse difficoltà che incontriamo, allora ciò può aiutare a vivere meglio. La ricerca delle due studiose citate, non mette in evidenza questa differenza, quindi è bene specificarlo. In molte ricerche la psicologia tende ad osservare il visibile, cioè il comportamento, e a trascurare la valutazione dell’invisibile, cioè i vissuti profondi che animano il comportamento.

La vera ricetta per vivere meglio non è tanto essere gentili, come atto esteriore, ma trovare la capacità di vedere con gentilezza la realtà che ci circonda, diventare più saggi, capaci di accettare e trasformare le varie situazioni in occasioni autentiche per la propria evoluzione personale ed interpersonale. Ma solo se siamo capaci di conoscere il nostro mondo interiore ciò diviene possibile. “Conosci te stesso” ammoniva Socrate. Cominciare quindi da se stessi, dal conoscersi e dal modificare ciò che ci porta alla contrapposizione con gli altri, dalla quale sviluppiamo una visione persecutoria. Poiché abbiamo bisogno di essere rispettati, ma anche di rispettare, così come abbiamo necessità di essere trattati in modo giusto e a nostra volta di trattare gli altri in modo giusto: in altri termini l’esercizio delle capacità etiche contribuisce a farci stare bene perché sentiamo di aver fatto le cose che si accordano alla nostra profonda esigenza di contribuire a costruire un mondo più giusto. Alla fine l’essere umano è una creatura etica, cioè sente il bisogno di fare il bene e di riceverlo: ciò è la fonte del ben-essere.

BY: Irene Barbruni

Il rapporto con gli animali
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Il rapporto tra uomo e animale ha origini molto antiche. Mentre in passato esso era nella maggior parte dei casi legato soprattutto da una utilità del rapporto (come aiuto nel lavoro agricolo o come risorsa alimentare) oggi esso è legato, per lo meno nella vita cittadina, principalmente da valore affettivo-relazionale. Si stima che in Italia siano almeno 60 milioni gli animali domestici: i più numerosi sono pesci ed uccellini, cani, gatti e altri piccoli animali come i roditori. A partire dagli anni sessanta molti sono gli studi che hanno riguardato gli effetti sull’uomo del contatto con l’animale. Nello specifico è stato confermato che nei soggetti con difficoltà di relazione, attraverso il contatto con un animale, veniva migliorata la propria apertura verso gli altri. Da questi studi è poi nata la pet-terapy, ossia l’utilizzo dell’animale nell’assistenza di persone con diverse difficoltà.
Quindi il contatto con l’animale ha un beneficio per la salute fisica e psicologica.

Riflettendo sulla vita quotidiana nelle città, il bisogno di avere un animale vicino soddisfa la necessità che l’uomo ha del contatto con la natura. In un ambiente cittadino, in cui vi sono poche aree verdi, emerge forte l’esigenza di contatto con la natura, quindi questo viene compensato dall’avere piante e animali in casa.

Attraverso il rapporto con l’animale, nel rispetto delle sue caratteristiche, si impara ad entrare in rapporto con il principio di realtà, ossia con la logica naturale della vita. Spesso il malessere psicologico può nascere proprio dall’incapacità di accettare i dettami della vita. Gli animali invece hanno una grande capacità di adattarsi. Quindi, attraverso una non manipolazione sull’animale possiamo avere quel contatto con la vita così importante per il nostro benessere. Ci sono animali che sono da millenni con l’uomo e che sono quindi abituati a tale rapporto (come ad esempio cani e gatti) e altri meno.

Importante è considerare le esigenze per cui una persona si avvicina all’animale, a volte oltre al bisogno di contatto con la natura, di cui abbiamo parlato, esiste anche il bisogno di scambio affettivo. In alcuni casi essi colmano un vuoto di rapporto. Il cane per esempio è paziente, ha un affetto incondizionato per il padrone cioè egli non considera lo status sociale, entra in rapporto affettivo al di là di tutto e questo è terapeutico di per sé.

Il legame con l’animale, quindi, ci fornisce quel contatto con la natura di cui, soprattutto in un’architettura cittadina fatta di cemento e macchine, abbiamo profondamente bisogno.

BY: Irene Barbruni

Le proto-emozioni o emozioni primarie
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L’emozione è la risonanza immediata ad un evento; tende ad esprimersi attraverso un atto in quanto è istintiva e primordiale. Spesso nella cultura contemporanea si tende a confondere le emozioni con i sentimenti. Anche se spesso utilizziamo lo stesso aggettivo per definire sia un’emozione che un sentimento, in realtà sono due fenomeni molto differenti. Nello specifico possiamo distinguere tre diversi gradi di emozioni (Arieti): le protoemozioni (tensione, appetito, paura, rabbia e soddisfazione), le emozioni di secondo grado (ansia, collera, desiderio, sicurezza) e quelle di terzo grado (tristezza, amore, odio e gioia) che possiamo definire sentimenti.

Le protoemozioni sono fondamentali per la sopravvivenza in quanto sono forze motivazionali fondamentali e anche se non vengono sperimentate esclusivamente a livello somatico (come le sensazioni per esempio di fame e di sete), in esse è presente la componente corporea rilevabile da una serie di cambiamenti che coinvolgono tutto il corpo o comunque la maggior parte di esso. La componente cognitiva è minima per quanto riguarda le proto emozioni, ma diventa più importante nelle emozioni di secondo grado e terzo grado. E’ proprio nel momento in cui entra in gioco l’aspetto cognitivo e l’aspetto delle immagini simboliche che possiamo parlare di sentimenti. Possiamo definire il sentimento quella risonanza affettiva e complessa che accompagna gli stati d’animo di una persona in relazione agli eventi esterni ed interni. E’ sempre importante ricordare che tutti noi nasciamo nel grembo materno e quindi dentro la relazione con una madre; quindi l’essere umano, avendo origine da una relazione, deve sempre essere immerso in un mondo relazionale.

Ciò che differenzia il sentimento dalle emozioni è quindi la complessità; i sentimenti sono composti si dall’aspetto emotivo, ma anche influenzati dalle idee, dai ricordi e dagli stati d’animo soggettivi. Mentre l’emozione è una risonanza immediata ad un evento, il sentimento trascende la relazione soggetto-oggetto ed è suscitato dal modo attraverso cui la soggettività vive la relazione/situazione che si instaura tra lui e il suo mondo.

Di per sé le emozioni sono neutre, ossia non sono né positive né negative, ma l’evoluzione che può avere un’emozione, a seconda di come viene gestita dal soggetto, può sviluppare un risvolto positivo o negativo: ossia verso l’evoluzione o la regressione della personalità. Facciamo un esempio: la rabbia. Essa è indispensabile perché permette la difesa dell’individuo, consente di dire di no e di proteggersi da ciò che può essere nocivo. La rabbia ha la caratteristica di disgregare l’interezza della psiche e quindi ostacola la riflessione e le capacità sintetiche in generale. Chi vive l’emozione della rabbia è incapace in quel momento di staccarsi dalla situazione. Ecco quindi perché è errato abituarsi a sfogare la rabbia, è invece importante imparare a contenerla. Chi si abitua a sfogare non allena le capacità di contenimento le quali permettono la riflessione, attitudine fondamentale al fine di un’evoluzione positiva della rabbia (come di tulle le altre emozioni). Quando la rabbia è contenuta e portata su un piano superiore evolve in determinazione e nella capacità di decidere. Invece, nell’evoluzione negativa avremo la manifestazione di aggressività introvertita (depressione, forme di distruttività autolesiva) e aggressività estrovertita (atteggiamenti distruttivi a volte mascherati).

Quando pensiamo invece al sentimento della rabbia, meglio definito da altri aggettivi come per esempio collera, diventa fondamentale l’idea che è celata dietro tale vissuto. Nella vita di una persona è chiaro che le emozioni di vario livello si intrecciano e non sono mai così chiaramente distinte come nell’elenco che è stato riportato sopra. Nella quotidianità è importante imparare a non essere totalmente preda delle proprie emozioni e cercare di riconoscerle e contenerle per facilitarne l’”evoluzione positiva”, a cui abbiamo accennato. In generale possiamo dire che l’aspetto riflessivo, il quale ci consente di conoscere le idee e le immagini che sottendono i sentimenti, ci stimola a conoscere meglio noi stessi per trovare il giusto equilibrio tra le varie esperienze della nostra vita.

BY: Irene Barbruni

Le vacanze e il viaggio
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