BY: Irene Barbruni

La forza della speranza
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E’ trascorso un anno circa dall’inizio di un’emergenza sanitaria che non ci aspettavamo. Senz’altro le ricadute psicologiche di questo periodo storico hanno notevoli differenze individuali, poichè la pandemia non ha certo colpito tutti allo stesso modo. C’è chi ha perso delle persone care, c’è chi vive in modo più o meno importante i problemi economici conseguenti, chi si è ammalato. Senza voler entrare nelle molteplici conseguenze che tale situazione può avere avuto in casi specifici, cercherò di descrivere ciò che accade a livello psicologico.

Importante è capire il tipo di atteggiamento che abbiamo di fronte a situazioni difficili e dolorose della nostra vita. Di fronte al dolore possiamo rimanere intrappolati, oppure trovare la capacità trasformativa che in esso esiste. Riuscire a conservare il sentimento della speranza diviene fondamentale. Un sentimento, quello della speranza, tra i più importati dell’essere umano.  Sperare vuol dire attendere fiduciosamente un futuro migliore, ossia, nonostante il dolore, la paura e la sofferenza, non perdere quell’intuizione che anche in ciò che non comprendiamo esiste un senso che lo rende sopportabile.

La speranza permette di intravedere un futuro prossimo in cui il dolore è destinato ad affievolirsi. Nella speranza ritroviamo il dialogo con la situazione contingente cercando quella capacità trascendente che abbiamo in noi e che ci permette di non identificarci nel dolore e nella sconfitta. La speranza è alla fin fine un’intuizione del Bene; nella filosofia di Kant troviamo l’idea che nel genere umano vi è una naturale ed innata predisposizione alla realizzazione delle intuizioni prime del Bene.

La speranza è un’esperienza psicologica essenziale e ne possiamo trovare una descrizione esauriente in tante immagini poetiche come quella di Emily Dickinson: “La speranza è qualcosa con le ali, che dimora nell’anima e canta una melodia senza parole, e non si ferma mai”. E’dunque un sentimento più che un concetto mentale. Possiamo definirla come uno stato d’animo che avvolge la personalità da un pathos che la tiene sollevata dal dolore e la protegge dall’annichilimento. Quindi è uno stato d’animo che va protetto, poiché il suo inquinamento è letale. A livello psicologico ed esistenziale è proprio la negazione della speranza a determinare l’angoscia.

E’ giusto differenziare tra desiderio e speranza in quanto il primo è legato alla volontà, la seconda è  una condizione di attesa che non vuole imporre nulla alla realtà. Essa sa attendere quel Bene che verrà nel modo in cui si presenterà. C’è anche differenza tra  fede e speranza. La prima è la certezza di cose di cui si ha speranza, mentre la seconda è l’attesa viva e fiduciosa in un bene futuro di cui comunque non si ha certezza.

Quindi è fondamentale che si comprenda l’occasione di crescita interiore che una situazione storica difficile e dolorosa porta in sé. L’atteggiamento e le risorse che possiamo mettere in atto possono cambiare radicalmente a seconda del nostro stato d’animo: se è di speranza o di chiusura nella difficoltà. Una frase di Victor Frankl può ben riassumere ciò che è stato detto: “Se non  è in tuo potere cambiare una situazione che ti reca dolore, potrai sempre trovare l’attitudine attraverso la quale affrontare tale sofferenza.”

Coltiviamo quindi l’attitudine alla speranza, aiutiamoci a custodire questo sentimento primordiale ed essenziale che anima la nostra vita.  Quando una gemma nasce lo fa senza rumore, prima non c’è, poi, all’improvviso è lì, nonostante il freddo, che essa, annuncia, sta per passare.

BY: Irene Barbruni

L’enuresi notturna nel bambino
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L’enuresi è una problematica che frequentemente si può incontrare nell’infanzia. Essa riguarda l’emissione incontrollata di urina successiva alla conquista della maturità fisiologica, che in genere avviene intorno ai 3/4 anni di età. Secondo i dati statistici, questa condizione riguarda un bambino su cinque fra i 5 e i 6 anni, ma anche bambini più grandi con netta prevalenza nei maschi. Possiamo distingue tra enuresi primaria e secondaria: la prima riguarda i casi in cui non c’è stata l’acquisizione del controllo, mentre nel secondo caso si presenta dopo un periodo in cui il bambino ha raggiunto quel tipo di autonomia. L’enuresi notturna, in particolare quella primaria, è la forma sicuramente più frequente. Tralasciando tutti quei casi in cui il problema rientra in un quadro generale più complesso, mi soffermo sui casi in cui essa si presenta non associata ad altre problematiche evidenti.

Il consiglio del pediatra diventa fondamentale poiché è importante escludere problematiche di origine organica. Soprattutto in presenza di enuresi secondaria però, essa può essere un sintomo di disagio psicologico. A volte può comparire in seguito ad un cambiamento importante nella vita del bambino come la nascita di un fratellino. Di fronte al problema è importante non colpevolizzare ma tranquillizzare. I genitori per primi non devono allarmarsi poiché spesso, nei casi più lievi, si risolve senza intervenire se non con rassicurazione e qualche piccolo accorgimento, come ad esempio seguire alcune regole alimentari alla sera. Nel momento in cui, invece, il problema sembra peggiorare o si riscontrano altri tipi di disagio emotivo, è bene approfondire.

Attraverso il sintomo, quindi, viene mostrato un disagio interiore che non è cosciente. Durante la notte il bambino rimane in contatto con se stesso e con le sue paure. Bagnare il letto è una regressione legata alla paura di crescere e quindi al desiderio di tornare nel grembo materno (il liquido amniotico). Spesso una vita diurna troppo piena di impegni, con poche occasioni per elaborare e rimanere in contatto con se stessi, porta ad una eccessiva stimolazione dell’estroversione a scapito delle capacità di introversione della personalità. Ecco che allora le paure durante la sera e la notte, diventano più difficili da reggere per un bambino non abituato al contatto con il mondo interiore. Può essere di aiuto rivedere il carico di stimoli durante la giornata ed aiutare il bambino a gestire il proprio mondo interiore. In quel mondo interiore costituito dall’immaginario, si annidano immagini e fantasmi che lo spaventano e, di fronte alla spinta che lo porta a crescere, può cadere nella tentazione di regredire (perché il mondo della prima infanzia è percepito come migliore in quanto erano presenti maggiori attenzioni della madre).

Il bambino deve esser accompagnato ad affrontare le paure della sua crescita, dandogli gli strumenti giusti: cioè le immagini e le nozioni che lo incoraggino a sperare nel suo futuro. Mostrargli l’immagine di un bambino adulto che s’inserisce nella vita sociale della famiglia, attraverso l’aiuto che offre ai propri cari, lo aiuta ad intravedere gli elementi forti e altruistici della sua personalità; questi lo sorreggono di fronte alla sua paure.

BY: Irene Barbruni

Hikikomori: malessere profondo in continuo aumento
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Hikikomori, che in giapponese significa isolarsi, è un termine che è stato scelto per definire una problematica che riguarda quei giovani che si ritirano socialmente. Inizialmente questo tipo di disagio è stato osservato a partire dagli anni Ottanta in Giappone, ma negli ultimi decenni sta interessando sempre più individui, anche nel nostro paese e in generale in tutti i paesi sviluppati. Si tratta di giovani, ma anche giovanissimi, che non studiano né lavorano e che si ritirano nella propria stanza annullando le interazioni sociali, spesso anche con la propria famiglia, in quanto dormono durante il giorno e stanno svegli nelle ore notturne. L’unico contatto con il mondo esterno lo hanno attraverso internet e i social network.

Le statistiche mostrano una netta prevalenza dei maschi, ma si presume che le ragazze siano in numero maggiore e che in molti casi non vengano segnalate, poiché culturalmente l’isolamento femminile assume una rilevanza minore soprattutto in determinati contesti culturali.

L’individuo inizialmente si auto reclude per evitare l’ambiente scolastico; spesso si evidenzia un fattore scatenante che non sempre appare evidente agli occhi dei genitori (un brutto voto, piuttosto che difficoltà con i compagni di classe o fenomeni di bullismo). Nella personalità del ragazzo si possono comunque osservare delle caratteristiche quali: difficoltà ad entrare in contatto con gli altri e angoscia della relazione. Questi disagi portano ad un eccesso di rinuncia e a declinare la propria vocazione relazionale (comunque presente in ogni essere umano), verso i mass media, i quali vengono percepiti mediatori, che quindi fungono da filtro protettivo nella relazione. Tutto questo porta ad un graduale peggioramento delle capacità di reggere e sopportare le frustrazioni che fanno parte delle esperienze quotidiane e delle relazioni interpersonali. Le relazioni che si instaurano davanti ad un computer hanno delle caratteristiche che portano ad un impoverimento delle capacità relazionali, poiché prive del contatto diretto e spontaneo con l’altro.

Spesso il disagio si manifesta con il rifiuto della scuola mostrando una grande sofferenza; accade solitamente nei primi anni delle superiori, ma anche già alle scuole medie. Il fattore scatenante può apparire agli occhi dei genitori, come abbiamo detto, un episodio innocuo,  ma che in una personalità fragile diventa motivo che giustifica la resa e quindi  l’abbandono scolastico ed infine l’auto-reclusione.

Diventa quindi fondamentale riconoscere i primi segnali di disagio; nel momento in cui il ragazzo comincia a saltare giorni di scuola e rinuncia a momenti di condivisione con i propri pari,  come lo sport o altri momenti di incontro. Il confronto tra genitori ed insegnanti in questa fase è fondamentale, come chiedere consiglio ad un professionista per evitare che si arrivi ad uno stadio troppo critico che richiederebbe un intervento più lungo e difficile.

Attualmente la didattica a distanza e il divieto, per motivi sanitari, di frequentare in libertà luoghi sociali, rende più difficile la valutazione della gravità di alcune situazioni. In questo momento storico delicato diventa quindi ancora più importante osservare con attenzione i nostri figli. Il confronto con la realtà e le esperienze dirette con gli altri, fatte anche di momenti di sofferenza e frustrazioni, sono fondamentali per la crescita. La consapevolezza che nella vita sono le difficoltà che riusciamo a reggere a renderci più forti e non solo quelle che riusciamo a superare, è una riflessione che non deve mai mancare nel lavoro educativo. Ogni età prevede delle frustrazioni con cui l’individuo deve confrontarsi per la propria crescita. Queste ultime riflessioni possono essere spunto per la prevenzione di disagi che riguardano la sfera relazionale, ma certamente nel momento in cui si sospetta l’instaurarsi di un ritiro sociale è  importante intervenire in modo tempestivo.

Il fenomeno non ha tuttavia solo motivazioni circoscritte alla sfera relazionale, ma investe proprio l’etica e la valorizzazione delle relazioni umane. L’attuale società sta sviluppando un’etica della relazione tutta piegata sul successo e sull’apparire, e ciò squalifica proprio la dimensione relazionale, la quale invece rappresenta il cuore dell’esperienza umana. Quindi promuovere una cultura della relazione, intesa come relazione di reciprocità, aiuta a contrastare la deriva autistica che osserviamo in quei giovani che si chiudono in se stessi e nella loro stanza.

BY: Irene Barbruni

La pazienza: virtù fondamentale per la crescita dell’individuo
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Oggi la pazienza è una virtù spesso dimenticata, lo stile di vita contemporaneo è caratterizzato dalla presenza di esperienze che si susseguono velocemente, tendiamo ad annoiarci facilmente e tutto ciò deriva da una certa incapacità di attendere.

Quindi in una società in cui un ritmo di vita frenetico è prevalente, la pazienza è spesso erroneamente associata alla passività. Invece essa è un non -fare che lascia spazio alla riflessione, la quale è alla base di un comportamento successivo più efficace. Uno studio inglese ha calcolato il limite massimo di attesa: si perde la pazienza dopo soli 8 minuti e 22 secondi. Al computer la sopportazione si abbassa ulteriormente e l’attesa di un minuto porta già una cattiva influenza sull’umore che si altera velocemente.

Un altro esperimento, condotto per la prima volta nel 1972 da Walter Mischel dell’Università di Stanford, ha dimostrato quanto la capacità di attesa nei bambini sia la base per una personalità più capace di gestire lo stress e raggiungere una maggior sicurezza nella propria vita. Nell’esperimento alcuni bambini di 4 anni sono stati lasciati soli in una stanza con un marshmallow. Era stato loro chiesto di non mangiarlo e il premio della capacità di resistere, sarebbero stati altri marshmallow. Alcuni bambini, seppur con difficoltà, furono in grado di resistere alla tentazione, altri invece non riuscirono a trattenersi. Alcuni anni dopo l’autore ha rivisto gli stessi bambini. Chi era riuscito a resistere alla tentazione-marshmallow era anche capace di gestire lo stress ottenendo buoni risultati a livello scolastico mentre, gli “impazienti” erano divenuti adulti più insicuri, meno capaci di concentrarsi e di controllare i propri impulsi. Il fatto di resistere alla tentazione era associato alla capacità di contenere il desiderio che spinge a cedere verso una gratificazione immediata, al fine di raggiungere qualcosa di più appagante. Questo aspetto è fondamentale nella realizzazione della propria vita; ecco perché la pazienza è fondamentale per la crescita dell’individuo.

La pazienza non è una caratteristica dei bambini, ma deve essere appresa. Pensiamo al neonato che se ha fame piange fino a che la mamma non si prende cura di lui. Buona parte dell’educazione deve portare il bambino ad acquisire la capacità di vivere un’attesa riflessiva, animata dal sentimento fiducioso della speranza in un esito positivo. Quindi la pazienza è un sentimento ed uno stato d’animo molto complesso entro il quale albergano e si evolvono capacità psicologiche determinante.  La persona capace di attendere con serenità mostra padronanza di sé, il superamento dalla dipendenza da cose o sostanze. Infatti ciò che genera la dipendenza da cose o sostanze è proprio l’impazienza, la necessità violenta che non trova disciplina in quella personalità. L’esercizio della pazienza è quindi un importante supporto; spesso citata con la temperanza come una virtù fondamentale per l’evoluzione della persona. Nella filosofia orientale è una virtù ritenuta tra la più significative. Per esempio Confucio così si esprime: “Il nobile acquieta la sua persona prima di mettersi in moto. (…)  Egli si raccoglie nella mente prima di mettersi a parlare”. Ed è proprio l’esercizio della pazienza che ci permette di riflettere e di trovare il giusto distacco dalle emozioni che ci potrebbero dominare. 

BY: Irene Barbruni

Il bambino e il no. Il significato dell’opposizione tra normalità e patologia.
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La fase dell’opposizione è una fase importante nello sviluppo infantile. Il bambino provoca l’ambiente per mettere alla prova la sua autorevolezza e la capacità di contenimento del genitore. Questa fase inizia intorno ai due anni, momento in cui il bambino comincia anche a definirsi con “Io”. La funzione principale di questo periodo è quella di affermare la propria individualità che non va confusa con la necessità dell’indipendenza, in quanto la necessità della propria indipendenza richiede dimensioni psicologiche più evolute.  Quindi, in questa fase precoce l’esigenza di affermare se stesso viene catturata all’interno della propensione all’autoriferimento. Il bambino non ha e non può avere coscienza della sua dipendenza dalla figura materna, egli tende a usare la madre e tende con ciò a dominarla, assaporando il gusto di un tale potere. 

La durata di questa fase e l’intensità dei così detti “capricci” dipende molto dalle risposte che i genitori sviluppano. Purtroppo non è uno stadio che scompare da solo con l’età, ma necessita dell’intervento educativo dei genitori. I bambini imparano presto che in luoghi pubblici, o comunque in presenza di altre persone, gli adulti sono più propensi ad accettare le richieste per evitare le “scenate” del proprio figlio. Quasi sempre vi è la richiesta di qualcosa che il bambino vuole subito, ed è bene, in questi casi, essere fermi ed autorevoli. Altrimenti si finisce per confermare lo sviluppo delle capacità monipolatorie, che il bambino impara ad usare quando si fa dominare dall’esigenza di soddisfare nell’immediato il suo desiderio.  Il no del genitore può essere accompagnato da una spiegazione, soprattutto quando il bambino, a partire dai tre/quattro anni, è in grado di comprendere i motivi del rifiuto. Nel caso non si riesca sul momento a spiegare al bambino i motivi, si potrà farlo in un momento successivo di maggiore tranquillità.

È fondamentale quindi non cedere mai quando la richiesta del bambino è accompagnata da una modalità di imposizione sull’adulto. Inoltre è buona regola non accontentare subito una richiesta, ma posticiparla; in questo modo viene allenata la capacità di attesa e quindi di contenimento di quel desiderio.  Infatti la capacità di contenere e di attendere, quindi di reggere il tempo, saranno deteminanti in tanti ambiti della sua vita. Il bambino che non sa attendere si condanna alla subordinazione ai suoi bisogni, che lo portano a sviluppare una personalità incline alla dipendenza. E quindi a vivere nell’immediatezza senza capacità di mediare tra i suoi desideri e il dato di realtà che gli si poni di fronte.  L’esercizio dell’attesa e della mediazione contribuiscono a sviluppare la funzione riflessiva, che è alla base dell’evoluzione del pensiero. Altrimenti il pensiero,  dominato dall’impulsività irriflessiva, appiattisce le sue potenzialità di discernimento della realtà.

Un altro aspetto importante, da affiancare alla condivisione delle ragioni del no dell’adulto nella relazione con il bambino, è l’aspetto della collaborazione. Man mano che il bambino cresce è bene  richiedere la sua collaborazione e coinvolgerlo nelle scelte e nelle regole della casa e della famiglia, in quanto ciò aiuta a sviluppare in lui una modalità di relazione più matura. Anche perché, non va dimenticato, che in questa fase, come si diceva sopra, il bambino è traversato dall’esigenza dell’Uso e del Dominio che ne regolano le scelte e quindi l’etica. L’esercizio alla collaborazione aiuta a scavalcare la fase nella quale egli vede la sua vita come uno scenario fatto di lotte.  In un ambito collaborativo l’altro smette di essere percepito come nemico o come strumento da usare, ma viene visto quale interlocutore.  Ciò fa evolvere la sensibilità etica: dalla fase della contrapposizione, colorata dal dominio sull’altro, si passa alla fase della dialettica relazionale e della comunicazione colorate dalla reciprocità.

Ci tengo a specificare che la fase dell’opposizione non va confusa con il Disturdo Oppositivo Provocatorio che necessita di una diagnosi di uno specialista e un successivo intervento, che solitamente coinvolge sia direttamente il bambino che l’appoggio ai genitori. In alcuni casi questo tipo di disturbo è associato ad altri quali: Disturbo da Deficit di attenzione/iperattività (ADHD), depressione, ansia e Disturbi Specifici dell’Apprendimento.

Quindi il no rivolto al bambino in certi momenti e accompagnato dalla necessaria spiegazione, aiuta l’evoluzione sia psicologica che sociale del piccolo d’uomo, affinché impari a diventare adulto.

BY: Irene Barbruni

Occuparsi di sé attraverso la scrittura
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La scrittura è come prima cosa un dialogo con noi stessi e per questo ha delle particolarità uniche nel suo genere. In modo particolare scrivere esclusivamente per se stessi come il classico diario, che spesso è stata ed è abitudine dell’adolescente, ha lo scopo di riordinare le proprie esperienze, idee, emozioni e sentimenti per aggiungere quel momento di riflessione indispensabile nel rapporto con se stessi e con il mondo. Il diario si scrive alla sera quando le emozioni vissute della giornata sono lontane e possono lasciare spazio alla riflessione sull’evento.

Oggi sempre più giovani scrivono su un Blog che diventa una sorta di diario pubblico. Non è però paragonabile alla scrittura di un diario privato, in quando si perde la possibilità di avere un momento di intimità con se stessi senza rapportarsi a qualcuno, con cui, invece, bisogna necessariamente essere in un certo modo e dal quale possiamo essere giudicati.

Oggi siamo più emotivi che non riflessivi e ciò ci rende meno capaci di affrontare le situazioni. Purtroppo la facilità e la velocità con cui possiamo comunicare ci rende più vicini all’emotività del momento più che ad una rielaborazione riflessiva di ciò che viviamo. Spesso lo scambio di conversazioni enfatizzano l’aspetto emotivo come l’utilizzo delle “faccine” che spinge verso una emotizzazione del dialogo. In una pagina di diario, che non verrà letta da nessuno, possiamo essere veramente sinceri, mentre sui social siamo portati a metterci in mostra poiché è presente il giudizio degli altri (che cerchiamo) e, quindi, non possiamo essere completamente noi stessi. É importante essere coscienti del mezzo che si usa senza farsi usare dallo strumento.

Il filosofo americano del pensiero libertario, H.D. Thoreau (1817-1862), sottolineava, nel suo libro Vita nei boschi, quanto gli uomini ormai fossero diventati appendici dei mezzi che usavano. E questo nell’Ottocento! Oggi è ancora più evidente che siano i mezzi a suggerire il loro utilizzo, non tanto la loro necessità.  Questi mezzi, più che essere mezzi di comunicazione, sono ormai mezzi di ostentazione di sé. Il loro costante impiego ci rende prevalentemente estrovertiti portandoci a perdere il contatto con il centro della nostra personalità. Quindi, è bene che ci si preoccupi di limitare la troppa esposizione agli altri, e ricercare invece dei momenti in cui possiamo contattare noi stessi. Ciò può essere la chiave per ritrovare l’intimità necessaria ad un sano equilibrio con se stessi e con il mondo. Proprio perché i mezzi cosiddetti di comunicazione ci allontanano dalla nostra intimità. Quello che osserviamo, come psicologi è proprio la diminuzione di intimità e l’aumento di emotività: l’emotività ci estroverte, mentre la ricerca dell’intimo ci introverte. Ecco che la scrittura, esercitata nella propria stanza davanti al foglio fianco, finalizzata ad una confessione introspettiva, ci sarà utile per riprendere un vero rapporto con la nostra vita interiore.

Nella società dei media l’ostentazione è il movente primo.  Affermare se stessi è il principio da cui scaturisce l’esigenza di primeggiare sugli altri e il mettersi in mostra. Ciò sviluppa la percezione di un “essere” che non è più “essere” ma “insistenza finita”, un essere già stato perché non in divenire, chiuso in sé; questo “essere già stato” motiva la coazione a ripetere i messaggi verso l’altro, da cui ci si aspetta la gratificazione. La gioia deriva da quanti contatti riesco a raggiungere. Ma quelle centinaia di contatti non sono veri contatti, ma solo la rappresentazione numerica del vuoto di autenticità e della banalità in cui è caduta la relazione.       

Mentre il rapporto autentico con se stessi, e con l’altro, proviene dall’accettazione di sé attraverso cui  scoprire il proprio vero io. E questa ricerca, che va condotta con tenacia e semplicità, è aiutata dai momenti di intimità con se stessi in cui la scrittura del proprio diario diviene un momento prezioso. 

BY: Irene Barbruni

Come affrontare il problema Covid-19 da punto di vista psicologico
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La situazione attuale di emergenza ci fa vivere uno stato emotivo caratterizzato da crescente paura. La paura, come tutte le emozioni primarie, ha una funzione fondamentale per l’essere umano in quanto ci pone nello stato d’animo di allerta, in cui viene acuita la capacità di prevenire i pericoli. Essa deve, comunque venir commisurata alla minaccia per svolgere adeguatamente la sua funzione. Oggi la percezione della pericolosità di una situazione è stimolata, alle volte guidata, dai messaggi che arrivano dai mass media e non è agevole per noi trovare la giusta misura per leggere la realtà che stiamo vivendo. Quindi è facile che ognuno di noi possa o sottovalutare il pericolo che corre o viverlo in modo eccessivamente ansioso. Per trovare il giusto equilibrio è bene evitare ricerche compulsive di informazione ma utilizzare esclusivamente fonti sicure; in questo caso: Ministero della Salute (http://www.salute.gov.it/nuovocoronavirus) e Istituto Superiore di Sanità (http://www.epicentro.iss.it/coronavirus ).  Con le giuste informazioni e la giusta modalità emotiva possiamo attivare anche i comportamenti corretti per affrontare la situazione.

Oggi ci viene chiesto di cambiare le abitudini per qualche tempo riportandoci all’interno delle nostre case. Una situazione che ci appare anche difficile per il fatto di essere abituati ad una notevole libertà di movimento. In più il senso dell’obbligo ci può far sentire come in gabbia; possiamo vivere una certa ansia claustrofobica. La riflessione sulla giusta ragione all’origine da tali sacrifici ci aiuta da un alto a sopportare il limite imposto, e dall’altro a prendere piena coscienza che il comportamento individuale ricade su tutti sia in positivo che in negtivo. Il confine del nostrospazio soggettivo è labile, e l’effetto delle nostre scelte agiscono sugli altri. Inoltre per spirito di emulazione ci sentimento meglio se quello che dobbimao fare lo fanno in molti. Quindi questa emergenza può essere ben vissuta come riflessione sul nostro modo di vivere, consapevole di far parte di una grande famiglia e che non esiste un bene solo personale, ma il vero bene è quello che tocca tutti. Sollevandoci su un piano etico affronteremo meglio e con più coraggio le situazioni difficili che abbiamo di fronte. Un tempo che per alcuni è anche accompagnato da preoccupazioni economiche, non dimentichiamolo: questa emergenza tocca significativamente la sfera economica, ma il tutto va valutato come un’emergenza temporanea.  

Diverso è senz’altro il vissuto degli operatori sanitari che si trovano a fronteggiare non solo l’ansia legata alla situazione, ma gli viene richiesto un impegno enorme per il bisogno di assistenza che cresce. Soprattutto in questi casi l’essere umano non può che trarre forza trovando un senso profondo di sé. Ed è questo senso profondo di sé che nutre la nostra azione, ma soprattutto, è da esse che possiamo trarre una conoscenza più umana di noi steassi: siamo gli uni legati agli altri.

BY: Irene Barbruni

I nostri sogni al tempo della pandemia. I sogni onirici: strumento di contatto con se stessi e risorsa da riscoprire in questi mesi di sofferenza
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In queste settimane, ormai mesi, in cui ci troviamo a vivere una quotidianità diversa dove il tempo trascorre principalmente, e in alcuni casi solamente, tra le mura domestiche,  raccontare i propri sogni onirici ai nostri familiari può essere occasione per risvegliare un modo attraverso cui  comunicare con la nostra interiorità. Senza bisogno di alcuna interpretazione possiamo scoprire, per esempio, se sogniamo alcune situazioni in modo simile o diverso. Anche chiedere di raccontare i sogni ai bambini può essere un modo per dialogare con loro e creare un momento quotidiano di ascolto. In caso di incubi notturni, soprattutto per quanto riguarda i bambini, è importante cercare di dare loro rassicurazione e cogliere l’occasione per riflettere insieme su paure o ansie profonde. Attraverso il dialogo e il racconto dei propri sogni e delle proprie esperienze, i timori tendono a placarsi. L’ascolto privo di giudizio affrettato, ma partecipato interiormente, è un insostituibile fonte di benessere;  ciò proprio perché ci aiuta ad ascoltare la nostra interiorità. Ma,  se le ansie del bambino ci appaiono troppo invasive, è bene chiedere aiuto ad un professionista in modo da elaborare, col metodo giusto, l’insieme dei suoi vissuti interiori.

Quindi, anche attraverso il ricordo e il racconto di un sogno, possiamo coltivare una preziosa risorsa per contattare il nostro mondo interiore che oggi, più che in altri momenti, è fondamentale per salvaguardare il nostro benessere psichico.

Dagli studi della neurologia sappiamo che la finalità del sonno è proprio sognare. Infatti in quella  fase del sonno avvengono processi neurologici importanti per l’encefalo. Ma avviene anche una ridefinizione dell’insieme dei contenuti della psiche; le conoscenze pregresse e profonde interagiscono con le esperienze attuali. Il sogno è il risultato, per immagini e sensazioni, di un tale profondo dialogo interiore. Quindi, il sogno ha un’importanza fondamentale per l’uomo. L’interpretazione dei sogni risale ad epoche molte antiche ed appartiene a più culture fino ad arrivare a tempi più recenti, come il famoso libro sull’interpretazione dei sogni di Sigmund Freud.

Non in tutti i percorsi psicoterapeutici i sogni sono utilizzati come momento riflessivo e di conoscenza di sé. Autori come Jung e la Von Franz hanno ampiamente spiegato come i sogni dei pazienti spesso forniscano una corsia preferenziale verso la parte della personalità più nascosta.

Nel sogno si risveglia una parte più saggia che, se contattata, può aiutare lo sviluppo di una visione più completa della personalità. Il materiale onirico spesso aiuta nel percorso verso il superamento di alcuni sintomi o meglio “malesseri esistenziali”. Marie Louse Von Franz spiega, in modo approfondito, quanto sia complesso interpretare i sogni, in quanto spesso ci rivelano ciò che non vogliamo o sappiamo vedere, ma che rimangono un prezioso mezzo per indagare il proprio universo interiore.

Interessante notare come i sogni, che fanno parte della prima parte della vita, riguardino più facilmente l’adattamento alla vita esteriore e materiale, mentre quelli che riguardano la seconda parte della vita riguardano il mondo interiore e il senso profondo dell’esistenza.

Certo i simboli e le immagini che emergono dal sogno non possono trovare il loro unico scopo in un’interpretazione razionale, poiché ciò snaturerebbe la loro funzione; ossia il contatto con il centro di noi stessi. In quanto ogni essere umano non è definibile solo da ciò che la ragione può comprendere. Il grande filosofo francese Pascal, diceva: “Il cuore ha ragioni che la ragione non comprende”. Il cuore sta a significare non tanto o soltanto il luogo delle emozioni, ma proprio il centro dell’esperienza della personalità. Una entità, la personalità, composta da molte dimensioni. È per questo che Jung amava rappresentarla come un fiore che, composto da tanti petali,  trova nella sua armonia il centro vitale. Ecco che in una psicoterapia, che prevede l’utilizzo del sogno, esso diventa il racconto di una storia parallela al racconto della storia diurna. Una storia che esprime un’esigenza che non sempre è avvertita coscientemente, come la ricerca appunto dell’armonia della propria totalità. Spesso le immagini e i simboli di un sogno riescono a trovare quella sintesi che le parole non possono raggiungere e che è indispensabile per sperimentare il senso di se stessi.  È proprio questo linguaggio simbolico e poetico del sogno ad aprirci ad un uso più artircolato della coscienza, la quale non deve essere considerata come l’unica via che ci conduce alla verità di noi stessi; perché tante cose che albergano dentro in noi, la coscienza non sa vederle nè interpretarle. Il sogno ci porta là dove la ragione non riesce ad andare, in un luogo oltre la ragionevolezza e  l’intelligenza della ragione, eppure un luogo ricco di senso e di significati.

BY: Irene Barbruni

Descrizione dei tipi psicologici: in quale vi riconoscete?
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Sia in noi stessi che nelle persone che abbiamo vicino, riconosciamo diversi tipi di carattere, ossia diversi modi di affrontare il mondo e le relazioni. Ognuno di noi possiede una propria natura, un proprio modo di essere e non esistono delle modalità migliori di altre, poiché ognuna ha dei punti di forza e dei punti deboli. Ciò che conta per il nostro benessere è non tradire mai la nostra natura, ma, se mai, cercare di superare alcune debolezze rimanendo però sempre se stessi.

Nel suo libro, Il concetto dell’angoscia, Kierkegaard sottolinea le necessità del singolo soggetto a divenire ciò che in potenza egli è, pena cadere preda del sentimento dell’angoscia, e della disperazione. Vissuti che sorgono proprio all’interno delle crisi di identità: cioè un soggetto che non sa o non può essere se stesso. Il non poter esser se stesso dipende da situazioni ambientali e relazionali, mentre il non saper essere se stessi dipende dall’incapacità di capire ciò che si è. E qui subentra un altro problema: spesso le persone desiderano essere o somigliare a qualcuno che idealizzano, ma ciò le porta lontane da se stesse. Il tema della perdita della propria natura, viene evidenziato da  un particolare indice del test di Rorschach definito tipo di risonanza intimo primario e secondario. Ciò che determina il possibile malessere in un tipo di personalità non è tanto il fatto che sia un tipo estroverso o introverso (anche se la presenza in modo equilibrato di entrambe le modalità sicuramente risultano un vantaggio), ma se l’attuale modalità adottata dal soggetto è in sintonia con il suo tratto originario. Alcune persone nascono con la tendenza all’introversione, ma per ragioni storiche, ambientali e relazionali della loro vita, hanno dovuto cambiare modo d’essere, divenendo estroversi. Ma sarà un’estroversione un po’ caricaturale, perché non autentica. Può avvenire anche il contrario: l’estroverso che deve divenire introverso, egli si sentirà amputato sperimentando un  profondo disagio.

Questo mutamento della tipologia introverso/estroverso è molto evidente nei processi evolutivi dell’infanzia. Oggi si tende a privilegiare la modalità estrovertita: viviamo in una società che tende più a sviluppare l’estroversione che non l’introversione. In questo periodo di forzata clausura si osserva che sono proprio le persone estrovertite, o con poca attitudine all’introversione, quelle che trovano maggiore difficoltà a sopportare l’inattività. Essendo il loro mondo posto fuori di sé,  avvertono un forte sentimento di esclusione. Mentre la persona che ha una maggiore attitudine all’introversione ritrova dentro sè un mondo con cui interagire.

Ad ogni modo, si diceva che si privilegia l’estroversione per cui i percorsi formativi tendono a sviluppare tale tendenza, non rispettando le effettive autentiche qualità/necessità del soggetto.  Questi processi di mutamento del proprio tipo psicologico portano a difficoltà notevoli nel rapporto con se stessi, con l’altro e con la realizzazione nella propria vita: è meglio quella gallina che sa fare la gallina piuttosto che la gallina che vuole essere un’aquila: quest’ultima si ridurrà a non essere né una gallina né un’aquila.

Quindi si diceva del problema esistenziale del soggetto che non può essere se stesso o non sa essere se stesso. Non può per ragioni ambientali, mentre non sa essere se stesso perché ignora ciò che gli è necessario. Spesso è proprio questo il tema di molti percorsi di psicoterapia: la scoperta della proprie soggettive  necessità.   

Quindi è importante cercare di conoscere la nostra natura per non tradirla o, peggio, cercare di assumere un tipo di atteggiamento che ci porta all’opposto di ciò che siamo. Cerchiamo quindi di descrivere alcune tipologie di personalità descritte dal noto psicoanalista C.G.Jung. Come abbiamo detto si può distingue tra tipo estroverso e tipo introverso (concetti ripresi appunto nel test di Rorschach). Questa dinamica duale e profonda interagisce con le quattro funzioni psicologiche fondamentali che sono: pensiero, sentimento, sensazione ed intuizione. 

Come abbiamo detto ognuno di noi possiede una propria natura, un proprio modo di essere e non esistono delle modalità migliori di altre, poiché ognuna ha dei punti di forza e dei punti deboli. Ciò che conta per il nostro benessere è non tradire mai la nostra natura, ma, se mai, cercare di superare alcune debolezze rimanendo però sempre se stessi.

Abbiamo descritto la dinamica degli aspetti introversivi ed estroversivi della personalità (concetti descritti dal noto psicoanalista C.G.Jung). Questa dinamica duale e profonda interagisce con le quattro funzioni psicologiche fondamentali che sono: pensiero, sentimento, sensazione ed intuizione.  Queste funzioni sono organizzate in opposizione. Il pensiero trova il suo opposto nel sentimento, come la sensazione trova il suo opposto nell’intuizione e viceversa.

Ogni persona tende a sviluppare in modo prioritario una delle quattro funzioni. Così nel corso del tempo quella funzione diviene prevalente declinando la personalità verso le caratteristiche di quella funzione. Il modo di sentire, pensare ed agire viene colorato da quella funzione prevalente,  lasciando sulla sfondo, diremmo a livello inconscio, la funzione opposta.  La funzione opposta per il fatto di rimanere a livello inconscio, non riesce ad evolvere in modo equilibrato, per cui rimane immatura rispetto alla funzione prioritaria. 

Se noi pensiamo, ad esempio, a quelle professioni che richiedono abilità per lo più legate alla razionalità, potremmo notare la forte presenza nella persona della tipologia pensiero piuttosto che la tipologia sentimento. Un certo tipo di professione richiede lo sforzo di essere sempre logici, razionali e distaccati per poter essere maggiormente efficienti. Non che il soggetto non abbia sentimenti, ma quella dimensione gli è di difficile gestione, così sarà portato a cercare di razionalizzare tutto, anche il campo dei suoi affetti. Naturalmente questa è una definizione caricaturale cioè estrema, nel caso quel particolare soggetto non si sia  preso cura anche delle altre sue funzioni: del sentimento, della sensazione e dell’intuizione. Perché nel corso della vita comunque siamo sollecitati ad usare tutte le quattro funzioni. Quando quella particolare persona si innamora,  ma pretende di gestire quel sentimento e quella relazione come gestirebbe il suo lavoro, si condanna ad allontanarsi dal mondo del sentimento per rifugiarsi nel solo mondo del pensiero. Il sentimento non viene annichilito, ma rimane a livello inconscio in modo tale da non essere riconosciuto nella sua essenza. Questo è quel fenomeno che molti soggetti vivono quando non riescono a capire i sentimenti che provano, proprio perché la loro coscienza è lontana dal modo del sentire profondo. Il problema non sarà l’incapacità di amare, ma la difficoltà ad esprimerlo.

 Come abbiamo detto, ognuno, in base alla professione che esercita, è spinto più verso una dimensione, lasciando sullo sfondo le altre.  Ecco che l’introspezione e quindi l’osservazione di sé divengono fondamentali per un equilibrio più maturo della propria personalità. Insomma l’antico monito citato da Socrate, scritto sul tempio di Apollo a Delfi che recita: “Conosci te stesso” è fondamentale per la personalità che cerca l’armonia. Un po’ di introversione fa bene all’estroverso, come un pò di estroversione fa bene all’introverso, per ricordare ciò che abbiamo detto nel precedente articolo. Là dove siamo sollecitati al pensiero dovremmo tuttavia chiederci a quale sentimento questo è associato, e viceversa. Quale è la trama narrativa del sentimento che viviamo e in quale complessità esso si articola.

Così per ciò che riguarda le intuizioni è bene chiederci se si tratta proprio di intuizione o invece è una sensazione.  Per fare un esempio della differenza tra le due possibilità di metterci in contatto con la realtà nella quale siamo immersi, prendo spunto da due correnti pittoriche. L’impressionismo deriva senza dubbio dalla sensazione: basti pensare ai quadri di Monet. Il bellissimo dipinto titolato Le ninfee, è proprio una chiara raffigurazione di come l’autore si sia fatto prendere dalla pura sensazione del giardino che voleva ritrarre. Per quanto riguarda invece l’intuizione basti pensare ai quadri del romanticismo, per esempio a Caspar David Friedrich e al suo dipinto titolato, Viandante su un mare di nebbia. Se nell’impressionismo prevale la sensazione di quel paesaggio, nel romanticismo si svela l’intuizione intima tra autore e paesaggio; qui è rappresentata proprio l’unione mistica che è colta sul piano dell’intuizione. Spesso non siamo in grado di distinguere tra le due possibilità della nostra realtà interiore. Tuttavia l’esercizio dell’analisi introspettiva e l’osservazione dei nostri sogni, ci aiutano a guardare dentro di noi, e ciò ci insegna ad orientarci nel mondo sconfinato della vita profonda della nostra  Anima. 

BY: Irene Barbruni

La mente immaginale: l’importanza di un’ “ecologia” delle immagini.
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La nostra mente è immaginale ossia tutto viene tradotto in immagini, come ampliamente spiegano autori come Jung e Hillman. Una semplice dimostrazione di questa caratteristica della mente la possiamo trovare nel fatto che parole e pensieri riusciamo a comprenderli meglio nell’istante in cui li traduciamo in una immagine.  È stato anche osservato che i bambini con grave dislessia non hanno difficoltà a leggere se imparano una scrittura ideografica, come quella cinese. Gli studi di Jung, sulle immagini archetipiche, giungono a mostrare che le idee molto complesse sono più facilmente fruibili proprio quando sono rappresentate da immagini. In fondo gli archetipi, che costituiscono gli elementi base della mente, sono proprio immagini essenziali per il suo funzionamento. Attraverso gli archetipi noi comprendiamo e decodifichiamo la realtà visiva e concettuale che ci circonda. Platone chimava questo il mondo delle idee pure, mentre un altro grande filosofo, Kant, sosteneva la presenza nella mente di elementi concettuali/immaginali che chiamava gli a priopri i quali fungono da decodificatori della realtà.  Quindi la mente funziona per immagini ed è di conseguenza ricca di immagini, essa possiamo dire “si nutre di immagini”. Ed è quindi necessario vagliare quali immagini vanno ad interloquire con le quelle già esistenti nella nostra mente.

Oggi, più che in altre epoche, siamo raggiunti da molteplici immagini in modo quasi continuo, dalle quali la mente umana è particolarmente sensibile ed impressionabile, come si è detto. Questa caratteristica è sfruttata dagli autori degli spot pubblicitari che puntano molto su questo aspetto per condizionare e veicolare le scelte dei consumatori.

Le immagini provengono da due direzioni: dall’interno della psiche e dall’esterno (prevalentemente mass media); oggi le immagini esterne prevaricano quelle della psiche. L’immagine esterna interagisce con quella interna, ma se essa trova solo il riscontro di immagini esterne interiorizzate precedentemente in modo irriflessivo,  sono quest’ultime che vanno a costituire la griglia entro cui interpretare la realtà. Questo processo di acquisizione irriflessiva, priva di un metodo di gerarchizzazione, lo possiamo chiamare inquinamento mentale.  Attraverso questo processo avviene l’omologazione del singolo individuo alla cultura dominate.  

Alcune ricerche hanno evidenziato che il cervello è 60.000 volte più veloce ad elaborare le immagini rispetto ad uno scritto. Altri studi confermano che la presenza di un’immagine sui social media aumenta di molto i “clic” e quindi l’attenzione delle persone. Sappiamo, inoltre, che la sola immagine ha il potere di influenzare il lettore: ad esempio quando un autore vuole parlare male di un determinato politico, utilizza una “brutta” foto di quest’ultimo o viceversa se il messaggio vuole essere positivo.

Particolare è la fruizione delle immagini nei minori di 6 anni in quanto non sono in grado di cogliere la differenza tra ciò che è reale e ciò che invece risulta essere costruito. Nei bambini piccoli il pensiero irreale e magico non è del tutto distinto da quello reale. Quindi le immagini anche legate ad una finzione possono essere spesso equivoche. Ciò che sappiamo è che nei bambini la sovraesposizioni di immagini shock induce comportamenti aggressivi, insensibilità alla sofferenza e alla violenza. Se teniamo conto delle numerose immagini che un bambino vede anche solo camminando per la strada, oppure in tv e nel mondo virtuale ci accorgiamo dell’invasione visiva che rischia di frastornarlo e turbarlo.

Inoltre bisogna considerare che, per esempio, le immagini che troviamo negli spot pubblicitari e nei mass media veicolano una certa tipologia di maschile e femminile di idea di sé e quindi di comportamento. Le immagini pubblicitarie sono state studiate per capire che tipologia di donna e di uomo esse spingano a rappresentare. Ad esempio, in Italia emerge (dal rapporto sulla violenza di genere di Rashida Manjoo, relatrice speciale dell’ONU) che “nel 2006 il 53% delle donne comparse in TV era muta, (cioè non gli era richiesto di parlare); il 46% associata a temi inerenti il sesso, la moda e la bellezza; solo il 2% a temi sociali e professionali”.

Inoltre osservando gli annunci pubblicitari, che ritraggono figure femminili, si rileva una ricorrente tipologia di espressioni del volto che suggeriscono disponibilità ad un rapporto sessuale. Non è di per sé elemento negativo, ma non c’è parità di messaggio in quanto la pubblicità ci racconta che le donne sono sessualmente molto più disponibili degli uomini. D’altra partre è questo l’immaginario che il soggetto maschile ha costruito in se stesso della donna.

Sono più presenti “Le grechine”, ossia la bellezza femminile utilizzata in modo esclusivamente decorativo, rispetto alle figure maschili (20% a differenza del 3%). Inoltre vengono utilizzate le immagini di donne “manichino”, ma questo non succede per quanto riguarda gli uomini. Così come vengono spesso rappresentate le donne “emotive”, ma ciò non accade per gli uomini.

Insomma le immagini esterne, che come abbiamo detto sono molto influenti nella nostra psiche, attualmente non sembrano aiutare lo sviluppo di una personalità equilibrata e in sintonia con le conquiste sociali degli ultimi anni. Risulta quindi, a mio parere, proteggere da questo tipo di messaggi le nuove generazioni e aggiungere, al momento opportuno, spunti riflessivi e di critica verso alcuni modelli di femminile e di maschile che non possono in alcun modo definire la complessità dell’essere umano e la differenza di genere.

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