BY: Renato Barbruni

Mito, leggenda e catarsi
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Il termine catarsi, che significa purificazione, ha un duplice significato: da un lato in senso psicoanalitico è la liberazione da affetti e conflitti attraverso la rievocazione dei traumi cui sono riconducibili; in senso più ampio il termine viene usato da Aristotele che indica nella tragedia, in quanto rappresentazione di drammi e conflitti, il tramite attraverso il quale lo spettatore rievoca in se stesso determinati conflitti di cui rielabora l’esperienza. In tal senso l’arte in genere svolge un ruolo catartico.

Catarsi: termine greco che significa “purificazione”. Si riconoscono vari tipi di catarsi:

· la catarsi medica
 · la catarsi magica
 · la catarsi etico religiosa
 · la catarsi filosofica
 · la catarsi estetica
 · la catarsi terapeutica

Perseo uccide il drago del mare – Burne-Jones

Nella psicoterapia la “catarsi” si riferisce a quel momento in cui un paziente riesce a liberarsi da un grumo di sofferenza attraverso la comprensione del suo significato. In ogni forma di psicoterapia è fondamentale il racconto della propria storia o dei propri sintomi. Nell’analisi junghiana il racconto della propria vita è finalizzato al ritrovamento di quel filo invisibile che lega tra di loro accadimenti e fatti e che costituisce il Logos, il senso del divenire della propria esistenza. I sintomi rappresentano in quest’ottica quel grumo di sofferenza che denuncia l’intoppo del divenire fluido della vita. Non solo. Attraverso il racconto dei sogni, o attraverso l’immaginazione attiva, il paziente accede al piano della realtà profonda ove hanno origine i suoi disturbi, cioè là dove essi trovano senso e quindi significato. Ecco perché nell’analisi junghiana si da molto importanza alla conoscenza dei miti e delle leggende, (da parte dell’analista) in quanto rappresentano la narrazione a livello simbolico dei momenti cruciali dell’evolversi della vita. I viaggi di Ulisse, per esempio, possono dare vari spunti per leggere su un piano più elevato alcuni accadimenti della nostra vita. Quanti infatti non hanno sperimentato, ad un certo punto della loro vita, il bisogno di viaggiare lontano dalla propria casa per cercare qualcosa di indefinito. Trovare in un racconto mitico frammenti della nostra storia personale contribuisce a decifrare con maggior chiarezza quel particolare accadimento, liberandoci così della sofferenza. Questo è uno dei modi della catarsi. Le favole descrivono in chiave simbolico alcuni grumi esistenziali, e attraverso quel linguaggio di immagini e simboli, conducono l’anima a uscire da quel labirinto di contraddizioni.

Qui di seguito riporto una favola cinese, e successivamente mostrerò il suo valore simbolico per rintracciare la trame esistenziale che essa rappresenta.

LA RAGAZZA DAGLI OCCHI VERDI

In un tempo viveva una giovane fanciulla di nome Ju-pan. La ragazza viveva da sola. Il padre abitava in un paese lontano. Un giorno giunse un messaggio alla giovane Ju-pan in cui si diceva che il padre era morente e che avrebbe voluto rivederla. Per giungere al paese del padre bisognava attraversare un territorio molto vasto e desolato chiamato il Paese del Solo triste. Era tutto deserto non vi era nessuna forma di vita. Chiunque si trovasse a passare di là era preso da un tale senso di angoscia e sgomento da morirne. Così colore che doveva attraversare quel deserto si riunivano in piccoli gruppo per sostenersi a vicenda.
Ju-pan chiese ad amici e parenti di accompagnarla nell’attraversamento di quel deserto ma tutti si rifiutarono dicendo che dato che il padre era morente non sarebbe mai giunta in tempo. Ma era tale il desiderio di Ju-pan di andare dal padre che decise di partire da sola. Salì sul suo vecchio cavallo e all’alba di un mattino come tanti iniziò il suo viaggio.
Si inoltrò in quella terra desolata, e lentamente cominciò ad avvertire quel senso di angoscia di cui gli avevano parlato. Il cavallo era vecchio e si stancava facilmente cosi Ju-pan decise di fermarsi a riposare. All’improvviso, in lontananza, la ragazza scorse una figura che si dirigeva verso di lei. Subito ebbe paura, poi pensò che comunque era un incontro e ciò poteva alleviare la sua angoscia. L’uomo era un monaco che salutata la ragazza le disse:
“Sono venuto a portarti un messaggio. Tuo padre è morto.”
La ragazza cadde in ginocchio e pianse amaramente. La tristezza e il dolore l’avvolsero tutta, e un senso di morte le balenò nella mente. Avrebbe voluto morire all’istante e raggiungere il padre nell’alto dei cieli.
Ma il monaco proseguì il suo discorso:
“Tuo padre mi manda a dirti che tu dovrai stare qui, in questa terra poiché dai tuoi occhi verdi meravigliosi uscirà la vita. Ogni cosa che guarderai si trasformerà in vita. Tu renderai questo deserto un giardino meraviglioso.”
Il monaco se ne andò.
Ju-pan smise di piangere e si accorse che ciò che il monaco le aveva detto era vero. In ogni punto che guardava nasceva una vita nuova. Piante, alberi, fiori, animali popolarono quella terra che smise di essere desolato: la vita era risorta.


Interpretazione esistenziale dei simboli

Il paese del sole triste, luogo dove la vicenda si svolge, ci suggerisce aridità e soprattutto staticità. Tutto è fermo in quel paese: …non crescono alberi, né fiori, non fluiscono acque… E’ assente la vita in tutte le sue manifestazioni, ma più radicalmente è assente il movimento. La terribile e spettrale desolazione del luogo contagia l’anima del viandante che, se si inoltra solitario, cade vittima di incubi mortali.
La fanciulla della fiaba dovrà per amore traversare questa regione, dovrà così vincere la propria staticità, il senso del definito per aprirsi al senso dell’infinito. Sarà dunque un viaggio verso il superamento della propria visione del mondo.
La realtà in quanto tale, oggettivata, altro dall’osservatore, è un epifenomeno e un’illusione: sempre si tratta di proiezioni ciò che i nostri occhi vedono. La regione rimarrà deserta fintanto che la fanciulla non avrà trasformato se stessa. Fino a che non avrà trasformato l’idea della mortalità nell’idea della vitalità.
Il padre la chiama ad attraversare la regione del sole triste, cioè a riflettere sulla sua visione del mondo; ed ella attraversando quella regione prende coscienza della staticità di questa, prende coscienza cioè della mancanza in essa della vita. E’ quindi la vita interiore della fanciulla, non ancora fecondata dallo Spirito delle mille possibilità creative, ciò che rappresenta il deserto.
Il vecchio cavallo, come simbolo della libido, dell’eros, l’accompagna nel viaggio. E’ un eros legato all’istintualità quello che il cavallo rappresenta, una forma ancora primitiva di eros: la forma primordiale dell’amore. Ed infatti il cavallo è stanco e deve fermarsi. Nel senso che una forma così primitiva dell’amore non può sostenere un così arduo compito. L’amore primitivo di cui qui si parla è l’amore come puro slancio verso una meta, verso la vita. Ma quando qualcosa di forte si frappone tra il soggetto e la sua meta, tale amore può scemare, inaridirsi e al fine morire. E’ il caso di quell’amore ancora fermo e identificato nella pura passionalità. La passionalità è una forma d’amore ancora troppo vicina alla realtà biosferica sostenuto cioè dall’energia che scaturisce dalle esigenze biologiche. E’ una forma d’amore cieca, carente sotto il profilo dell’intenzione verso il Bene. Il cammino, quindi verso il sommo Bene, dovrà essere proseguito in altro modo, con altro mezzo, con altra modalità d’amore.
Dunque fin qui una forza istintiva, cieca, ha guidato il cammino: il richiamo del padre come vincolo imperituro, coercitivo.
Il tema dell’attraversamento del deserto lo ritroviamo in molti racconti mistici: esso rappresenta la prova ardua della trasformazione dell’anima. Una prova che si affronta nella totale solitudine, poiché nessuno può compiere quel camminino se non il soggetto stesso: nessuno può sostituirci nella nostra personale evoluzione spirituale. In questo caso la solitudine è necessaria e funzionale a tale scopo. La solitudine è il momento ed il luogo dove incontriamo il centro di noi stessi, dove il Verbo infinito si manifesta all’anima del singolo Soggetto. “Dio mio perché mi hai abbandonato…” E’ l’enunciazione drammatica che accompagno la totale solitudine, il deserto nella sua rappresentazione più estrema, essendo Dio simbolo e metafore del senso delle cose e dell’esistere stesso..
La fanciulla sembra quasi non potersi opporre o sottrarre, ma neanche vuole del resto poiché la ricongiunzione col padre è il grande anelito della sua esistenza; inoltre è l’energia del cavallo, l’eros, la passione cieca e potente che fin lì la conduce.
E’ a questo punto che la fanciulla ha un incontro decisivo: un monaco, un saggio le si fà incontro, simbolo questo del Sé, della consapevolezza della possibilità di intenzionarsi al di là della pura passione, al di là della propria dimensione istintuale. Il Soggetto infatti c’è nell’istante in cui trapassa il dominio della meccanicità istintuale, per aprirsi alla propria dimensione etica dell’intenzionarsi.
Il saggio è simbolo di un più alto livello di coscienza, che prospetta alla protagonista della vicenda la fine di un’epoca: la fine dell’epoca del figlio. Il padre infatti è morto e così muore anche il figlio. E’ morto il punto di riferimento esterno, quel principio ordinatore a cui tutto è riferito e demandato ma che si trovava esclusivamente fuori dell’anima rendendo così sterile l’anima stessa, la vita interiore della fanciulla.
La fanciulla ora pensa alla propria morte, poiché senza il padre che vita le si prospetta? Ma la visione più ampia la richiama ad una più alta responsabilità. Dovrà ella farsi carico di portare la vita là dove non vi è vita.
E la fanciulla accetta il proprio compito. Sacrifica il desiderio immediato dell’unione col padre per adempiere al compito a lei assegnato creando così in se stessa la nuova visione del mondo.
Ju-pan riconosce in se stessa un progetto, il progetto della sua esistenza, dando così libero assenso al processo d’individuazione. Il coronamento della sua vita, la missione storica della sua esistenza, è portare la vita là dove non vi è vita. E Ju-pan rinunciando ad appagare il suo bisogno di unirsi al padre, salta su un altro piano di coscienza e così esprime un’altra forma dell’Amore sì da “vedere la vita nel deserto arido”. Ciò che è visto è reale, così la vita è creata dagli occhi, dalla visione di lei poiché è attraverso il suo stesso amore che lei vede il mondo.

Dal Libro: “I CHICCCHI DEL MELOGRANO:
genitori e figli alla ricerca di una nuova sintesi” di Renato Barbruni.

Il libro si compone di una favola, e da un saggio dal titolo: “La vita interiore e il bambino”. Qui di seguito riporto un capito della favola e la successiva scheda di aiuto al genitore per la riflessione insieme al bambino.
Reiner Carge

IL FIUME

La sera, piano piano, aveva reso tutto in penombra. Il cielo era blu e le stelle lo adornavano di tanti puntini dorati. La Luna bianca, splendida come sempre, si rifletteva sulle ondulate acque del ruscello. E mentre l’unico rumore era quello dello scorrere dell’acqua, Stella, seduta su una morbida foglia, aspettava con sempre più impazienza l’arrivo del padre e di Semolino.
Erano ormai molte ore che attendeva, e col trascorrere del tempo il suo cuoricino batteva sempre più forte e i suoi pensieri divenivano sempre più tristi e pesanti.
“Perché tardate tanto? Vi hanno forse catturati? Ed io qui sola che cosa posso fare? Devo forse venirvi a cercare? Ma dove? Mi sento così piccola e sento così forte la mancanza di mio padre e di Semolino; non averli qui mi fa sentire come se fossi perduta. E mia madre… chissà dove sarà mia madre! Da quel giorno che le guardie l’hanno catturata e l’hanno sottratta ai miei occhi non ho più saputo nulla di lei… Sento il mio cuore strappato, perso alla ricerca della sua presenza… E’ così bella questa serata, così calma, così dolce mentre io mi sento così triste…”
Il cielo rapì i suoi occhi in un ricordo lontano: lei piccina tra le braccia della madre in una sera dolce come tante: “Mamma come sono felice e sicura qui con te…” E il sorriso della madre che le accarezzava il cuore.
Un fruscio la distrasse dai suoi pensieri. Subito ebbe paura.
“Che cosa sarà mai?” tremò dentro di sé.
“Stella, Stella presto dobbiamo scappare.” Era la voce di Semolino che dal folto dell’erba apparve insieme a Geremia. Stella, finalmente felice, poté riabbracciare il suo amato padre.
“Presto, presto dobbiamo scappare stanno per sopraggiungere le guardie. Quel grido “Ciao amici” ha messo in all’erta le guardie reali che così hanno scoperto la nostra fuga.”
“Ma come possiamo fuggire?” Domandò impaurita Stella.
“Ci caleremo nel fiume: l’acqua ci porterà via.”
Le guardie erano ormai sopraggiunte. Semolino, Stella e Geremia si calarono nell’acqua e si lasciarono portare via dalle onde. L’acqua, cullandoli, li portava sempre più lontano dal pericolo, ed essi vi si abbandonarono come in un bel sogno. I loro cuori, ora più tranquilli, battevano più debolmente e lentamente. E mentre il silenzio della sera si faceva più dolce, essi si addormentarono nell’acqua che li portava al sicuro.

Le acque li cullarono per ore ed ore, e la notte, come una calda coperta, li avvolgeva nella penombra: il loro cuore era sicuro di battere per l’eternità.

Il fiume si inoltrava, volteggiando, tra il verde di un meraviglioso giardino. Qualche bagliore scintillava sulle deboli onde: erano le luci dei lampioni su cui si intrecciavano piccole rose gialle. I vialetti passavano tra aiuole di bellissimi fiori sempre diversi e di diverso colore; ogni tanto una galleria d’alberi interrompeva lo sguardo al cielo stellato. Su in alto la bianca Luna sembrava essere lì apposta per dipingere di latte le foglie del gelso.
Semolino, Stella e Geremia dormivano affidandosi ai sogni d’amore.

IL FIUME: Scheda d’aiuto alla riflessione

Anche in questo capitolo il tema è la paura. In modo più specifico è l’angoscia. Se nel capitolo precedente la paura è quel sentimento che sperimentiamo di fronte ad una minaccia possibile e certa, in questo capitolo la paura si riferisce ad un sentire più complesso meno individuabile, cioè meno riconducibile a qualcosa di certo.
Nel capitolo precedente Semolino aveva paura nella situazione reale e contingente. In questo capitolo Stella vede svilupparsi la paura da molto lontano. In lei affiorano ricordi dolorosi del passato, ma anche ricordo belli. Tutto questo in lei muove dimensioni complesse della sua personalità: questa è l’angoscia. Un sentimento che non è relativo ad un oggetto specifico. L’angoscia si diffonde a macchia d’olio in tutte le direzioni della personalità. E’ il senso della vita che ne viene colpito. Quindi in questo capitolo è l’angoscia il tema principale. Sarà bene che a questo punto spieghi la struttura del capitolo per capirne il senso.
Stella è sola e in attesa. Da questa solitudine si sviluppa un sentimento che la conduce a meditare su momenti importanti della sua vita. Avverte un senso di precarietà, come se la sua anima fluttuasse tra il timore del presente e le malinconie del passato, di un passato ancora carico di domande senza risposta che gettano ombre scure sul futuro: la paura sfocia in una angoscia esistenziale. Erroneamente si pensa che il bambino non sperimenti inquietudini esistenziali, che non si ponga interrogativi di grande respiro.
Nel capitolo Stella troverà la pace abbandonandosi alle acque del fiume che la portano verso un luogo più sicuro. Ciò è simbolo e metafora del fatto che non sempre l’angoscia può essere superata trovando una risposta certa alle inquietudine; alle volte è proprio l’essere capaci di affidarsi al fluire della vita, senza pretendere risposte immediate che ci fa superare momenti di profonda smarrimento. Le immagini che il racconto descrive sono tese a stimolare nel bambino un atteggiamento fiducioso. Una fiducia che non passo solamente attraversa l’azione o la riflessione razionale, ma anche attraverso il sapersi affidare alla speranza nella propria esistenza.

L’obbiettivo: riconoscimento delle proprie inquietudini; provocare un atteggiamento fiducioso.
L’atteggiamento richiesto nel bambino: la contemplazione sui vissuti che le immagini suscitano in lui.
L’oggetto della riflessione: le inquietudine che traversano la coscienza del bambino.
L’atteggiamento del genitore: sarebbe opportuno che il genitore confidasse al bambino alcune delle proprie inquietudini affinché il bambino senta la comunanza con l’adulto. In questo caso però a differenza delle paure, è molto importante che il genitore comunichi quelle inquietudine che lui ha superato, in modo da mostrare il buon esiste di quella esperienza. Il genitore farà notare al bambino che per superare le inquietudini occorre un certo tempo. E’ importante che il genitore arricchisca il dialogo portando la riflessione sulla dimensione del tempo. Dato che il bambino non ha ancora consapevolezza della propria storia, non ha coscienza del divenire temporale come valore, nel senso che non sa attendere il dispiegarsi degli eventi: non sa che gli eventi devono dispiegarsi nel tempo. In altre parole non capisce il valore che è insito nell’attesa. Ecco perché nel capitolo l’attesa è occasione di inquietudine.
Il bambino deve arrivare a comprendere che certi stati dell’anima hanno bisogno di un loro tempo per dispiegarsi ed evolversi. Ciò lo aiuterà a qualificare i vissuti soggettivi come tappe della sua evoluzione evitando di identificarsi completamente in essi.

Dopo la lettura un momento di silenzio, poi le
le domande: vale lo schema già formulato adattandolo al nuovo tema.

Ora chiudi gli occhi e prova a guardare dentro di te…cosa vedi?

Quale sentimento vivi dentro di te in questo momento?

C’è stato un punto durante la lettura che ti ha suscito una particolare emozione?

C’è stato un momento in cui hai sperimentato un vissuto negativo?

C’è stato un momento in cui hai sperimentato un vissuto positivo?

A quale dei personaggi ti senti più vicino, ti somiglia di più, o ne condividi il vissuto? (questo modo di porre la domanda spinge il bambino a cercare le tracce del proprio sentimento – o vissuto – nell’espressione altrui. Lo aiuta a essere meno centrato su se steso e a cogliere la realtà fuori di sé. In altre parole lo aiuta a superare la fase dell’egocentrismo nella maturazione verso l’empatia).

Perché? In che modo ne condividi il vissuto?

BY: Renato Barbruni

I ragazzi della 56° strada
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I ragazzi della 56° strada
di Francis Ford Coppola

Film d’autore, dal carattere chiaramente drammatico, disegnato dal regista sulla falsariga del film epico. Se Stand by me, è il passaggio dalla fanciullezza all’adolescenza, qui osserviamo il passaggio dall’adolescenza alla maturità. Se nel primo film la drammaticità della vita è presagita e serpeggia qua è là nella vicenda e nel vissuto dei ragazzi, qui i protagonisti sono travolti dalla tonalità drammatica dell’esistenza. Essi vedono infrangersi il senso di onnipotenza del sogno (tipicamente fanciullesco) sugli scogli della durezza realistica della loro esistenza. Il rischio è perdere il sogno sulla vita, lo sguardo d’incanto, che perdura nell’anima quale atto di fede del proprio esistere e come ultimo e radicale senso di sé. Il protagonista della vicenda, dopo la morte drammatica e violenta di un coetaneo, ad opera di un amico caro, intraprende un ultimo viaggio, dapprima come fuga dalla realtà, poi quale irriverente nascondimento di se stesso dalla società degli uomini adulti. Il viaggio, tuttavia, mostrerà la sua vera natura là dove divirrò incontro con la radice dell’intuizione pura che è la poesia, ultimo baluardo di civiltà dell’anima. E nonostante il colpo terribile alla stabilità della fede nell’esistenza, la vicenda si conclude nelle parole del protagonista che scopre la bellezza insita nel proprio esistere.

BY: Renato Barbruni

L’uso della fiaba in campo educativo
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Cercherò di mettere in evidenza la possibilità evocativa che il racconto fantastico possiede, sottolineandone l’importanza al fine dell’evoluzione della personalità.
Per meglio comprendere il punto di vista dal quale sviluppo la mia riflessione conviene che prenda le mosse dall’osservazione di un frammento del rapporto tra un osservatore e la cosa osservata. Per esempio il rapporto che intercorre tra l’osservatore e un dipinto; tra un osservatore e un tramonto a cui assiste; tra uno spettatore e il film proiettato; come tra un lettore e il libro che sta leggendo; o ancora tra un ascoltatore e il racconto che gli viene raccontato.
Ogni oggetto, sia esso un’immagine, un racconto o un altro evento posto di fronte ad un soggetto, provoca un’insieme di reazioni all’interno della realtà psicologica del soggetto. L’oggetto che penetra la realtà psicologica produce determinate conseguenze. Fondamentale, per la nostra riflessione, è considerare il fatto che tale oggetto interagisce con la complessità della realtà psicologica che lo ha accolto. Dobbiamo rammentare che la realtà psicologica è costituita da ricordi, vissuti, aneliti, desideri, sogni, pensieri, sentimenti, ecc. E va altresì rammentato che ogni dimensione della realtà psicologica ha una sua profondità e una sua distanza dalla coscienza. Di un determinato sentimento si ha una parte molto vicina alla coscienza, di cui quindi siamo a conoscenza, e altre parti più o meno distanti dalla coscienza, situate in zone sempre più profonde dell’inconscio. Le parti profonde di un sentimento hanno poche occasioni di essere rappresentate nella coscienza nel corso della nostra abituale esperienza quotidiana. Esse vengono più facilmente ri-suscitate in particolari momenti della nostra vita. Per esempio di fronte a situazioni esistenziali che possiedono una carica emotiva forte. Immaginiamo la notizia della morte di un conoscente che può risvegliare in noi un sentimento di cui prima non sospettavamo. Quella parte di sentimento era nascosta, inaccessibile alla coscienza, ma in seguito alla notizia della morte, con la forza evocativo che possiede l’evento “morte”, ecco che quella parte di sentimento rimasta celata ora si fa improvvisamente e impetuosamente presente alla nostra esperienza cosciente. A questo punto quel tal sentimento viene rappresentato nella coscienza e va ad ampliare quel sapere di noi che costituisce il fenomeno della consapevolezza.
Un certo oggetto può possedere una notevole capacità di penetrazione della realtà psichica profondo, e quindi può suscitare esperienza soggettive che variano di intensità a seconda della profondità raggiunta . Di un tale oggetto diremo che possiede una forte capacità evocativa.
Al contrario vi sono oggetti che non riescono a penetrare la realtà profondo della psiche, rimanendone in superficie. Di un tale oggetto diremo che possiedo poca forza evocativa.
Il grado della forza evocativa di un oggetto dipende molto dal soggetto percepiente, nel senso che un medesimo oggetto può avere molta forza evocativa se interagisce con un certo individuo, e non possederne affatto nell’interazione con un altro individuo.
E’ però interessante notare che vi sono comunque determinati oggetti che per loro natura possiedono una forza evocativa superiore, rispetto ad altri. Qual è questa natura diversa che li rende particolarmente evocativi? E’ il grado di compiutezza dell’oggetto. Più un oggetto è compiuto, definito, finito in se stesso, meno capacità evocativa possiede. In altri termini più l’oggetto è esaustivo, meno è evocativo.
Una lezione di chimica, per la sua intrinseca necessità di essere esauriente, quindi esaustiva, possiede meno forza evocativa della lettura di una poesia. In genere il linguaggio scientifico tende all’esaustività, mentre il linguaggio artistico tende alla evocazione. L’uno ha come finalità la definizione dell’oggetto, l’altro ha come finalità l’esperienza dell’oggetto. Possiamo dire che l’uno è un modo di conoscere dal di fuori, l’altra è un modo di conoscere dal di dentro. Attraverso il linguaggio metaforico-simbolico-esoterico della fiaba, il lettore -in quanto soggetto che patisce un’esperienza – è guidato all’esperienza dell’oggetto, dato che l’oggetto ri-trova espressione di sé nella realtà interiore del soggetto-lettore. Ed è questa possibilità che fa si che la fiaba sia una delle espressioni letterarie più adatte a interagire con la realtà profonda del bambino.

Chiavi di lettura simbolica di alcune favole

POLLICINODall’esperienza di genitori inadeguati si apre la voragine verso l’ombra del genitore: l’orco divoratore è Saturno, Crono, Urano che mangia i figli. L’emancipazione avviene con il ritrovamento della capacità di decidere e di agire a cui il bambino approda e liberandosi della dipendenza dai genitori. Quindi la Personizzazione dell’esperienza e dell’azione

BIANCANEVE
L’ombra della madre, il lato oscuro del femminile, con l’invidia della purezza e della bellezza, la non accettazione del trascorrere del tempo. Il dubbio sulla natura della propria identità; la scoperta del tesoro interiore.Il sonno interminabile e l’attesa del tempo dell’amore

CAPPUCCETTO ROSSO
L’ombra del proprio IO che fagocita il senso e la trama della vita: la pulsionalità agita nell’immediatezza.

MI E IL DRAGO GIALLO
Favola cinese L’ombra della vita; il lato oscura della legge della vita; la paura della paura che porta il bambino a chiudersi al nuovo mondo che si prospetta dinnanzi a lui, la paura della solitudine e della incapacità supposta di non essere in grado di farcela da solo, cioè in prima persona.

I mostri, le paure e i vissuti di estraneazione

I mostri e gli incubi delle notti insonne dei bambini appartengono allo scenario dell’immaginario interiore. Sono creature che provengono dalla oscura realtà interiore dell’anima. Per cercare di capire il movente e il significato di tali presenze è bene ricordare quale sia la situazione esistenziale in cui si trova calato il bambino. Parliamo del bambino fino ai 5 o 6 anni e fin su verso i 9 o 10 anni. Mano a mano che il tempo passa, che il soggetto sviluppa la sua appartenenza sociale e sviluppa la sua personalità, tali fantasmi – nel vissuto interiore così come appare nei sogni o nelle fantasie – tendono a diminuire. Questo per varie ragioni. Prima però dobbiamo comprendere il perché di tali presenze e il loro significato, allora ci sarà più comprensibile il motivo per cui con il tempo esse sfumino nell’immaginario interiore della coscienza del bambino. Si badi che viene qui usato il termine “sfumare” il che vuol dire che tali presenze non si cancellano, né scompaiono, ma, appunto, “sfumano”, nel senso che rimangono presenti ma con un grado di accentuazione minore.
Il bambino si evolve. Questo processo si sviluppa sulla spaccatura delle forme raggiunto; ciò provoca un vissuto di instabilità interiore, da cui emerge l’idea della mostruosità di se stessi ( in quanto la forma è percepita così mutevole da non riconoscere in essa le regole della forma bella che è stabile). Tutto ciò genera lo spavento nel sentirsi muovere dentro una forza che sprigionandosi muta tutta la realtà, sia quella percepita che quella agita.
Quindi la presenza di immagini terrificanti rimanda alla sperimentazione soggettiva di un movimento che dall’interno spinge verso la modificazione della struttura interiore della personalità. Naturalmente i singoli personaggi che costellano l’immaginario terrifico del bambino sono portatori di un particolare valore simbolico che va valutato di caso in caso.

BY: Renato Barbruni

Mi chiamo Sam
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Mi chiamo Sam (I am Sam)
di Sean Pean

A prima vista appare come un film sull’atteggiamento pregiudiziale di fronte all’handicap, invece, lentamente nel dispiegarsi della storia, rivela essere una metafore sul mistero dell’amore. Un mistero poiché non si hanno parole per descriverlo e comprenderne la natura. Il processo a cui è sottoposto Sam, il protagonista della storia, per valutarne le capacità di essere “un buon padre”, riesce solo a mettere in luce quello che infondo è già palese, vale a dire le difficoltà dell’uomo di adattarsi con pieno successo alla realtà sociale. Si mettono infatti in evidenza le sue limitate possibilità di migliorare la condizione economica della sua vita; si mette in evidenza il limite intellettivo che non gli consente di fungere da guida e da sostegno alla carriere scolastica della figlia, ma non si riesce a comprendere perché un tale corollario di limiti umani possa generare nella figlia tanto amore e altrettanta riconoscenza.

L’amore che Sam nutre per la figlia è come un faro posto al di là della nebbia dei limiti psichici del padre. La bambina si affida a quella luce misteriosa che la guida ad essere se stessa, a mantenersi in rapporto con la parte più profonda di sé: quel luogo della personalità dove hanno origine le dimensioni più elevato dell’uomo. Guardando il film vengono alla mente le parole di San Agostino: “Ama e fai quello che vuoi”, nel senso che l’amore di Sam non ha bisogno del suo Fare, si esprime al di là di quella limitata dimensione umana che è appunto il Fare, riuscendo a raggiungere il cuore e l’anima della piccola Lucy.
Sam è l’innocente, il puro d’anima, il povero di spirito. Già altre volto il cinema si è occupato di questo personaggio, cito Forrest Gump, Harvey, una metafora dell’innocenza che troviamo mirabilmente descritta nello stupendo romanzo di Fiodor Dostoevskij , “L’idiota”. L’innocenza traversa la cultura della nostra civiltà, ma spesso è scavalcata e umiliata dalla presunzione della ragione, altre volta dalla prepotenza del fare dell’uomo d’azione che pretende di domina e rappresentare l’intera realtà. Qualche volta accade che lasciamo da parte la nostra armatura di intelligenza razionale e volitiva e ci lasciamo andare ad un atteggiamento più umile in cui riscopriamo l’attesa, la fede nel divenire in noi della vita. Così facendo accettiamo il mistero, la consapevolezza di non sapere tutto. Spesso,quasi sempre, agiamo come se noi sapessi tutto, e perfettamente; un delirio di onniscienza di cui neanche ci rendiamo conto e che ci porta a catastrofiche conseguenze. Questo è accaduto tante volte nella vicende personali di ciascuno di noi come nella nostra storia collettiva. I am Sam – Sean Pean

BY: Renato Barbruni

Essere John Malkovich
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Essere John Malkovich
di Spike Jonze

La tematica del film è l’identità, o la ricerca dell’identità. Il tema è sviluppato attraverso un continuo gioco di identificazioni. I personaggi hanno trovato il modo di entrare dentro John Malkovich che si trova quindi privato della sua identità e soggetto alle interferenze delle identità altrui. Siamo tutti dei contenitori dove gli altri trovano posto e ci manipolano. Il tema è lo stesso del film di Bergman “Persona”. Là un’attrice aveva perso il senso di se stessa,confondendosi poi con l’infermiera che la cura, come l’infermiera si trova fusa alla sua paziente non distinguendo più se stessa dell’altra.Anche qui c’è un attore preso a simbolo della interferenza del mondo sulla singolarità. In questo caso vi è l’aggiunto del simbolo delle marionette sviluppando la drammatica tematica della ricerca del se stesso più autentico, o, per usare la metafora del film: il se stesso puro,senza inquinamenti di altre personalità.
E’ anche un film sulla realtà dell’anima colta oltre l’identità sessuali e la forma materiale. E’ significativa la gravidanza del personaggio femminile, che attribuisce il figlio ad una donna che si era impossessata del corpo di Malkovich quando con lui fece l’amore.

BY: Renato Barbruni

Luci d’inverno
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Luci d’inverno
di Ingmar Bergman
tratto dal libro “Logos e Pathos” di Renato Barbruni, Ed. Nuovi Autori

Il protagonista è un pastore protestante colto in un momento drammatico della sua vita all’indomani della morte dell’amatissima moglie. Dalla sua stessa voce apprendiamo quanto la donna fosse vitale per lui. Tutta la realtà passava attraverso di lei. La fede stessa ne era sostenuta e colorata. La perdita della donna ha provocato nell’uomo la morte del senso della vita. Un senso quindi mai sperimentato direttamente, ma sempre intravisto negli occhi di lei. L’uomo è perduto, orfano, reduce e perfino errabondo senza il sostegno amoroso di lei; egli non sopporta più l’assenza, il silenzio di Dio: un Dio che non riesce a comprendere.Emblematico il suicidio dell’uomo che in precedenze, spinto dalla propria moglie si era rivolto a lui per un aiuto. La scena del ritrovamento del corpo si svolge a margine di un fiume che nel film è reso particolarmente rumoroso. La scena non è accompagnata dalla musica,ma dal rumore. IL fiume è uno dei simboli della vita che scorre. Quindi la vita non è un discorso, ma rumore insensato alle orecchie del pastore ormai in balia della disperazione. Egli è in preda alla catastrofe della sua anima incapace di sollevarsi sopra la sua desolazione. Il regista ci mostra un paesaggio freddo, tratteggiato dalle varie sfumature del bianco,quasi a voler suggerire che la realtà sta scolorando davanti ai nostri occhi, che poi sono gli occhi del protagonista. Altri segni della desolazione spirituali del pastore li troviamo nella chiesa semivuota.E’ un simbolo e una rappresentazione della mancanza nella sua anima di presenze che vivono al cospetto di Dio, poiché quando parla di Dio non ha più proseliti, non ha più credibilità essendosi spezzato il legame con il senso dell’assoluto. La realtà interiore impoverita e svuotata,nella quale ancora egli recita la parte del pastore, è senza gregge. Se l’anima si svuota dei propri aneliti, inaridisce e diviene un simula crosterile. Il film non è solo il dramma di un pastore, un religioso, è la metafora di tutti colore che si trovano di fronte ad un mutamento nel loro universo d’amore: la scomparsa della persona cara, nella quale si ripone il senso stesso della vita. La morte di una tale presenza è come un cataclisma che dissolve nel nulla quelle che fino a poco tempo prima ci apparivano come certezze. L’esperienza della solitudine pervade così profondamente l’essere da far dubitare di qualunque cosa: “Dio mio perché mi hai abbandonato?” è la domanda drammatica che ciascuno di noi, ad un certo punto della sua vita, ha pronunciato più o meno consapevolmente quando il silenzio di Dio, l’incomprensibilità di Dio,dell’esistere, ci appare come un macigno che ci schiaccia l’anima. La tentazione del nulla è così resa più forte. Una attrazione e una seduzione verso la morte dello spirito ci pervade a tale punto che sembra invincibile. Il protagonista del film si ritira dal mondo, rinuncia a comprendere il giovane che va a chiedere aiuto, e da lui è respinto col ripiegamento su se stesso, poiché è ancora il proprio personale dramma che rimane l’interlocutore primo della sua anima. Successivamente, un altro rifiuto della vita è quando respinge l’amore della donna.
Il film non si conclude, lascia aperto l’interrogativo sul senso della vita e del dolore. La frase finale: “Beato colui che viene nel nome del Signore” rimanda ad un senso tutto personale, che il protagonista,certamente l’autore stesso, non sente di aver raggiunto. Egli ne parla,ma forse non riesce a sentirlo. E’ questa la tragicità dell’essere uomo, in contrasto con l’esperienza di quella creature così vicina a Dio che è la donna. Ella porta avanti la vita, coraggiosa e fiera se pur dolente. Le due donne del film, la maestra che lo ama in silenzio, e la vedova incinta del suicida che con coraggio non dispera ma annuncia la morte del padre ai suoi figli, rappresentano la vita come discorso e continuità oltre la frattura del dolore. E’ la donna che vive e agisce quel “Beato colui che viene nel nome del signore” anche se colui che viene annuncia la morte della persona cara.

In tutti i film di Bergman la donna è sapientemente descritta come una creatura lontana, che vive in una logica che l’uomo stenta a comprendere. Nei suoi film l’anima dell’uomo è colta nell’oscurità.

BY: Renato Barbruni

Frankenstein
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Frankenstein di Mary Shelley
di Kenneth Branagh

L’ossessione per la vita; la lotta contro la morte; l’incapacità di accedere al senso della morte; la visione solo materialista della vita. Sono questi e temi che muovono le intenzioni del protagonista.
Victor Frankenstein è l’uomo di scienza che vuole occuparsi del dramma della morte, senza interrogarsi se poi la morte è il vero dramma della vita. O meglio ancora senza interrogarsi se ciò che rende drammatica la vita sia proprio la morte. Lo scoprirà dalle parole della sua “creatura”: “…lo sapevi che io so suonare il flauto? dimmi, ho un’anima io? o questo è un aspetto che hai trascurato; mi hai creato da tanti corpi, ma chi sono io?” E Victor non sa rispondere, poiché non ha colto il senso e il valore soggettivo dell’essere da lui ideato, o quella strana cosa che nasce come trascendimento da una moltitudine di frammenti, l’anima.
La Creatura senza nome e senz’anima, è l’ombra di Victor, in essa sono presenti la potenza della vita, ma soprattutto la orribile rappresentazione che scaturisce dalla negazione della morte. La Volontà di Potenza diviene per Victor padrone e motivo della sua progettualità; tema attuale della scienza.
Victor nell’intera sua vita continua a eludere la domanda terribile ch ela sua ombra gli porta inseguendolo in ogni luogo. Qual è il senso della vita, ma soprattutto qual è il senso della morte?
La conoscenza come presa e dominio sulla natura, una conoscenza che non aiuta a interloquire con la natura, ma pretende di dominarla epurandola da ciò che la ragione non comprende e non può quindi accettare. E’ qui delineato lo schema di pesniero della cultura contemporanea.

BY: Renato Barbruni

Al di la della vita
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Al di la della vita
di Martin Scorsese

I personaggi del film appaiono come riflessi di dolore e sofferenza trasudanti anima. E’ un affresco scuro dalle tinte forti, un viaggio nell’inferno della nostra era, nell’inferno di una coscienza morale votata al prolungamento della vita sul piano biologico, metafora concretistica della salvezza. Si pensi all’accanimento terapeutico.Questa tematica la si ritrova nel film di Kenneth Branagh “Frankenstein” la cui riflessione si trova su questo sito.
L’etica della salvezza è traversata dalle inquietudini esistenziali del protagonista che si trova a rendersi conto di quanto egli sia posseduto dalla ossessione di salvare. La morte di una giovane è l’occasione perla domanda drammatica: “ma cosa vuole dire salvare una vita?” Emblematiche le frasi del personaggio quando dice: “Col tempo mi sono accorto che io ero lì per essere testimone, come uno straccio per il dolore…” E poi ancora: “Mi hanno insegnato che salvando gli altri avrei salvato me stesso, mentre mi sono perso.”

E’ l’etica della dedizione al prossimo che viene messa in discussione.In vari momenti del film osserviamo scene nelle quali il personaggio che svolge il ruolo di colui che salva esprime la consapevolezza del limite della sua azione se non interviene la piena collaborazione di colui che è salvato. Ad esempio quando il tossicomane per l’ennesima volta arriva al pronto soccorso il medico di guardia gli dice: “Adesso di daremo qualcosa, poi uscirai di qui, per poi tornare un’altra volta.” Tutto sembra inutile. E’ lo sgomento che prende chiunque operi nel campo della solidarietà sociale. Quella frustrazione di fronte a molte persone che non sanno o non vogliono farsi carico di se stesse.
Il protagonista vive nel ricordo della morte di una giovane trovata per strada, un ricordo che lo assilla schiacciandolo nel senso della colpa, la colpa di non aver saputo restituire la vita a chi l’aveva perduta.Simbolo questo di un rapporto con la vita ormai troppo mediato dalla tecnologia, così anche la tematica escatologica della salvezza o vita eterna, che traversa la coscienza occidentale e cristiana, svilisce nel puro atto del procrastinamento dell’evento biologico chiamato vita.
Il momento catartico del protagonista è affidato all’incontro con il vecchio che vuole lasciarsi morire poiché accetta l’ora della sua fine;ma l’egoistico affetto dei familiari trattenendolo lo inchioda a una vita legata ad una macchina, piuttosto che intrecciata con l’anima. Il medico ha gli strumenti per costringere il cuore dell’uomo a tornare a battere. D’altra parte, se il cuore obbedisce unicamente alle leggi della biochimica da cui dipenderebbe il suo continuo battere, basta ripristinarne le condizioni. Ma il vecchio, che chiede attraverso un dialogo telepatico col protagonista di poter morire e quindi essere salvato con la morte, è votato a liberarsi dell’involucro solo biologico del corpo, e invoca la morte come vera salvezza, da una vita che a quel punto della sua vicenda personale ha fatto il suo tempo. Il senso della morte è il tema che serpeggia in tutto il film, e quando parliamo del senso della morte dobbiamo fare i conti col tema fondamentale per l’uomo che è l’Anima. Allora la giovane che muore davanti ai suoi occhi mentre egli tenta di procrastinarne la vita, è proprio l’anima del protagonista. Egli la incontra all’angolo di una strada, gettata come immondizia in un mondo fatto solo di materia. Suoni, rumori, colori,riprese veloci, quasi frenetiche, suscitano la presenza ingombrante della materia che invade ogni anfratto, così che la città è schiacciata in una interminabile notte, la cui alba è ritrovato quando il protagonista ritrova il senso della morte, ritrovando la pace con se stesso e il mistero chiuso nella propria esistenza.

BY: Renato Barbruni

Sinfonia d’autunno
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Sinfonia d’autunno
di Ingmar Bergman

E’ l’incontro scontro di due donne attraverso il vissuto più o meno cosciente del loro fallimento come madri e come donne.
L’una, interpretata da Ingrid Bergman, la madre, tutta identificata e nascosta dietro la sua professione, una pianista affermata, tiene ben lontano il senso e la voce del suo fallimento, rafforzando così il rapporto con la musica e il suo pianoforte (tema che troviamo con altre motivazioni in “Lezioni di piano”). Il mondo relazionale di questa donna appare impoverito e agito in un evidente formalismo che la rende sempre più insensibile e lontana dal centro della sua esistenza. E’ una donna vuota quasi caricaturale nei gesti e negli schemi mentali;impreparata a cogliere il mondo dei sentimenti e dei vissuti profondi delle persone (emblematica la scena in cui ricorda con distacco e sarcasmo il suicidio di un suo amante, allontanando subito da se stessa la possibilità di una compassione che la porterebbe ad interrogarsi). Ma i fantasmi suscitati dalla incompiutezza esistenziale la sorprendono nella notte: dapprima un sogno, quasi un sensazione fisica di una presenza che invade la sfera intima, la sorprende con richiesta di affetto elementare che lei rifiuta con terrore. Qui l’aridità della sua anima si manifesta con tutta la sua carica grottesca. In seconda luogo il dialogo con la figlia che la inchioda al suo passato, un passato con il quale lei non vorrebbe fare i conti. La scena va anche letta in chiave simbolica come un tentativo di dialogo interiore della donna su se stessa alla ricerca di un qualche alibi che la sollevi dalle proprie responsabilità e dal terrore suscitato dal senso del fallimento esistenziale. Sarà lei stessa a smascherarsi là dove la sua abilità intellettuale si infrange nella stupefatta incapacità di comprensione. E’ da notare a proposito la puntigliosa lettura psicologica di un preludio di Chopin che riflette negli occhi della figlia un mondo relazionale perduto e irraggiungibile.

Dall’altra la figlia Caroline, interpretata da Liv Ulmann, che porta dentro di sé il fallimento della sua maternità nel ricordo della morte tragica del figlioletto. In ciò ella vede confermata la previsione della madre che non ha mai creduto in lei, e da ciò la lotta per recuperare un senso perduto. Appare come una donna incerta, chiusa in se stessa che vive al margine della propria autentica soggettività in bilico tra l’essere in sé e l’essere per l’altro. E’ il senso della colpa, agito e pensato quale primo motivo della sua incapacità (qui intesa come paralisi espiativa), che la schiaccia in quella posizione esistenziale. Da questa interpretazione di se stessa trae energia lo scacco che rende impossibile la sua evoluzione.
Il confronto con la madre, che parte come moto di rabbia e sfogo di profonde frustrazioni affettive, diviene momento di riflessione sul senso e sulla natura dell’essere madre alla ricerca di un modo di relazione ancora inesistente. Ciò che ancora sfugge alle protagoniste è il fatto che esse combattono l’un l’altra prima ancora di volgere la sguardo all’aspetto d’ombra dell’archetipo che le intrappola: l’archetipo della madre.

La presenza nel racconto di un’altra figlia, Hèlene, colpita nel corpo e nella capacità espressiva, disegna a caratteri forti tutta l’angoscia proiettata sull’archetipo della madre: una trama esistenziale, questa,tipica dei nostri tempi.
Fino a che il dramma rimane entro il limite della tematica madre-figlia, a cui si fa accenno nella frase che Caroline pronuncia al marito: “non si finisce mai di essere madre e figlia”, non ha sbocco risolutivo costringendo le protagoniste a cercare colpe, manchevolezze, scuse, alibi e difese. Per diverse ragioni, o diversi motivi, entrambe hanno di fronte,come si è detto, l’archetipo della madre che si presenta alla loro anima nella forma riflessa dalla cultura di riferimento che impone alla donna l’identificazione nella procreazione biologica e nell’accudire materiale del figlio del loro grembo. Là dove la libera espressione della soggettività dell’essere promuove l’apparire di motivazioni e aneliti diversi, il conflitto è inevitabile sia che vinca la condizione storicamente data, sia che prevalga la nuova forma di essere.

Entrambe quindi impattano all’interno dell’archetipo della madre senza riuscire ad accedere al piano dell’esistenza del femminile. In altre parole: o sono madri o sono figlie.

BY: Renato Barbruni

Stand by me
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Stand by me
di Rob Reiner

Film che tratteggia a tinte tenui il passaggio dalla fanciullezza all’adolescenza; dal mondo incantato e incontaminato della fanciullezza ai presagi inquietanti dell’adolescenza. La trama si sviluppa dalla curiosità e dalla voglia di avventura di quattro ragazzi ancora impregnati dal pathos del gioco. L’occasione è andare a vedere il cadavere di un ragazzo finito sotto un treno. La ricerca del cadavere è simbolo e simulacro della perdita dell’innocenza, presagita come tragica conseguenza del divenire più grandi. Il viaggio, che conduce alla ricerca-scoperta della drammaticità della vita, è l’occasione per un’ultima esperienza di comunione tra coetanei i quali sentono tramontare un’epoca. Ciascuno percorre il proprio vissuto scontrandosi con quello degli altri.

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