BY: Renato Barbruni

I DUE MODI DEL SILENZIO
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  • Il silenzio come “rinuncia” alla presenza
  • Il silenzio come “attesa” di una presenza

C’è un silenzio che è rinuncia alla presenza, che è mortificazione, o meglio automortificazione. Questo silenzio è presente nelle situazioni di sofferenza esistenziale. La persona che vive il dolore derivante dalla propria esistenza, che è vissuta come vuota, inutile, priva di scopo e senso, si condannano al mutismo, al silenzio in quanto rinuncia a produrre la propria parola sul mondo e nel mondo. E’ ammutolito in quanto la parola, il dire di sé a sé o ad altri, non ha più alcuno scopo, essendo egli svuotato di intenzioni relazionali. Il motivo per cui pronunciamo parole sta nella relazione, scaturisce dall’istituzione di una relazione. La parola è il terzo che unisce i due. Ma prima della parola, c’è l’intenzione di coprire la distanza tra i due che sono lì convenuti; prima ancora dell’intenzione di coprire  tale distanza, è necessario che essa sia percepita e sia causa di struggimento e di nostalgia per la ricomposizione della unità umana primordiale.  Ciascuno di noi porta dentro di sé la ferita primitiva della scissione dell’essere. E’ quella ferita che ci racconta di una antecedente unitarietà relazionale tra il soggetto presente a se stesso e il soggetto allontanato da sé. Per fare un esempio semplice, che illustri questo stato dell’anima, basti pensare alla unità primordiale tra il bambino nel ventre della madre e la madre stessa. Ogni essere umano sorge alla propria esistenza entro l’orizzonte di un rapporto, egli è parte di quel rapporto. Possiamo anche pensare, in termini più assoluti, che il soggetto è parte di una relazione cosmica: da essa egli sorge alla propria singolarità, che conquisterà nel momento in cui  vedrà scindersi la relazione primordiale e primitiva. L’esperienza interiore della scissione, che conduce alla singolarità, permane negli strati più profondi dell’anima a memoria dell’unità antecedente. Da questa ferita permanente, memoria di un’epoca e di un evento che ha costituito il soggetto nella sua unità di singolarità, scaturisce tutto l’intenzionarsi racchiuso nella parola, in tutte le svariate forme attraverso le quali si esprime. La parola è il suono emesso dalla bocca dell’uomo, ma essa abbraccia anche tutti i segni che egli sa produrre e che possiedono la qualità di promuovere la comunicazione. Per comunicazione non si intende tanto il trasferimento di un dato di conoscenza da un punto all’altro, ma proprio il rendere comune quel dato di conoscenza, far sì che i due, riconoscendosi in esso, ritrovino l’atmosfera della loro relazione. “..Fai che loro siano in me come io sono in te, da essere una cosa sola…[1]”, si legge nel Vangelo di Giovanni a significare la ricomposizione salvifica dalla scissione causata dal peccato originale, il quale si configura come la separazione-scissione per antitesi tra l’uomo e Dio Padre, tra il singolo e l’universale. Il singolo costituitosi  come tale immediatamente si pone in antitesi con l’universale da cui è sorto. L’atto costitutivo del singolo è un atto di superbia, intesa come atto di antitesi. In questo senso l’intellettuale, il singolo che si crede intelligente, si pone sempre in antitesi all’esistenza di Dio.   Come quell’uomo che non vuole innamorarsi per non perdere la propria individualità[2], anche se continua a cercare una donna, in quanto la mancanza di un affetto gli pesa. Quindi egli cerca l’esperienza della comunione quasi sempre confusa con la ricerca del piacere sessuale. In verità si può vivere un’esperienza di unione senza perdere la propria individualità. L’arte rinascimentale mette in scena l’armonia e la comunione, mentre l’arte del novecento raffigura, nelle sue opere, la scissione (vedi Picasso e le opere dell’astrattismo). Queste immagini sono penetrate nella coscienza di ciascuno inquinando la capacità di intuire la comunione. L’archetipo che emerge dalla teologia cristiana della Trinità raffigura la comunione nella distinzione, concetto che la logica aristotelica e la logica novecentesca non sanno capire. La capacità di saper cogliere l’elemento trascendente tra i due che si avvicinano,  è estremamente importante, perché costituisce l’elemento decisivo per l’acquisizione dell’esperienza della comunione tra un soggetto e l’altro.

 Quell’esperienza diviene il terzo che unisce, o meglio, ri-unisce i due,  ricomponendoli nella antecedente unità primordiale. Quando l’esigenza di questa unità primordiale non è più percepita o, a causa della sofferenze non tollerata, viene rimossa e annichilita, il soggetto si sottrae al sentimento di comunione e la parola diviene oggetto inutile. Da qui il mutismo e il silenzio conseguente.  

Bloch trasfigurazione

C’è un silenzio che è “attesa” di una presenza, di presenza a se stessi, quando le parole narrano della vera essenza e di ciò che  necessita alla vita interiore.

Lì si levò un albero. Oh puro sovrastare!

Orfeo canta! Grandezza dell’albero in ascolto!

E tutto tacque. Ma proprio in quel tacere

Avvenne un nuovo inizio, cenno e mutamento.

Animali si silenzio irruppero dal chiaro

Bosco liberato, da tane e nascondigli

E si capì ch’essi non per astuzia

O per terrore in sé eran così sommessi,

ma per l’ascolto. Ruglio, grido, bramito

parve piccolo nel loro cuore. E dove quasi

non v’era che una capanna al suo ricetto,

un anfratto delle più scure brame ordito,

con un adito dagli stipiti sconnessi, –

tu creasti per loro un tempio nell’udito.

         La stupenda poesia di Rilke descrive il miracolo della nascita di un nuovo soggetto d’ascolto, come un universo che si dispiega in forma radiante. Ma il nuovo soggetto dell’ascolto è tutt’uno con il nuovo soggetto narrante. Ed è un ascoltare che si fa percezione delle profonde trame dell’essere (“…un anfratto delle più scure brame ordito,…”) che,  mute, silenti e lontanissime dall’orecchio dell’Io, debordano in echi che scavalcano la barriera dei concetti-costrutti della mente, per vivificare (“…tu creasti per loro un tempio nell’udito.”) la sostanza essenziale dell’anima. Un ascolto quindi che dilata la dimensione percepita ed intuita dell’essere. Questo evento risveglia un particolare stato d’animo in cui si riflette una disposizione dell’anima, che generalmente rimane chiusa e soffocata  dal limite delle percezioni sensoriali. L’ascolto del mondo, in quel caso, è limitato agli eventi fisici colti sul piano della pura materia; ma, quando varchiamo l’asse della sensorialità e ci inoltriamo verso la dimensione dei significati, l’ascolto si fa più sottile, ma al tempo stesso, meno credibile perché preso dai dubbi circa il vero significato da attribuire all’evento. Nella poesia di Rilke è descritto l’ingresso improvviso della dimensione dello spirito nell’ascolto dell’essere, che, colto nella sua natura essenziale di puro spirito, restituisce la primaria esperienza della certezza.

         C’è quindi un silenzio dello spirito, quanto la fonte stessa dell’esistere declina verso  dimensioni che appaiono vuote, come il nulla. “Dio mio perché mi hai abbandonato?[3]”. E’ qui raffigurato l’assolutamente solo, l’assolutamente staccato dal flusso del senso. Gesù non muore in pace, non affronta la morte e il dolore che la precede, con serenità ma, se pur con forza, coraggio e accettazione, affronta l’evento con angoscia. Perché?  Proprio Gesù così ripieno di Spirito Santo, così vicino a Dio da essere a lui consustanziale, da esserne il figlio prediletto e la forza incarnata; Gesù che ha compiuto i miracoli, come può affrontare la morte e la sua sofferenza con angoscia? Dovrà vivere da uomo, e da uomo affrontare il grande tema dell’esistenza umana: il sentimento della  solitudine che è il retaggio della scissione tra l’uomo e Dio. Già nell’orto degli ulivi Gesù incomincia a rimuove da sé Dio. Già percorre il cammino verso la piena incarnazione per vivere da uomo, e affrontare il dolore da uomo, non da Dio. E’ la solitudine che marca il confine stabilito e tracciato tra l’umano e il divino. Ma è una solitudine apparente, percepito dal gioco errato della percezione e della logica del pensiero. Nell’atto “Nelle Tua braccia rimetto il mio spirito”, Gesù ritrova nell’intuizione  dell’amore da cui si sente avvolto, la Presenza di Dio Padre. Ecco che il silenzio dalla parole e dai concetti, fino a quel momento usati,  permette il riemergere della Presenza che si è tenuta lontana. Ed è nell’amore che il soggetto amante ritrova il senso della Presenza del Soggetto amato, in ciò si attua la comunione tra i due. “Nessuno ha mai visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi.”[4] L’amore convoca Dio, la Presenza del Senso riconduce all’unità primordiale superando così l’esperienza della scissione.  


[1] Giovanni 17,21

[2] L’uomo egocentrico, tipico della società individualistica contemporanea, perde la capacità di cogliere la trascendenza, di vedere cioè  ciò che lo unisce all’altra persona, Egli è dominato dal piacere e dalla visione dionisiaca attraverso la quale la  sessualità è  percepita come atto di dominio e uso dell’altro, non certo di comunione.

[3] Marco 15,34; Salmi 22 (21), 2

[4] Prima lettera di Giovanni 4,12

BY: Irene Barbruni

Ansia da prestazione
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In generale l’ansia è un’attivazione che comporta sia segnali emotivi che fisici rispetto ad uno stimolo esterno che richiede un certo impegno e concentrazione. Banalmente l’ansia che precede un esame spinge lo studente ad attivarsi per studiare e prepararsi al meglio. Quindi di per sé essa è fondamentale nella nostra vita. A volte però l’eccessiva attivazione comporta una problematicità e diventa un ostacolo per il soggetto. Uno di questi casi è l’ansia da prestazione, ossia quella preoccupazione eccessiva verso una situazione che si è in procinto di affrontare. Il soggetto vive un forte senso di inadeguatezza pensando a ciò che dovrà fare e, quasi sempre, tale atteggiamento lo porta verso un blocco e una valutazione negativa di sè stesso. L’ansia da prestazione è associata a varie manifestazioni somatiche, come palpitazioni e forte sudorazione, e spesso a vere e proprie problematiche come insonnia o problemi gastrointestinali.

Il soggetto vive una forte paura della valutazione negativa degli altri e un eccesso di auto-svalutazione. Essa può avere ripercussioni in differenti situazioni: lavorative e scolastiche oppure relazionali e sessuali.

L’individuo si sente incapace di affrontare le esperienze che lo attendono ed è quindi importante recuperare il senso della paura e del timore: il vero eroe non è colui che non prova paura, ma chi la affronta, che la sa gestire. Quindi la percezione di non sentirsi adeguati è comunque testimonianza di individui che sentono forte l’importanza di essere all’altezza della vita che ognuno è destinato a vivere. Una coscienza che permette di attribuire importanza a quella determinata situazione, quindi si configura come un elemento di maturità. Da qui il soggetto deve partire per riacquistare consapevolezza di sè stesso e della sua forza soggettiva.

Un altro elemento da tenere presente è il fatto che viviamo in una società che, attraverso gli spot pubblicitari e l’insieme dei messaggi che giungono anche da altre fonti, indicano e al fine impongono, un determinato tipo di personalità: deciso, impavido, che non ha incertezza e sopratutto che deve essere un vincente. Tutto questo aumenta la percezione del distacco, della lontananza dell’immagine soggettiva da quell’immagine imposta, che va a costituirsi proprio come un alter ego mai raggiungibile. Se riflettiamo per esempio sulla fruizione molto diffusa dei film pornografici, che impongono una sessualità e quindi una prestazione forte, ci si può spiegare del perché tanti giovani maschi cominciano a far uso del viagra, in quanto non si sentono all’altezza di ciò che la partner si aspetta da lui.

Chiaramente il modo e il luogo in cui si manifesta l’ansia da prestazione ci può raccontare meglio del significato particolare e personale che può avere. Comunque riflettere sul modello di riferimento attraverso cui emerge il senso di inadeguatezza può aiutare ad imparare a gestire l’ansia da prestazione.

BY: Irene Barbruni

I ruoli genitoriali sono cambiati? Perché si sente usare la parola “mammo”?
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Indubbiamente sono molti i cambiamenti che osserviamo all’interno dei nuclei familiari. Oggi la cura dei figli non è più esclusivamente svolto dalle madri. Ma perché a volte sentiamo il temine “mammo”? Spesso le parole che usiamo, anche in modo non consapevole, veicolano dei messaggi in modo subdolo: quindi, in questo caso, è importante riflettere sui ruoli genitoriali.

Al di là della cura del bambino, che può e deve essere suddivisa tra i genitori, vi è una modalità diversa di approcciarsi al proprio figlio. Entrambe le relazioni con i genitori sono fondamentali per la crescita, ovviamente parliamo di figure genitoriali amorevoli senza problematiche o patologie. Dal punto di vista relazionale la madre è più sensibile al mondo soggettivo del proprio figlio, quindi è più attenta alle problematiche psicologiche e relazionali. Questo atteggiamento facilita l’empatia con il bambino, ma sviluppa anche la tendenza ad una eccessiva protezione. Diversamente, il padre è più legato al mondo del fare, delle esperienze e spinge maggiormente il figlio verso il principio di realtà. Il principio di autorità del padre ha il ruolo di sviluppare nel giovane quelle capacità utili ad affrontare le difficoltà della vita.  Quindi, il padre spinge verso la volizione tralasciando, invece, gli aspetti etici e relazionali di quelle esperienze. Ecco che si comprende bene come i ruoli genitoriali siano equamente importanti e fondamentali per una crescita armonica, se sono equilibrati e dialoganti tra loro.

Alla luce di queste riflessioni la definizione “mammo” purtroppo svilisce sia la funzione materna che paterna. Oggi sappiamo che nel nostro paese le donne si occupano in modo prevalente dei figli e della casa, anche se sempre di più anche i padri sono impegnati nel lavoro domestico. Quindi la figura genitoriale maschile tende ad essere più presente nella relazione con il proprio figlio e di conseguenza questi tende ad aumentare le richieste al proprio padre.

Possiamo pensare che la definizione “mammo” sia legata al fatto che un padre che si occupa anche della cura della casa e dei figli, è visto come eccezione. In realtà una presa di coscienza dell’importanza della figura paterna oggi è fondamentale. Il maggior tempo educativo con i figli, tenendo conto delle caratteristiche psicologiche che abbiamo spiegato, è auspicabile e prezioso anche per il padre stesso. A volte capita di leggere della “crisi del padre”, ossia del principio di autorità, che oggi spesso si osserva. Al di là di quello che si fa con il proprio figlio è fondamentale l’atteggiamento del genitore. E’ giusto liberarci da vecchi stereotipi circa i ruoli familiari perché un padre che cucina per i propri figli non perde la propria identità maschile. Tuttavia il padre oggi tende a dimenticare il suo ruolo normativo e indicativo per scivolare verso un ruolo più amicale che paterno. E’ molto importate che il padre sappia trovare l’equilibrio tra la sua maggiore presenza nella vita del figlio, con le conseguenti complicità ludiche, a cui ciò lo espone, con la necessaria attività orientativa, sia pragmatica che etica, del proprio figlio. Per far ciò è necessario che egli sappia mettersi in discussione, si adoperi per analizzare il senso ed il movente che muove le sue scelte e il suo agire. Se sarà vigile in se stesso e su se stesso, potrà evolvere proprio attraverso l’evoluzione delle necessità del figlio, aiutandolo a sviluppare le capacità pragmatiche, poetiche ed etiche che ne garantiranno una vera autonomia.   

BY: Irene Barbruni

I rischi della pornografia sulla formazione della persona
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Diverse sono le ricerche che hanno approfondito gli effetti delle immagini pornografiche sul funzionamento del cervello. Conosciamo le conseguenze sull’adulto come ad esempio la dipendenza e le problematiche sul desiderio sessuale, ma attualmente, vista la facilità con cui è possibile anche per i più piccoli entrare in contatto con quel tipo di immagini, si stanno studiando i pericolosi effetti sulla formazione della personalità. Alcune ricerche hanno registrato la modificazione della struttura cerebrale dell’emisfero sinistro in seguito all’esposizione alla pornografia online che determina una forte reazione emotiva.


Negli ultimi anni si osserva che l’esordio del periodo adolescenziale tende ad anticipare, ossia sempre più precocemente i giovanissimi agiscono la loro sessualità. Purtroppo però tutto ciò a fronte di un’ immaturità relazionale ed etica, spesso accompagnata da un’ inconsapevolezza delle problematiche legate alla propria identità sessuale. Questa disarmonia diventa un problema in quanto i ragazzini agiscono sessualmente senza rendersi conto di quello che fanno e soprattutto senza gli strumenti etici e relazionali che la situazione richiede. A questo dato dobbiamo considerare che i bambini hanno sempre di più la possibilità di connettersi a internet in età sempre più precoce. Le statistiche ci dicono che circa il 30% dei bambini accede alla pornografia online, la percentuale sale al  44% dei ragazzi tra i 14 e i 17 anni.

Considerando il contesto culturale in cui si muove l’adolescente attuale, la spinta verso le esperienze emotive e la ricerca del piacere come trama essenziale, la pornografia si aggiunge come ulteriore problematicità. I bambini non devono scoprire la sessualità attraverso la pornografia, in quanto in essa viene proposto un modello che non corrisponde alla realtà e soprattutto alle esigenze umane. Inoltre tanto più il bambino è piccolo tanto più i rischi sono alti, in quanto si troverà a dover affrontare emozioni che non è in grado di gestire e dalle quali viene quindi sopraffatto e travolto.

Se lasciamo che siano questo tipo di immagini ad avvicinare i giovanissimi alla sessualità, chiaramente forniamo una rappresentazione distorta, molto lontana da una sana sessualità. Con “sana sessualità” si intende una sessualità vissuta all’interno della sfera relazionale connotata da sentimento di reciprocità ed ispirata all’ideale della comunione tra le persone. La pornografia invece mostra un maschio dominante e una femmina sottomessa ripiegata a puro oggetto del piacere, e quindi in modo implicito fornisce l’idea che la donna provi piacere nell’essere umiliata e dominata. Teniamo presente che, al di là delle immagini pornografiche, oggi la cultura è dominata da una visione maschilista della sessualità la quale tende ad essere vissuta e vista come momento di piacere slegato dalla relazione e dai sentimenti. Una sessualità che si sviluppa dalla trama dell’uso e del dominio dell’altro, presuppone anche la visione dell’altro come oggetto da usare. Tale vissuto è alla base dell’insoddisfazione sessuale che oggi registriamo costantemente. Infatti come mai, nonostante oggi, dove i costumi culturali hanno liberato la sessualità la quale non ha più vincoli morali, assistiamo ad un aumento dell’insoddisfazione, delle insicurezze e delle problematiche sessuali? Tra l’altro il tema dell’ inibizione sessuale era ed è al centro di differenti teorie psicoanalitiche, da cui l’indicazione di quelle teorie di vivere più liberamente la sessualità.

Quindi nonostante la cultura abbia liberato la sessualità si assiste, come dicevo, ad un aumento dell’ insoddisfazione sessuale. Questo perché essa è stata privata della sfera relazionale cadendo nella logica maschile; ciò che genera la vera soddisfazione è una sessualità vissuta all’interno della relazione d’amore. La pornografia contribuisce ad alimentare una cultura dionisiaca che contraddice le vere esigenze del soggetto umano, da cui l’insoddisfazione. Da questa frustrazione oltretutto si genera l’uso di sostanze allo scopo  di provare il piacere che questa sessualità impoverita non offre più.

Il compito dei genitore è assai difficoltoso, in quanto non solo si deve vigilare sulla percezione della sessualità ma, al contempo, difendere i figli dalla trappola delle immagini pornografiche, le quali si trovano anche in tanta pubblicità. I genitori devono prendere coscienza di questa realtà. Purtroppo la sola sorveglianza a casa non basta in quanto ci può essere sempre un altro bambino che può mostrare filmati in qualsiasi luogo o contesto. Quindi è importante che siano i genitori a riflettere con i loro figli su queste tematiche e li supportino fornendo loro quella capacità critica che non possono avere in giovane età. Le riflessioni non dovranno riguardare solo o prettamente la pornografia, ma in senso più ampio è fondamentale fornire un’educazione all’affettività e al rapporto tra i sessi. E’ fondamentale contrastare la deriva culturale e maschilista, di cui abbiamo accennato, cercando di trasmettere ai più giovani l’educazione al rispetto di se stessi e dell’altro; soprattutto parlare di sentimenti e non solo di emozioni.

BY: Irene Barbruni

Ragione e sentimento
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In diversi ambiti culturali ritroviamo il tema del confronto tra la parte più razionale di noi e quella legata alla sfera dei sentimenti: il conflitto tra mente e cuore. Esso viene ripreso numerose volte nell’ambito letterario e cinematografico, lo ritroviamo in molte fiabe e in diversi miti. Uno di questi è il mito di Eros e Psiche che racconta le vicende del dio dell’amore che si innamora di una bellissima mortale. Nel racconto troviamo Psiche che non può vedere il suo amato, poiché arriva solo durante l’oscurità della notte. L’oracolo aveva predetto che Psiche si sarebbe sposata con un mostro e le sorelle le suggeriscono di illuminare il suo amato per vederne il volto. Eros la scopre e mette in dubbio il suo amore. Psiche si troverà in seguito a dover superare diverse prove per riavvicinarsi al suo amato. Nuovamente in una delle prove la curiosità di vedere il contenuto di un’ampolla getta Psiche in un sonno profondo, come punizione di non aver saputo trattenere la curiosità. Eros però la salva, conquistato dall’impegno di Psiche, e i due si sposano.  Questo aspetto evidenzia come anche in ognuno di noi, il dialogo e l’equilibrio tra cuore e mente è la chiave per affrontare momenti importanti della vita.

Spesso ci interroghiamo sul senso di alcune scelte e ci domandiamo se ha prevalso la ragione o il cuore. In altri casi definiamo il nostro tipo di carattere identificando la nostra tendenza prevalente. Jung nell’opera “Tipi psicologici” suddivide le funzioni psicologiche in razionali ed irrazionali. Nel primo gruppo inserisce il tipo pensiero e il tipo sentimento, mentre nel secondo il tipo sensazione ed il tipo intuizione. Ognuno di noi possiede una propensione ad utilizzare una modalità piuttosto che un’altra, la strada dell’equilibrio non è quella del giudizio cercando una modalità giusta, ma di dare spazio al dialogo con noi stessi poiché è solo attraverso di esso che possiamo raggiungere l’armonia che fornisce la giusta serenità alle scelte che prendiamo.

Da ciò l’importanza di un’analisi introspettiva alla ricerca della modalità che abitualmente usiamo e quelle che non usiamo, che si sono come addormentate. Per evitare di rimanere troppo legati ad una sola modalità è bene tentare di esercitare anche l’altra. Chi è troppo razionale dovrebbe esercitarsi alla visione poetica della realtà; così del resto chi è troppo irrazionale, dovrebbe cercare di esercitarsi nella razionalità per riequilibrare il sistema di pensiero e di essere che lo caratterizza.

BY: Irene Barbruni

Perché esiste la paura dei mostri?
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La paura dei mostri fa parte del mondo dell’infanzia di ogni individuo. Essa deve avere quindi un ruolo importante nell’evoluzione della nostra psiche.

Il noto psicoanalista Jung nel corso dei suoi studi sulla personalità, traendo spunto dalle scienze alchemiche, spiega che è fondamentale l’integrazione del nostro lato Ombra.  Esso rappresenta quella parte della personalità inconscia con la quale diviene necessario trovare un dialogo. Infatti stabilire un contatto dialogico con la parte profonda di noi stessi significa stabilire un legame con il nostro sapere inconscio, un sapere sedimentato nei millenni della storia. Infatti Jung aggiunge al concetto di inconscio personale, quello di inconscio collettivo, ossia l’insieme delle esperienze dell’umanità che risiede dentro la nostra psiche attraverso gli archetipi.

Il termine “mostro” ha assunto una connotazione esclusivamente negativa solo recentemente. In realtà in passato esso racchiudeva significati come per esempio “un segno divino inviato da Zeus” nel mondo greco; oppure in latino la parola “monstrum” era legato originariamente al verbo “avvertire”, “richiamare l’attenzione su”. Nelle fiabe non è un caso che essere inghiottiti dal mostro coincida con un momento di trasformazione. L’intreccio fiabesco ha proprio la funzione di spingere il bambino ad esplorare il proprio mondo interioree, da ciò trovare la soluzione tra dimensioni opposte come, per esempio, il bene e il male. Quindi il bambino impara prima ad esplorare la propria Ombra attraverso la fantasia, per poi avere gli strumenti per affrontare il mondo esterno e le difficoltà della vita reale.

A volte si può avere la percezione che i bambini di oggi non si lascino spaventare come i bambini di qualche decennio fa. Certo molte cose negli ultimi decenni sono cambiate. Oggi i bambini hanno meno occasione di entrare in contatto con la loro personale interpretazione del mostro che è raffigurato in modo esponenziale da film, cartoni animati e videogiochi. Il mostro è diventato iper realistico grazie alle nuove tecnologie. Inoltre è accaduta un’altra cosa particolare: sempre più spesso, in alcuni cartoni animati, il mostro è mutato in qualcosa che fa ridere (vedi il cartone animato Monsters & Co.), oppure diventa buono e protagonista della storia (come il personaggio di Vampirina). Si è cercato quindi di esorcizzare la paura? Purtroppo, in questo modo, si danno meno possibilità al bambino di trovare una soluzione attraverso il contatto con sé stesso. Il percorso che il fanciullo intraprende per riuscire a contrastare i mostri, gli permetterà l’affermazione della sua individualità e della sua autonomia. Quindi è probabile che oggi i bambini appaiano meno impauriti dai mostri perché si abituano a molteplici immagini, di fronte alle quali sono però passivi e hanno meno occasioni di esplorare tali immagini archetipiche ospitate nel profondo della loro psiche.

La paura dei mostri la ritroviamo anche negli adulti e nel mondo reale. Se nell’infanzia non si affronta il rapporto con il mostro nella propria fantasia non si potrà avere la giusta capacità di sicurezza nell’affrontare i “mostri reali” nell’età adulta. Quindi lasciamo spazio all’espressione creativa nei bambini lasciandoli incontrare i propri mostri, dandogli la possibilità di vincerli come gli eroi delle fiabe, proteggendoli così da immagini troppo realistiche che limitano le loro potenzialità creative. Il processo di evoluzione interiore passa anche attraverso l’interiorizzazione delle gesta dell’eroe positivo e giusto che sconfigge le avversità e le malvagità del mondo. Se l’eroe non è capace di distinguere il bene dal male (la confusione tra questi aspetti a cui abbiamo accennato sopra), il bambino cade nell’illusione che non vi siano avversità e che tutto sia possibile al suo desiderio. Ciò sviluppa una personalità in fondo fragile e non é un bene per l’evoluzione della persona.

BY: Irene Barbruni

L’autostima
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L’autostima è il valore o giudizio che un individuo attribuisce a sè stesso, quindi dipende dalla valutazione positiva che ognuno si può dare.

WiebkeBleidorn dell’Università della California ha realizzato la prima ricerca che studia l’influenza del genere e dell’età sull’autostima in differenti tipi di culture. Dai dati raccolti emerge che gli uomini tendono ad avere più autostima rispetto alle donne e, senza distinzione di sesso, aumenta con l’età.

Alcuni studi hanno messo in evidenza come nell’epoca contemporanea, soprattutto negli adolescenti, è molto presente la preoccupazione dell’apparire sui social media al meglio e molto spesso viene utilizzato il photoshop.  Vi sono statistiche che riguardano l’Italia che riportano di come nella maggior parte dei casi le donne italiane dichiarino di avere una media o bassa autostima, facendo posizionare l’Italia penultima nella classifica dei paesi coinvolti nella ricerca (ricerca “Beauty Confidence e Autostima” promossa da Dove e realizzata in collaborazione con Edelman Intelligence).

L’autostima è legata alla dignità soggettiva che un individuo ricava esclusivamente dal rapporto con sè stesso. Essa è un concetto ambiguo perché difficile da osservare, in quanto a volte può essere arduo capire se è veramente autostima o in realtà sia “eterostima”; ossia un valore ricavato dal consenso degli altri, quindi, ad un aderire al modello proposto dalla società a cui si appartiene.

L’autostima invece è legata esclusivamente all’esigenza di capire il valore personale. Nell’epoca contemporanea è data molta importanza al successo, ossia al consenso degli altri; ciò è reso ancora più amplificato dall’utilizzo di internet. Viviamo in un tipo di società che spinge alla ricerca dell’applauso e al sensazionalismo che quindi spinge, come abbiamo detto, l’individuo verso l’adesione al modello prevalente. Ogni individuo, però, possiede il suo valore proprio nell’ unicità che non può trovare espressione in un solo modello. Fondamentale è fin dall’infanzia rendere l’individuo meno dipendente dall’idea che il valore di sé si deve trarre dai “successi” che ci rendono protagonisti agli occhi degli altri. Coltivare la stima di sé alimentandola attraverso la cura dell’immagine che forniamo agli altri, non significa curare la propria autostima. A ciò spesso si aggiunge un ulteriore fatto che riguarda un’immagine finta legata ad un tipo di modello che limita l’individuo e nel quale non può alla lunga sentirsi rappresentato. Coltivando invece la vera autostima, in cui è il dialogo con il proprio sentire che deve essere affinato, si raggiunge un certo grado di serenità con se stessi. Una foto che ci ritrae in un momento gioioso o malinconico acquista significato quando la si riguarda associata ad una esperienza che abbiamo vissuto e non rimane vincolata alla sola immagine estetica. Un’immagine estetica che spesso è esclusivamente legata al modello, sia maschile che femminile, che la società propone e spesso, impone. Non a caso dalle ricerche statistiche si evidenzia che l’autostima cresce con l’età, ossia con la maturazione della personalità. Una maturazione che comporta la capacità di giudizio sempre meno vincolata dalle lusinghe sociali. Nel giudizio che la persona matura esprime di sé viene compreso non solo il suo aspetto e il suo immediato modo di comportarsi, ma anche la sua storia e le vicende che ha dovuto affrontare e superare. Da tutto ciò egli ricava la stima di sé, che non vuol dire “piena autostima”, ma stima relativa al possibile livello di realizzazione raggiunto.

Solo chi è in pace con sé stesso è in pace con il mondo, recita un antico proverbio.

BY: Irene Barbruni

L’autolesionismo in adolescenza
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Molti sono gli studi che negli ultimi decenni hanno cercato di quantificare la diffusione dell’autolesionismo, ossia quando una persona deliberatamente colpisce fisicamente il proprio corpo.  Si può distinguere tra autolesionisti occasionali e ripetitivi, a seconda del numero dei comportamenti autolesivi. Sappiamo che è un fenomeno che riguarda soprattutto gli adolescenti a partire dagli 11 anni circa ed è in continua crescita. Sulle percentuali della diffusione si trovano notevoli discordanze (le statistiche variano dal 17% al 41%) in quanto c’è una variabilità sulla definizione di autolesionismo: esso si può riferire sia all’intento suicidario sia a comportamenti meno gravi, come mangiarsi le pellicine fino a sanguinare. Comunque si ipotizza che il fenomeno sia sottostimato in quanto, spesso, il sentimento di vergogna porta a nascondere i segni per timore di essere giudicati e non compresi. Anche se il tagliarsi è un comportamento auto lesivo più frequente nelle ragazze, in generale l’autolesionismo sembra interessare abbastanza equamente entrambi i sessi.

Questo tipo di comportamento può essere associato ad una psicopatologia e quindi può assumere significati diversi. Quando esso si presenza in adolescenza è solitamente legato al momento di crescita che sta vivendo il giovane. L’adolescente infatti vive la “morte” dell’essere bambino e la trasformazione verso l’età adulta. Il gesto di tagliare la pelle si riferisce simbolicamente al taglio del bozzolo dal quale l’individuo, che sta crescendo, sente di doversi liberare. Il giovane vive la profonda tensione alla trasformazione: da un parte ne ha paura e dall’altra non sa come attuare questo mutamento. Il gesto, che simbolicamente è il tentativo della rottura della crisalide da cui si vorrebbe uscire, ha l’effetto di suscitare dolore fisico che attrae e distrae dalla paura del cambiamento. Questo atto si configura anche come atto espiativo: la ferita auto inflitta nasce infatti anche dal sentimento di colpa legato al non riuscire ad essere se stessi ed a non approdare all’attuazione di sé.

Questo sintomo testimonia quanto sia importante ed essenziale l’evoluzione dell’individuo ed il raggiungimento della propria individualità.

BY: Irene Barbruni

La forza della speranza
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E’ trascorso un anno circa dall’inizio di un’emergenza sanitaria che non ci aspettavamo. Senz’altro le ricadute psicologiche di questo periodo storico hanno notevoli differenze individuali, poichè la pandemia non ha certo colpito tutti allo stesso modo. C’è chi ha perso delle persone care, c’è chi vive in modo più o meno importante i problemi economici conseguenti, chi si è ammalato. Senza voler entrare nelle molteplici conseguenze che tale situazione può avere avuto in casi specifici, cercherò di descrivere ciò che accade a livello psicologico.

Importante è capire il tipo di atteggiamento che abbiamo di fronte a situazioni difficili e dolorose della nostra vita. Di fronte al dolore possiamo rimanere intrappolati, oppure trovare la capacità trasformativa che in esso esiste. Riuscire a conservare il sentimento della speranza diviene fondamentale. Un sentimento, quello della speranza, tra i più importati dell’essere umano.  Sperare vuol dire attendere fiduciosamente un futuro migliore, ossia, nonostante il dolore, la paura e la sofferenza, non perdere quell’intuizione che anche in ciò che non comprendiamo esiste un senso che lo rende sopportabile.

La speranza permette di intravedere un futuro prossimo in cui il dolore è destinato ad affievolirsi. Nella speranza ritroviamo il dialogo con la situazione contingente cercando quella capacità trascendente che abbiamo in noi e che ci permette di non identificarci nel dolore e nella sconfitta. La speranza è alla fin fine un’intuizione del Bene; nella filosofia di Kant troviamo l’idea che nel genere umano vi è una naturale ed innata predisposizione alla realizzazione delle intuizioni prime del Bene.

La speranza è un’esperienza psicologica essenziale e ne possiamo trovare una descrizione esauriente in tante immagini poetiche come quella di Emily Dickinson: “La speranza è qualcosa con le ali, che dimora nell’anima e canta una melodia senza parole, e non si ferma mai”. E’dunque un sentimento più che un concetto mentale. Possiamo definirla come uno stato d’animo che avvolge la personalità da un pathos che la tiene sollevata dal dolore e la protegge dall’annichilimento. Quindi è uno stato d’animo che va protetto, poiché il suo inquinamento è letale. A livello psicologico ed esistenziale è proprio la negazione della speranza a determinare l’angoscia.

E’ giusto differenziare tra desiderio e speranza in quanto il primo è legato alla volontà, la seconda è  una condizione di attesa che non vuole imporre nulla alla realtà. Essa sa attendere quel Bene che verrà nel modo in cui si presenterà. C’è anche differenza tra  fede e speranza. La prima è la certezza di cose di cui si ha speranza, mentre la seconda è l’attesa viva e fiduciosa in un bene futuro di cui comunque non si ha certezza.

Quindi è fondamentale che si comprenda l’occasione di crescita interiore che una situazione storica difficile e dolorosa porta in sé. L’atteggiamento e le risorse che possiamo mettere in atto possono cambiare radicalmente a seconda del nostro stato d’animo: se è di speranza o di chiusura nella difficoltà. Una frase di Victor Frankl può ben riassumere ciò che è stato detto: “Se non  è in tuo potere cambiare una situazione che ti reca dolore, potrai sempre trovare l’attitudine attraverso la quale affrontare tale sofferenza.”

Coltiviamo quindi l’attitudine alla speranza, aiutiamoci a custodire questo sentimento primordiale ed essenziale che anima la nostra vita.  Quando una gemma nasce lo fa senza rumore, prima non c’è, poi, all’improvviso è lì, nonostante il freddo, che essa, annuncia, sta per passare.

BY: Irene Barbruni

L’enuresi notturna nel bambino
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L’enuresi è una problematica che frequentemente si può incontrare nell’infanzia. Essa riguarda l’emissione incontrollata di urina successiva alla conquista della maturità fisiologica, che in genere avviene intorno ai 3/4 anni di età. Secondo i dati statistici, questa condizione riguarda un bambino su cinque fra i 5 e i 6 anni, ma anche bambini più grandi con netta prevalenza nei maschi. Possiamo distingue tra enuresi primaria e secondaria: la prima riguarda i casi in cui non c’è stata l’acquisizione del controllo, mentre nel secondo caso si presenta dopo un periodo in cui il bambino ha raggiunto quel tipo di autonomia. L’enuresi notturna, in particolare quella primaria, è la forma sicuramente più frequente. Tralasciando tutti quei casi in cui il problema rientra in un quadro generale più complesso, mi soffermo sui casi in cui essa si presenta non associata ad altre problematiche evidenti.

Il consiglio del pediatra diventa fondamentale poiché è importante escludere problematiche di origine organica. Soprattutto in presenza di enuresi secondaria però, essa può essere un sintomo di disagio psicologico. A volte può comparire in seguito ad un cambiamento importante nella vita del bambino come la nascita di un fratellino. Di fronte al problema è importante non colpevolizzare ma tranquillizzare. I genitori per primi non devono allarmarsi poiché spesso, nei casi più lievi, si risolve senza intervenire se non con rassicurazione e qualche piccolo accorgimento, come ad esempio seguire alcune regole alimentari alla sera. Nel momento in cui, invece, il problema sembra peggiorare o si riscontrano altri tipi di disagio emotivo, è bene approfondire.

Attraverso il sintomo, quindi, viene mostrato un disagio interiore che non è cosciente. Durante la notte il bambino rimane in contatto con se stesso e con le sue paure. Bagnare il letto è una regressione legata alla paura di crescere e quindi al desiderio di tornare nel grembo materno (il liquido amniotico). Spesso una vita diurna troppo piena di impegni, con poche occasioni per elaborare e rimanere in contatto con se stessi, porta ad una eccessiva stimolazione dell’estroversione a scapito delle capacità di introversione della personalità. Ecco che allora le paure durante la sera e la notte, diventano più difficili da reggere per un bambino non abituato al contatto con il mondo interiore. Può essere di aiuto rivedere il carico di stimoli durante la giornata ed aiutare il bambino a gestire il proprio mondo interiore. In quel mondo interiore costituito dall’immaginario, si annidano immagini e fantasmi che lo spaventano e, di fronte alla spinta che lo porta a crescere, può cadere nella tentazione di regredire (perché il mondo della prima infanzia è percepito come migliore in quanto erano presenti maggiori attenzioni della madre).

Il bambino deve esser accompagnato ad affrontare le paure della sua crescita, dandogli gli strumenti giusti: cioè le immagini e le nozioni che lo incoraggino a sperare nel suo futuro. Mostrargli l’immagine di un bambino adulto che s’inserisce nella vita sociale della famiglia, attraverso l’aiuto che offre ai propri cari, lo aiuta ad intravedere gli elementi forti e altruistici della sua personalità; questi lo sorreggono di fronte alla sua paure.

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